Capitolo 1.

In che propriamente consista la prima Educazione morale, che un barbaro Costume fa da lungo tempo conferire a' fanciulli ebrei.

Le orali tradizioni passano regolarmente da' genitori a' figli, e da questi al lignaggio susseguente colla stessa facilità, e colle prerogative medesime che si farebbero passare direttamente i beni di famiglia: ognuno riceve da' propri genitori gli stessi documenti, ad un tale riguardo, che hanno essi medesimi ricevuto da loro; ma ognuno altresì gli dilata, gli ristringne, gli modifica, e gli rappresenta a misura delle passioni che sente intimamente delle idee delle quali è nutrito, ovvero dell'interesse individuale che lo muove. Il Cervello dell'uomo, sopra tutto nell'infanzia, è una cera molle, suscettibile di ricevere qualunque siasi impressione che affiggere gli si voglia; l'educazione, che giustamente si dice essere una seconda natura per esso lui, gli somministra quasi tutte le di lui opinioni; e ciò che v'ha di peggio ancora in un tempo in cui esso è nella massima impotenza di discernerle, se ottime per adottarle, e trarne de' solidi vantaggi, se riprovabili per sfuggirne l'incontro, e rigettarle. Noi crediamo ciecamente di avere ricevuto dalla natura, o di avere portato seco noi nascendo, le idee vere, o false, che in un età inesperta si è fatto con violenza entrare nelle nostre teste; a questa fatale persuasione è stata sempre mai riconosciuta una delle più venefiche sorgenti de' travviamenti che cospirano l'intera perdita dell'uomo. In darno ci avvertiscono sensatamente i filosofi che le prime impressioni che si fanno prendere a' fanciulli sieno tali per esse medesime che non abbiano duopo di essere in verun modo nè emendate, nè represse, onde non venghiamo di essere costretti a sostituirne delle nuove, o che giungasi all'arduo procinto di doverle riformare; è in vano che i nostri benemeriti maestri antichi ci gridano indefessi che tutto quello che da noi viene imparato sia di bene, sia di male ne' primi intervalli della nostra fanciullezza, si è ciò appunto che ad indelebili caratteri più agevolmente ritenghiamo; ma noi sempre sordi agli avvertimenti salutari degli uni, ed insensibili ognora alle grida amorevoli degli altri, fabbrichiamo da noi stessi i tormenti crudeli che ci affliggono, senza traccia di scampo, nè di conforti, preparando ad un tempo così la nostra perpetua irreparabile sciagura, e quella insieme de' traditi nostri figli [(1)]. Insensibili tiranni! Sembrami udire questi rinfacciarmi amaramente un giorno, se da voi riconosciamo la nostra misera esistenza sulla terra, ci diranno essi lacrimando, da voi soli ripetere dobbiamo unicamente ancora le affliggenti calamità, delle quali saremo un giorno le vittime eterne sopra d'essa; l'avarizia l'ignoranza, e il fanatismo di cui siete fieramente predominati da una parte ci resero tante macchine automate fra gli enti ragionevoli, di aggravio a noi stessi, inutili alla società, ed i venefici principi de' quali ci faceste imbevere dall'altra finirono di abrutirci a questo eccesso.

E che! Tale forse appunto non è l'umiliante linguaggio, che gli sventurati fanciulli ebrei possono tenere meritamente co' propri loro parenti, o genitori? Dicasi di grazia quale è mai il solido reale vantaggio, che questi esseri innocenti possono in verun modo ritrarre da' medesimi che sia efficace a compensarli de' danni incalcolabili che gravemente risentono dalla depravata educazione che loro è infelicemente conferita? Appena un bambino fra noi comincia a sviluppare le sue facoltà loquaci e auricolari, tosto che desso mettesi a portata di balbettare qualche tronco accento quali sono mai i primi suoni, quale il primo linguaggio articolato che percuote le orecchie sue nascenti? Quello, senza dubbio, il più delle volte, o di genitori superstiziosi, ed ignoranti, ovvero quello di una torpida servente, o di un domestico imbecille, che gli si assegna per guida, i quali forse insieme co' loro errori, comunicano ad esso molto sovente ancora i propri vizj.

Tali sono, per sciagura universale, gl'istruttori odierni della prima infanzia de' fanciulli ebrei, ed in ispecie di quelli nati nel suolo dell'Italia, da opulenti famiglie.

Or la mente di un fanciullo, che quale tenera cera, come lo abbiamo rimarcato non è che un istante, è suscettibile di qualunque impressione che vi s'introduca, cosa diverrà esso mai, imbevuto dagli ammaestramenti della più ributtante depravazione, e dalle voci corrotte, deformi, e male sonanti, quali appunto sono quelle che debbono continuamente uscire dalle bocche di costoro [(2)]? Un ammasso stranamente confuso di ogni orrido assurdo, ed il deposito infetto di tutte le idee le più stravolte, ed insensate; dopo tutto ciò oseremo lagnarci ancora di vedere gl'ingannati fanciulli ebrei de' tempi nostri anche adulti, e fatti uomini per ciò che riguarda il loro fisico soltanto, e d'altronde conservarsi tutta via sempre fanciulli per tutto quello che concerne la loro parte razionale? Non ci rechi dunque altrimenti stupore, se l'infanzia di quasi tutti i nostri bambini dura per l'ordinario, l'intero periodo della loro vita, e se anche provetti gli accompagna sovente fino alla tomba [(3)].

Ma tutto ciò non rapportasi fino ad ora solo che alla prima puerizia de' fanciulli unicamente, inoltriamoci avanti qualche breve passo, e noi vedremo, con pena, il caso diventare molto peggiore, se non ancora più disperato.

Il contegno detestabile che osservammo tenersi generalmente con quest'illusi fanciulli per lo passato, dovrà senza mistero, farci chiaro comprendere quale dovrà essere il riprovabile metodo d'istruzione che loro preparasi nell'avvenire.

Fin quì l'odibile ingerenza di corrompere, o alterare l'opera stupenda della natura, sembra che solo fosse d'ispezione degli snaturati genitori, o degl'insensibili mercenarj; ma la loro incombenza ributtante cessando nel momento istesso in cui l'infante è pervenuto all'età di 5, o al più 6. Anni, è al termine di questi che la vittima innocente è rimessa fra le mani spietate di nuovi manigoldi civili, i quali compiono l'opera spregevole con tanto funesto successo miseramente cominciata dagli antecedenti. Un nuovo Institutore gli si presenta; il depravato linguaggio di cui questi si serve è fra essi comune, essendo quello medesimo appunto che lo sventurato alunno apprese già nel patrio tetto per sino dal primo istante ch'egli si produsse fra i viventi. Il primo suo ufficio si è quello d'istruirlo di ciò che gli ebrei chiamano דקדוק (sottigliezza) (Dichduk.) consistente nella cognizione de' Caratteri ebraici, de' punti che ne tengono luogo di vocali (di cui quell'idioma è affatto mancante) delle pause che marcate non sono, di sorte alcuna, in detta Lingua, e delle note armoniose, e degli accenti, che si rendono alla medesima essenziali [(4)]; ma tutto ciò si eseguisce materialmente dal primo stupido maestro senza principj grammaticali di sorta alcuna, ed ecco frattanto sparito un intero biennio almeno; che tale è lo spazio di tempo che si fa credere in certo modo presso che indispensabile a questo primo non meno inutile, che lacerante meccanismo [(5)].

Divenuto in seguito il fanciullo mediocremente conoscitore della semplice forma de' Caratteri ebraici (oltrepassare non potendo un tale circoscritto confine) si fa ripetergli per varie volte le lunghissime preghiere de' giorni solenni, e quelle ancora de' quotidiani, e feriali, fino a tanto che le une, e le altre, ammucchiate gli restino confusamente in testa, in modo che a tempo debito egli possa recitarle colle solite ripetute cantilene senza mai nulla capire di tutto ciò che esprime, come veggiamo accadere oggi appunto fra i cristiani alle femmine, ed alla massima parte degli uomini ancora che recitano tutti d'accordo con tanta devozione le loro quotidiane preghiere nell'idioma latino, senza intendere la minima parola di ciò che le medesime racchiudono.

Gionto ch'è dunque il fanciullo all'età di 9. o 10. anni, si procura di farlo tosto passare alla lettura del Pentateuco, indi gli si fa scorrere i Profeti con tutto il resto della Mikrà, facendolo ad un tempo dedicare nella spiegazione, e nelle glose interminabili de' Commentatori, non meno degli uni, che dell'altro; si ha inoltre la cura di renderlo quanto è possibile intelligente ne' Divini (di cui abbiamo a sufficienza ragionato altrove), giacchè gli espressi motivi dell'osservanza de' precetti, e de' doveri che incumbono l'ebreo sono in essi tutti onninamente racchiusi in un intero Corpo che ha per titolo שולחן ערוך (Sciulhan' ngharuh) mensa preparata, se poi il fanciullo manifestasse un declivio espresso alla professione del rabanismo, è allora che procurasi di renderlo instruito ne' Medrascim, o Rabbot, nel Talmud, nel Zoar, antichissimo Commento della Scrittura che tutto si diffonde sulle allegorie, su' tratti d'immaginazione e su' misteri [(6)]; nelle opere sublimi del celebre Maimonide o Rambam, il quale può dirsi con giustizia, il più colto, ed il più illuminato di tutti i Rabbini dell'Israelismo, ne' dotti Commentarj di Abarbanel sensatissimo critico pur esso, ed in qualche altro più recente ancora, oltre que' tanti già menzionati, che la sua nuova elezione gl'impone di conoscere minutamente per detaglio.

Ecco, in una parola, a che mai si riduce la mostruosa educazione, più teocratica, senza dubbio, che sociale, conferita a' fanciulli ebrei di nostra età, e se malgrado i pessimi principj co' quali pretendesi condurli al premeditato disegno, alcuno di essi per fortuita combinazione vi perviene, ciò non succede che nello spazio di venti anni almeno, senza che in questo lunghissimo intervallo si pensi a fare entrare giammai nella sua testa la benchè minima coltura, non dirò già di scienze astratte, o contemplative, o di amena erudizione, mentre ciò impossibile rendevasi all'ebreo sotto l'orizzonte dell'Italia specialmente si funesto per esso lui ne' tempi andati (siccome dovrò, pur troppo, dimostrarlo in seguito con orrore) ma una semplice pratica di scrivere, una mediocre perizia della stessa lingua del paese in cui vive, usata da quel popolo col quale ha esso duopo di contrarre ad ogni istante stretti legami di Commercio, e di Società, e che per una sventura inconcepibile non giugne mai l'ebreo che a balbettare macchinalmente nella guisa che mirasi fare sovente a' perucchetti, o papagalli, i quali non fanno che ripetere in tronche articolazioni que' pochi vocaboli medesimi che odono [(7)]. In fatti quanti ve n'ha fra gli ebrei che nell'età di 12, o 15 anni leggeranno Onkelos (parafrasi caldea della Bibia) intenderanno Jarki, spiegheranno Ezechiello, conosceranno il Zohar, e non sanno appena vergare il proprio nome, e quanti altri parimenti ve n'ha che ci recano insoffribile nausea ad udirli parlare di cinquanta? Ma almeno è un conforto per questi di potere dividere la loro sventura con infiniti altri individui non ebrei, attaccati fatalmente dallo stesso contagioso malore [(8)].

Barbari uomini che sì indegnamente vi usurpate il preclaro attributo di padri di famiglia, senza conoscerne giammai nè le leggi rispettabili, nè gli urgenti doveri! Ecco l'opera vostra, genitori spietati di misera prole che la vostra detestabile negligenza rende perpetuamente sventurata, fremete! I complici voi siete di ogni smarrimento che l'ignoranza (sorgente inesauribile di tutte le sciagure che affliggono l'umanità) in cui abbandonasti crudelmente i propri figli farà loro commettere un giorno; ma che dico? No, no, irragionevole sarebbe l'imputare i medesimi della più leggera colpa in questa parte, quando i soli rei siete voi, voi siete i colpevoli, e di essi con più debita ragione riportare voi dovrete la terribile meritata pena; e quale avversione per la vostra rimembranza non dovrà non recare agli stessi vostri figli un tempo, allorchè sviluppata dagli anni la ragione de' medesimi, si vedranno costretti a riconoscere nello stesso autore della loro propria esistenza la cagione fatale di ogni loro triste avvenimento? A che vi gioverà di querelarvi allora contro voi medesimi, detestando la vostra indifferenza brutale per la loro negligentata Coltura? Se con un rincrescimento intempestivo mitigare forse credete il vostro fallo enorme, o se immaginate che possa non esservi dagli altri imputato quello come tale, vi lusingate indarno; ogni rimorso è inutile, superfluo il pentimento per un male che da voi soli dipende di allontanare onninamente o d'impedire; ma che per l'ordinario inevitabile si rende una volta che lo abbiate permesso; in vano finalmente vi sforzerete di palliarli entrambi, attribuendo la colpa alla supposta inclinazione avversa dagli stessi figli per illuminare il loro spirito, e coltivare i loro talenti, allorchè promettendo, forse, per loro intimo declivio, i più rapidi avanzamenti, se tenuto aveste seco loro tutt'altro differente sistema, meno barbaro, e più sociale, costituire gli potevate in tale stato da ricolmare voi di onore, essi medesimi di gloria, la società di ammirazione [(9)].

Ma la natura, e la ragione sono sufficientemente vendicate degli oltraggi proditorj che dalla vostra insensibile fierezza si commettono in tante guise differenti contro di esse.

[(1)] Se lo spirito di un fanciullo, si arrendevole per sua natura, si limitato, è una volta sovvertito dal malefico pedantismo di una ignorante educazione, invano tenteranno in seguito le scienze di rischiarare quelle dense tenebre delle quali essa l'ha ingombrato; indarno lo studio, il più metodico ancora, potrà giugnere a dileguarlo dall'errore, ad elevarlo fino alla verità; esso in tale deplorabile stato inutilmente userebbe ogni sforzo d'ingegno e di artifizio di cui fosse capace per ritrovare lo smarrito sentiere, che diretto lo avrebbe con sicurezza nel vero acquisto delle utili Cognizioni se tradito non lo avesse la barbara negligenza di chi più dovea interessarsi per la di lui morale educazione; ond'è che per infondere nell'animo sovvertito di un fanciullo un numero adeguato di verità utili, e necessarie, sarebbe duopo, come lo pensa Elvezio, di svellere dalla sua corrotta fantasia lo stesso equipollente di quelle assurde illusioni delle quali essa ritrovasi miseramente colma, e penetrata; quale rimozione si complicata, e difficile richiederebbe, senza dubbio, un tempo assai lungo; ecco un nuovo argine al felice progresso degli sventurati fanciulli non meno pernicioso di tanti altri, che rendono pur troppo la loro infanzia interminabile, come ce ne convinceremo, con ribrezzo, nel seguito delle nostre successive osservazioni sopra un tale particolare.

[(2)] Ecco sembrami ritrovata la soluzione del problema per tante volte agitato da' curiosi; per che mai il dialetto dell'ebreo si fa per lo più si notabilmente distinguere da quello degli altri popoli fra i quali esso vive, sia col mozzamento di parole, sia collo strascico di reiterati accenti, ovvero colle nojose inflessioni di vocaboli, ed altre tali deformità le quali sono talmente abituali ad esso, che anche gl'individui più colti di questa nazione vi si mirano cadere assai di frequente. E quale meraviglia? essi con ciò altro non fanno che ripetere, essendo adulti, uomini formati, ed anche decrepiti, le stesse disgustose modulazioni di voci, che sono state loro comunicate nelle fascie: ciò che vieppiù contribuisce ad avvalorare la nostra preallegata opinione che le prime idee succhiate, per così dire, alla mammella insieme col latte nella prima infanzia, sono quelle appunto che restano sempre dominanti nell'uomo.

[(3)] Quanto sarebbero stati più rapidi, e più felici i progressi di coloro i quali per intima natura forse dotati di una perspicace inclinazione alla coltura, ed allo sviluppo dello spirito, se il primo linguaggio che si è fatto eglino imprimere, non fosse stato corrotto nè vizioso, ma bensì quello di persone instruite, di tersi parlatori, di coltivati soggetti? Non v'ha, per quanto io penso, dice un saggio antico, la benchè minima differenza, tra l'affidare ad un rozzo, ed inesperto manovale la direzione de' primi radicali sotterranei di un edifizio, e l'abbandonare, sia per incuria, sia per ignoranza, i primi anni dell'età di un fanciullo alle perniciose cure di un domestico imbecille, od alla direzione di una persona incolta, o scevra di virtù e di talenti. Quale grave torto non si fa a' giovinetti, quale immenso nocumento non ne risente l'inesperta fantasia de' medesimi abituandogli all'esecrando linguaggio di costoro, che in seguito disimparare hanno duopo, ed anche con somma fatica che rarissime volte giugne giungono a superare felicemente? Natura (dice il più dotto precettore della gioventù) tenacissimi sumus eorum quae rudibus annis percepimus ....... non assuescat ergo puer, ne dum infans quidem est sermoni qui didiscendum sit

Quintili. Instit. Lib. 1. C. 1.

[(4)] Il Pentateuco, tal quale ritrovasi scritto nel viluppo che viene denominato ספר תורה (Sefer Torah) Libro della Legge di cui fanno gli ebrei pubblica lettura in certi determinati giorni dell'anno entro la Sinagoga, è scritto senza punti vocali, mentre questi sono stati, dopo vari secoli dalla promulgazione fattane da Mosè inventati da masoreti o critici ebrei (de' quali fu già da noi parlato nel 1º. vol.) ad oggetto di fissare, o renderne più agevole l'intelligenza a coloro che non ne avevano una perizia sufficiente; anche gli accenti, o note che gli ebrei chiamano טעמים (Tanghamim) tuono, gusto, armonia di voce è parimenti l'opera di quelli; essi ne hanno inventati di due speci, di cui l'una serve a distinguere le parti del discorso, nella stessa maniera che i Greci, ed i latini usarono i primi de' punti, e delle virgole, affine di separare i differenti periodi de loro variati ragionamenti; gli altri poi hanno per oggetto d'indicare le pause, l'elevazione, e l'abbassamento della voce, leggendo, o piuttosto cantando com'essi fanno, seguitando il costume antico i vocaboli medesimi e le frasi della Scrittura; vi si è finalmente rimarcato in essi qualche analogia molto prossima colle note medesime, che noi impieghiamo usualmente nella musica.

[(5)] Non è già che gli ebrei manchino di eruditi, ed ingegnosi grammatici, essi ne hanno da disputare con successo la palma di trionfo a tutte le altre nazioni civilizzate del mondo. I Rabbini Jeudah, e Jonah, si distinsero mirabilmente in questo ramo: R. David Kimhi, così nomato per antonomasia Radak, si rese oltremodo classico ancora, ed Abenesdra più di tutti quelli che lo avevano preceduto; ma Elia Levita celebre Rabbino Tedesco gli ha tutti sorpassati; questi al dire de' dotti, è il più perspicace critico che abbia la nazione d'Israel nell'arte della Grammatica. Non bisogna certamente obbliare fra i moderni il rinomato R. Arieh conosciuto altrimenti sotto nome di Leon di Modena; e gli eruditi Rabbini Calimani, e Saraval veneti entrambi, i quali tanto nell'arte della grammatica, quanto in quella della predicazione, oserei dire, che non hanno lasciato successori da eguagliare; ma a fronte di tutte le utili cognizioni che gli ebrei potrebbero acquistare in questa parte, nulla di meno quel tanto che i medesimi posseggono dell'idioma ebraico, non è regolarmente fondato che sopra un abitudine macchinale che fece loro meramente contrarre un lungo uso, senza potere giammai in verun modo renderne motivo, nè ragione. Quindi è che pochi giungono fra essi ad approfondirla, ed a conoscerne il vero spirito.

[(6)] Il metodo di cui gli ebrei si sono sempre serviti per spiegare le Scritture è stato differente secondo i varj tempi, e la diversità de' luoghi; ma in qualunque siasi maniera è ben di raro ch'essi si siano applicati a trovarvi il senso puramente letterale. In quasi tutti gli antichi Commentari sulla bibblia non vi veggiamo altro che allegorie, giuochi di spirito, istorie immaginate a piacere, e pochissimi concetti morali. Alcuni, per altro, volendogli giustificare, vanno fino a sostenere che lo spirito di quegli antichi scrittori è stato condotto all'invenzione di si fatte stravaganti parabole, o mistiche allegorie, in preferenza delle spiegazioni letterali, per che quelle erano allora molto più gustate dal popolo di ciò che lo fossero queste incapaci del tutto ad eccitare l'attenzione assidua de' loro ascoltatori.

[(7)] Non si saprebbe cominciare troppo presto una saggia ed istruttiva educazione. È ben vero, per altro, che la tenera fanciullezza non può ancora contenere uno spirito giusto, e moderato, ma per rimediare a questo primo inconveniente è duopo fare prendere alla ragione de' fanciulli un abito da fanciullo; e questo dovrebbe essere propriamente l'ispezione de' genitori, e delle genitrici, a dovere tutti esaminare minutamente da vicino, ed a studiare con assidua precauzione la portata de' soggetti che quelli possono soffrire; tale è l'espediente il più efficace per trarli, con successo dal loro ingenito letargo, ad un simile riguardo, la pena è breve, ed il solido vantaggio che se ne ritrae è di una interminabile durazione. I pregiudizj, e le passioni si impossessano ben presto della vita dell'uomo e presto ancora si corrompono lo spirito, ed il Cuore, quando a' fanciulli troppo tardi si parla, ed allorchè la ragione viene per collocarsi, lo spazio, per così dire, che dee contenerla, è già preventivamente occupato.

[(8)] È un difetto quasi universale in queste parti di mantenere i fanciulli fino all'età di 8. e forse ancora di 10. anni immersi nella totale ignoranza di ogni cosa, e scevri affatto eziandio del proprio natio idioma. Alcuni filosofi opinano che non si debbono fare applicare i fanciulli agli studj avanti ch'essi abbiano compiuti gli anni sette: Quidam Litteris instituendos, (dice Quintiliano riferendo il sentimento de' medesimi) qui minores septem annis essent non putaverunt quod illa prima ætas, & intellectum disciplinarum capere, & laborem pati non possit (Instit. Cap. 2. Lib. 1.). Però questi sembra essere di opposto pensiere, appoggiato, senza dubbio, al sentimento di Crisippo filosofo Stoico, il quale avendo ragionato estesamente sull'educazione instruttiva de' fanciulli assegna tre soli Anni alle balie, alle quali raccomanda che persino di allora si applichino a formare i costumi di essi, ed a reprimere, per quanto elleno è possibile, la veemenza delle loro passioni che fino a quell'età cominciano a farsi con tutta forza sentire: or prosegue il medesimo Quintiliano, se questa età può essere capace di norma per rapporto a' Costumi, per che mai non dee esserlo egualmente per ciò che almeno riguarda il solo studio delle Lingue? Cur autem non pertineat ad Litteras ætas, quæ ad mores jam pertinet (Ibid). Ma che direbb'egli mai quello stesso Quintiliano se spettatore un solo momento ritrovare ei si potesse fra noi ad osservare il detestabile contegno che si tiene in queste parti, concernente l'educazione morale de' fanciulli? Cosa opinerebb'esso mai, vedendo quella professione stessa che ha egli per lungo Corso di Anni esercitata felicemente con altrettanto luminoso decoro, quanto avventurati universali successi, oggi renduta fra noi sì abbjetta, sì comune, sì popolare? Quale giudizio farebbe degl'insensati genitori, e quale prognostico darebb'egli mai degli sventurati loro figli? Ci reputerebb'egli reprobi, stravaganti, o forsennati?

[(9)] È certamente un assurdo ripugnante, ma d'altronde molto comune il credere, che ci sieno pochi uomini i quali naschino colla facoltà di bene acquisire le idee che loro si presentano, e di abbracciare gli studj ne' quali si fanno i medesimi applicare; siccome pure ingannasi di gran lunga chi s'immagina che la massima parte de' fanciulli perviene con grande stento a superare quell'accidia molesta, che mirata, per così dire, porta seco lo spirito di questi, poichè quasi tutti, al contrario, sembrano egualmente organizzati ad applicare, a pensare, a ritenere con la massima facilità e prontezza: C'est un talent (dice Elvezio P. 1. de l'Education) aussi naturel a l'homme comme le vol aux oiseaux, la course aux chevaux, et la ferocité aux bêtes farouches. La vie de l'ame est dans son activité, & son industrie, ce qui lui a fait attribuer un origine celeste. Les esprits lourds, & inabiles aux sciences, ne sont pas plus dans l'ordre de la nature, que les monstres & les phénomènes extraordinaires, ces derniers sont rares.

Dal che mi sembra potere fondatamente conchiudere che agevole cosa si rende di ritrovare ne' fanciulli delle risorse considerabili, le quali per sciagura universale o non si conoscono affatto, o si lasciano, pur troppo, sfuggire coll'età: quindi è che allora non dobbiamo qui incolpare la natura, o il talento de' giovani, ma la nostra insensata negligenza per la loro instruttiva educazione unicamente, la quale se una volta giugneremo ad emendare de' suoi perniciosi errori, resteremo a sufficienza convinti della pretta verità di ciò che quì fermamente asseriamo.