IV.

Io non conosceva la signora Amelia prima che la mia buona fortuna me la facesse incontrare alle acque di Trescorre—ma il di lei nome più volte mi era suonato all'orecchio. Qual'è il milanese che non sappia a memoria i nomi delle sue stelle? Qual'è di noi, che a sua volta non abbia subìto il disinganno di queste etichette della bellezza, applicate dalla moda ad una elegante fantasmagoria di merletti e di colori, che vuol essere una donna avvenente?

Ma questa volta l'etichetta non era menzogna—non era solamente una vetrina mobile di Garbagnati e Panseri—era una donna reale, una forma elegantissima di donna.

Quando io vidi la signora Amelia discendere dalla carrozza col suo abito vaporoso, aereo, trasparente come una nuvola di perle; quando ella attraversò il cortile dello Stabilimento, lanciando faville voluttuose dai suoi begli occhi azzurrognoli; quando la sua voce limpida e vibrata risuonò al mio orecchio, io non potei reprimere una esclamazione di meraviglia.

L'esclamazione più comune, più banale: come è bella!—Amelia era inebbriata di felicità. Lasciò cadere su me e sugli altri, che del pari l'avevano ammirata, uno di quei lampi di sorriso dove si fondono deliziosamente la vanità e l'ironia.—Un sorriso che voleva dire: gran novità! lo sapevamo da un pezzo, che siamo.... quel che siamo!

Ma vi era in quell'orgoglio qualche cosa di amabile, di lusinghiero per tutti.

Alla sera, nello Stabilimento, non si parlava che di lei. Una stella a Trescorre!—una stella senza marito....! Figuratevi l'agitazione degli eleganti....!

Dopo mezz'ora dal suo arrivo, tutti i lions si erano cambiata la cravatta.