III. Durante la cena.
L'invasione della famiglia Regola ha messo di cattivo umore il pedagogo Adanulfo Schiena e il pescatore dilettante, personaggi di indole oltremodo pacifica.
Il professore, che poco dianzi aveva dato saggio di inesauribile facondia spiegando al suo nobile allievo ed alla famiglia dell'oste l'etimologia di vari paesi della Brianza, stordito dalle grida dei fanciulli e più ancora dalla marziale disinvoltura di Teobaldo e de' suoi due colleghi, corruga la fronte, e brontolando sottovoce un distico greco, accenna al contino di sbrigarsi nella refezione, per ritirarsi il più presto possibile negli appartamenti superiori.
Mentre i figli del signor Augusto si contendono le ultime stille del torbolino rimasto nella bottiglia, Teobaldo onde predisporre i circostanti ad una allocuzione democratica, si alza impetuosamente, e levando il bicchiere ricolmo sul capo del contino Bisciolla, propone un brindisi all'unità d'Italia!
— Viva l'Italia! rispondono in coro gli astanti.
— Viva Vittorio Emanuele, il re galantuomo! soggiunge l'impiegato regio levandosi il cappello.
— Viva l'eroe di Varese, di S. Fermo, di Marsala, di Palermo, l'invitto generale Garibaldi! prosegue Teobaldo con maggiore vivacità!
— Viva Garibaldi!
— Papà! papà! non ho più vino per fare il brindisi, grida un fanciullo di circa dieci anni, stendendo il bicchiere al signor Regola, che questa volta non ha risposto al viva di Teobaldo.
— Vieni qui, bel fanciullo; il vino te lo darò io, dice Teobaldo. — Chi non beve alla salute di Garibaldi non può essere buon italiano.
— Se il papà mi permette...
— Poichè il signore è tanto buono da... E trattandosi anche di onorare un illustre personaggio, che ha fatto adesione al nostro re amatissimo, io non ho difficoltà per questa volta...
— Viva Garibaldi! grida il fanciullo dopo aver vuotato un bicchiere di vino eccellente...
E tosto le guancie del fanciullo si fanno di porpora, e gli occhi vibrano lampi di luce.
— Resta ancora un brindisi a farsi, mio bel figliuolo, riprende Teobaldo... Non bisogna dimenticare nessuno degli uomini insigni, che cooperarono alla redenzione dell'Italia... Sarebbe ingratitudine, sarebbe viltà!... Pur troppo vi hanno taluni, che disconoscono i servigi resi alla patria da quell'indomabile cospiratore, che parlò quando tutti tacevano, che gettò un guanto di sfida a tutti i tiranni di Europa, che creò colla potenza della sua parola tanti eroi e tanti martiri... Sai tu, figliuolo mio, di chi intendo parlare?...
Il fanciullo fissa in volto a Teobaldo due occhi stralunati... Egli vorrebbe indovinare il pensiero del suo interlocutore, onde procacciarsi la di lui benevolenza e ottenere qualche ghiotto boccone, in ricambio della sua perspicacia...
Dopo breve silenzio, il fanciullo batte le palme, monta sovra una sedia, e attirando l'attenzione dell'adunanza, strilla a tutta voce: Oh! lo so ben io... Ora mi rammento...
— Qua il bicchiere, figliuolo mio! e beviamo un altro sorsetto alla salute del grande uomo. Dunque... viva chi?
— Viva Gyulai! grida il figlio del signor Regola alzando il bicchiere.
Questo brindisi inaspettato eccita un mormorio di riprovazione in tutti i circostanti. Teobaldo lascia cadere il bicchiere sul piatto del conte Bisciolla, e la moglie del regio impiegato levasi furiosa dal proprio scanno, dirigendosi alla volta del fanciullo:
— Sei tu già ubbriaco? gli grida — e ti pare che queste sieno cose da dirsi nemmeno per burla?... Gridare: viva Gyulai!... Ma come mai ha potuto venirgli in mente!... Giù da quella sedia, briccone! a letto, a letto subito!... S'è mai dato uno scandalo di tal genere?...
Il fanciullo, confuso e pieno di vergogna, rimane immobile in sulla seggiola — la riprovazione dei circostanti, le invettive della madre, gli sguardi minacciosi delle sorelle, lo commovono siffattamente, ch'egli prorompe in lacrime dirotte, e coprendosi gli occhi, esclama con voce mezzo dolente, e mezzo stizzosa:
— Che volete che mi sappia io?... Due anni fa il papà mi insegnava a dire: viva Gyulai!... Ed anche la mamma... e quanti venivano in casa nostra dicevano tutti che Gyulai era un grand'uomo... che bisognava onorarlo...
— Zitto là, impertinente! grida la signora Regola, pigliando il figliuolo per un braccio e tirandolo dalla seggiola, mentre tutta la sala si leva di nuovo a rumore.
Ma questa volta non è più un mormorio di sorpresa e di indignazione — sono parole di scherno, e risa, e motteggi, che vanno a ferire il cuore del signor Augusto Regola e di tutta la sua rispettabile famiglia.
Teobaldo Brentoni stende la mano al fanciullo lacrimoso, e, offrendogli quattro marroni, gli susurra all'orecchio alcune parole.
Il fanciullo terge le lagrime, e dopo avere ingozzati i marroni, sale di nuovo sulla seggiola come un oratore sicuro del fatto suo, che ha trovato un argomento per riabilitarsi nell'opinione del pubblico.
— Mio bel giovanetto, grida Teobaldo levandosi in piedi; le parole che ti sono sfuggite dal labbro sono il frutto della corruzione e della servilità, che uomini traviati e prostituiti allo straniero hanno seminato nel tuo animo innocente. Ma tu appartieni alla nuova generazione, alle nuove idee; tu sei in tempo a rigenerarti nel battesimo delle dottrine liberali. Su dunque gentil giovanetto! Le tue labbra sieno le prime a proferire stassera il nome di colui, che i più sembrano avere dimenticato, e a cui l'Italia va debitrice delle franchigie ottenute. Viva dunque?... Viva chi?...
— Viva Giuseppe Mazzini! esclama il fanciullo con tutta la sua voce.
— Viva Giuseppe Mazzini! rispondono il Quinetti, lo Zammarini ed altri pochi.
Augusto Regola, che poco dianzi non avea trovato parole per riprendere il figlio dell'imprudenza commessa, al nome di Giuseppe Mazzini balza in piedi... si percuote la fronte, si tura colle mani gli orecchi... muove alcuni passi verso il fanciullo, poi vacilla, e cade, gridando con voce convulsa:
— A letto! a letto subito!... Mettetemi a letto... quel figliuolo! Cospettone!... La repubblica! Anche questa mi toccava udire! Oh, ma, signori miei... io non c'entro per nulla in questa faccenda! In casa mia... vi giuro... che mai... da nessuno fu proferito un tal nome!...
E la voce del regio impiegato muore strozzata da un impeto di terrore e di sdegno, che nessuno degli astanti avrebbero preveduto.
Oh! gli impiegati!... — Amico lettore: permetti ch'io sospenda il mio racconto, per invitarti a versare una lagrima sugli impiegati in genere, e sul signor Augusto Regola in ispecie!
Piangi! oh piangi, amico lettore, sugli impiegati prolifici! Quando tu avrai un impiego governativo, e per giunta una dozzina di figliuoli, griderai anche tu come il signor Augusto Regola: viva chi paga!
Teobaldo Brentoni dinanzi al vecchio illividito dallo spavento, ha perduto il coraggio delle proteste. Il fanciullo ha subito la sua condanna... Augusto Regola è fuggito dalla cucina traendo seco metà della famiglia...
Il regio impiegato non comparirà più mai in un luogo dove fu pronunziato il nome di Giuseppe Mazzini.
La partenza del signor Augusto Regola e della sua prole mascolina ha prodotto qualche sensazione nella adunanza. Il professore Adanulfo Schiena si fa recare il conto, e già muove per ritirarsi in compagnia del suo nobile allievo, quando il Brentoni volgendosi al contino Bisciolla, che fino a quel punto era rimasto silenzioso cogli occhi bassi: — Che ne dite, cittadino, di questa scena? gli chiede. — Sareste anche voi per avventura impiegato regio? Io non v'udii rispondere all'ultimo nostro brindisi in onore del nostro grande agitatore dell'Italia, dell'apostolo dell'Idea!...
Il contino diventa rosso come bragia, e interroga cogli occhi il professore perchè gli suggerisca una risposta...
Il pedagogo si inchina gravemente — rialza gli occhiali sulla fronte — e risponde col naso:
— Perdoni la signoria vostra, ma tanto io che il mio nobile allievo, signor Conte Bisciolla, eravamo preoccupati da una discussione sulla etimologia della parola Lambro, che io farei derivare dal latino Lambere, come Seregno da Serenum....
— Come Albiate da Album, prosegue il contino sul tono d'un fanciullo che reciti la lezione. — Come Besana da Bacinum, Sovigo da Subjectum, Desio da Decius proconsole romano mandato da Tiberio a incivilire la Brianza...
Il professore e l'allievo, ricambiandosi un'occhiata di reciproca ammirazione, uscirono dalla sala.
— Oh! vedete di che vanno ad occuparsi quest'imbecilli! sclama il Brentoni seguendo collo sguardo i due che se ne vanno... Ecco di qual modo si pensa a fare l'Italia da questi birboni di moderati... E lei?... che ne dice di que' gaglioffi?... Non starebbero bene appiccati ad un lampione come due contrappesi?...
Il nuovo interpellato è il signor Mollasca, il dilettante di pescagione, che sta fumando presso il caminetto...
— Se non erro... il signore mi ha rivolta la parola...
— Ho chiesto il suo parere intorno a quegli animali malvacei... che grazie a Dio si sono allontanati...
— Io non ho prestato attenzione a quanto è accaduto... Mentre que' signori parlavano, io consultava l'oste per sapere se nelle roggie del terzo mulino sulla strada di Albiate si peschino ancora delle anguille e delle trote!...
— Oh! benedetti! benedetti voi, colle vostre etimologie e le vostre anguille! E dire che abbiamo i Tedeschi a Verona! i Francesi a Roma! gli Spagnuoli a Napoli! e i moderati a Torino... Sì! i moderati, più fatali all'Italia che non i Tedeschi, gli Spagnuoli e i Francesi!...
Il dilettante di pesca durante le invettive del fiero demagogo piglia un candeliere, fa un inchino alle donne, ed esce per andarsi a coricare.
— Oh! sta bene che se ne vadano costoro!... Vera peste della società! Obbrobrio della patria!... A voi! a voi, italiche fanciulle! a voi figliuole predilette della creazione! a voi cherubini della terra!... Scuotete voi questa razza codarda! Parlo a voi, creature fantastiche e belle, che avete il fascino nello sguardo, e nella mano una potenza vivificante!
Le figlie del regio impiegato allungano il collo... la signora Regola sorride al fanatico oratore, ed approva col moto della testa.
— Egli vi ha chiamate cherubini! avete sentito?... dice la madre alle figliuole... Ha detto che avete il fascino nello sguardo... Posso ingannarmi, ma qui si combina un matrimonio.
La più anziana e la più losca delle ragazze, supponendo che il giovine abbia indirizzato a lei questa ultima frase, gli rimanda un sospiro di ricambio.
— Ohi sì... io so bene ciò che voi desiderate... o creature fantastiche, prosegue il Brentoni sempre più animandosi. — La società infino ad ora vi ha tenute schiave, avvilite, conculcate... La religione vi ha incatenate buono o malgrado ad un solo individuo, che divenne il vostro tiranno... Le sante e pure aspirazioni delle anime ardenti furono soffocate, annientate da quell'incubo fatale che si chiama il matrimonio! — Ebbene! noi le distruggeremo queste leggi abborrite! Voi sarete libere! emancipate.... Non più la prostituzione delle nozze! Non più la servitù del matrimonio! Abbasso il matrimonio! Non è forse questo, o fanciulle, il grido dell'anima vostra contristata.... Voi tacete?.... Voi comprimete i singulti? Voi dissimulate i vostri più ardenti affetti dinanzi ad una società codarda, pronta sempre a condannarvi!...
Madama Regola è visibilmente sconcertata da sì inattese conclusioni. A un tratto ella balza in piedi, e con un gesto da Lucrezia romana: figliuole, dice, è ora d'andarcene a letto!... Questo signore ha certe idee...
— Peccato! mormora la Geltrude... Un bel giovinotto!...
— Voi partite, signorine belle? chiede il Brentoni, vedendo che il suo discorso ha prodotto un effetto contrario alle sue speranze. — Vi ho forse offeso con qualche parola?... Vi spiacerebbero forse le mie teorie?
— Poichè volete saperlo, dice madama Regola... io credo che queste mie figliuole, in fatto di matrimonio, abbiano delle idee affatto diverse da quelle che voi avete espresse...
— Possibile! esclama il Brentoni con quella ingenua sorpresa, che è propria di tutti gli esaltati, quando il caso li richiami sul terreno della realtà... Possibile che queste signorine... non dividano con me l'orrore di questa schiavitù legalizzata... che si chiama il matrimonio?
— Pur troppo... non possiamo dividerla!
E tutte le ragazze se ne andarono come uno stormo di oche, modulando in diversi toni: pur troppo!
La cucina era quasi deserta... Lo Zammarini e il Quinetti, che dapprima parean prendere il più vivo interesse alla animata eloquenza di Teobaldo, s'erano addormentati ai lati dell'apostolo. L'albergatore e l'ostessa coi loro sbadigli accennavano il desiderio di ritirarsi.
— No! io non dormirò in questo albergo! disse il Brentoni! C'è troppa malva! Non vorrei che le esalazioni mi avvelenassero... Ehi di là! c'è qualche buon figlio del popolo che voglia rendermi il servigio di accompagnarmi a Ponte d'Albiate?
Un contadino, che in tutta la serata era rimasto silenzioso in un angolo della cucina, facendosi innanzi al Brentoni, e levandosi il cappello: signore, gli disse: s'ella non sdegna la compiacenza d'un povero contadino, ma onesto... e italiano di cuore... io la condurrò a Ponte d'Albiate.... come ella desidera!... Viva l'Italia! Viva Garibaldi!...
— Ecco un uomo che mi va a genio! sclama il Brentoni. — Fratello!... trinchiamo insieme un bicchiere! Si paghi il conto... e si parta!
— Amen! risponde il contadino portando la mano al cappello come un vecchio militare.
Il Brentoni saldò il conto senza far repliche. — Il contadino si prese sotto braccio la borsa del forastiero; e tutti e due uscirono fuori in sulla piazza.
— Oh, vedi che bella notte stellata!... Che azzurro sereno!... E dire che sotto questa vôlta sì pura, sotto questo padiglione gemmato, nascono e crescono tanti cretini, tanti animali da capestro!... Oh! ma io non posso... non debbo maledire all'Italia.... E non è forse questa la terra di Dante, di Machiavelli e di Galileo?...
— Signor no! rispose il contadino, che a bocca aperta avea ascoltate le inspirate parole del fiero patriota. — Signor no! Queste terre... sono in parte del conte Taverna, in parte del signor Tinelli...
— Al diavolo i cretini! grida il Brentoni, strappando la borsa dalle mani del contadino. Lasciami andare... che troverò da me solo la via! Possibile che in questi paesi non incontri un essere che mi comprenda!