VII.
Federico si trattenne circa un mese alla campagna, ed Onorina fu molto lieta di visitare tutti i giorni la vigna col suo bel cuginetto. Rammentando i bei giorni dell'infanzia, i primi innocenti sollazzi, le illusioni, le speranze, le promesse, è probabile ch'essi provassero infinito piacere, giacchè più volte rimasero nel favorito boschetto fino a notte avanzata.
Nel momento in cui Federico montava nel tilbury per tornare a Milano, Pasquale, dandogli una buona manata sulla spalla: voglio sperare, gli disse, che questa primavera sarete ancora dei nostri.
—Ve lo giuro!
—Buon viaggio!
—Buon viaggio! ripetè Onorina con voce fioca.
Questa volta Federico si congedava colle pupille asciutte, mentre invece la cuginetta lasciava sfuggire dalle palpebre una lagrimuzza mal frenata. A vent'anni gli uomini perdono affatto l'abitudine di piangere; le donne sembra invece che l'acquistino.
Del resto, i due cugini si rividero la primavera seguente. Pasquale fu sempre il buono, l'ingenuo, l'onesto Pasquale; Onorina e Federico si recarono costantemente sotto il pergolato a pascersi di rimembranze infantili.
Mi viene assicurato che Onorina è al giorno d'oggi la più felice, la più invidiabile delle spose. Essa ha due figli, che pajono due bottoni di rosa, e pone in educarli ogni sua compiacenza. Pasquale li ama anch'egli coll'eguale tenerezza, e sovente, recandoseli in grembo, e compartendo a quelle guancie rubiconde i più affettuosi baciozzi, dice alla moglie:
—Si direbbe, che quel nostro cugino ci ha portato fortuna! Dal giorno ch'egli è venuto a trovarci la vigna ha prosperato, la raccolta dei bozzoli è andata bene, s'è fatta sempre buona quantità di frumento, e poi abbiamo avuto anche due figli, che sono belli quanto lui. Dimmi Onorina: non ti pare che gli somiglino?
—A lui?—risponde Onorina, sorridendo—guardali bene... e vedrai che sono il tuo ritratto.
Pasquale, sentendosi dar sul muso le naticuzze rotonde de' suoi due figliuoletti;—è vero, risponde—hanno proprio la mia faccia!