OSSERVAZIONI
1) Limitazione del sapere umano
Molti espositori della dottrina di Socrate non hanno sufficientemente intesa l'importanza di quella opinione riferita da Platone, e indirettamente confermata da Senofonte[89], la quale concerne la limitazione del sapere umano, e la sua assoluta inferiorità al sapere divino. Anzi, si è giunti fino a negare, che questo principio sia stato pronunziato con seria convinzione; ed alcuni hanno voluto spiegarlo con certe ragioni di convenienza, le quali, se pure riuscissero a chiarire qualche cosa, non si sa quanto lascerebbero di genuino nella dottrina socratica.
Quel principio invece, non solo è schiettamente pensato, ma sta tanto in cima di tutta la filosofia socratica, che per sè solo basta a caratterizzarla. Il sapere socratico è essenzialmente identico al fare; e questo convincimento non è il risultato di una equazione, stabilita per via di una serie di deduzioni più o meno fondate sopra un'anticipata conoscenza logica e psicologica, ma è qualcosa d'immediato nella coscienza di Socrate, il quale era arrivato all'esigenza del sapere, spinto appunto dal bisogno di rendersi evidente e certo il giudizio morale. L'esigenza etica ed il bisogno religioso, combinandosi insieme e coadiuvandosi vicendevolmente, lo menarono a riconoscere la limitazione del sapere umano, perchè il sapere del quale egli avea notizia era quello appunto che determina a fare; e, nello stesso tempo, gli fecero ammettere la superiorità del sapere divino, come quello che era impulso ad una più larga sfera di azioni, e ad una produzione più ampia e più perfetta. Non può negarsi, che tutti questi concetti sono espressi da Senofonte con tale una semplicità, e diremmo quasi infantile ingenuità, da non potere per sè soli formare una teologia razionale, sicchè rimangono inferiori di gran lunga, non solo alla teologia cristiana, ma benanche a quella di Platone e degli Stoici; ma questa stessa forma immediata e semplice e una pruova ancora più convincente della loro autenticità. E, misurando alla stregua della coltura greca d'allora il principio socratico della superiorità dell'intelligenza divina su l'umana, si scorge bene, che esso segna un gran progresso nella storia della religione e della filosofia; ed a persuadersene basterà confrontarlo col concetto affatto meccanico dell'intelligenza presso Anassagora[90].
2) Socrate e i Sofisti
Abbiamo già visto, che ammettendo in Socrate il principio del sapere, come concepito in abstracto e nella sua generalità, non potrebbe più spiegarsi perchè mai avess'egli dovuto limitarsi all'etica, e rigettare come empia ed infruttuosa la ricerca naturale. Ma il concetto, che s'era formato della limitazione del sapere umano, vale anche ad intendere, sotto che riguardo egli differisse dai Sofisti essenzialmente, e pei motivi e pel fine della sua attività scientifica; per tacere ora di altri punti più determinati, che toccheremo in séguito.
La coscienza sofistica esprimeva l'incontro di due tendenze, che aveano seguito lungamente il proprio cammino, ciascuna per sè stessa, senza incontrarsi e combinarsi nei medesimi individui. Le ricerche su la natura e l'origine del mondo naturale aveano condotto ad una serie d'ipotesi, e queste a porre certi principî, come fondamento e spiegazione del cosmo: e la successione non interrotta dei tentativi avea quasi esaurita ogni possibilità di nuovi principî. Tutta quella tradizione era al tempo di Pericle, e poco appresso, rappresentata da vari seguaci delle diverse scuole, che tentavano di trovare un'ultima soluzione nella conciliazione di vari principî fin allora tenuti per repugnanti tra loro. Sotto questo riguardo i Sofisti, sebbene nessuno di essi fosse stato capace di elevarsi ad una concezione organica dell'universo, rappresentavano ancora la filosofia naturale, perchè giovandosi tutti di questa o quella supposizione filosofica, la metteano a profitto come generale elemento di coltura. L'altra tendenza poi, che era in essi pia efficace, era quella che risultava dalla dissoluzione dell'antica morale tradizionale, e che cercava una espressione adequata dei nuovi bisogni nella ricerca individuale, poggiata sul criterio della convinzione personale. L'incontro di queste due tendenze non è stato qualcosa di arbitrario e di elettivo nella posizione dei Sofisti; e su ciascuno di essi un motivo diverso ha potuto esercitare maggiormente la sua influenza, mentre gli effetti che produssero furono quasi identici. E questa sola circostanza può spiegare, come quegli uomini di tempra affatto diversa, di tendenze divergenti e qualche volta opposte, essendo nati nei punti più diversi nel mondo greco, e trovandosi solo accidentalmente qualche volta insieme, sapessero esercitare una svariata e grande influenza come esortatori dei principi e consiglieri delle radunanze popolari; e, senza un proposito prestabilito e senza unità di dottrina, potessero concorrere tutti a produrre le medesime conseguenze; ed in nome d'un sapere universale e con certe massime riformatrici fossero stati capaci di gettare sfiducia ed irrequietezza negli animi, e di eccitare il gusto per tante svariate discipline. Il nome comune di Sofisti che fu loro dato, e che dapprima non importava una nota di riprovazione, è un indizio sicuro dell'effetto che erano in grado di produrre. Il loro significato nella storia generale della coltura greca è di gran lunga superiore al loro valore filosofico; e appunto perchè non furono dei filosofi, nello stretto senso della parola, divennero istrumenti di propaganda scientifica e creatori di molte discipline positive. Le ricerche grammaticali e retoriche furono da essi intraprese nel fine pratico del corretto parlare e della persuasione oratoria; e le loro indagini influirono in gran parte a fare avvertire le condizioni formali del ragionamento e favorirono la formazione della logica. La loro attività pratica, e gl'interessi politici che ne regolavano la condotta, li determinarono a ricercare la natura delle relazioni etiche ed il valore delle virtù nella famiglia e nello stato.
L'esame delle dottrine sofistiche non ha che fare col nostro argomento; tanto più, che, se volessimo toccarlo solo di passaggio, tutto l'andamento del nostro lavoro dovrebb'essere cangiato. Qui vogliamo solo notare, che Socrate per molti riguardi può dirsi si aggirasse nel medesimo orizzonte dei Sofisti; tanto che all'occhio volgare egli apparve tutt'uno con quelli. Questa identità consiste principalmente nell'interesse pratico, che era impulso alle indagini scientifiche dell'uno e degli altri, e che aveali egualmente condotti alla ricerca ed alla determinazione dei concetti etici. Sotto un risguardo più generale, Socrate ed i Sofisti coincidevano nell'interesse comune di una consapevole maniera di ragionare. Ma tutta questa apparente identità sparisce, quando si prendono ad esaminare i motivi della ricerca socratica, che risultavano appunto da un bisogno affatto etico e religioso; e poi si confrontano con la posizione del tutto arbitraria dei Sofisti, che, usando l'arte della parola come mezzo estrinseco di persuasione ed accettando in gran parte come legittima la morale ordinaria del popolo, non si elevarono mai ad una perfetta e schietta intelligenza della natura umana. Ma la differenza e la opposizione apparisce maggiormente in quel principio di Socrate, che poc'anzi abbiamo esaminato. Socrate, con l'ammettere la limitazione del sapere umano, non pronunziava solo una massima di morale rassegnazione, o di religiosa riverenza verso la divinità, ma esprimeva eziandio con maggiore evidenza il bisogno di un criterio di assoluta certezza. Il sapere diveniva così non solo formalmente certo, ma intrinsecamente predeterminato ad uno scopo, nel quale dovea attuare, e necessariamente esaurire, la propria attività e potenza. E sebbene sembri, che la relazione, che Socrate stabiliva fra il sapere umano ed il sapere divino, importi una degradazione del primo, e che da essa possa desumersi la relatività e la contingenza della scienza umana; pure, se si guarda più addentro, si vede, che la superiorità di Socrate su i Sofisti consiste appunto nella chiara coscienza che egli s'ebbe della intrinseca misura del sapere, e del modo come essa era predeterminata da tutto l'ordine della natura. Il sapere umano da un canto, ed il divino dall'altro, appariscono come due sfere affatto diverse; ma, in fondo, come la loro differenza non consiste nella diversa natura dei soggetti intelligenti, ma sì bene nel grado di attività e nella diversa sfera d'azione, così s'intende perchè Socrate sia stato non solo capace di dare un largo impulso alle ricerche logiche ed etiche, ma eziandio alla metafisica.
Tutti ora ammettono la differenza fra Socrate e i Sofisti; ma la più parte dei critici nell'assegnarla s'è principalmente fermata alla differenza dei risultati dottrinali, guardandola sotto l'aspetto della certezza logica. Noi veramente non sappiamo intendere, come Socrate avrebbe potuto sfuggire l'eristica e l'antilogistica dei Sofisti, e sentire vivamente il bisogno di un sapere normale ed obbiettivo, se prima le esigenze religiose della sua coscienza non lo avessero disposto ad ammettere nell'intelligenza, come principio dell'universo, una misura assoluta ed intrinseca della intelligenza umana, come relativa e predeterminata all'attuazione del fine individuale e sociale del benessere. E, come non può ritenersi, che Socrate adoperasse nella critica dei Sofisti un istrumento di cui non avea notizia, intendiamo dire la logica come scienza formalmente costituita; ed essendo del rimanente innegabile, che dall'attività filosofica di Socrate procedette la critica della Sofistica, che occupa tanta parte del dialogo platonico; per non cadere nell'inconveniente, o d'identificare Socrate con Platone, o di riavvicinare talmente Socrate ai Sofisti, da farli coincidere assolutamente nell'esigenza affatto formale della ricerca senza termine obbiettivo, bisogna ammettere che Socrate fosse premunito contro le divagazioni di una ricerca arbitraria, mercè una chiara ed evidente convinzione intorno al valore etico dell'uomo e della divinità. E questa posizione è quella appunto che apparisce chiara in Senofonte; sebbene i Memorabili, per la loro natura affatto apologetica, e per la poca intenzione filosofica dell'autore, non facciano sempre rilevare l'antitesi tra il principio socratico e la coscienza sofistica.
E qui cade in acconcio di osservare, che il concetto, che noi ci siamo formati del valore filosofico di Socrate è indirettamente confermato dalla grande varietà dei risultati scientifici delle varie scuole, fondate dai suoi seguaci; perchè, sebbene un insegnamento affatto orale, e quasi occasionale, qual era quello di Socrate, dovesse di necessità lasciare un largo campo all'influenza della persona, e limitare quella precisa ed esatta trasmissione della dottrina, che può emergere solo dalla comunicazione scritta, pure la natura stessa delle convinzioni del maestro avea dovuto lasciare nell'animo degli ammiratori e seguaci tracce tanto diverse, per quanto era varia in essi la capacità, o di fermarsi alla riverenza per la persona, o di valutare la importanza delle convinzioni etiche, o di sapersi avvantaggiare della tendenza logica per costituire la scienza.
3) Pretesa soggettività del principio socratico
Alcuni hanno considerato Socrate come quello che per la prima volta ha determinato il principio della soggettività; perchè egli, si dice, riducendo tutto il sapere al valore logico della definizione, e valendosi per determinar questa dell'esperienza interna del soggetto, ossia dell'induzione, ha riconosciuto nell'esame della conoscenza il principio d'ogni sapere concreto, ed affermato, che il pensiero umano nelle sue normali condizioni è la misura di tutte le cose[91]. Questa soggettività socratica è stata celebrata con una certa pompa di espressioni, che aggiunge niente, se non toglie molto, alla semplicità e spontaneità del filosofo ateniese[92].
Altri poi, insistendo sul termine reale della ricerca socratica, e partendo dalla supposizione, che la costanza, con la quale Socrate prese a determinare i criterî della certezza, non potea essere scompagnata dalla convinzione, che quella fosse la via per intendere e comprendere la realtà delle cose, hanno affermato che la sua filosofia fosse affatto oggettiva[93].
Questo contrasto di opinioni ha ora perduto ogni importanza, e nessuna crederà più, che con termini d'un valore tanto generico, e di un significato, che varia troppo spesso secondo le opinioni di coloro che li adoperano, possa esprimersi completamente una caratteristica storica[94]. Quello che importa è di sapere, fino a che punto Socrate abbia avuto coscienza del suo principio ricercativo, e in che rapporto stesse questa sua consapevolezza con la natura dei problemi ch'egli s'era proposti; e noi abbiamo su questo argomento già discorso a lungo, e tanto da escludere indirettamente l'opinione di coloro, che fanno di Socrate il creatore del principio della soggettività. Aggiungiamo ora alcune osservazioni.
Socrate non differisce dagli altri filosofi che lo precedettero solamente per l'oggetto della ricerca, ma eziandio e principalmente per la maniera seguita nel ricercare, e per lo scopo della ricerca. I motivi individuali prevalsero in lui siffattamente, o la tendenza arbitraria ch'era invalsa in quell'epoca, di subordinare tutto al, criterio personale, lo preoccupò tanto, ch'egli fu al tempo stesso rappresentante di un nuovo principio, ed iniziatore di una reazione assoluta contro le opinioni relative e soggettive dei Sofisti. Ma il principio del sapere non può dirsi gli fosse presente alla coscienza, in un valore incondizionato, e nella sua assoluta indifferenza rispetto al contenuto ed al fine dell'attività umana. In conseguenza può dirsi, che Socrate abbia influito ad approfondire la natura del soggetto[95], ed a preparare tutta la filosofia idealistica che venne dappoi; ma questo non importa che il suo principio fosse quello della soggettività. Anzi, non è inopportuno ricordare, che in tutta la filosofia antica il progresso che ci è, dalle rudimentali spiegazioni del mondo fisico fino all'idea platonica ed all'entelechia aristotelica, concerne sempre lo studio, l'analisi, e la deduzione della realtà, qual'essa è stata percepita ed appresa dal soggetto, senza che il filosofo si elevi a contrapporre il soggetto preso per sè stesso all'oggetto in quanto estrinseco; perchè la stessa scepsi filosofica intende la contradizione solo come uno stato erroneo della rappresentazione, non mai come fondata in una reale ed essenziale opposizione di soggetto ed oggetto. La scepsi socratica, che in séguito esporremo, non ha niente a fare con la generale quistione su la conoscibilità delle cose; e rimane sempre predeterminata dal fine pratico, che ha il suo fondamento nella relazione dell'uomo con la divinità.
Che se per questa ragione vuol dirsi che la filosofia di Socrate è oggettiva, una simile opinione ci par giusta solo fino al punto, che non si attribuisca a lui più consapevolezza di quella che s'avea; ed a condizione si ammetta, che tutta la filosofia greca è oggettiva: perchè non è che una successiva e lenta esplicazione della ricerca, sul dato della tradizione e su l'immagine concreta del mondo, che non supponeva un ideale metafisico-religioso, come quello che il cristianesimo ha lasciato in eredità alla filosofia moderna, con tutta la evidenza di una profonda opposizione fra Dio e mondo, spirito e natura.
4) Preteso misticismo di Socrate
La fisonomia della ricerca socratica è tanto originale, ed esprime così al vivo la spontaneità e le personali esigenze di colui che ricercava, che a molti è sembrato naturale di scorgere in Socrate una certa natura di spirito mistico e profetico, che non consente venga egli considerato come uomo d'ingegno e di tendenze speculative. L'immediatezza mistica e religiosa, che non va ristretta nei limiti della schietta filosofia, si sarebbe appalesata in lui come in un apostolo ed in un profeta; sicchè molte delle sue massime, più che il risultato di un'attività scientifica, sarebbero l'espressione di uno spirito affatto religioso, e dotato del misterioso dono dell'ispirazione. Questa opinione[96], che non ha certo la sua conferma nelle testimonianze autentiche, per quanto possa apparire, e sia invero, strana e paradossale, ha un certo fondamento nella difficoltà che si prova a concepire ed intendere tutto quello che c'è di nuovo nella coscienza filosofica di Socrate, se si prende solo a considerare la semplice tradizione teoretica, e si prescinde dalle speciali condizioni della sua persona e della sua coscienza religiosa. E, da un'altra parte, la poca o niuna conoscenza dello sviluppo della coscienza religiosa dei Greci può indurre in molti la falsa opinione, che tutto quello che contradice al grossolano concetto della mitologia sia qualcosa di straordinario, mentre invece non è che una delle fasi del normale sviluppo della coscienza ellenica.
I tratti storici, che possono desumersi da Senofonte e Platone, valgono tanto ad intendere il sano sentimento religioso di Socrate, il quale non ha niente di non ellenico, che non c'è punto bisogno di supplire con avventate congetture un elemento, del quale la storia ci fornisce con tanta evidenza, e di svisare Socrate, ch'era Greco anzi Ateniese, per farne qualcosa di simile ai profeti dell'Antico Testamento, o ai mistici cristiani.