OSSERVAZIONI

Questa nostra esposizione del metodo socratico è attinta genuinamente dallo schema generico del dialogo senofonteo e platonico; ed è stata ravvivata da una indagine genetica su i motivi dell'aporia e dell'interrogazione sospensiva, Senofonte e Platone hanno per noi lo stesso valore, quando si tratta di assegnare il carattere formale solamente, e non le conclusioni positive del dialogo socratico[113]; perchè solo nella diversità di queste è riposta la novità del platonismo, che cercava ricavare dall'induzione l'assolutezza ed il carattere incondizionale delle idee. Ed abbiamo così evitata la posizione erronea di coloro che, prendendo le mosse dal concetto astratto del metodo, hanno poi cercato di applicarlo alla investigazione del dialogo socratico. Cercheremo ora di completare con alcune osservazioni quella immagine complessiva, che abbiamo delineata.

1) Imprecisione formale del metodo socratico

Nello svolgimento dialogico, che abbiamo esposto, non può sconoscersi la costanza di un formalismo, che si ripete in condizioni fisse ed impreteribili. Quello che noi abbiamo espresso in uno schema generico è stato desunto e raccolto da una molteplicità di casi speciali, che se non tutti rivelano una formale compitezza, pure, nell'insieme, s'integrano in una immagine complessiva. La ripetizione dei medesimi motivi e la incertezza dei criterî nei giudizi morali producevano sempre la medesima esigenza di una verificazione coscienziosa del contenuto normale dei concetti. Ora può domandarsi fino a che punto Socrate avesse acquistata l'astratta consapevolezza delle condizioni costanti della ricerca, o a dirla più esplicitamente: sapea egli di seguire un processo teoretico ed universale, e ne avea nell'animo uno schema generale? Su questa quistione non possiamo più stare a sentire con pari credenza Platone e Senofonte, perchè il primo avea già raggiunto una più perfetta notizia del problema logico, e s'era formato un concetto astratto del sapere, che il secondo è molto lontano dal volere attribuire al comune maestro. Nè può dirsi che Senofonte non avesse avuto sufficiente coltura filosofica, per intendere ed approfondire i pronunziati di Socrate[114]; perchè in questo caso, non solo bisognerebbe rigettarne assolutamente la testimonianza, ma rinunziare per sempre a qualunque indagine su i limiti che corrono tra la filosofia socratica e la platonica.

E pure, senza insistere di soverchio su la incapacità filosofica di Senofonte, la sua testimonianza a noi pare sufficiente per determinare negativamente il grado di consapevolezza logica che Socrate avea raggiunto; il quale consistea nella normale, ma sempre pratica convinzione, che solo colui che possiede la notizia esatta delle generali condizioni di una pratica attività potesse convenientemente e saggiamente condursi nell'esercizio delle proprie funzioni[115]. Questa logica consapevolezza è ancora tutt'una cosa con la pratica esigenza del retto operare; ed il filosofo, che avea abbandonata ogni indagine su gli oggetti che non concernono immediatamente il benessere umano, per la stessa posizione che s'era fatta, non potea astrarre il concetto del sapere dalla concretezza del saputo.

In conseguenza di ciò, tutte le differenze, che la speculazione posteriore ha scorte nel processo dimostrativo, appariscono nella persona di Socrate come governate ancora da una psicologica motivazione; e si sviluppano nella pienezza della loro formale natura solo nel caso concreto del dialogo speciale. E a questa determinazione, come già altri ha notato[116], non fa eccezione quello che Senofonte riferisce: aver Socrate tenuta per norma sicura del ragionamento il prender le mosse dalle opinioni generalmente accettate[117]; perchè questa, più che una regola logica, è una semplice riflessione sul fatto stesso del dialogo. Nè deve far meraviglia che Aristotele ora dica che il merito di Socrate consista nell'avere fermato il concetto della definizione e dell'induzione, e poi, un'altra volta, si limiti ad accennare la definizione solamente[118]; perchè questi due processi erano l'uno ii risultato dell'altro, o meglio l'uno c'era solamente in ragione dell'altro.

Rimane ora a sapere, se, anche con l'esclusione di una dichiarata coscienza logica, il dialogo senofonteo non mostri indizi sicuri di una attività logica più larga di quella che può riassumersi nelle due forme dell'induzione e della definizione. E in fatti non può negarsi, che l'esigenza della divisione, che fu poi tanto approfondita da Platone, vi è evidente, sì nella determinazione del valore intrinseco del concetto, come nell'applicazione di esso qual predicato nel discorso. Lo stesso concetto della pruova comincia a chiarirsi, nei suoi rapporti col valore normativo del concetto; e spesso la varietà empirica delle note del concetto, che erano state raccolte via via nel dialogo, è messa a profitto per determinare un giudizio speciale mediante un sillogismo di analogia[119].

La ricchezza e lo sviluppo del dialogo socratico contiene in germe tutti i momenti logici del processo induttivo; ed è in virtù di quell'impulso che in un'epoca posteriore si costituì la teoria astratta della scienza.

2) Della differenza fra rappresentazione e concetto, e del principio d'identità

La esplicita distinzione fra il sapere e l'opinione, e fra il concetto e la rappresentazione, h stata frutto della speculazione platonica. Ora ad alcuni è sembrato conveniente farla risalire fino a Socrate, perchè la forzata interpetrazione di questo o quel luogo di Senofonte[120] pareva potesse confermare l'autorità di quei dialoghi platonici, che comunemente son tenuti per socratici[121]. Ma, se si va a vedere un po' meglio, quella interpretrazione non regge affatto, e l'autorità di Platone non prova niente. Ad altri è sembrato naturale fare di questa quistione un postulato[122], affermando che nello spirito del Socratismo era inevitabile la chiara coscienza di questa distinzione, perchè essa ne determina la certezza intrinseca ed il valore scientifico. Noi invero non sappiamo negare che l'esigenza della distinzione è data in tutto il dialogo socratico; ma, nel difetto di uria precisa testimonianza, non sapremmo dare il carattere storico di un fatto ad una semplice supposizione, per quanto essa possa essere verosimile.

E lo stesso diciamo del principio d'identità, del quale non sapremmo riferire a Socrate la determinazione esplicita, sebbene sia innegabile che costituisca il valore positivo della sua coscienza logica, e si manifesti molte volte nel dialogo senofonteo. E come Platone è stato il primo che l'abbia formulato chiaramente, non possiamo negare, che in quella formula egli non ha fatto altro che esprimere un criterio pratico e costante del dialogo socratico.

Qui cade ancora in acconcio di osservare che, quando si è detto la definizione socratica esser tale da esprimere la realtà dell'oggetto e non la veduta soggettiva del pensatore, in questa opinione non si è detto niente che caratterizzi il valore filosofico di quel processo dialogico. La ricerca scientifica era tanto lontana, a quel tempo, da una generale questione sul valore soggettivo o oggettivo della conoscenza, che qualunque caratteristica espressa con questi termini non definisce nè il valore storico, nè il grado di perfezione sistematica di una dottrina filosofica.

V. DELL'ETICA SOCRATICA IN GENERALE,
E DEL CONCETTO DEL BENE

Fra tutti gli oggetti conoscibili nessuno offre tante difficoltà alla determinazione teoretica, quanto quel complesso di relazioni che riposano su i nostri giudizi di approvazione o di riprovazione, mediante predicati che esprimono la repugnanza o il compiacimento, e che costituiscono la sfera etica della nostra interna attività. Per isolare quei predicati nella forma di una definizione non basta seguire un procedimento ricercativo, che concerna la distinzione e l'analisi di un dato costante, chiaro alla nostra coscienza nella forma di una rappresentazione estrinsecamente evidente; ma bisogna che essi siano, innanzi tutto, praticamente da noi prodotti ed appresi nella loro efficacia positiva, perchè divengano termini costanti della ricerca. Quello che sia buono, e quindi riducibile alla forma astratta del concetto del bene, bisogna che sia precedentemente appreso e voluto come tale nelle reali e costanti condizioni della vita, e che serva già di norma ai giudizi di valutazione, che noi naturalmente esprimiamo. L'etica, in somma, suppone la coscienza morale, non solo come oggetto, ma come criterio e norma costante del giudizio teoretico. Ma, d'altra parte, la ricerca scientifica non può anticipatamente ammettere, che i limiti dell'investigazione le siano belli ed assegnati dalle naturali condizioni della vita; perchè, siccome è proprio della ricerca, che essa non deve ammettere se non quello che il corso spontaneo dell'esame porta con sè come legittima conseguenza, una qualunque anticipazione dei risultati apparisce lesiva dell'indipendenza e libertà dell'indagine.

Questa doppia esigenza ha esercitata una così decisiva influenza nel campo delle ricerche etiche, che essa appunto è stata precipua cagione di tutti quei falsi scrupoli, che hanno spesse volte menato i filosofi, o a sagrificare la spontaneità del giudizio morale ai postulati del dottrinarismo logico e metafisico, o a degradare la scienza per farne un organo secondario rispetto a quella che s'è chiamata naturale coscienza del bene. E la difficoltà è divenuta ancora più grave, quando s'è voluto rimuoverla con tutto quell'apparato di ipotesi psicologiche, che ha dato luogo alle speciose teorie di un'anima divisa in attiva e passiva, o moltiplicata all'infinito in una strana varietà di riluttanti potenze e facoltà; le quali tuttora, volere o non volere, danno fastidio a molti che si sforzano di ricondurre l'armonia nel concetto dello spirito.

Nella prima epoca della scienza etica, quando essa non avea ancora sorpassato i limiti di una ricerca rudimentale, si era molto lontani da tutte queste complicate e difficili quistioni che abbiamo accennate; ed allora si era tanto sforniti di uno schema psicologico e metafisico, che i concetti generici del volere e dell'intelletto e i termini astratti di causalità, finalità ecc. non poteano esercitare un'influenza anticipata su la natura delle indagini, e molto meno determinarne i formali presupposti. Improntare ai concetti tradizionali un valore assoluto ed incondizionato, o sostituire a quelli degli altri che fossero più coscientemente appresi, ma non meno evidenti ed immediati nella loro pratica applicazione, e coordinare poi tutti questi varî concetti nell'insieme di una veduta razionale; — questo era allora il problema dell'etica. I Sofisti e Socrate s'aggiravano nel medesimo orizzonte sociale e letterario; e sì gli uni come l'altro erano intesi ad esaminare la natura ed il valore dei giudizi etici, che veniano loro trasmessi dalla tradizione, o imposti dalle reali condizioni della vita. Ma le personali condizioni della coscienza di Socrate erano state tanto potenti da rivolgerne tutta l'attività alla ricerca di una norma costante dei giudizi etici; e l'avevano tanto allontanato da quei bisogni di pratica sodisfazione, i quali governano la condotta dei Sofisti, che, sebbene questi fossero vissuti nelle medesime condizioni e fossero stati sollecitati da motivi identici, solo a Socrate può attribuirsi il merito di aver fondata la scienza; mentre dei Sofisti non può dirsi, se non che essi, nella versatilità della loro natura, avvertirono molto vivamente il bisogno della ricerca etica, senza aver prodotto niente che possa dirsi d'un valore intrinseco e durativo.

Non il bene ma i beni formano oggetto della prima ricerca etica[123]. Perchè possa ridursi ad un solo concetto generale, e si riesca a sostanzializzare una relazione ed un predicato che dapprima si presenta in una molteplicità di situazioni concrete, bisogna non solo che l'attività logica abbia raggiunto un alto grado di perfezione ed una più intrinseca virtù, ma che l'individuo sia eziandio riuscito ad isolarsi maggiormente dalla tradizione e dalla società, in guisa che rifletta nei risultati delle sue indagini l'ideale isolamento della propria coscienza[124]. L'identità del concetto del bene si presenta per la prima volta alla coscienza solo nella denominazione comune dei molteplici oggetti, che sono termine o mezzo all'attività; e quello che impronta all'apparente identità un certo carattere di definizione etica consiste soltanto in quella simiglianza di sentimenti di riprovazione o di lode, che costituisce la naturale coscienza morale. Da questa semplice identità, che esprime la costanza di un giudizio abituale, alla determinazione obbiettiva ed incondizionata di un valore etico ci corre molto; e noi non sappiamo intendere come siansi potute applicare tante vedute, che risultano dall'ulteriore progresso della scienza etica, all'esame di quei pochi pronunziati che formano la dottrina di Socrate, senza che apparisse chiara la incongruenza del criterio. Per Socrate, era tanto impossibile che egli intendesse la natura del bene, preso per sè ed isolatamente come un concetto di valore assoluto, per quanto abbiamo visto essere inverosimile che egli si proponesse la quistione del sapere in abstracto ed oggettivamente. La sua ricerca etica è qualcosa d'intermedio fra la comune riflessione morale, e la indagine sistematica poggiata su la norma costante di un sapere logico; sicchè segna appunto il termine fra le due sfere ed il primo passaggio dall'una nell'altra. Questo cercheremo di chiarire.

Nella storia della coltura ellenica non si rinviene indizi evidenti di una ricerca etica, prima dei tempi sofistici e socratici[125]. È vero che da Omero ai Tragici, da Talete ad Anassagora, dalle leggende popolari alla severa storia di Tucidide si scorge un continuo progresso nell'imagine della vita etica; e che, essendo le tradizioni mitiche ogni giorno più assorbite dalle esigenze religiose e allargandosi incessantemente l'influenza dei motivi pratici ed individuali, i Greci pervennero ad esprimere e rappresentare l'insieme delle relazioni morali in una serie di concetti determinati e di poetiche invenzioni[126]. I concetti della colpa, dell'espiazione, della coscienza morale, della provvidenza presentano un ampio sviluppo, che può tuttora seguirsi nella più gran parte dei suoi momenti, e che può offrire materia ed argomento a lunghe ed interessanti indagini. Ma tutto questo processo lento e spontaneo, che rivela l'influenza di una più larga coscienza pratica, sorta dall'attrito delle stirpi e delle classi, e mostra al tempo stesso indizi chiarissimi di un progresso avvenuto nella riflessione individuale mercè l'azione di nuovi motivi pratici ed artistici, non può dirsi ancora nè ricerca nè scienza[127]. Il mondo delle relazioni morali era ancora intuito come qualcosa di plastico: era un ordine dato immediatamente nei suoi caratteri essenziali, e che presentava la medesima ferrea ed ineluttabile necessità del mondo naturale.

Il primo apparire della ricerca etica non può certo assegnarsi con precisione cronologica, perchè fu determinato lentamente da cause successive, che non manifestarono la loro azione in un prodotto istantaneo; e, sotto questo riguardo, può ammettersi che la riflessione etica sia più antica dei tempi sofistici. Ma per via di esclusione può e deve dirsi, che i Sofisti e Socrate furono i primi che si proponessero l'esame dei giudizi etici, e che da quel tempo in poi la ricerca etica cominciò a divenire il motivo determinante non solo della filosofia, ma anche di tutta la coltura scientifica ed artistica.

La ricerca etica di Socrate non si è incarnata in una teoria sistematicamente esposta e trasmessa alla posteriorità in un lavoro letterario. Questa circostanza, che non è accidentale e che ha tanta intima relazione con l'altro fatto molto notevole, che la letteratura dei Socratici fu affatto dialogica, avrebbe dovuto mettere in guardia molti critici ed espositori contro la falsa esigenza di voler trovare in Socrate più di quella che egli potea offrire. L'orizzonte delle sue ricerche rimase sempre qualche cosa di affatto personale, essendo la proiezione di un lungo ed intimo lavoro, diretto allo scopo di compensare con la certezza intrinseca del convincimento l'esquilibrio morale ch'era proceduto dalle tendenze arbitrarie dei contemporanei. E, per far questo, egli dovette produrre una nuova imagine del mondo, contrapponendo, in un antitesi insolubile, il campo dell'attività umana alla sfera dell'azione divina nella natura, e distinguendo due ordini di realtà, che corrispondessero ai due gradi di conoscenza che gli erano evidenti: quello che concerne il fine pratico del benessere, e quello che riguarda la produttività divina. Questa differenza, appresa in una forma ingenua ed elementare, determinò per la prima volta il valore intrinseco del bene, e valse a predisporre gli spiriti ad un maggiore raccoglimento nella ricerca del valore incondizionato del giudizio etico; ma non per questo dobbiamo noi giudicare Socrate alla stregua delle indagini posteriori. E, da un altro canto, le convinzioni religiose trascendevano in lui gli angusti confini dell'etica tradizionale, perchè gli offrivano una stregua più larga alla quale potesse misurare i risultati della sua indagine logica. Nondimeno queste convinzioni non possono chiamarsi nè i presupposti nè le conclusioni metafisiche dell'etica, perchè non segnano le estreme diramazioni di svariate ricerche, ma si presentano come prodotto simultaneo ed immediato di una coscienza ricca di attività morale, che impronta nelle diverse direzioni dello spirito un carattere di uniformità e di analogia. Sotto questo riguardo non può dirsi che Socrate abbia coscientemente fatto un'etica, come disciplina speciale e distinta dalla metafisica e dalla religione, ma che essendo arrivato a proporsi la quistione di una determinazione esatta dei concetti etici, riuscì ad isolare la sfera morale dalla naturale, ed a precisarne i caratteri più essenziali e le forme più comuni.

Non è senza ragione che siamo tornati su l'argomento della coscienza socratica in generale, perchè, ad ogni passo che facciamo nell'esposizione, troviamo qualcosa che non è dottrina; e siamo costretti a confessarci, che nella persona di Socrate la filosofia non ha ancora acquistata la potenza di fare dall'un capo all'altro il processo scientifico, e che deve poggiarsi sopra presupposti di una natura affatto immediata. L'etica di Socrate ha radice nell'esigenza naturale della εὐδαιμονία, e mette capo nella rappresentazione della provvidenza come preordinatrice della natura al fine del benessere umano; e dubita tanto poco di questi presupposti, che non ne fa mai oggetto della investigazione scientifica. E di qui procede ancora, che il Socrate platonico presenta una maggiore intimità, perchè in quella imagine è espresso il risultato di una consapevolezza logica più approfondita.

Ma fino a che punto può ammettersi che con Socrate cominci la scienza etica, se abbiamo tanto insistito su i presupposti non scientifici delle sue convinzioni? La risposta a questa domanda l'abbiamo già data nei due capitoli precedenti, ne' quali abbiamo espresso nettamente il significato del metodo socratico, non perchè fossimo convinti che quello schema logico stesse così isolato e per sè stesso, ma perchè volevamo assegnare l'elemento speculativo dell'etica socratica. Anzi quella forma non è che forma del contenuto etico; ed il dialogo, che non cadeva mai su la definizione dell'animale o della pianta, del sole o della luna ecc., seguiva lo sviluppo che abbiamo esposto solo nell'intento di determinare i mezzi che conferiscono al conseguimento dell'εὐδαιμονία (definizione dei beni), o le attività morali generatrici delle azioni (natura delle virtù), o gli abiti che ne sono conseguenza (stati della vita). Fino a che punto poi Socrate venisse a modificare molti dei concetti tradizionali, in conseguenza dello sviluppo dell'induzione, e giusta le esigenze della definizione, potrebbe solo vedersi in una storia generale della coltura greca; e a noi basterà notare, che egli non si proponeva altro, se non determinare coscientemente il valore dei predicati e dei giudizi etici.

Il risultato della definizione contiene in sè tutto il valore scientifico dell'etica socratica. L'incertezza dei criteri nella valutazione di un bene, nella determinazione del concetto di una virtù ecc. soggiace a tutto quel processo di rettificazione che abbiamo esposto. Nella definizione è data una nuova condizione, un nuovo stato nella vita dello spirito; una certezza superiore alle fluttuazioni dell'opinione è espressa nella cosciente enumerazione delle note costanti d'un concetto. Questa certezza ha il carattere di morale acquiescenza; perchè la sodisfazione, invano cercata nella rappresentazione ordinaria di un bene, si ottiene per la prima volta nella evidenza e perspicuità del significato costante del concetto. Il dialogo socratico si esaurisce nella isolata definizione, mercè la quale l'impulso razionale si appaga di un sapere che risponde alla pratica esigenza del momento; senza che lo spirito cerchi ancora di coordinare insieme diverse definizioni, per distinguere in un complesso di risultati speculativi le conseguenze dottrinali dai motivi pratici. La definizione, guardata nel suo lato concreto, presenta diversi caratteri: l'identità e l'esclusione di ogni altro elemento che possa alterarne e svisarne la natura: la possibilità che venga applicata come sicura norma nell'esame delle umane azioni, con la certezza che quanto vi può essere d'inadeguato alla stessa sia erroneo e falso: la sua immancabile attività, come forza che agisce in un dato senso e per una direzione costante. Sotto quest'ultimo riguardo la definizione è il punto di partenza di tutte le conclusioni dell'etica socratica.

L'esame psicologico degli elementi appetitivi e conoscitivi della natura umana ha da gran tempo cambiata la fisonomia dell'etica, ed ha messo i filosofi nella condizione di cercare in una sfera più larga l'elemento etico del bene. Questa è invece la proprietà essenziale dell'etica socratica, che, prendendo essa le mosse dalla rettificazione delle rappresentazioni mediante il dialogo, nella conclusione logica del dialogo stesso trova la natura del bene; ed essendo la ricerca coordinata all'intuizione immediata della natura umana come tendente all'εὐδαιμονία, la conclusione logica è appresa come tutt'una cosa con la potenzialità del bene, ossia con l'energia morale e con l'efficacia pratica, che producono la vita perfetta. E da questo presupposto procede quella opinione paradossastica di Socrate, che chi conosce il bene non può non volerlo, e deve necessariamente rigettare il male[128]. Noi scorgiamo in questa affermazione tutta l'erroneità di un concetto parziale della natura umana; ma pure essa era una naturalissima conseguenza del supposto, che, cercando l'uomo il suo benessere, non possa rigettarlo quando l'abbia ritrovato.