II. Augusto Regola, regio impiegato, padre di numerosa famiglia.

Lasciamo che il nostro Teobaldo prosegua il viaggio e digerisca il malumore cagionatogli da una sciagura che compromette in lui la dignità dell'apostolo, senza concigliargli la simpatia del martire.

Precediamolo di poche ore all'albergo di Canonica, ov'egli deve recarsi. — Stringiamo conoscenza coi nuovi personaggi, che la provvidenza ha posti sul di lui cammino perchè ricevano il seme dell'idea.

Sono le otto della sera.

Dinanzi all'antico albergo di Canonica si arresta una vettura sopraccarica di persone d'ambo i sessi...

— Ma di grazia! direte voi, dove si trova questo albergo di Canonica?

— Lo ignorate? Canonica è un paesello, un gruppo di quindici o venti case, che sorge in riva del Lambro, sullo stradale che da Monza conduce a Besana..

Fra queste case domina il palazzo dei conti Taverna, e l'Antico albergo, ove la sera del 28 settembre 1861 venne a fermarsi, come abbiam detto, una vettura carica di persone d'ambo i sessi.

Al rumore della carrozza l'oste, seguito dalla moglie e dalle figlie, accorre in sulla porta...

— Oh! ecco la nostra amabile ostessa! — grida una voce dall'interno della carrozza. Sempre bella! sempre fresca!

— Misericordia! il signor Augusto Regola! mormora l'ostessa forzandosi di sorridere.

— Forestieri fini! brontola l'oste rientrando nella cucina.

La figlia, il guattero ed altri, che sono accorsi in sulla porta dell'albergo, si fanno dei cenni cogli occhi e coi gomiti in segno di scherno e di impazienza.

Mentre il vetturale aiuta a discendere dalla serpa una mezza dozzina di ragazze, dall'interno della carrozza sbuca fuori un personaggio di circa sessant'anni, con immenso cilindro sulla testa e un soprabito lungo color verdone, abbottonato dalla gola all'ombelico.

Augusto Regola, ora impiegato regio, altre volte imperiale regio, da oltre venti anni, al tempo delle vacanze suol fare un giro nella Brianza col numeroso seguito di tutta la sua famiglia.

Questo giro, che ordinariamente si compie in meno d'una settimana, costa al signor Augusto Regola la somma prefissa di franchi venti, sebbene gli avvenga talvolta di esportare a Milano qualche residuo della somma, in grazia di avvenimenti impreveduti, ovvero di stratagemmi economici improvvisati e compiuti con rara abilità.

In tutti i paeselli della Brianza il signor Augusto Regola ha scoperto e coltivato degli amici e dei parenti, i quali gli servono di punto di appoggio nelle sue escursioni autunnali.

Ciascun amico, ciascun parente, ha obblighi speciali verso la famiglia Regola.

Questi deve fornir gratis l'alloggio — quest'altro deve imbandire ogni anno una refezione di salati e formaggi — ad un terzo è imposta una contribuzione di latte e di panetti gialli — tuttociò a beneplacito del signor Augusto e del suo terribile squadrone.

La famiglia Regola, in tali ricorrenze annue, somiglia ad un drappello di soldati, cui il generale abbia tolto il freno d'ogni disciplina.

La parola d'ordine è: divorate!

Inutile aggiungere che i figli del regio impiegato, interpretando quest'ordine nel senso più lato, divorano colle mascelle, e più ancora colle saccoccie, e perfino colle borse da viaggio.

Oltre ai parenti ed agli amici comuni a tutta la famiglia, ciascun figlio del signor Augusto ha in Brianza una balia od un baliotto da aggredire...

Nel saccheggiare la cascina ed il granaio di un baliotto, i Regola diventano feroci...

Quegli sciagurati ragazzi divorano ciò che veggono... Il loro appetito somiglia all'esplosione di un bisogno a lungo condensato, di una fame economizzata lentamente nei dodici mesi dell'anno, una fame che vuol disfogarsi in una settimana, colmare in un minuto il vacuo di eterni digiuni!

Il signor Augusto Regola attribuisce l'indomabile appetito dei suoi figliuoli all'influenza dell'aria campestre e delle insolite passeggiate...

Ma queste spiegazioni fisico-igieniche, che il regio impiegato ripete ogni anno ai suoi ospiti, non scemano in essi la meraviglia del fatto.

Il passaggio della famiglia Regola per molti pacifici abitatori della Brianza è considerato quale una calamità periodica. — I più l'attendono rassegnati — taluni, men generosi, o già troppo infastiditi dalle precedenti esperienze, si sottraggono al pericolo esigliandosi per breve tempo dalle proprie abitazioni...

Gli osti di Canonica, sebbene non facciano le più festose accoglienze al signor Regola, che ad ogni costo vuol chiamarsi loro cugino, non hanno mai negato di dare alloggio gratuitamente a lui ed alla sua numerosa famiglia. Quanto alla cena, da oltre venti anni, sembra tacitamente convenuto che il signor Regola debba pagarla, salvo il diritto ai ragazzi di andar in volta per l'osteria a spigolare su tutte le mense qualche frutto, ciambella, o crosta di formaggio, risparmiati dall'altrui appetito.

Il signor Augusto Regola è sceso dalla carrozza come uomo sicuro del fatto suo... Egli abbraccia l'ostessa, saluta con molto bel garbo i circostanti, sorride a tutti, esclamando a voce alta:

— Eccoci qui anche quest'anno, mia buona cugina... Noi siamo fedeli ed esatti... noi. L'anno scorso siamo arrivati il ventisette settembre alle ore cinque e quattordici minuti, più qualche secondo... Quest'anno abbiamo posticipato di venticinque ore circa... Il mio infallibile segna le otto e dodici minuti... Ho detto circa per la differenza dei secondi... Ebbene! abbiamo noi un paio di camere per questa notte?...

— Oh! vedremo di collocarla, signor commissario... Mi spiace che le camere dai letti doppii sieno già occupate... Non posso disporre per lei che di due gabinetti e due sofà...

— Due gabinetti sono anche di troppo per noi, mia ottima cugina. Uno pei maschi, l'altro per le femmine... La mia famiglia quest'anno si è diminuita... Ho perduto due figli, il Gaetanino e l'Albina..... Il primo è morto di una gastrica, l'altra di indigestione... Vediamo dunque quanti siamo... Uno.... due.... tre quattro..... cinque... Ma il conto è presto fatto... Dodici figli, io e mie moglie... somma totale: quattordici... Se siamo riusciti a collocarci tutti in quella vettura, troveremo il modo di accomodarci anche nei due sofà... Ebbene, figliuoli miei?.. siamo noi pronti?...

— Sì, papà!...

— Fianco destro! conversione a sinistra! entrate là dentro in compagnia della nostra buona cugina.... Io pago il vetturino, poi vengo a raggiungervi per ordinare la cena... Eh! la nostra brava cugina tiene sempre le casseruole ben fornite! Io sento già un odore di stufato, che risusciterebbe i morti!.... Da bravi, figliuoli!... Avanti... e con ordine.

La prole del signor Regola si precipita in massa nella cucina. I fanciulli si fermano dinanzi ad una tavola ove sta cenando un signore magro e brutto in compagnia d'un giovanetto più magro e più brutto di lui, ma vestito con somma eleganza.

Le due figlie più adulte del regio impiegato, quasi coetanee, l'una all'altra somigliantissime nelle fattezze del volto e nella struttura del corpo, perchè losche ambedue e rattratte in una spalla, coll'occhio destro cercano magnetizzare un signore che fuma presso il camino, col sinistro un cappone che fuma sul fornello.

Il signor Regola è riuscito a sbarazzarsi del vetturino, ma prima di metter piede nell'albergo, egli si consulta colla propria moglie sul genere della cena che quella sera vuol essere adottato.

Trattandosi di dover pagare, bisogna conciliare gli interessi dello stomaco cogli interessi della borsa — bisogna trovare un palliativo al tremendo appetito della vorace famiglia.

Dopo breve discussione, i due coniugi finiscono a mettersi d'accordo, decidendosi in favore del torbolino!

Fermi in questa risoluzione, essi entrano nella cucina, affrontando coraggiosamente i reclami dell'esercito affamato...

— Ebbene! dice il signor Regola all'ostessa — che c'è di buono in quelle casseruole? Abbiamo noi qualche cosa... qualche piatto casalingo... e sostanzioso...

— Abbiamo ciò ch'ella può desiderare, risponde l'ostessa — Vuole un buon pezzo di stufato... numero uno, prima cottura?

All'idea dello stufato tutti gli occhi della famiglia Regola, tutte le bocche si spalancano e si convergono nel volto di papà...

— Che ne dici, Teresa?... sentiamo il tue voto sullo stufato...

— Alla sera gli è un po' pesante tanto più che qui in campagna bisogna andar a letto di buon'ora....

— Ebbene! vediamo se vi è qualche cibo più leggiero.

— Avrei dei funghi cotti alla spazzacamina..... dice l'ostessa.

I fanciulli riaprono gli occhi e le bocche...

— Eh!... funghi... che ne dici, Teresa?... Eccellenti i funghi... alla spazzacamina! Peccato che due ore fa abbiamo mangiato del latte a Biassonno!

— Sicuramente! ripetè la moglie del regio impiegato — abbiamo bevuto del latte a Biassonno...

I figli del signor Regola cominciano ad impazientarsi... L'un d'essi ha la sfrontatezza di borbottare a voce abbastanza intelligibile: sono già sette ore che l'ho digerito io... il latte di Biassonno!... Oh! vedo... che si finirà coll'andare a letto senza cena!

L'ostessa, non meno impaziente, fa di mala voglia nuove proposte al signor Regola.

I pesci fritti vengono rifiutati in grazia delle scaglie.

Le uova perchè indigeste alla sera.

I formaggini di capra perchè troppo eccitanti.

L'insalata perchè troppo deprimente...

— Oh! mi viene un'idea! esclama il signor Regola battendosi la fronte, come uomo galvanizzato da subita ispirazione. — Una cena poetica! una cena di occasione!... Se bevessimo... del torbolino!... Del torbolino dolce! che ne dite, figliuoli?... Quattro fette di pane nel torbolino: non è questa la migliore delle cene?... Da bravi! attorno alla tavola!... sedete... La nostra brava cugina ci fornirà quattordici bicchieri puliti e due boccali.... no!.... basteranno sette bicchieri... Il torbolino riscalda.... Dunque sette bicchieri.... del più fino! due pagnotte di mistura!... Ed ecco improvvisata una cena di nuovo genere... una cena gustosa... nè troppo grave allo stomaco, nè troppo leggiera... Che ne dite, figliuoli?

I ragazzi minori di dodici anni gridano viva! battendo le palme. Non così i più adulti, nella cui immaginazione insiste l'idea dello stufato coi funghi e d'altri commestibili più sodi, del cui profumo è voluttuosamente impregnata l'atmosfera. Le due zitellone losche tengono continuamente gli occhi rivolti al cappone ed al signore che fuma.

Mentre le figlie dell'oste distendono le tovaglie e dispongono i bicchieri, madama Regola trae in disparte l'ostessa per chiederle informazioni sui vari personaggi che si trovano in cucina.

Madama Regola, come tutte le madri che hanno figliuole da maritare, in campagna come in città, va in cerca di un partito... Sotto la denominazione di partito, madama Regola intende tutti gli uomini più o meno giovani, più o meno civili, che avrebbero i requisiti necessari per sposare una delle sue ragazze.

— Chi è quel brutto signore... che siede là in fondo... in compagnia di quell'altro signorino ancora più brutto? chiede madama Regola all'ostessa.

— L'uno è il professore Adanulfo Schiena, un talentone che parla poco e in modo che nessuno lo capisce... L'altro è il contino Bisciolla, che quest'anno ha ottenuto il permesso di fare il suo primo viaggio di istruzione... e percorre la Brianza sotto la tutela del professore...

— Il contino è molto giovane, pensa madama Regola — non può avere più di dieciasette o dieciotto anni — sarebbe un partito da coltivarsi per la Geltrude o per la Tilde... Quanto al professore... se fosse celibe... si potrebbe combinare un affaretto colla Melpomene o coll'Agatina... Ma chi è quell'altro che sta ritto in piedi dinanzi al camino?...

— È un signore, di cui non conosciamo il nome, ma è certo un gran signore... Egli ha la passione della pesca; i nostri contadini lo chiamano il terrore del Lambro.

— Credete voi che egli sia ammogliato?

— Non ne so nulla! risponde l'ostessa, che avendo essa pure due figlie a maritare, ha fatto qualche calcolo sul signore dal pesce.

Ma la tavola è imbandita. — I bicchieri sono disposti in giro — il regio impiegato distribuisce solennemente le fette di pane...

Finalmente il torbolino comparisce sulla tavola fra le acclamazioni entusiastiche dei fanciulli...

— Adagio!... uno alla volta! grida il signor Augusto versando il liquore... Bevete con riguardo!... È un vino che dà alla testa!... A voi altri piccini basterà mezzo bicchiere!... Viva il torbolino!

— Viva il torbolino! strillano in coro i ragazzi.

In quel punto tre nuovi personaggi entrano nella cucina. L'un d'essi, sollevando con una mano un largo cappello alla calabrese, urla con una voce da stentore;

— Viva l'Italia! viva Garibaldi! viva la democrazia!...

— Viva l'Italia! viva Garibaldi! rispondono con un sol grido i commensali, ad eccezione del contino Bisciolla, che diviene rosso rosso, e interroga collo sguardo il professore...

Madama Regola e le sue ragazze divengono radianti... Tre giovani di condizione più o meno civile passeranno la notte nell'osteria... Tre giovani! probabilmente tre partiti! È la Provvidenza che li manda!

La padrona dell'albergo, sebbene abbia detto poco prima al signor Augusto di non aver altre camere libere, non trova difficoltà ad alloggiare i tre giovani, tanto più che l'un d'essi ha prevenuto molto favorevolmente l'albergatrice ordinando ad un tratto una pinta di vino.

— Se vogliono passare nella sala... dice l'oste ai nuovi arrivati.

— Nella sala!... noi nella sala!... esclama l'uno dei giovani... Ove trovare miglior sala di questa?... Siamo democratici noi!... Col popolo! col popolo! sempre col popolo!

A tale linguaggio chi non ravvisa Teobaldo Brentoni, il fanatico repubblicano, che abbiamo lasciato nel convoglio della ferrovia?...

A Monza egli s'è cambiato i pantaloni e il gilet... Col rinnovarsi della toelette, egli ha riacquistato il suo buon umore, il suo coraggio, il suo fuoco democratico... Ed ora egli è più che mai risoluto di continuare nella sua missione, a costo anche di incontrare il martirio.

I due giovani, che con lui sono entrati nell'osteria, appartengono alla classe di quegli ingenui, che quando escono da Milano, si credono padroni del mondo, e vanno attorno per le borgate e i villaggi di provincia spacciando frottole, o dandosi l'aria di gran signori e d'uomini d'importanza. Teobaldo Brentoni li ha trovati sul proprio cammino, e si è unito ad essi per convertirli alla fede repubblicana.

— Cittadino Quinetti! cittadino Zammarini! accomodatevi là su quella panca... Dice il Brentoni ai due giovani. Con permissione di questi altri cittadini... io passo dall'altra parte...

Ciò detto, il fiero democratico mette un piede sulla tavola ove cena il contino Bisciolla col suo professore, e d'un salto arditissimo va a sedere sull'altra panca.

Teobaldo Brentoni ha studiata la posizione. — Dal punto ov'egli si è messo può dominare la sala.

Avvezzo alla presidenza delle assemblee popolari, Teobaldo Brentoni vuol essere veduto, ascoltato, ammirato...

Più di trenta persone sono nella cucina, oltre i cani, i gatti ed i polli.

Che bel colpo per il presidente della Società della morte, — convertire in una sera al vangelo della democrazia più di trenta persone e una dozzina circa di quadrupedi!