CAPITOLO VIII. Le vere spie non sono quelle che ne hanno le apparenze.

Battono le tre pomeridiane — e gli onorevoli membri della Commissione popolare, che devono decidere le sorti dei due emissarii dell'Austria, stanno ancora deliberando nel caffè di Tartavalle. Le discussioni delle Assemblee e dei Parlamenti sono in generale molto utili e benefiche, quando vi sia tempo da perdere. Se nelle questioni di urgenza gli oratori riflettessero che i fatti valgon meglio delle ciance, darebbero prova di grande eloquenza tacendo. Io conosco degli oratori, che se mai per avventura il fuoco si apprendesse alla Camera, volontieri morrebbero arrostiti in compagnia degli onorevoli colleghi, piuttostochè sacrificare un periodo.

Ma gli onorevoli di Tartavalle si mostrarono più discreti. Alle tre e mezzo pomeridiane, cioè tre ore dopo l'ingresso dei signori Frigerio e Zannadio, il Gallina aperse le invetriate, e presentossi al balcone per annunziare al popolo le deliberazioni del consiglio.

Ma dove è andato il popolo sovrano? dove sono i militi della Guardia Nazionale? chi ha dispersi gli uomini d'azione, il cui concorso è tanto necessario all'impresa?

Tutti i consiglieri si accavalcano sul balcone, e girano intorno lo sguardo, meravigliati di tanta solitudine.

Quand'ecco, lontano, sulla via di Taceno spunta una processione di popolo preceduta da un drappello di Guardia Nazionale col vessillo spiegato.

Il corteggio discende — la gran cassa della banda musicale desta gli echi delle montagne — voci alte e liete si mescono al suono delle trombe; gli uomini agitano i cappelli, le donne i fazzoletti...

— Che vuol dire tal novità? domanda il Gallina. — Fosse questo un tentativo dei reazionarii...

Ma la folla si appressa... I militi si schierano sotto il balcone; l'esercito si dispone in ordine di battaglia e presenta le armi...

A chi?

— Obbrobrio della nazione! grida il Gallina stendendo i pugni dal parapetto...

I signori Frigerio e Zannadio a cavallo attraversano la piazzetta, e rispondono con inchini ai viva entusiastici della moltitudine...

Un tale avvenimento, che riempie di meraviglia il Gallina e gli altri onorevoli membri della Commissione popolare, non parrà strano ai nostri lettori. Il medico Franchetti e i di lui colleghi, mentre l'assemblea stava deliberando, hanno spiegato al popolo l'equivoco delle spie; e il popolo, persuaso dalla autorevole testimonianza di parecchi milanesi i quali assai bene conoscono il signor Frigerio e il signor Zannadio, si affretta con una dimostrazione di simpatia e di rispetto a compensare i due professori del danno patito.

— In nome della patria, in nome del pubblico decoro, in nome di tutti i miei compaesani di Menaggio, io protesto contro l'illegale manifestazione di una plebe sedotta, fors'anche comprata dall'oro austriaco! grida il Gallina, volgendosi ai membri dell'assemblea.

— E noi tutti protestiamo! rispondono in coro i deputati.

— Siete voi disposti a morire? chiede con enfasi il Gallina agli onorevoli membri. — Siete voi disposti a morire per la salute della patria?...

Gli onorevoli esitano a rispondere. — La interpellanza è troppo compromettente...

— Signori! — io ve lo chiedo per la terza ed ultima volta: siete voi disposti a morire per la salute della patria?

— Io conosco troppo bene i miei doveri di deputato del popolo, risponde uno degli astanti. — Chi rappresenterebbe, chi illuminerebbe, chi governerebbe la nazione, se i deputati morissero?... Vivere è un diritto pel resto degli uomini — per un rappresentante del popolo è dovere!

— Bene! bravo! viva il maestro Gandolla di Bellano! — gridano gli altri deputati, che in questa ispirata risposta riconoscono la propria salvezza.

— E noi permetteremo, risponde il Gallina, che due spie, due emissarii dell'Austria sian portati in trionfo ed acclamati da questa plebaglia vigliacca che ci elesse all'onorevole incarico di rappresentarla?

— No! no! morte alle spie! morte alle spie! urlano in coro i deputati.

— Sì! morte alle spie! ripete il Franchetti precipitando nella sala in compagnia de' suoi colleghi di Università. — Morte alle vere spie, ai veri nemici d'Italia; morte ai don Basilii, che con maschera da liberale vanno pel mondo a far l'ufficio di Satana, a suscitare discordie e a seminare la gramigna nel buon grano. Oggi la provvidenza ci ha fatto discoprire due di cotesti scellerati... e ha posto in nostra mano tali documenti, ch'essi non potranno in verun modo schermirsi dai rigori della legge! — Signor sindaco di Taceno: io rimetto in vostra mano questi fogli, che gli illustri professori Frigerio e Zannadio hanno rinvenuti sulla via di Bellano, e che appartengono ai fratelli Albizzotti, sedicenti sensali di seta.

Così parlando, il Franchetti cavò di tasca un portafogli contenente parecchie carte, e ne fece pubblicamente consegna al sindaco della Comune.

— Come! i fratelli Albizzotti! — quei due signori che stamattina erano al caffè... e facevano tanti brindisi all'Italia... a Vittorio Emanuele... a Garibaldi!

— Erano due infami emissarii del partito austriaco — arruolavano volontarii per l'esercito del papa — raccoglievano denaro per la cassa di San Pietro — tenevano carteggio coi preti dell'Armonia e della Civiltà Cattolica — Infine, come potrete rilevare dalle note preziose che io vi ho presentate, erano venuti a Tartavalle per seminare la reazione...

— Ma gli altri due... que' birbaccioni, che poco dianzi abbiam veduto passare a cavallo fra i viva e le acclamazioni della moltitudine?...

— Sono due illustri Italiani, due professori di scienze naturali, uomini d'ingegno elevato, di nobilissimi sensi, che spesero la vita negli studi e nelle meditazioni — Essi venivano fra queste montagne per investigare i misteri della natura, per risolvere le astruse questioni della formazione del mondo... Ed è appunto di questi innocenti cultori delle scienze che Iddio si è servito per isventare le trame di due birbanti che certo non isfuggiranno al meritato castigo. I fratelli Albizzotti, temendo che i signori Frigerio e Zannadio fossero davvero emissari dell'Austria, e che il loro arresto potesse compromettere qualche segreto di bottega, se la svignarono da Tartavalle poco prima che vi arrivassero i due scienziati — e questi trovarono in sulla via il portafoglio ch'io ebbi l'onore di presentarvi.

Prima che gli onorevoli deputati potessero riaversi dalla sorpresa e convincersi dell'inganno, molto tempo ci volle. Le ciarle, le discussioni, i commenti durarono parecchie ore, con grande rammarico del Franchetti, cui premeva di prender parte al magnifico pranzo ordinato in onore dei due scienziati. Ultimo a persuadersi fu il Gallina; ma quando il dabben figliuolo ebbe esauriti tutti gli argomenti d'opposizione, e trovossi isolato o piuttosto soffocato dal voto concorde delle masse; il Franchetti lo prese per mano, e con dolce violenza lo trasse fuor della sala per condurlo a complimentare i due scienziati.

— Figliuolo mio, diceva il giovine medico all'ingenuo patriota di Menaggio — il mondo molto spesso si inganna ne' suoi giudizii. — Un uomo un po' eccentrico, un po' bizzarro nel vestito — un uomo timido, circospetto, che poco parli, nulla si interessi de' fatti altrui, facilmente vien preso in uggia e guardato di mal occhio. Credilo, Gallina; i veri furfanti non sono coloro che più lo sembrano... Le vere spie, i veri nemici d'Italia difficilmente si danno a conoscere.... Tu li vedrai manierosi, vivaci, brillanti... Li udrai declamare ne' circoli... gridare a voce alta: viva la patria! Viva l'Italia! viva il Re! — Io ho già imparato a diffidare di codesti ciarloni arroganti, impudenti, sfrontati... che la cieca moltitudine adora!... L'esempio degli Albizzotti ti serva di norma per l'avvenire... E se mai ti nasce sospetto che qualche sconosciuto possa essere una spia, guardati dal mettere in allarme le masse, come hai fatto sta volta... Pensa che se io non avessi prevenuti i decreti dell'assemblea, il popolo sovrano avrebbe lapidati a morte due luminari della scienza, due modelli di virtù.

Così parlava con amorevolezza il Franchetti, conducendo il sartore di Menaggio verso l'albergo.

Entrato nella sala, ove i due professori stavano pranzando, il Gallina si presentò per fare le sue scuse. Ma prima ch'egli avesse il tempo di proferire parola, la signora Menafuoco, seguita dalle due figliuole Rosalba e Cornelia, si fece innanzi, e fatto un inchino a destra, un altro a sinistra, parlò in tal guisa ai due scienziati:

«Francamente ci siamo ingannate! noi ritrattiamo esplicitamente quanto abbiamo potuto pensare o dire sul conto di due uomini onesti quali voi siete. Accettate colle mie anche le rettifiche di Rosalba e di Cornelia. Voi siete onesto; le nostre figlie sono oneste..... Noi siamo contente di voi. — La nazione vi offre un banchetto in segno di stima e di riconoscenza. — Noi lo approviamo! — Voi non rifiutate l'offerta della nazione — sta bene! — Signori e signore: proseguite pure nelle libere esercitazioni dei vostri diritti popolari — mangiate di buon appetito — noi lo permettiamo. — Anzi per riparare ad una involontaria omissione di questo onorevole comitato, noi ci assidiamo con voi al liberale banchetto. Lo abbiamo detto, lo diciamo, e non cesseremo di ripeterlo: In occasioni tanto solenni, noi saremo sempre colla nazione!»

FINE.

Un Apostolo in missione.