CAPITOLO XVI.

Continuazione del medesimo soggetto.

L'origine, ed il tempo in cui la setta de' Farisei si è manifestata la prima volta nel mondo, ci è del tutto sconosciuta; se si prestasse fede alla tradizione ordinaria, si troverebbe essere stato Illel il suo primo capo, e fondatore, benchè si faccia, nulladimeno, esistere da alcuni sotto Erode il grande (D. Gantz Cronol. p. 83) frattanto rimarcasi che i Farisei erano già sufficientemente potenti nel popolo sotto Alessandro Janneo, e lungo tempo avanti Erode: se i Farisei stessi ascoltiamo, noi gli udiremo altamente esclamare che l'origine positiva della loro setta parte direttamente dallo stesso Mosè; dalla di cui bocca i medesimi vantano, e non so sopra quale solida base, di avere ricevuta la tradizione [(134)].

Ma piuttosto, che divagare col pensiere intorno delle chimere, che altro non fanno che rendere più oscure le cose che pretendono rischiarare, io preferirei meglio di abbandonare l'investigazione dell'origine di questa Setta, che ricercarlo inutilmente; e siccome i Farisei pretendono ripetere la loro primitiva derivazione, come si disse, fino da' tempi di Mosè, poichè è dalla propria sua bocca che quelli vantano di avere ricevuta la tradizione orale di cui vogliono essere i depositarj, e gli interpreti, così molti hanno creduto di potere in questo senso riguardare come farisei tutti gli ebrei de' nostri tempi, eccettuato però le Sette delle quali abbiamo fino ad or ragionato, se pure n'esistono ancora.

Che l'inerenza costante per le tradizioni fosse antichissima, non è certamente da dubitarne, e noi già dimostrammo, parlando dei Caraiti, che un simile declivio si dee unicamente alle Teologiche accanite dissenzioni di Illel e di Sciamaj, i quali sembra essere stati, senza dubbio, i primi a dividersi, con qualche strepito, sopra questa materia. I fautori del partito tradizionale aggiunsero enormemente nuove austerità oltre quelle già prescritte dalle antiche tradizioni affine di offuscare lo spirito del popolo, e confondere, ad un tempo, con maggiore successo, i loro nemici, che opponevano un pertinace contrasto allo stabilimento delle nuove instituzioni orali; ma siccome la contraddizione non va presso che mai disgiunta della divozione, così è che mentre ostentavano essi le più rigide pratiche in proposito di religione, distruggevano, o erano almeno indifferenti sopra quanto racchiude in se medesima la Legge di urgente ad osservarsi, e di essenziale a praticare; ma il popolo sempre facile a condursi, e presso che impossibile a disingannare, percosso dal loro esteriore simulatamente mortificato, e stupito dalle apparenze illusorie della loro fattizia devozione, gli riguardava come persone inspirate, dedite onninamente al Creatore, ed a quanto v'ha di più sacro nella creazione [(135)]; orgogliosi degli omaggi striscianti, e degli atti rispettosi che vedevano prestarglisi dal popolo, inebriati del fastoso nome che si erano baldanzosamente attribuiti colla tanto vantata loro antichità, essi disponevano, senza ritegno, dello spirito del giudaismo a loro capriccio [(136)]; a cui tanto più facilmente rendevano sommesso, quanto più agevole riusciva loro di sedurlo colla vana pompa che facevano delle mistiche parabole, e tradizionali allegorie delle quali accompagnavano l'esteriore contristato, che con fattizia umiltà prendevano interesse di manifestare agli sguardi ottenebrati degli uomini [(137)].

Or se gli antichi farisei, come è provato; altro per essi medesimi non sono, in massima, che il prototipo genuino de' recenti Settatori del Talmud, non abbiamo che richiamare il Culto che si esercita da questi, perchè la religione che professavasi da quelli rendacisi a prima vista dimostrata con evidenza. Il loro fondamentale principio era l'esistenza dell'Essere Supremo, e l'immortalità dell'anima umana; essi ammettevano il purgatorio, e l'inferno, ed erano, così pare, intimamente persuasi che esistessero delle anime le quali erano vaganti sulla terra, e condannate a dover fare penitenza vicino al corpo che avevano esse abbandonato; tale appunto, in ogni senso, è l'opinione della massima parte de' Rabbini [(138)]. Essi credevano inoltre fermamente la Metempsicosi in punizione de' peccati commessi in questa vita; volevano che le anime infette da reprobe inclinazioni, e che avevano contratte delle abitudini terrestri, e viziose, passassero dopo la morte nei corpi delle bestie, invece che le anime integre, ed illibate andrebbero ed animare i corpi umani i meglio organizzati, i più sani, e i più perfetti [(139)]. Questo dogma era pure in gran voga presso gli orientali, e molti sono anche di parere ch'essi ne sieno stati gli inventori, e che lo stesso Pitagora, che fu riguardato il primo ad introdurlo fra gli uomini lo abbia tratto propriamente da' soli orientali [(140)].

Non si è parimenti mancato di imputare i farisei di partigianismo del destino, e creduli all'eccesso dell'influenza de' pianeti non meno sulle erbe, e sugli elementi, che sopra tutto il corpo umano [(141)].

Ecco tutto quanto possiamo noi di proposito asserire intorno alla Setta de' farisei, sulla quale fummo costretti a digredire forse di soverchio, attesa la prossima analogia che rimarcasi fra la pratica del Culto conosciuto da essa, ed il sistema di religione seguitato dal popolo Israelitico de' nostri tempi, ommettendo però le sottili classificazioni fatte da' Rabbini per rapporto e questa Setta [(142)]; e tale è la descrizione che ci parve conveniente di potere dare delle altre Sette, delle quali abbiamo fin quì diffusamente ragionato, come quelle che fecero più strepito, e che maggiormente si distinsero nell'ebreismo con una tenue differenza però rimarcata da' Critici fra le medesime, che i Saducei accordavano troppo alla libertà dell'uomo; essi, come l'osservano appunto varj autori moderni erano gli antenati di Celestio, e di Pelagio, che rendevano l'uomo l'arbitro delle proprie sue azioni, e della sua sorte; gli Esseni davano tutto al destino, ed inclinavano alle parte degli Stoici da' quali avevano essi presa la dura morale, ed i costumi feroci; i farisei tenevano la via di mezzo fra queste due Sette, come si può chiaramente rilevarlo da quanto abbiamo significato altrove per rapporto a' medesimi Settarj; in somma, si può giustamente conchiudere che i farisei erano Semipelagiani; i Saducei Pelagiani; e gli Esseni Predestinatisti; avendo noi stimato affatto indifferente di riportare tutte quelle altre Sette oscure, formate dagli entusiasti delle testè accennate Sette, come sarebbero i Gortemani, i Masbotei, i Genisti, i Meristi, e varie altre che non giova quì annoverare, e dei quali i soli nomi sarebbero appena conosciuti oggi da noi, se Voltaire non ce gli avesse fatti, pervenire alla nostra cognizione.

Vi fu ancora un altra Setta denominata Evadiana, ma ignorandosi l'epoca precisa da cui la medesima cominciò a prendere voga, ed i principj su' quali essa reggevasi, noi non ne faremo ulteriore menzione di sorte alcuna, tanto più che si pretende, ch'ella non durasse al di là del tempo che durò la fortuna, il credito, e la possanza d'Erode, generalmente riguardato suo capo, e fondatore.

Ma avanti di terminare questo proposito interessante delle Sette dell'ebreismo, tacere sicuramente non dobbiamo quella che per lo scisma terribile che ella sparse nelle contrade tutte della Giudea, può essere posta al confronto di tutte le altre poco fa indicate. Questa è dunque la Setta denominata Samaritana.

Or quantunque lo scisma di questi Settarj, non potesse propriamente cominciare a prodursi che nell'epoca della dissoluzione delle dieci tribù suscitata da Geroboamo, poichè è in conseguenza di essa che avvenne la loro più antica separazione; non per tanto i Samaritani non volendo riconoscere questo capo di ribelli per loro fondatore legittimo, essi rimontano fino a Jesuè, e sostengono essere egli quello che edificò il loro Tempio sulla montagna di Gurizim, e nel quale hanno essi per lungo tempo dopo, sempre adorato il creatore Supremo, ed esercitate le cerimonie, e i riti che ad essi prescriveva il loro Culto.

La scrittura, per altro, in chiari sensi, ci significa che gl'Israeliti i quali abitavano la provincia di Samaria essendo stati vinti, e sconfitti da Salmanasar, e la Città presa (II. Reg. 15) il di lui successore Assaradon vi fissò altre colonie in loro luogo; queste abbracciarono una parte della Religione Israelitica, e rigettarono l'altra; esse non vollero più alcuna specie di relazione cogli altri ebrei dimoranti in Gerusalem, e perciò appunto i medesimi desisterono di andarvi, così dunque avvenne che questi diventarono mutuamente implacabili nemici, come lo sarebbero a' nostri giorni ancora, se ve n'esistessero fra noi; la loro dissenzione ha sopravissuto alla loro patria, che si vuole essere stata Samaria; da cui quella Setta ripete precisamente il suo nome, e la capitale di essa era Sichem, calcolata ad una distanza di dieci delle nostre leghe da Gerusalem; l'attiguità così limitrofa fu una ragione di più per questi due partiti dell'Israelismo di perpetuare l'un l'altro il loro accanimento inesorabile.

Non ostante però che i Samaritani abbiano avuto fra loro de' profeti, essi frattanto non ne ammettevano alcuno come sacro fra i loro libri canonici, contentandosi del solo Pentateuco; essi sono positivamente uniformi cogli altri ebrei nell'osservanza delle feste le più solenni, e principali; essi ammettono la stessa circoncisione, sono rigorosissimi nell'osservanza del sabato, benchè vi apponghino delle notabili modificazioni; essi riguardano l'umiltà, e l'indigenza come un voto necessario, analogo allo stato di umiliazione, a cui sono attualmente ridotti que' meschini residui di essi, che esistono soggetti al dominio musulmano di cui nè le leggi, nè il governo sono veramente molto incoraggianti. Ecco tutto quanto possiamo noi asserire di verosimile, relativamente alla Setta de' Samaritani, non iscorgendovi alcuna solida utilità in un dettaglio più circostanziato, e più diffuso [(143)].

Tali sono infine dunque le nozioni generalmente considerate le più ovvie, e le più ammissibili che abbiamo potuto attignere da limpida sorgente intorno a quelle Sette, delle quali fu da noi ragionato estesamente fino ad ora, e che osservammo scaturite dal seno dell'Israelismo antico. Ma questa materia essendo già state sufficientemente esaurita quanto il bisogno nostro lo esigeva, passare ora ci è duopo ad altro soggetto non meno urgente a conoscersi, ma di quello assai più necessario al caso nostro, ed infinitamente più utile, e più interessante al progresso felice del piano salutare, che ci siamo quì proposti di stabilire.

[(134)] I farisei sostenevano, con asseveranza, che oltre la Legge data sul prodigioso monte di Sinaj a Mosè dall'Essere Supremo, questi avesse confidato verbalmente allo stesso Legislatore un gran numero di riti, dogmi, e Cerimonie, ch'esso avea fatto indi passare alla posterità senza scriverle; essi giugnevano per fino a nominare gl'individui, dalle bocche de' quali queste tradizioni furono fino a' loro tempi genuinamente tramandate; essi attribuivano loro il valore, e l'autorità stessa del Pentateuco, supponendole per le tradizioni, come lo rimarca sensatamente Bayle, è passato da' farisei antichi a' farisei moderni; se quelli le difendevano con ogni sforzo, ed accanimento, questi col più deciso entusiasmo sostengono che chiunque, o rigetta, o mette in dubbio un solo istante la Legge Orale dee essere considerato come un מין (min) appostata, o eretico, e per conseguenza è dannato irremissibilmente nell'altra vita, e reo di morte in questa, una veruna formalità di processo; e noi abbiamo a sufficienza già fatto conoscere altrove l'odio inesorabile che nutrono gli ebrei Talmudisti contro i Settatori Caraiti, pertinacemente attaccati alle semplici scritture, senza volere conoscere tradizione di sorte alcuna, ed il disprezzo con cui per altra parte questi trattano i primi per vederli sovente preferire i mistici fantasmi tradizionali che traviano la mente, alla chiara semplicità della scrittura, che edifica il cuore.

[(135)] Se è vero quanto si narra de' farisei, non dobbiamo più sorprenderci che un tale ascendente acquistassero i medesimi sull'animo specialmente degl'Israeliti ammaliati da quelle penitenze apparenti esercitate astutamente da' medesimi di gran lunga più austere di quelle de' frati della Trappa, e di altri più ascetici eremiti dei nostri tempi: si vuole ch'essi si privassero del sonno cotanto necessario alla conservazione dell'animale vivente, che digiunassero frequentemente, e lungo tempo, che si coricassero sui bronchi, e sulle spine; pretendesi ancora che ne attaccassero alla estremità inferiore de' loro abiti, affine di fare sgorgare il sangue dalle loro gambe allorchè caminavano; si percuotevano il corpo ad ogni tanto, ed essi distinguevansi parimente colla eccessiva lunghezza de' loro Zizith, e la grossa mole de' loro Totaffoth, o filatacteri (di cui fu già da noi e sufficienza ragionato altrove [annot. 54]) che portavano incessantemente colla più insoffribile ostentazione, e sulla loro fronte, e sugli angoli opposti delle loro vestimenta; sempre camminando colla testa inclinata verso il suolo, e dunque così ch'essi aggiugnevano nuove divozioni alla vera Legge; sebbene il giogo, come osservammo, une fosse già oneroso da superare le umane forze per sostenerlo; ed è appunto in sì fatta maniera che i farisei estorcevano il rispetto, e l'ammirazione de' più creduli, e de' più inesperti del popolo d'Israel.

[(136)] Simon (nel suo Grand Diction. de la Bible T. II. p. 312). Seguìto da varj altri critici moderni fa instituire questa Setta da un certo nominato Semei, circa l'anno del mondo 3950, sotto il Pontificato di Gio. Ircano figlio di Simeone il quale dette a' seguaci della medesima il nome di farisei dall'etimologia ebraica פרץ (paratz) che significa spiegare, interpretare, e separare, con il loro fondatore di cui la santità era, per quanto vantano, senza esempio, colle regole, e gli statuti che loro avea prescritti, gli obbligò a condurre una vita separata, e tutta differente da quella del resto dell'Israelismo, e quindi a ritirarsi dalle Compagnie, a dedicarsi alle studio assiduo delle scritture, ad interpretarle con criterio, ed a bene intenderne i riti, e le cerimonie fondamentali, che necessario credevasi al vero Israelita di conoscere, e di praticare.

[(137)] Lo stile parabolico è stato sempre in grande estimazione presso tutti i popoli orientali; molti hanno fermamente creduto che i libri di Job, di Tobia, e di Giuditta (benchè gli ultimi due non sieno stati mai ammessi per Canonici dagli ebrei) non erano che delle sante finzioni fatte in metodo parabolico al solo oggetto (come generalmente supponevasi) d'inspirare devozione, rassegnazione, integro timore divino.

Infatti questa maniera di scrivere parabolico era molto familiare ancora a' primi scrittori del Cristianesimo (ved. Sim. Hist. Crit. du V. Test. Lib. IV. c. 8.) e questa bizzarra foggia d'instruire il popolo è stata sempre mai la sola preferita dalla Setta de' Farisei, la quale, come rimarcammo, può dirsi oggi nella massima teoretica la sola Setta dominante fra gli Ebrei, astrazione fatta di quelle pratiche insane, e ributtanti ostentazioni che facevano lo scopo del sistema religionario degli antichi farisei, e che gli ultimi non hanno. Così anche il Talmud, il Zohar, e la massima parte degli antichi scritti di tale natura sono pieni ovunque di allegoriche finzioni, che non bisogna spiegare alla lettera, come se si rapportassero a delle Istorie vere, e reali. D'altronde, sia che un libro comprenda aneddoti istorici, sia che racchiuda parabole, o frammenti mischiati di parabole, non è perciò meno vero, che può esso in qualche modo riescire assai proficuo, purchè la materia che ne forma il soggetto non conosca altra guida che il solo buon senso, e sia basata radicalmente sulla ragione: Le opere di Maimonide, di Menasse ben Israel, di Abravanel possono giustamente annoverarsi in questa Classe.

[(138)] Anche gli Ebrei moderni sostengono le medesime opinioni; essi pretendono di fare viaggiare le anime, durante l'intervallo di dodici lune consecutive, nel quale spazio le fanno andare, e venire intorno delle tombe dove sono racchiusi i corpi che vestivano in questo labile tirocinio, e pe' quali esse conservano tuttavia qualche adesione: quindi è che gli Ebrei Talmudisti sogliono pregare per suffragio di tali anime con una certa rapsodia ch'essi chiamano קדיש (Kadish) santificazione, a cui attribuiscono un'efficacia, e forza tale, fino a trasformare la sorte delle medesime in un'istante; ma ciò si vuole, per altro, che non sia che per le sole anime lordate da qualche impurità, giacchè i rabbini asseriscono, che quelle de' santi, e delle morigerate persone ascendono direttamente nell'empireo celeste appena escono dal mondo (ved. Eliahu Levi in Tisbi. Menas. Ben Isr. De Resur. mortuor. Lib. II. C. 6. p. 171 R. Abd. Sfor. in Hor. Ascem. p. 91.)

[(139)] Non è già tenue il numero de' Rabbini, peraltro, celebri che sostiene un sentimento si stravagante, non si sa se preso da Pitagora, da Platone, oppure dagli Orientali; essi lo fondano da una parte sul dovere pressante in cui è l'anima Israelitica di osservare i 613 precetti racchiusi nel Pentateuco di Mosè, e l'impotenza massima in cui essa trovasi dall'altra di eseguirlo, atteso lo spazio circoscritto delle vita che all'essere umano è accordato sopra le terra; quindi persuasi di giugnere con tal mezzo a superare simile ostacolo, essi fanno ritornare le anime nel loro pristino domicilio, affine di compiere quel grado di perfezione della quale sono elleno mancanti, ciò che nel Talmudico linguaggio chiamasi גילגול (Ghilgul) Rivolgimento. Se questo calcolo è giusto, la riduzione da me fatta dell'indicato numero di precetti, mi astrignerebbe a dovere ripetere un simile viaggio dieci volte almeno fra i viventi: quale deplorabile insania! Gli Ebrei, siccome ancora Pitagora e Platone estendono la trasmigrazione delle anime umane fino entro i corpi delle bestie: Agostino, parlando di Platone, relativamente a questo sistema, dice in termini espressi: Nam Platonem animas hominum post mortem revolvi usque ad corpora bestiarum, Scripsisse certissimum est. (De Civit. Dei Lib. X. C. 30. p. 267). Ed il sistema di Pitagora sul quale è basato quello di Platone vi è chiaramente descritto da Erodoto (Hist. Lib. II.). Gli ebrei, per altro, credono che il passaggio ne' corpi delle bestie, non facciasi luogo che di quelle anime lordate di grevi trasgressioni, o di delitti criminosi, essendoci già noto quale sorte avventurosa era espressamente preparata alle anime sagge, alle religiose, alle umili. (Vedi Zohar. Phil. De somniis Tract. I. De Revol Pars. alter. collect. prim. Cabalah denud. p. 375. P. III. Plan. Theol. du Pitag. par Mourg. T. I. p. 533)

[(140)] Che Pitagora abbia preso degli Egizj, unitamente a vari altri sistemi filosofici, anche l'opinione della metempsicosi, pare assolutamente indubitabile. Si sa, per altro, che questo era in generale il sistema adottato dalla massima parte de' filosofi dell'Egitto, e che inoltre non fu esso conosciuto nella Grecia, se non se dopo che Pitagora fu di ritorno dall'Egitto, dov'esso avea fatto un viaggio unicamente per instruirsi della teologia de' preti di quel paese. Quindi allorchè il citato Erodoto ci dice che gli Egizj sono così pure i primi che hanno stabilito l'anima essere immortale, che dopo la morte del corpo essa passa successivamente ne' corpi delle bestie, che dopo d'avere passato da' corpi degli animali di ogni specie, essa ritorna ad animare il corpo umano, e che dessa compie sì fatta rivoluzione entro lo spazio di tre mille anni; v'ha de' Greci che hanno introdotto questo dogma alcuni più presto, altri più tardi, come se l'avessero creato essi medesimi. È indubitabile che Erodoto così esprimendosi non ha preteso quì parlare che di Pitagora. Platone poi che attinse una gran parte de' suoi sentimenti sopra queste materie negli scritti di Pitagora, ritrasse così pure la stravagante opinione della metempsicosi, benchè l'Ab. D'Olivet sostenga di proposito ch'egli vi correggesse molte cose. (Vedi D'Oliv. Theol. des Philos grecs p. 83).

[(141)] Ciò potrebbe ancora essere vero in ogni senso, mentre ognuno sa quanto è familiare l'augurio di felicitazione presso gli ebrei nell'occasione di nozze, o di nascita di figli, o di altre avventurose circostanze del בסימן טוב במזל טוב (Bessiman tob, bemazal tob) con buon augurio, con propizio pianeta; volendo riferire, con buona fortuna; e molto ripetono gli odierni ebrei non solo, ma tutti gli altri popoli ancora dall'influenza del destino. Per altro, Flavio sempre interessato a giustificare, ed a sostenere l'opinione de' Farisei de' quali faceva parte, prende pugna in loro difesa; adducendo (Lib. XIII. Cap. 9. p. 542 antiq.), che quelli non intendevano già per destino, che il supremo consiglio di Dio, col mezzo del quale tutte le cose debbono succedere necessariamente senza però che all'uomo venga tolta la spontanea libertà di determinarsi a scegliere fra il bene, e il male, il vizio, e la virtù; elezione accordatagli dal suo divino Creatore, onde non abbia l'uomo che rimproverare se stesso, deviando dalla scelta che può riuscirgli utile, e salutare per appigliarsi a quella che forma la sua sciagura, e il suo tormento.

Ma comunque sia, tanto è vero che quasi tutti i Rabbini del Giudaismo, come lo pensa uno de' più dotti fra questi (ved. i Maronit in Philos. Lib. 1. C. 6.) hanno fermamente creduto che gli astri fossero le cause primarie di tutte le operazioni della natura, in quanto che i medesimi hanno dato ad ognuno di quelli il nome di una particolare divinità: così il pianeta Giove presso gli ebrei portava il nome di בעל Baal; Marte quello di מולך Moleh; Venere quello di עשתרות Astaroth; Mercurio quello di בעל נבות Nebot, in una parola, tutti questi nomi si ritrovavano essere parimente quelli appunto, che gli Egizj, gli Assirj, i Fenicj, e i Cananei attribuivano alle respettive loro divinità pagane, come ce lo descrive il Seldeno (D. Diis. Syr. Cap. 1.); ciò che dà motivo sufficiente di credere essere quegli astri, que' medesimi che veneravansi ovunque sotto gli stessi nomi testè indicati, i quali facevano parte di ciò che i libri ebraici distinguono colla frase di Culto de' Corpi Celesti.

[(142)] Il Talmud distingue sette ordini di Farisei; il primo misurava l'obbedienza all'auna del profitto, e della gloria; il secondo non alzava i piedi camminando; il terzo percuoteva la propria testa contro le muraglia che incontrava, affine di trarne il sangue; un quarto occultava gli occhi, e la testa entro un rustico cilicio, riguardando all'esterno da un piccolo pertugio; il quinto domandava fieramente cosa è necessario che io faccia? Io lo farò; cosa v'ha egli mai da fare che io non abbia fatto? il sesto obbediva per semplice amore per la virtù, e per le ricompense temporali; il settimo, ed ultimo finalmente non inducevasi a seguire gli ordini di Dio, che pel solo timore delle pene.

Ma questi sette gradi di fariseismo così classificati da alcuni Talmudisti, non debbono essere già riguardati come altrettante Sette particolari. I Farisei appartenevano tutti ad un solo corpo medesimo, e la ristretta diversità fra quelli consisteva unicamente nella maggiore, o minore devozione che ostentavano in faccia degli altri loro correligionarj, nella pratica costante delle loro austere cerimonie.

[(143)] Se si dovesse prestare fede a tutto ciò che alcuni scrittori supposero, per rapporto alla Setta de' Samaritani, questi comparire ci dovrebbero sotto i caratteri i più odiosi, ed i più riprovabili: L'Epifanio gli accusa di negare la resurrezione de' corpi (Lib. XI. Cap 8. haeres.) Il Rabbino Meyr, presso i Talmudisti, gli pretende Idolatri (Shem Sauhed. Cap. VIII. p. 43.) Leonzio rimprovera loro di non riconoscere l'esistenza degli angeli (De sectis Cap. 8.) ma il detto Reland prende la loro difesa e gli giustifica in questa parte (Dissert. misc. p. II. p. 25.) opinando che i Samaritani intendevano per un'angelo, una virtù, un'istrumento di cui la Divinità si serve per agire, o qualche organo sensibile ch'esso impiega per l'esecuzione de' suoi ordini: oppure essi credevano che gli angeli sono virtù naturalmente unite alla Divinità, e che questa ne dispone quando gli aggrada; ciò si rende pure manifesto dal Pentateuco Samaritano, dove ritrovasi molto sovente sostituito Dio agli angeli, e gli angeli a Dio. Quindi coloro che in tal guisa opinano, confondono male a proposito i Samaritani co' Saducei, attribuendo a quelli ciò che non potrebbe adattarsi che agli ultimi (ved. S. Epif. Lib. X. Cap. VII.)