V.
Buona parte di quei lions—perchè dovrò tacerlo?—non rappresentavano il fiore della giovinezza, nè il fiore della eleganza, nè il fiore dello spirito. Erano quasi tutti provinciali nel senso più traslato della parola. Parecchi erano anche affetti di erpete, malattia poco favorevole alle attrattive personali, e avversa più che altre al romanticismo.—Un Narciso milanese—lo chiamo Narciso piuttosto che Tulipano, per usargli cortesia—era, nella comitiva dei bagnanti, il solo giovanotto che avesse le apparenze di un perfetto gentiluomo. Vestiva col buon gusto di Prandoni—mutava rigorosamente di toeletta tre volte al giorno—cavalcava come un palafreniere—sapeva a memoria una diecina di calembours—e suonava con qualche garbo.... una polka. Sulle sue guancie pallide e brune non spuntavano quelle efflorescenze che esigono la cura delle acque sulfuree, od almeno ne accusano gli effetti. Un bel giovanotto—il vero tipo di quei lions, che non hanno altra ambizione fuor quella di sentirsi classificare lions, anzichè bestie di un'altra specie qualunque dal titolo meno sonoro ma più competente.
Secondo ogni apparenza, il nostro Narciso era venuto a Trescorre per fare delle conquiste; fors'anche egli aveva già designata la sua vittima.—Che serve?... Non facciamo misteri!—Egli sapeva che la signora Amelia Della-Rosa doveva recarsi alle acque—e l'aveva preceduta di alcuni giorni per studiare il terreno delle sue evoluzioni, per prepararsi agli assalti.—Che le sue prime prove fossero cominciate a Milano? Che egli avesse già tentato?... Avrei mille ragioni per supporlo.
I miei lettori, dal seguito del racconto, vedranno che la mia supposizione non era infondata.