VI.

Ci separammo—poichè la gente usciva in quel punto dalla chiesa, ed io non voleva espormi una seconda volta al ludibrio della mia falsa posizione.

Francesco andò a predisporre la sala pel trattenimento. Io noleggiai un battello e feci un giro sul lago—meditando la mia vendetta.

Francesco condusse le cose per bene. Quand'io tornai all'albergo sul far della sera, vidi l'amico ritto in sentinella sulla porta, e tutto rifatto dal capo al piede coll'abito di rigore.

—Le ragazze verranno tutte—mi disse all'orecchio; e la gran sala è disposta perfettamente come tu mi hai indicato.

—Ottimamente!...

Entrai nella mia camera e pranzai coll'amico. E, dopo il pasto, levai dai bauli i miei ridicoli abiti da concertista, e indossai alla mia volta quell'aristocratica uniforme che uguagliando il gentiluomo al parrucchiere ed al garzone di trattoria, ottiene i primi onori nella società moderna, e viene considerata come una bardatura indispensabile a chi frequenta le grandi sale.

Alle ore otto e mezzo della sera la sala dell'albergo era colma—tutte le ragazze di Nyon—tutte!—e lo ripeto ad onore dell'amico—sedevano nella sala, intorno al pulpito predominante.

Io entrai senza farmi annunziare.

Strisciai tra la folla degli abiti neri, colla schiena ricurva e gli occhi dimessi... Salii i quattro gradini dei pulpito; e fatto un leggiero inchino del capo, poichè tutti gli occhi furono a me volti, e il silenzio degli spettatori parve chiedermi la parola, spiegai sul tavolo una cartolina, nella quale erano riepilogati i miei pensieri, e con voce sonora proferii il seguente discorso: