LA CASA DI VERDI A S. AGATA
Le case degli uomini illustri dovrebbero rimanere chiuse inesorabilmente a quegli ospiti indiscreti che si chiamano giornalisti; ma dacchè il maestro Verdi, obliando questo savio consiglio si piacque ospitarmi e trattenermi parecchi giorni nella sua villa a Sant'Agata presso Busseto, io non gli farò il torto di supporre che, accordandomi tanto onore, egli contasse sulla mia discretezza.
A tale riguardo non mi vanto migliore degli altri. E qual giornalista avrebbe il coraggio civile di seppellire nel profondo dell'animo le impressioni gradevoli, i piccoli ma interessanti segreti che a me fu dato raccogliere durante il mio breve soggiorno alla villa?
D'altronde, non c'è scampo; i grandi artisti, come i re, come gli imperatori, come i famosi capitani o ministri di Stato, non possono sottrarsi alle investigazioni del pubblico; e poichè l'autore della Traviata e del Don Carlo ha già preso il suo posto caratteristico nella storia della musica italiana, egli deve pure sottomettersi, buono o malgrado, alle violenze dei biografi, dei commentatori e dei ritrattisti. Dopo tutto, non è poi gran male che il biografo abbia conosciuta da vicino la sua…. vittima.
Da circa vent'anni io non aveva più veduto il maestro Verdi. Nel 1846, o nel 1847, mi era trovato con lui, in Milano, ad un desinare di amici, e i tratti di quel volto pensoso e severo si erano impressi a caratteri indelebili nella mia giovine fantasia. A quella mensa, fra molti giornalisti, letterati, artisti e buontemponi di ogni specie, sedeva anche il cav. Andrea Maffei, l'elegante traduttore di Schiller, di Moore e di Goëthe, il virgiliano poeta i cui versi sono una musica. In mezzo alla gaiezza chiassosa di noi tutti, il poeta ed il maestro serbavano una taciturnità desolante. Sì l'uno che l'altro parevano assorti in gravi pensieri; credo che a quell'epoca fosse in gestazione lo spartito dei Masnadieri, che poi venne rappresentato al teatro italiano di Londra.
Da quel giorno, come dissi, non ebbi più la fortuna di rivedere il maestro, e questi pure, dopo pochi mesi di soggiorno a Milano, abbandonò la città de' suoi primi trionfi, per non ritornarvi che circa vent'anni dopo, vale a dire ai primi giorni del luglio 1868.
Nè la casa ove nacque, nè la villa deliziosa che il Verdi abita di preferenza nelle sue vacanze di estate, fanno parte della grossa borgata che si chiama Busseto. Ma se Busseto non ha l'onore di aver dato i natali al più energico ed affascinante maestro dell'Italia contemporanea, a maggior dritto può gloriarsi di aver fornita a lui la prima educazione musicale, di aver compreso ed ammirato il di lui genio nascente. La casa dove il Verdi nacque è discosta da Busseto circa tre miglia. Io l'ho visitata con profonda commozione. Figuratevi una specie di tugurio di pietre e di calce, quasi isolato in mezzo ad una fertile pianura seminata di melica e di canapa. Si comprende come un artista nato in quel luogo debba conservare per tutta la vita l'amore dell'isolamento. A pochi passi dall'umile casicciuola, dove oggi una buona massaia alla domenica vende il vino ai contadini delle vicinanze, si estolle una chiesa di bella e maestosa architettura. In quella chiesa, all'età di quindici anni, il giovane allievo della scuola di Busseto suonava l'organo alla distesa, inebbriando la sua fervida fantasia di mistiche ispirazioni. E dall'organo della chiesa egli passava alla spinetta della casa paterna, e tutto un mondo di speranze, di illusioni, di sublimi delirî corteggiava il pallido adolescente in quell'oasi angusta di abitazioni, perduta in un deserto di campagne interminabili.
Mi fu mostrata la stanzetta dove abitava il fanciullo predestinato. Più tardi, alla villa di Sant'Agata, vidi anche il primo strumento sul quale si erano esercitate le sue dita infantili. Quella emerita spinetta non ha più corde, ha smarrito il coperchio. La sua tastiera somiglia alla mascella d'un cranio dai denti lunghi e corrosi. Eppure, qual prezioso monumento! E quanti ricordi per l'artista che ha versato sovr'essa le lagrime feconde di un'adolescenza tormentata! Quante emozioni sublimi per chi la vede e la interroga!
Ed io l'ho interrogata. Ho levato dalla tastiera uno dei martelletti che lasciava intravedere delle cifre, ed ho potuto leggere delle parole altrettanto ingenue che sublimi; delle parole che, mentre rivelano un atto generoso di artefice, somigliano anche ad un coscenzioso vaticinio. I miei lettori mi sapranno grado di vedere qui riprodotta quella inscrizione nella sua testuale semplicità. Mi parrebbe commettere una profanazione ritoccando pur una delle leggiere inesattezze ortografiche che la rendono adorabile:
«Da me Stefano Cavaletti fu fato di nuovo questi Saltarelli, e impenati a Corame, e vi adatai la pedagliera che io ci ho regalato; Come anche gratuitamente ci ho fato di nuovo li detti Saltarelli, vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi di imparare a suonare questo istrumento, che questo mi basta per esserne del tutto sodisfatto.—Anno domini 1821.»
Così questo buono ed arguto operaio che si chiamava Stefano Cavaletti, indovinava gli istinti musicali del giovine, mostrandosi meglio ispirato che nol fosse pochi anni dopo un egregio professore del Conservatorio di Milano[1], il quale ebbe a rimandare il Verdi a Busseto cou una patente di incapacità, che farà ridere i posteri.
È d'uopo sapere che a Busseto esiste una specie di Istituto, facente parte del Monte di Pietà, nel quale vengono educati gratuitamente alla musica cinque o sei giovani del paese o d'altrove. Gli è in grazia di codesto Istituto, che il Verdi, figlio di povero ma onestissimo campagnuolo, potè iniziarsi agli studi dell'arte; e quali fossero le sue disposizioni e come rapidi i progressi, lo attestano i componimenti scritti da lui in età giovanissima. La banda musicale di Busseto eseguisce ancora una brillante sinfonia scritta dal Verdi all'età di dodici anni; prezioso frammento di musica, che aggiunto a molti altri, costituisce il più bel patrimonio artistico di quell'Istituto musicale.
Ma veniamo alla villa di Sant'Agata.—Anche questa è lontana da Busseto circa due miglia; anche questa si trova pressochè isolata in mezzo ad una vasta pianura. La chiesa che porta il nome della Santa, e due o tre case da contadini formano il corteggio della ricca ed elegante dimora del maestro.
La natura non ha donato a questi luoghi alcuna attrattiva. Il piano è monotono e solo coperto da quella prosa di messi che rallegra la cupidigia del colono, ma nulla dice alla fantasia del poeta. In mezzo a quei lunghi filari di pioppi, che costeggiano una fossa povera d'acque, a un tratto il vostro occhio rimane sorpreso e quasi rattristato dalla vista di due salici piangenti che si addossano ad una porta. Quei due alberi immani che forse altrove non produrrebbero una impressione così viva, qui vi colpiscono lo spirito come una esotica apparizione. La persona che ha fatto piantare quegli alberi nulla o ben poco deve aver di comune, nel carattere e nelle abitudini della vita, colle popolazioni della vasta pianura che avete percorsa. L'abitatore della casa, che voi intravedete a poca distanza, dev'essere un eccentrico personaggio—un artista, un poeta, un pensatore, fors'anche un misantropo. Per accostarvi a quella porta vi è d'uopo oltrepassare un ponte, il solo tratto di unione che congiunga la dimora dell'artista a quella degli altri esseri viventi.—Chi conosce di nome l'abitatore di quella casa, passandole d'appresso in sul far della sera, si illude di udire, fra i rami di quegli alberi mesti, sospirare la nenia funebre del Trovatore o l'ultimo anelito di una Violetta moribonda. Voi comprendete, appressandovi ai cancelli, che quella dev'essere la dimora di un genio melanconico ed altero. Uno spesso filare di alberi difende la casa dagli sguardi profani dal lato che prospetta la strada maestra, mentre dal lato opposto il giardino si apre più luminoso a ridente fino alla riva di un laghetto artificiale.
È lecito presagire che allorquando le recenti piantagioni avran preso cogli anni più ampio sviluppo, le ombre e la tristezza domineranno completamente quell'abitazione.
Al di là del giardino, attraversati da un lungo viale in cui l'occhio si smarrisce, si estendono i vasti possedimenti del maestro, sparsi di casuccie paesane, di cascinotti assai bene architettati. La coltivazione rivela quell'arte perfetta che si apprende sui campi stranieri, meno favoriti dalla natura. Lo spirito osservatore del Verdi ha raccolto, per versarli su questo campo, tutti i progressi della scienza agricola inglese e francese. Mentre i salici del giardino, e i folti alberi, e i chioschi opachi, e il laghetto tortuoso e melanconico ritraggono l'indole appassionata dell'artista, la coltura di queste ampie campagne sembra invece riflettere la mente ordinata dell'uomo, quel criterio pratico e positivo che nel Verdi, caso piuttosto unico che raro, si trova accoppiato ad una fantasia esuberante, ad un temperamento vivace ed irritabile.
Questo criterio pratico e positivo si manifesta più che mai nell'architettura della casa, nella scelta dei mobili, in tutto ciò che costituisce il confortabile e l'ordine interno della famiglia. Non vi è che una sola parola, una parola musicale, a cui sia dato esprimere quest'ordine meraviglioso, questo connubio fortunatissimo dell'arte colle necessità materiali della vita—la parola armonia. Il gusto più squisito e il calcolo più sapiente hanno presieduto alla costruzione. Qui tutto è bello, tutto elegante e semplicissimo, tutto risponde alle esigenze della salubrità e del buon gusto. I miei lettori non esigeranno una minuta descrizione degli appartamenti, degli addobbi, delle pitture. Credo dir tutto affermando che l'abitazione è degna di un artista, il quale si è fatto gran signore coi prodotti del suo ingegno.
Il maestro compone ordinariamente nella sua camera da letto—una camera al piano terreno, spaziosa, piena d'aria e di luce, ammobigliata con artistica profusione. Le finestre e le porte vetrate danno sul giardino. Quivi un magnifico pianoforte, una libreria e uno scrittoio massiccio di eccentrica forma che, dividendo la camera in due compartimenti, esibisce allo sguardo una deliziosa varietà di bozzetti, di statuette, di gingilli artistici. Al disopra del pianoforte sta affisso il ritratto a olio del vecchio Barezzi, il vero amico e mecenate del Verdi, al cui nome, alla cui effigie veneranda il maestro professa una specie di culto[2].
La prima moglie sposata dal Verdi in età giovanissima era figlia di quell'ottimo patriarca di Busseto; e non è qui il luogo di ricordare quante memorie di affetti e di dolori, di lotte e di sacrifizî si riuniscano a rendere sacro pel maestro il nome di un così amato e benefico parente.
Nei silenzi della notte si partono da quella camera le armonie sussultanti che erompono dal genio creatore. Là fu scritto il Don Carlo; e questa opera colossale, che rivaleggia coi più insigni capolavori del teatro francese, fu compiuta nel giro di sei mesi.
In altre delle stanze superiori mi fu additato il primo pianoforte che sottentrò alla squallida spinetta da me più sopra descritta, e alla cui apparizione poco mancò che l'entusiasta cultore dell'arte non cadesse in svenimento per esuberanza di tripudio. E presso quel pianoforte ho inteso narrare intorno alle prime composizioni teatrali dell'illustre maestro, degli aneddoti piccanti, i quali contraddicono alle comuni dicerie. Vi è ben poco di vero in ciò che si ripete generalmente sulle circostanze che precedettero e accompagnarono le rappresentazioni del Nabucco; ma io mi riserbo a narrare quella istoria nei suoi più minuti particolari, allorquando pubblicherò del Verdi una estesa biografia, accompagnata da un documento critico di tutte le sue opere[3].
Per finirla collo schizzo della villa, dirò che in tutto quanto vi corre all'occhio di animato e di inanimato, di mobile e di immobile, tutto qui è bello, semplice, attraente. Come più sopra ho affermato, nella villa di Sant'Agata c'è il lusso del gran signore e il gusto eletto dell'artista di genio.
I biografi malvolenti, e innanzi tutti quell'ignorantissimo erudito che era il Fetis, non paghi di aver tentato coi più infelici sofismi della critica di demolire il talento e la gloria dell'illustre maestro italiano, si piacquero altresì di dipingerlo nel fisico e nel morale sotto l'aspetto di un selvaggio, starei per dire d'un orso[4]. Nulla di più sciocco della caricatura che pretende falsare un'effigie.
Il maestro Verdi contava allora[5] cinquantasei anni. Alto della persona, snello, vigoroso, dotato di una ferrea salute, come d'una ferrea energia di carattere, egli prometteva un'eterna virilità. Venti anni prima, quando mi ero trovato con lui a Milano, tutto l'assieme della sua persona presentava dei sintomi allarmanti. Se a quei tempi la gracile struttura delle sue membra, il viso pallido, le guancie scarne e l'occhio incavato potevano suggerire dei pronostici sinistri, oggi nell'aspetto di lui voi non trovate che la floridezza e la solidità dei predestinati a lunga carriera.
E come la persona, così anche lo spirito ed il carattere del Verdi hanno subìto una trasformazione favorevole. Non si può essere più elastici alle impressioni, più cordiali, più espansivi. Qual differenza fra il mio commensale taciturno dell'anno 1846 e il mio ospite vivace e qualche volta giovialissimo dell'anno 1868! Ho conosciuto degli artisti, i quali, dopo essere stati nella loro giovinezza spensieratamente prodighi di gaiezza e di affabilità, più tardi, sotto la vernice della gloria e delle onorificenze, si resero opachi e quasi intrattabili. Si direbbe che il Verdi, passando per una carriera di trionfi, abbia invece deposta ad ogni tappa una parte di quella scabra corteccia che gli era propria nei giovani anni.
La villa di Sant'Agata forma ancora pel maestro Verdi il soggiorno di predilezione. Quivi la sua attività prodigiosa di corpo e di spirito può svolgersi più liberamente che altrove. Alle cinque del mattino egli percorre i viali del parco, visita i campi e le masserie, si divaga navigando il laghetto in un piccolo battello che egli conduce e dirige da abile pilota[6]. Non un momento di sosta. Per riposarsi dalla musica, il Verdi ricorre alla poesia; per temperare le forti emozioni di questa e di quella, egli si rifugia nella storia e nella filosofia. Non vi è ramo dello scibile umano a cui la sua mente inquieta e avida di coltura, non si getti con trasporto.
Una moglie dotata delle più squisite doti di cuore e di mente, colta del pari che amabile, la signora Giuseppina Strepponi[7] divide con quest'uomo di tempera antica, con questo artista privilegiato, i sereni travagli della villa. L'armonia regna nei due cuori, e questa armonia produce nella casa l'ordine e il benessere.
Frattanto da ogni parte del mondo civilizzato giungono lettere e telegrammi alla villa che domandano spartiti, che proferiscono compensi incredibili, che promettono onori e trionfi.—Potrà egli, il maestro Verdi, resistere lungo tempo a tante seduzioni di denaro e di gloria?[8]—Ciò che io ritengo impossibile è che l'autore del Don Carlo possa imporre alle effervescenze del proprio genio, a quel bisogno prepotente di espansione che tuttora lo agita e lo spinge. Il vulcano ha le sue intermittenze, le sue tregue, ma il fuoco latente o tosto o tardi deve erompere.
Molte altre cose potrei aggiungere intorno al carattere, alle abitudini, al modo di vivere dell'illustre compositore. Ma io mi arresto qui, persuaso e convinto di avere già troppo ecceduto nelle indiscrezioni. Se il maestro Verdi non vorrà perdonami di aver con tanta indiscretezza violati i segreti del suo domicilio, io farò pubblicamente le mie vendette pubblicando quanto in oggi sopprimo. Or bene; invitateli a pranzo questi ciarlieri di giornalisti!—e all'indomani vedrete riprodotta in una appendice biografica la lista dei piatti e dei vini che apparvero sulla vostra mensa, e l'Europa sarà informata qualmente voi preferiate il gigot di montone all'arrosto di vitello, il barolo vecchio al bordeaux, le fragole al latte piuttosto che al sugo di limone—e i critici illustri, dopo due o tre secoli, si renderanno autorevoli disotterrando questa preziosa notizia, che voi prendevate il caffè senza zucchero, e facevate, dopo il pasto, un enorme consumo di stuzzicadenti.