I. Sulla ferrovia.

— ..... Abbiamo avuto torto di trascurare la campagna — dicea Teobaldo all'amico — I campagnuoli hanno mente svegliata e istinti liberali; sono facili alle impressioni, pronti ad agire — energici, robusti. Oh! abbiamo avuto un gran torto, te lo ripeto! Volgemmo le spalle al buon terreno, per gettare le sementi alle ghiaje infeconde — però non abbiamo raccolto che triboli e spine.

— Dunque hai proprio risoluto?

— Si — ho deciso di andar in volta pei contadi a fare un po' di propaganda a viva voce. La parola è più efficace degli scritti. Oltrechè i buoni giornali (e quali sono i buoni giornali?) non vanno per le mani del popolo, questo non sempre è in grado di leggerli e di comprenderli... Bisogna dunque parlare, perorare, esercitare il santo apostolato della parola! — Ormai sono fisso in questa idea che, se non riusciamo a conquistare le masse dei campagnuoli, la nostra causa è perduta...!

— Io ti auguro buona fortuna. Ma bada che di questi giorni le campagne sono infestate di malva....

— Eh, pur troppo!.... I reazionarii, e i moderati, più vili, più schifosi dei reazionarii, avranno guasto il terreno.

— Non importa. Io non dispero di riuscire nel mio intento. Fors'anche mi sarà concesso di aggiustare un po' il cervello a qualcuno di codesti signorotti, che a Milano non vogliono intender ragione. In campagna la tolleranza è di buon genere, e molti de' nostri codinoni, che in città si rendono inaccessibili, fuori delle mura diventano più umani, più trattabili, più arrendevoli... Basta! Fa quello che devi, avvenga che può — dice il proverbio — io non lascierò intentato alcun mezzo... Mi introdurrò nelle case del ricco e del povero, per parlare a tutti il linguaggio della verità... Oh! la verità ha un fascino irresistibile! Tutto sta che alcuno abbia il coraggio di predicarla, ed altri la pazienza di udirla!... Ma... non vorrei perdere il convoglio... Sono le quattro e venti... non ho che pochi minuti per prendere il biglietto... Addio, mio buon amico! Presto ti darò mie notizie... Frattanto, voi altri di Milano persistete a combattere... Adunatevi di frequente... e mandatemi il sunto delle vostre discussioni. Badate ch'io debbo essere informato di tutto ciò che si passa nel regno della democrazia. — Al primo fermento, alla prima agitazione di popolo, io sarò tra voi colle nuove reclute... Voi dentro! io fuori!... Pinf! panf! punf!... abbasso i cilindri! fuoco alle malve! e viva!... Viva chi?...

— Viva la repubblica rossa, umanitaria, sociale!

— Viva chi?

— Viva Mazzini!

— Viva Teobaldo Brentoni, presidente della Società della morte!

— Viva il popolo! grido io — viva il popolo tradito, oppresso, conculcato, straziato! e morte!... Morte a chi?

— Morte ai codini! — ai moderati — ai tiranni!....

— Morte infine.... a quanti non la pensano come noi!

I due amici si abbracciano — L'uno sale in omnibus per rientrare in città, l'altro in quattro salti si slancia sotto il porticato della stazione.

— Presto! i signori che partono per Monza! grida una voce... Le inferriate si chiudono...

Teobaldo, che fortunatamente giunge in tempo per entrare, si appressa al finestrino onde provvedersi del biglietto...

— Primi o secondi? chiede il dispensatore mettendo il naso al finestrino.

— Che primi! che secondi! grida Teobaldo — Col popolo!... io vado col popolo!... sempre col popolo!... Ai terzi! ai quarti... se ce ne sono...!

— I terzi posti sono là abbasso... all'altro finestrino....

— Là abbasso! Ah! comprendo! Là abbasso!... E sempre basso, sempre umiliato, sempre avvilito lo si vuol tenere questo povero popolo!... Categorie! sempre categorie!... Oh sorgi, una volta! — rompi i ceppi! — ripiglia il tuo vigore, leone prostrato — infrangi le inique barriere!..... Ehi, di là! Un biglietto dei terzi per Monza!

E in proferire queste parole, Teobaldo ingrossa la voce e fa spiccare le sillabe, perchè i circostanti abbiano a notare ch'egli si è degnato di prendere un biglietto di terza classe....

— Ecco un signore, che incomincia di buon'ora ad economizzare il denaro, dice un padre di famiglia a due suoi figliuoletti. Io però non approvo tali economie... Ciascuno nel mondo deve tenere il proprio rango.

— Sarà qualche spiantato, cui mancano dicianove soldi a fare una lira, dice un lion, che ha preso un biglietto di prima classe...

— Veh! quell'imbecille di Brentoni, che va ai terzi posti per darsi l'aria di democratico!... E dire che l'altra sera agli Angioli ha lanciato una bottiglia contro il piccolo, perchè tardò tre minuti a portargli un sigaro!

Ma il nostro demagogo non si accorge de' poco benevoli commenti che i circostanti fanno sul di lui conto. Tutto radiante nel viso, egli attraversa il porticato per entrare nella sala d'aspetto...

— Dall'altra parte, signore!... Laggiù! più abbasso! dice l'uffiziale che sta alla porta... — Qui non entrano che i primi ed i secondi.

— Al diavolo i secondi ed i primi! Al diavolo tutte queste distinzioni, avanzo di feudalismo!... Privilegi! sempre privilegi! E che sono essi più di noi, questi signori, che si riservano il diritto di entrare per questa porta?... Non sono forse uomini come noi, figli del popolo? Non mangiano anch'essi? non dormono? non vanno soggetti alle malattie... ai bisogni più immondi?..... Quali sono i loro meriti speciali.....? vorrei un po' saperlo!!...

— Essi han pagato il biglietto qualche soldo di più, risponde l'uffiziale con ironia — Se il signorino avesse desiderato...

— Eh! ch'io non desidero nulla, io! Sono figlio del popolo, io! — sono cresciuto col popolo — ho diviso col popolo le più sante aspirazioni, i più sublimi dolori... Io voglio stare... e starò sempre col popolo.

— Dunque, la prenda quell'altra porta, e liberi il passaggio; che io non ho tempo di ascoltare delle prediche in questo momento! dice bruscamente il guardiano.

— Oh! vedi un po' che baldanza vanno prendendo questi impiegati regi! esclama Teobaldo.

Ma il campanello ha dato l'ultimo segnale..... Non v'è più tempo da perdere...

Teobaldo, dopo aver fulminato con una terribile occhiata l'ispettore dei biglietti... si precipita nell'andito destinato ai passeggieri di terza classe, lo attraversa rapidamente, e corre verso il convoglio... Sventuratamente un villano di Seregno gli attraversa il cammino..... Il villano ha due immensi panieri sotto braccio.... Teobaldo, nella foga del correre, ha urtato un paniere... Il villano perde l'equilibrio.... inciampa in una rotaia, e viene a cadere a poca distanza dai vagoni...

— Soccorrete quel figlio del popolo! grida Teobaldo dall'alto del vagone...

Due inservienti della ferrovia accorrono per sollevare il caduto.

— Presto, buon uomo!.... Il convoglio parte.... A quanto pare non ti sei fatto male — la testa non è rotta — per questa volta non sei morto!

— Credo di no, signor generale, risponde il villano inchinandosi ad uno degli inservienti — ma temo che qualche cosa di rotto vi sia nel canestro... Se mi concedessero qualche minuto..

— In vagone! in vagone! gridano ad una voce i i due uffiziali.

Essi aiutano il villano a salire, — gli chiudono gli sportelli dietro le spalle, — e il convoglio parte, mentre il villano, perduto l'equilibrio, va barcollando nell'interiore della carrozza e gridando a tutta voce:

— Adagio! Un momento! fermate i cavalli.... assassini!...

Gli altri viaggiatori, per la maggior parte contadini, si divertono a rimbalzare il mal capitato collega.

Questi lo tira per la coda del soprabito — un altro lo spinge — un terzo mena colpi sul paniere — tutti a ridere, a schernire, a battere le mani.

Teobaldo, adagiato in un angolo della carrozza, è scandolezzato di quella scena. Egli aggrotta le ciglia — si dimena — si contorce.

Questo è dunque il popolo dai nobili istinti, dalle aspirazioni generose! Questa è la carità, l'umanità tanto vantata delle classi povere? Oh scandalo!.... oh vergogna!

— Ma il povero popolo non ne ha colpa — pensa Teobaldo. — Corrotto da lunghi anni di schiavitù, conculcato dai tiranni, abbrutito nell'idiotismo, esso ha perduto la coscienza della propria dignità... Il terso cristallo fu appannato dall'alito impuro del dispotismo — la limpid'acqua fu avvelenata alla sorgente... Povero popolo! Educhiamolo colla parola e coll'esempio!...

— Buon popolano — dice Teobaldo, volgendosi al contadino, che non è ancora riuscito a mettersi in equilibrio — date a me quel canestro — appoggiatevi pure alle mie ginocchia — poi vedremo di serrarci un poco l'un presso l'altro in modo di farvi un posto da sedere... Ci hanno stipati qua dentro come bestie da macello!... Oh! ma verrà il tempo della giustizia.... assassini del popolo!... E questo tempo non è lontano!

Teobaldo prende il canestro del villano, e se lo mette sulle ginocchia. Frattanto i viaggiatori si stringono a malincuore l'un presso l'altro, tanto che si scopre una lacuna, ove finalmente il villano di Seregno può introdurre le appendici della schiena.

— Si viaggia pur male nelle strade ferrate! brontola il villano.... In vettura si andava più adagio, ma non v'era tanta confusione, tanto disordine!... Ma dove è andato il mio canestro?... Ah!.... quel signore là in fondo si è degnato!... Illustrissimo... tante grazie! troppa degnazione! troppa bontà!

— Finiscila con queste frasi servili ed abbiette! esclama Teobaldo con accento dispettoso. Tutti siamo eguali dinanzi a Dio e dinanzi al diritto... Riprenditi il tuo canestro... e grida con me: viva l'uguaglianza!

Mentre Teobaldo si leva in piedi per trasmettere il canestro al contadino: — Madonna! Madonna! esclamano parecchie voci. — La si guardi i calzoni! Oh! veda un poco, signorino! veda un poco l'orribile macchia!...

Tutti gli occhi si volgono a Teobaldo... I calzoni e il gilet dell'apostolo sono ingialliti di una vernice di nuovo genere — un misto d'olio e di rosso d'uova, la cui vista fa ricorrere istintivamente la mano alle nari...

— To! to! dice una balia, dove si è buscato il signorino tutta quella abbondanza? Anche a noi... maneggiando bambini... accadono spesso tali inconvenienti... Finora Nandino ha avuto giudizio... ma il viaggio è lungo... e mi aspetto la mia frittata...

— Che il Signor Gesù Cristo benedetto e la Madonna santissima mi abbiano in grazia, grida il villano giungendo le mani — Oh! lo so ben io donde è venuta fuori tutta quella broda!... che san Sebastiano e sant'Antonio del fuoco, e tutti i poveri morti mi perdonino!... La frittata l'ho fatta io... Cioè... io... ci ho messo l'olio e le uova... ch'erano qui dentro... pel vicecurato di Seregno.... Il fiasco e le uova sono andati in pezzi in conseguenza della mia caduta...!

Mentre il villano, invocando tutti i santi del paradiso, implora perdono da Teobaldo — questi contempla i propri calzoni come istupidito. — Il fiero repubblicano, che nulla teme al mondo quanto il ridicolo, perde d'un tratto il coraggio; l'apostolo smarrisce la favella; l'ispirato dall'idea si trasmuta in un fantoccio, e cade sulle panchette della carrozza facendo delle mani conserte una visiera alla pancia inverniciata...

Povero Teobaldo! E questo popolo, al quale tu hai giurato consacrare la vita; questo popolo, che tu, nuovo Mosè, vuoi redimere, rigenerare, sollevare al livello di Dio... questo popolo gode di vederti avvilito... si burla di te... Oh! ma non fu irriso anche Cristo dagli Scribi e dai Farisei?

— Perchè son venuto ai terzi posti? mormora Teobaldo rannicchiandosi nell'angolo della carrozza... A dir vero... il popolo è meglio vederlo da lontano che da vicino... Ma i contadini non sono popolo — essi appartengono alla specie dei bruti — Oh! il popolo! il vero popolo non è questo! Ma dove è dunque il vero popolo?... In città non abbiamo che volgo... In campagna non trovo che bestie... Via! un po' di pazienza! un po' di perseveranza!... Il viaggio dev'essere lungo! Non bisogna disperare sì presto!!