IX. DI NUOVO DEL BENE, DELLA FELICITÀ E DEL SAPERE
Dopo aver riguardato il lato logico della dottrina di Socrate, ed aver mostrato come egli procedesse alla rettificazione formale dei concetti etici, per costituirli in una indipendenza assoluta dalle anormali fluttuazioni del vedere comune e raccogliere il significato nella trasparenza di una nozione riflessa, dobbiamo ora toccare un altro punto non ancora trattato. Tutta questa disamina ci fa essere ancora incerti sul valore positivo dei concetti fondamentali dell'etica socratica, e ci fa sentire il bisogno di domandare quale fosse il preciso significato di certi termini concreti, che quella ricerca considerava come punti fermi d'ogni umana attività. E, in fatti, se noi vogliamo sapere cosa sia il bene nel suo valore positivo, e quale il contenuto dell'εὐδαιμονία, non basterà dire, che quello sia il risultato dell'abito virtuoso, e che questa dipenda dal cosciente esercizio delle naturali attitudini, nell'intento di conseguire la propria sodisfazione in una determinata sfera della vita, queste determinazioni importano nè più nè meno che una semplice tautologia. Lo stesso concetto del sapere non vale a chiarire per niente i concetti, che vorremmo veder determinati; perchè abbiamo già mostrato, che la sua natura dipende nel Socratismo dal fine pratico della ricerca, e non può quindi col suo proprio contenuto chiarire la sfera del concetto del bene, perchè l'adegua perfettamente, I tre termini adunque, che così spesso abbiamo adoperati in questa esposizione, il bene, l'εὐδαιμονία ed il sapere, devono essere meglio chiariti, perchè valgono di finale dilucidazione al nostro lavoro.