XVI.

Il signor Edmondo Della Rosa non poteva farsi un altr'uomo da quello che egli era per questa sola ragione, che io aveva bisogno di giustificare i sentimenti e la condotta di sua moglie, come anche di sorpassare ai miei scrupoli. In quella breve escursione notturna, in quel primo colloquio espansivo io dovetti necessariamente convincermi di aver a fare con un perfetto gentiluomo, con un carattere nobile ed aperto, con un cuore da artista.

Edmondo sentiva il bello della natura e traduceva le proprie impressioni con parole animate e faconde. Sapeva a memoria e citava opportunamente i brani più sublimi dei nostri poeti. Questi versi, mi diceva, attraversarono la prosa della società nella quale mi è toccato di vivere, ed è miracolo che non siano naufragati con tante altre illusioni!

Tutto ciò mi è stato rivelato da lui in un lungo monologo, interrotto per mia parte da certe esclamazioni melense, da certe mezze frasi, che mi davano l'aria di un pertichino da cavatina—Ma poi, gradatamente, la conversazione prese forma di dialogo. Alle sue espansioni risposero le mie—i nostri cuori si misero all'unisono,—e in quella ineffabile corrispondenza di principii, di idee, di sentimenti e di affetti, noi ci riconoscemmo amici.

Amici!—sì, lo eravamo dopo poche ore—e forse lo siamo ancora al momento in cui sto scrivendo queste linee, sebbene Edmondo da alcuni mesi mi abbia levato il saluto. E se mai avessimo un giorno ad incontrarci, od egli potesse penetrare le misteriose ragioni del nostro distacco... Allora...! Ma pel bene di... tutti, è necessario che ciò non avvenga.