II.
Veniamo alla seconda parte del giudizio.
Certe accuse fatte all’Aretino sono calunniose e false; altre non è dimostrato che sieno vere. Non è provato, e non è nemmeno probabile, ch’egli abbia rubato, o truffato, o commesso altre di quelle gagliofferie grosse per cui allora, assai più facilmente di ora, si finiva in un fondo di prigione, o si dava a dirittura nel capestro. Ma che per ciò? Egli rimane pur sempre un uomo scellerato e vile, una natura profondamente corrotta, uno di quei mostri che disonorano l’umanità senza però capitar mai sotto al rigor delle leggi. Egli non sarà un delinquente, se si vuole, ma è certo un turpe ribaldo. Ed ecco altre accuse ed altre invettive. Udite i testimoni che rosarii recitano. L’Aretino è un furfante, un ignorante, un arrogante, un boja, un prosuntuoso, un porco, un traditore, un mostro infame, un idolo del vituperio, dice il Berni. L’Aretino è un goffo, un bajante, un ribaldo, un ciurmatore, una puttana, un somaro da legnate, una sentina di vizii, dice il Franco. L’Aretino è un poltrone, un bestione, un mariuolo, una carogna, il vitupero degli uomini, la schiuma di tutti i furfanti, il colosso dei goffi, il tagliaborse dei principi, la guida degli asini, il Sardanapalo della gagliofferia, dice il Doni. Sta bene; ma questi sono i testimoni dell’accusa: udiamo un poco anche i testimoni della difesa. Ecco ben altro linguaggio: l’Aretino è divino, divinissimo, non men divino che immortale, umanissimo, eccellentissimo, magnifico, onorando, virtuosissimo, unico, figliuolo della verità, discepolo e miracolo della natura, salute del mondo, gloria del cielo, dicono principi, cardinali, letterati, donne colte e gentili, frati e soldati. Se voi fate il conto, trovate che per un testimone che dice male, ce ne son dieci che dicono bene.
E poi, questi testimoni che dicon male bisogna vederli un po’ più da vicino. Chi sono essi? Prendiamo quei tre che ci sono già comparsi dinanzi, e non ci curiamo d’altri. Il Berni, in complesso, è un brav’uomo, sebbene abbia anch’egli in dosso qualche taccherella, di cui, se si volesse parlare, bisognerebbe parlare a porte chiuse; ma gli altri due sono due lanzichenecchi della penna, due stradiotti della letteratura, niente più onesti dell’Aretino, ma molto meno accorti di lui. Costoro gli erano stati un tempo in casa, e avevano mangiato del suo pane, e s’erano rimpannucciati a sue spese, e finchè durò l’amicizia lo levarono ai sette cieli; rotta poi l’amicizia, per ragioni che qui non accade ricordare, ne fecero, secondo la usanza non mai dismessa dei poltroni, il governo che s’è veduto. Il Berni scaraventava contro l’Aretino quel suo sonetto per far le vendette del datario Giberti, suo padrone, il quale non è poi dimostrato che non avesse qualche torto con l’Aretino; ma gli altri due composero le loro sconce invettive a solo sfogo di animo invelenito, chè non erano nè l’uno nè l’altro uomini da levarsi a campioni disinteressati della offesa moralità e della virtù conculcata. Costoro chiamavano l’Aretino un furfante e avrebbero data l’anima per potersi trovar ne’ suoi panni.
Altri infiniti ebbero, come abbiam veduto, dell’Aretino, tutt’altra opinione. Che vuol dir ciò? Vuol dire che alla generalità degli uomini del suo tempo l’Aretino non parve quel tristo di tre cotte che pare a noi. Ora, una massima mi pare da doversi stabilire anzi tutto: che nessuno, cioè, debba essere giudicato più malvagio di quello ch’ei fu tenuto dall’età sua, quando, ben s’intende, l’età sua abbia avuta di lui giusta ed intera cognizione. Gli è quanto dire che non si vuol giudicare nessuno coi criterii di una moralità o poco o molto diversa da quella comunemente accettata nella società cui egli appartenne, e d’onde solamente potè derivare la norma del suo operare; o se pur si vuole giudicare con quei criterii, non si deve giudicare lui solo, ma con lui la intera società di cui fu membro. Il valore esatto di un uomo non si ha se non quando un tal uomo, si consideri nell’ambiente suo, in mezzo alla vita varia e complessa di cui egli è, al tempo stesso, organo e produzione; giacchè ogni valore è necessariamente relativo. Che direste voi di chi volendo giudicare, poniamo, la figura principale di un quadro storico, togliesse appunto quella figura dal quadro, e si facesse a considerarla separatamente dall’altre figure e dalle cose tutte che il pittore, non senza le sue buone ragioni, gli pose intorno? Direste ch’egli opera malamente, e che il giudizio suo non può non riuscire parziale ed erroneo, giacchè la figura principale forma un tutto con quelle altre figure e con quelle cose ancora, e non la può intendere chi la consideri disgiuntamente da esse, o chi la ponga in altro quadro, in relazione con altre figure e con altre cose. Non meno parziale, non meno erroneo deve riuscire il giudizio di chi toglie l’Aretino dall’ambiente suo, e vuol giudicarlo secondo i principii di una morale che non fu quella dei suoi tempi. Fate campeggiare la figura dell’Aretino, sopra un fondo d’idealità cavalleresca, o di puritanismo anglicano, e la vedrete staccarsene vigorosamente, e vi parrà mostruosa: fatela campeggiare sul fondo del Cinquecento, ch’è il suo, e la vedrete spiccar molto meno, e vi parrà meno brutta d’assai. I contemporanei conobbero l’Aretino quanto noi, anzi, certo, meglio di noi; pure non l’ebbero, generalmente parlando, in quell’orrore in cui noi lo abbiamo. E perchè questo? Perchè i suoi vizii e le sue ribalderie erano cose comuni di quel tempo, erano il portato di quella vita, erano una pece di cui, o poco o molto, tutti si mostravano tinti.
Qui ci sarebbe da entrare in un lungo discorso circa la immoralità del Cinquecento, quella immoralità così intimamente connessa, così compenetrata colla cultura della Rinascenza, che, se l’una non fosse stata, nemmeno l’altra sarebbe stata; ma un tale discorso, quando non si volessero ripetere le cose più note e i giudizii più triti, quando si volesse entrare un po’ nell’esame del come e del perchè, del quando e del quanto, ci trascinerebbe così lontano che il povero Aretino non parrebbe più che un punto perduto in infinito spazio, e non sarebbe troppo agevole tornare a lui. Contentiamoci dunque di riaffermare questa nota verità che il Cinquecento è profondamente immorale, e aggiungiamo che la misura, o se si vuole, la portata della sua immoralità, è data dallo sconfinato spazio che separa la vita reale dall’ideale cristiano, che pur allora si mette innanzi come norma, e come scopo di quella vita. Ogni società che, professando in astratto una certa dottrina morale (sia poi ottima, o non sia, poco importa), non solo rimane molto discosto dalla predicata perfezione, ma opera ancora in piena contraddizione con quella dottrina, è una società profondamente corrotta. E tale è la società del Cinquecento, la società descritta dal Machiavelli e dal Guicciardini.
Facciamoci ora a considerare uno per uno i vizii capitali dell’Aretino, quelli per cui gli si muovono più aspre censure, e vediamo se e come s’attenuino, paragonati con le condizioni generali dei tempi, e tenuto il debito conto delle cause che li producono, e talvolta ancora del fine cui tendono.
Il Doni chiama l’Aretino il tagliaborse dei principi; ma si dimentica di dire che i principi erano i tagliaborse dei popoli. Ad ogni modo, una delle più gravi accuse fatte all’Aretino concerne le arti con le quali egli carpì denari e regali a principi e non principi, e sguazzò tutto il tempo di vita sua, o almeno la miglior parte della vita sua, quella del soggiorno in Venezia. Queste arti, tutte riprovevoli, sono l’adulazione, la diffamazione, la minaccia, lo scherno, la menzogna.
Ma, quando s’è detto ciò, rimangono molt’altre cose da dire. Bisogna ricordare quale fosse la condizione dei letterati in quel secolo XVI, preconizzato il secol d’oro delle lettere. Era, in verità, una condizione assai triste. Ai giorni nostri, chi fa questo benedetto mestiere di scriver libri, camperà forse magramente, ma vive del giusto prezzo delle sue fatiche, ma vive libero, e per poco che s’innalzi sopra il livello comune, almeno in certi paesi, facilmente arricchisce, scrive come vuole e di ciò che vuole, impone i suoi patti all’editore, i suoi gusti e le sue idee al pubblico. Ben altrimenti andava la cosa nel Cinquecento. Nel Cinquecento il libro non aveva, come ha oggidì, un valor commerciale definito, e la proprietà letteraria era poco intesa e meno rispettata. Il letterato non viveva del prezzo dell’opera sua, ma del premio che altri potesse benignamente largirgli, e tal premio riceveva misura assai meno dal proprio merito di lui che dalla liberalità maggiore o minore, incerta e capricciosa del largitore. Il letterato supponeva un mecenate e lo cercava; viveva all’ombra sua e alle sue spese, si faceva mezzo servo e mezzo parassita. Si vedono subito le conseguenze di un tale stato di cose. Vivendo della malsicura munificenza del suo protettore, il letterato doveva continuamente attendere a che la fonte delle largizioni non si seccasse; doveva esercitar l’ingegno, e spesso logorarlo, in una lotta sorda e umiliante, piena di pericoli e di sorprese, nella quale egli si studiava di estorcere quanto più poteva, e il mecenate, di solito un principe, cercava di dare il meno possibile; doveva fare del libro uno strumento e un’arme di quella lotta, piegandolo a mille esigenze estranee al suo pensiero e all’arte sua. Egli diventava necessariamente cortigiano, adulatore e bugiardo; si chiamava poeta, storico, o filosofo, ma era soprattutto un accattone travestito. E nessuno mai potrà dire quanto danno abbia recato alle lettere nel Cinquecento la parassita mendicità dei letterati.
Che poi quella vita fosse assai triste, assai dura, anzi al tutto incomportabile agl’ingegni più nobili, si comprende facilmente: tutti ricordano ciò che ne lasciò scritto l’Ariosto; Torquato Tasso, molto ajutato dalla natura, gli è vero, ci smarrì la ragione.
Ora si avvicinavano i tempi di un grande mutamento, così in questa, come in molte altre cose. Era nata l’arte che doveva redimere lettere e letterati dall’uggioso patronato dei mecenati, e quest’arte era la stampa. La stampa mutava il significato, l’importanza, i destini del libro; essa assicurava, insieme con la base sociale, anche la base economica della letteratura. Ma era questo un grande rivolgimento, e un difficil lavoro, che non poteva compiersi in un giorno. Anche qui bisognava procedere per gradi. Fra la letteratura, chiamiamola così, di servizio, e la letteratura indipendente, ci doveva essere una letteratura intermedia, partecipe dell’una e dell’altra condizione. Fra il letterato che chiede la elemosina e il letterato che mette in vendita il suo libro, ci doveva essere il letterato che impone l’elemosina; e questo letterato fu Pietro Aretino.
Pietro Aretino non era uomo da acconciarsi alla condizione ordinaria dei letterati del suo tempo; l’indole sua, i suoi gusti, non glielo concedevano. Chiamandosi uomo libero per la grazia di Dio, egli dava a conoscere una delle inclinazioni più forti, dirò uno degli istinti di quella sua rigogliosa e mal disciplinata natura, tutta impastata di appetiti voraci. Amò veramente sopra ogni altro bene la libertà, e per amor di lei adorò Venezia, la più libera città d’Italia in quel tempo, e la più ospitale a chiunque non pretendesse ingerirsi nella politica. Non era nato per commisurar la sua vita ai piaceri, o peggio, agli ordini di un padrone; non poteva soffrire d’avere sopra e d’intorno chi gli desse soggezione o fastidio. In quel suo amore di libertà, come in più altre cose sue, c’è molto dell’uomo moderno. Odiava le corti di odio mortale, e mai non si lasciò sfuggire l’occasione di dirne il maggior male che seppe. E che quest’odio non fosse ingiusto provano le infinite voci che d’ogni parte si levano contro di esse. Gabriello Simeoni chiama la corte
Sepoltura e prigion dell’uomo vivo;
e soggiunge:
Proprio è la corte come una puttana,
Che par bella di fuora, e poscia drento
Parte non ha che si ritrovi sana[135].
Cominciando un suo capitolo intitolato appunto dalla corte, Cesare Caporali dice che in essa
la vita
È registrata al libro della morte[136].
Un altro perugino, Vinciolo Vincioli, prelato e protonotario apostolico, piantata, sul finire del secolo, la Corte di Roma, scrive, pieno l’animo di fastidio e di stizza:
Parmi che in Corte il vivere e il morire
La stessa cosa sia, ed è tutt’una
Il diventar poeta e l’impazzire.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Io rassomiglio gentiluomo in Corte
A gentildonna che vive in bordello[137].
Alessandro Allegri, in un capitolo dove sfoga que’ medesimi sentimenti, grida:
Lo star in corte e l’esser ammalato,
Mi pajon come dir frate’ carnali.
Tanto s’agguaglia l’un all’altro stato.
Cento fra prosatori e poeti descrivono la corte come una sentina di vizii, una cloaca d’obbrobrii, un ergastolo di miserie, dove, dice il Garzoni, «i semplici sono beffati, i giusti perseguitati, i presontuosi e gli sfacciati sono favoriti»; dove «van prosperando gli adulatori, i mormoratori, le spie, i referendarii, gli accusatori, i calunniatori, i gaglioffi, i malvagi, le male lingue, i truffatori, gl’inventori de’ mali, i seminatori di zizania, e altra generazione di ribaldi»; dove «gli stupri, i rapimenti, gli adulterii, le fornicazioni, i puttanesimi, le ruffianerie, sono i giuochi e piaceri de’ cortigiani»[138]. Al Sardo, diventato cortigiano, fa dire Lodovico Domenichi in uno de’ suoi dialoghi: «E così Dio mi salvi, che ogni volta che io mi ricordo della mia condizione, non mi par più d’essere nè libero nè uomo, ma della più misera sorte di schiavi che sia al mondo»[139]. Ed era in vero, se non sempre, nella più parte dei casi, una misera condizione e un vile esercizio. Aspettare in anticamera le mezze giornate che il signore si degnasse di far conoscere il voler suo; accompagnare il signore di giorno e di notte, a piedi o a cavallo, dovunque gli piacesse d’andare; correre a staffetta in missione ad ogni minimo cenno di lui; ajutarlo in mille negozii e in mille intrugli; non mangiare se quegli non aveva mangiato, non coricarsi se quegli non s’era coricato; misurare e pesare ogni parola, non dir troppo, nè troppo poco; camminare, starsi, sedere, ridere, gestire, sempre con certa osservanza e certo proposito; schermirsi da mille offese manifeste ed occulte; opporre insidie ad insidie e calunnie a calunnie; non avere un’ora mai di sicurezza e di pace, e, in premio delle molte fatiche sostenute per lui, toccar dal signore canate furiose, cadere subitamente in disgrazia, e vedere dissipate in un giorno le speranze di molti anni; questi erano, con qualche varietà nella misura e nel modo, a seconda dei casi, questi erano gli offici, queste le venture dei miseri cortigiani. Quanti ebbero a trovarsi da ultimo nella condizione di quegli incauti ed improvvidi, de’ quali dice Vittoria Colonna che
ne le gran corti consumando
Il più bel fior de’ lor giovenil anni,
Mentre utile ed onor van ricercando,
Sol ritrovano insidie, oltraggi e danni![140].
I più cauti, o i più alteri, o i men bisognosi, talvolta anche coloro che già erano stati scottati, sapevano starne lontani, e qualcuno vi fu che del suo starne lontano assegnò le ragioni. Invitato ad andarsene in corte di Roma, Gerolamo Fenaruolo rispondeva in un suo capitolo a Vettor Ragazzoni: Che ci farei io, e come potrei durar quella vita?
Io parlo sempre come qui si parla,
E dico pane al pane, e vino al vino,
Senza molto pensier di profumarla.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Quando ch’io sudo, voglio dir ch’io sudo,
Quando ch’io tremo, voglio dir ch’io tremo,
E vo’ dir cotto al cotto, e crudo al crudo[141].
Domandato perchè s’ostinasse a rimanere in Provenza e fuggisse le corti, Luigi Alamanni rispondeva nella satira a Tommaso Sertini, ricordando le infinite miserie dei cortigiani, confessando di non saper l’arte che si richiede a salir l’altrui scale, affermando di preferire la pace a quanti onori e agi si possono avere in corte[142].
Nè questi agi erano poi tali e tanti che potessero compensare e consolare della miseria morale, della viltà di quella vita; anzi erano assai scarsi ed incerti. Di regola, i signori, quanto più spendevano e spandevano in pompe, in sollazzi, e nei mille sfoggi con cui cercavano di accrescere a sè medesimi lustro e nominanza, tanto più parsimoniosi e più stretti si mostravano in provvedere ai bisogni di chi li serviva; e se non lesinavano essi, lesinavano per proprio conto e in proprio beneficio i ministri. Certo, come non tutti i signori erano eguali, così non erano eguali tutte le corti; ma se nelle grandi si stava il più delle volte, anche per questo rispetto, assai male, figuriamoci come si dovesse star nelle piccole. Giacchè non è in quel secolo così smilzo signore, non così indebitato cardinale in Roma, che non voglia avere, come allora si dice, la sua famiglia, e se non una corte intera, una mezza corte.
Ogni signor di trenta contadini,
E d’una bicoccuzza usurpar vuole
Le cerimonie dei culti divini,
diceva messer Pietro in un capitolo al re di Francia. I cardinali, per acquistar credito e seguaci, abbisognavano di molti quattrini, e per metterli insieme, lesinavano sul vitto e sull’altre spese. Onde l’Ariosto:
Perciò gli avanzi e le miserie estreme
Fansi, di che la misera famiglia
Vive affamata e grida indarno e freme.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dalle otto oncie per bocca, a mezza libra
Si vien di carne, e al pan di cui la veccia,
Nata con lui, nè il loglio fuor si cribra.
Come la carne e il pan, così la feccia
Del vin si dà, c’ha seco una puntura
Che più mortal non l’ha spiedo nè freccia[143].
Messer Pietro fa dire il resto a Flaminio nella sua Cortegiana[144], e se pur qualcosa vi manca, Cesare Caporali, che in Roma appunto ebbe a servir cardinali, la supplisce; mentre altri dà ragguaglio di come si mangiava e si vestiva e si alloggiava nelle corti di assai principi, che avevano più reputazione che denari, o più boria che umanità. Ed ecco venir fuori le descrizioni e le dipinture dei non mai abbastanza detestati e maledetti tinelli, dove, tra povere e lorde pareti, intorno a rozzi deschi coperti di tovaglie ricamate d’untume, sedeva promiscuamente una turba affamata, e l’uom di lettere aveva non di rado commensali gli staffieri e i buffoni; dove, quando non fosse già incerconito, si annacquava il vino, si misurava il pan raffermo, la broda di turpi minestre faceva venire il rancico in gola, la vacca tigliosa disarticolava le mandibole e strappava i denti, e le frittate erano di così stremenzita complessione che il vento se le portava a volo. Antonio Cammelli, che d’ogni cosa faceva sonetti, raccontava a un amico gli orrori del tinello:
Cenando, Fedel mio, jersera in corte.
M’apparecchiar Serafino e Galasso
Una tovaglia lavata col grasso
Che mostrava la mensa per le porte.
Poi le vivande che mi furon porte,
Fu l’insalata mal condita, ahi lasso!
Il pan peloso, più duro che sasso;
Filava il vin, per la paura, forte.
La madre di Buezio avvolta a un osso
Mi dieder prima, che del brodo puro
Aveva ancor la cimatura addosso.
Diedi de’ denti su quel cuojo duro,
(L’un era affaticato e l’altro scosso).
Col culo al scanno e con li piedi al muro.
Allor dissi: — Io non curo
Di questa imbandigion mangiarne troppa.
Ch’io non son uso a pettinare stoppa. —
E poi volsi la groppa
E dissi che chi in corte è destinato;
Se non muor santo si muor disperato[145].
Ora, Pietro Aretino non voleva nè morir santo, nè morir disperato. Non voleva essere uno di quei letterati morti d’inedia, di cui fa ricordo Pierio Valeriano, e nemmeno uno di quei cortigianetti spelatini di cui parla in certa lettera a Gerolamo Agnelli[146]: voleva vivere a modo suo, parlare a suo senno, mangiare a sua posta, scialarla il più possibile, e a monsignor Guidiccione, che l’esortava ad andarsene a Roma, scriveva: «Vorrei piuttosto essere confinato in prigione per dieci anni, che stare in palazzo»[147]. Ricordava certo predicatore che «per non si affaticare in disegnar la Corte, mostrò al popolo l’inferno dipinto»[148]. E chi voglia meglio conoscere l’animo di lui in proposito legga la sua Cortegiana e il suo Ragionamento delle corti.
Questo è l’inferno da cui l’Aretino volle redimere anzi tutto sè stesso, e da cui pensò forse di redimere a dirittura le lettere col suo esempio. Egli si vanta di aver trovato il segreto per rendere i signori generosi e graziosi, e di avere con le sue braccia aperta ai dotti una strada, per la quale camminando, possono farsi beffe degl’intrighi e delle insidie signorili. «Io ho scritto ciò che ho scritto», dice in una lettera dei 3 d’aprile del 1537 a messer Giannantonio di Foligno, «per grado della virtù la cui gloria era occupata dalle tenebre dell’avarizia dei signori; ed innanzi ch’io cominciassi a lacerargli il nome, i virtuosi mendicavano le oneste comodità della vita, e se alcun pur si riparava dalle molestie della necessità, otteneva ciò come buffone e non come persona di merito; onde la mia penna armata dei suoi terrori ha fatto sì che essi riconoscendosi hanno raccolti i belli intelletti con isforzata cortesia, la quale odiano più che i disagi»[149].
Ma l’Aretino, non solo amava la libertà, amava anche molto, e forse troppo, quelle oneste comodità della vita di cui ragiona nella lettera testè citata, e le quali poi non sempre erano oneste. Madre natura, bisogna dirlo, l’aveva formato per la vita godereccia, moltiplicando in lui gli appetiti, dandogli una salute di ferro, uno stomaco di struzzo, una giocondità imperturbabile, un gusto accorto, un certo senno alla casalinga, e conservandogli intere negli anni più che maturi tutte le vigorie della giovinezza. Dobbiamo confessare che con una complessione fisica e morale come la sua le difficoltà inseparabili dall’esercizio della virtù si accrescono di molto.
E poi non era egli figliuolo del suo secolo? di quel secolo festaiuolo e gaudente che, come un dissoluto, si logorò nei piaceri? di quel secolo inventore di tutte le squisitezze e fastosità? Egli è l’immagine del secol suo, egli ne raccoglie, ne condensa in sè tutte le inclinazioni e tutti i bisogni: e se godere il più che si può era stato sommo ideale di un pontefice come Leone X, qual meraviglia che fosse di un Pietro Aretino? Nato povero e di vile condizione, egli è tutto pieno degl’istinti della grandezza, e loda coloro, che, pur non essendo principi, vivevano come Gerolamo Rovero, «magnificando la pompa del vestire e la splendidezza del mangiare con nuovi modi di nobiltà»[150], e dice che «l’uomo tanto si prolunga la vita quanto adempisce i suoi desiderii»[151]. Perciò buona tavola, casa signorile, belle donne, conversazione piacevole, ricchi panni, sontuose suppellettili, quanto il lusso richiede, quanto san procacciare le arti, erano cose necessarie al suo vivere. E odiava la povertà, non solo per le privazioni che arreca seco, ma ancora per le angustie che pone intorno all’animo, per quella necessità che ne porta seco di misurare ogni atto e ogni pensiero, e di fare dell’aritmetica minuta la legge e la direttrice della vita; necessità così incresciosa a chiunque sia di spiriti un po’ rigogliosi, così grave a lui, che si faceva beffe di coloro «che dan conto a sè stessi di sè»[152]. Noi potremo biasimare l’Aretino per questo suo modo d’essere, ma dovremo riconoscere in lui l’uomo del Rinascimento.
Rifiutando di vivere in corte, l’Aretino non poteva vivere senza le corti, cioè senza i principi; e muovere i principi a dare non era la più facile cosa del mondo. Io sono ben lungi dal voler giustificare le arti adoperate dall’Aretino per conseguire i suoi fini; ma dico, e parmi sia da tenerne conto, che tali arti parevano allora assai meno riprovevoli di quello pajano ora. L’adulazione era allora in tutte le bocche, tanto più gradita quanto più smaccata, e andava non solo da inferiore a superiore, ma ancora da eguale ad eguale. I più onesti nemmen essi sapevano, o potevano tenersene immuni, e basti ricordare, lasciando ogni altro esempio, le lodi che da un Baldassar Castiglione e da un Lodovico Ariosto ebbe il pessimo cardinale Ippolito d’Este. La ciarlataneria dell’Aretino fu grande certo; ma se c’è un secolo, che a rispetto d’altri, meriti d’essere chiamato il secolo dei ciarlatani, il Cinquecento è quello. Un sentimento esagerato del proprio valore, altro portato, come si sa, di quello spirito della Rinascenza, n’è senza dubbio la prima cagione; ma poi ci si aggiungono il bisogno e la concorrenza che fanno il resto. Ed è concorrenza rabbiosa, giacchè i letterati sono molti e non c’è pane per tutti. Chi non si tira innanzi, chi non grida e non magnifica la sua merce, chi non promette più di quanto possa attenere, corre rischio di morirsi di fame. Il Cinquecento è pieno di queste strane figure d’uomini, che, o si vantano di dare altrui la immortalità coi versi, od ostentano una scienza ignota e trascendentale, o propongono certi loro incomprensibili trovati per acquistare con somma facilità ogni dottrina, o vogliono a dirittura riformare il mondo. Di tutto e in tutti i modi si batteva moneta. Luca Gaurico, che l’Aretino chiama profeta dopo il fatto, si buscava, è vero, per le sue predizioni astrologiche, cinque tratti di corda da Giovanni Bentivoglio; ma, in compenso, da papa Paolo III il vescovado di Civitate, con 300 ducati d’oro di rendita, più una buona pensione e non so che altro. L’Aretino si trovava in buona compagnia, e non mi pare che fosse il primo della brigata, egli, che spesso confessò di non sapere le cose che veramente non sapeva, ed erano più che parecchie. Fausto da Longiano, per esempio, e Giulio Camillo Delminio e Ortensio Lando, per non citarne altri, mi pajono assai più ciarlatani di lui. Vero è che Pietro Aretino ebbe come un presentimento di quella più perfetta ciarlataneria moderna, che, con nome fortunatamente non nostro, si chiama réclame. Notabile a tale proposito una lettera da lui scritta al saltimbanco Modenese, dove lo prega di volere, con la naturale eloquenza largitagli dalla natura, «scampanare del suo nome ben bene»[153].
Si fa un gran carico all’Aretino d’avere usato coi principi, quando l’adulazione non giovava, la maldicenza, e di avere estorto pensioni e regali a parecchi, minacciando i furori della sua lingua e della sua penna. Che egli abbia adoperato così, non si può negare; che così abbia ottenuto gran parte della sua reputazione, è certissimo; ma non è il caso di troppo turbarsene, perchè, a dir vero, il giuoco andava da galeotto a marinaro. I costumi e le usanze dei più di quei principi si conoscono anche troppo, e il fare stentare chi li serviva, e il non attenere mai le promesse, non erano certo i loro maggiori difetti. In verità che l’Aretino fece bene a taglieggiarli, e che facesse bene parve allora a moltissimi, e moltissimi il dissero, e fra gli altri il Dolce, che acerbamente lagnandosi, in certo suo capitolo, dell’avarizia dei principi, esclama:
O Aretino, benedetto voi,
Che vendete li principi al quattrino,
E gli stimate men d’asini e buoi[154].
Da altra banda, dove noi non vediamo se non male, i contemporanei dell’Aretino spesse volte non videro se non bene. Leggasi, di grazia, questo passo del Dialogo della rettorica di Sperone Speroni, dove con altri interlocutori è introdotto il Brocardo, prima che s’inimicasse l’Aretino[155]:
Brocardo. Sia al mondo un buono uomo pien d’eloquenza e d’ingegno; il quale uscito dalla sua patria solo e nudo, quasi un altro Biante, venga a starsi in Bologna: che farà egli dell’arte sua? Se egli accusa o difende; ecco un vile avvocato che vende al vulgo le sue parole: se delibera; non sendo parte della repubblica, i suoi consigli non sono uditi. Tacerà egli, e fia sua vita oziosa? non veramente: ma di continuo con la sua penna nella causa dimostrativa biasimando e lodando, la sua eloquenzia eserciterà. La qual cosa non per odio o per premio, ma per ver dire facendo, in poco tempo non solamente da’ pari suoi, ma da’ signori e da’ regi sarà temuto e stimato.
Soranzo. Questo vostro eloquente (se non m’inganna la simiglianza) è il ritratto dell’Aretino.
Brocardo. Io non nomino alcuno; ma chiunque si è, ei non può esser se non grand’uomo.
Un predicatore, fratello del famoso Fausto da Longiano, giungeva sino a dire «che a voler riformare la nazione umana, la natura e Dio non potrebbe ritrovare mezzo migliore, quanto produrre molti Pietri Aretini».
Del resto bisogna considerare la cosa un po’ più dall’alto, perchè, o io m’inganno, o di ben altro si tratta che della particolare tristizia di messer Pietro. I contemporanei non seppero intendere perchè i principi si mostrassero così benevoli a un uomo che si gloriava di chiamarsi loro flagello, e si facessero suoi tributarii: l’Aretino stesso, probabilmente, non riuscì a darsi pieno conto del fatto; ma noi possiamo intenderlo meglio di loro e di lui. Non vi accorgete che una nuova cosa era nata nel mondo? Francesco I che lo sollecita ad andarsene a stare con lui, Carlo V che se lo fa cavalcare a fianco, Giulio III che lo bacia in viso, gli altri tutti che lo colmano di onori e di doni, non s’inchinano propriamente all’Aretino, ma a quella tal cosa, che ancora non ha nome, e che già fa sentir la sua forza. E qual è questa cosa? Non altro che la libera parola, la quale fissata e moltiplicata mediante la stampa, corre traverso il mondo, sparge novelle e giudizii e crea la pubblicità, punge cuori e intelletti e crea la pubblica opinione, si fa insegna, si fa dottrina, provoca le fruttifere discussioni, inizia i rinnovamenti. I principi sentono in confuso che è sorta di mezzo agli uomini una nuova potenza che può travolgere i troni e spezzare gli scettri, e vengono a patti con lei, e cercano di farsela amica. Nell’Aretino essi riconoscono il suo rappresentante; tristo rappresentante, non nego, ma primo. Valga un esempio. Nel 1536 Francesco I tratta di allearsi col Turco per andare addosso a Carlo V. Che fa messer Pietro, allora molto in grazia dell’imperatore? Scrive al re cristianissimo una lunga e impetuosa lettera, in cui, senza tante cerimonie, gli nega il nome di cristianissimo e di re, gli rinfaccia di chiamare in proprio ajuto barbari ribelli a Dio, lo accusa di aver tirato nel core della Cristianità lo coltello ottomanico, lo avverte che non ci sarà principe cristiano il quale, o per zelo di religione, o per timore dell’armi turchesche, non s’armi almen col core contro di lui. Tal lettera non andava al solo re Francesco, andava a tutti i principi, era divulgata per tutto. E quale effetto doveva recare in un tempo in cui era vivo negli animi il sospetto e minacciosa la vicinanza degli infedeli? Questo, di creare una opinione favorevole all’imperatore, ostile al re. Così appunto il re e l’imperatore la intesero; e questi, senza dubbio, largheggiò più che mai col Divino; quegli gli fè donare e promettere perchè non isparlasse di lui[156].
Ora, se è vero tutto ciò, se è vero quanto afferma Michelangelo Buonarroti, e si vede in cento altri modi confermato, che «i Re e gl’Imperatori avevano per somma grazia che la penna dell’Aretino li nominasse»[157], perchè dovremo noi stimare cosa sì rea che l’Aretino volesse dai principi essere sovvenuto nei suoi bisogni, com’egli li sovveniva nei loro? Certo, in far ciò, egli poco si curava della verità, manco della delicatezza e del decoro; ma, ripeto, aveva a trattare con tali che spesso non valevano più di lui, e, ad ogni modo, non faceva opera diversa da quella di un cattivo giornalista dei tempi nostri che dica e disdica, biasimi e lodi a seconda del tornaconto, senza però credersi meritevole di essere additato alle genti quale mostro di scelleratezza. E fu detto, non senza ragione, che Pietro Aretino è il primo dei giornalisti.
Ma non giornalista soltanto. In pro dei suoi clienti egli sapeva adoperarsi con altro ancora che con la penna; nè sono tutti vantamenti bugiardi i suoi quando parla di maneggi condotti a buon fine, di vantaggi da lui procacciati. In alcune sue lettere il duca di Mantova si loda dei buoni uffizii che l’Aretino gli rendeva in Roma con Clemente VII, buoni uffizii confermati dall’ambasciatore Gonzaga; senza l’ajuto dell’Aretino forse il duca Alessandro non diventava genero di Carlo V.
Un’altra accusa capitale grava sull’Aretino, ed è quella di scostumatezza. La vita sua è descritta come un tessuto di turpitudini; egli stesso è considerato quale il principe e il padre della letteratura disonesta. Anche quest’accusa vuol essere esaminata alquanto.
Scartiamo, anzi tutto, certe imputazioni di vizii nefandi, e scartiamole, non già perchè sia dimostrata la loro falsità, ma perchè, venendo esse da quei biografi appassionati e mendaci, da quei libellisti che abbiam veduto, la verità loro è più che sospetta. E anzi a provarle false senz’altro mi pare che si potrebbe addurre una ragione di cui non fa mestieri essere fisiologo, patologo o altro, per apprezzare il valore: Pietro Aretino amava troppo le donne.
Ma poniamo pure che l’accusa sia vera e confermata da certe cose che l’Aretino stesso dice nella prima e nella seconda edizione del suo Orlandino; sarebbe certo un carico molto grave, ma egli potrebbe consolarsene vedendo quanto grossa brigata s’abbia d’attorno. Haud ignota loquor. La Chiesa scagliava contro il turpe fallo tutti i suoi fulmini, e la giustizia secolare minacciava ai rei nientemeno che il rogo; ma ha pur ragione l’Aretino quando fa dire al Rosso nella Cortegiana[158] che se il fuoco del cielo avesse dovuto cogliere, come in antico, coloro che di quel fallo si dilettavano, tosto il mondo si sarebbe votato di signori e di grandi uomini. E avrebbe potuto soggiungere di parecchie altre sorta di genti. Che fosse vizio comune degli umanisti, non è solo l’Ariosto ad affermarlo[159]; che i cardinali non l’avessero in troppo orrore, non è solo Lutero a dirlo[160]; che Leone X ci cascasse è, credo, una solenne calunnia, ma è calunnia raccolta dal Giovio, vescovo di Nocera, e quel gran letterato che tutti sanno[161]; pel qual vescovo e letterato il Lasca compose il seguente epitafio:
Qui giace Paol Giovio ermafrodito.
Che vuol dire in volgar moglie e marito;
mentre poi il medesimo Lasca non si faceva scrupolo di tessere un capitolo intero in lode delle così dette mele[162]. In un sonetto della sua Priapea, il Franco nota tutti coloro che sono macchiati di quel vizio, il papa, i cardinali, i principi e gli altri. Dicono che Paolo III, udito il giuoco che Pier Luigi, suo figliuolo, aveva fatto al vescovo di Fano, pronunziasse essere stata quella una leggerezza giovanile, e non è provato che sia tutto calunnia, il giuoco del principe e il detto del Pontefice. Alla inclinazione che per quel vizio mostravano i preti accenna nella Calandria il Bibbiena, prete egli stesso; e alla inclinazione che per esso mostravano i frati accenna in un suo innominabile scritto Antonio Vignali, altrimenti detto l’Arsiccio Intronato. Cito costoro, ma altri dieci si potrebbero citare. Dice lo stesso Aretino che i cortigiani dovevano saper essere agenti e pazienti, e che in corte di Mantova tutti odiavano le donne[163]. L’autore dell’anonima Vita fa dire al Mauro che «come alcuno ha punto bel viso, subito se ne corre verso Roma», dove «le bardasse precedono gli uomini dotti, le bardasse sono li patroni, e li virtuosi li schiavi; da tutti sono avute care le bardasse, e trionfano»; cosa confermata dal Brantôme, il quale racconta di un giovane gentiluomo francese, bellissimo, il quale, essendo capitato a Roma, fut regardé d’un si bon oeil, et par si grande admiration de sa beauté, tant des hommes que des femmes, que quasi on l’eust couru à force, et là où ils le sçavoient aller à la messe, ou autre lieu public de congregation, ne failloient ni les uns ni les autres de s’y trouver pour le voir, ecc.»[164]. Ciò avveniva pure in altre città d’Italia e il Garzoni parla «degli sfrontati Ganimedi, che increspano le chiome a guisa di femine, si fanno i ricci politi, e spargono le morbide guance di mille profumi per far correre i galavroni al mele»[165]. Dopo Roma, la peggior reputazione in così fatto argomento l’aveva forse Venezia, dove (lo dice il Sanudo) le meretrici giungevano a lagnarsi col patriarca Antonio Contarini di non poter più vivere, stante la concorrenza; ma in Francia il turpe vizio era comunemente designato col nome di usanza italiana, secondo avverte Benvenuto Cellini[166], che d’averla seguitata fu più d’una volta accusato. E che lunga lista si potrebbe fare di coloro che ne furono o imbrattati a dirittura, o un tantino spruzzati! e con qual meraviglia ci si vedrebbe a canto a Francesco Berni nientemeno che Michelangelo Buonarroti e forse Torquato Tasso! Il Berni, che fu mandato in una badia di monaci Cassinesi nell’Abruzzo, a guarire di certo suo turpe amore[167], chiedeva in un capitolo ad Antonio Dovizi:
Che fate voi de’ paggi che tenete
Voi altri gran maestri, e de’ ragazzi,
Se ne’ bisogni non ve ne valete?
e consigliava:
Attenetevi al vostro ragazzino;
e tesseva un capitolo in lode delle pesche[168]. Michelangelo Buonarroti compose quarantotto epitafii, un madrigale, un sonetto per Cecchino Bracci, giovinetto di apollinea bellezza, morto di diciassette anni, in Roma[169]; e quanto al Tasso, c’è di lui una lettera che dà da pensare non poco[170]. L’usanza è così diffusa che nessuno più se ne vergogna, nessuno si nasconde; anzi se ne parla e se ne scrive comunemente e pubblicamente, come di cosa accetta all’universale, e (giunge a dire il Firenzuola, un prete) di maggior riputazione[171]. Si vergogna forse Giovanantonio Bazzi, il pittor famoso, d’esser cognominato il Sodoma? Veggansi, di grazia, le lodi che di quella usanza di maggior riputazione lasciarono nei lor versi, oltre ai già citati, un Giovanni Della Casa, un Lodovico Dolce, un Andrea Lori, un Curzio da Marignolle, e altri dieci, e altri cinquanta[172]. Certo, non tutti costoro avranno conformato i fatti alle parole; ma le parole, quando altro non provino, provano che nella comune opinione era quello un picciolo peccato, che nulla poteva detrarre alla buona riputazione di un uomo, uno di quei peccati, come dice la Sostrata nella Mandragola del Machiavelli, che se ne vanno con l’acqua benedetta. E l’Aretino ricorda che come punto uno si mostrasse schivo delle donne, si faceva di lui questo giudizio, ch’egli attendesse ad altri amori[173].
La moltiplicità stessa e il rigor delle leggi provano la diffusione del male, che non riuscivano per altro a estirpare. Nel 1518, in Venezia, certo prete Francesco da S. Polo, colto in fallo, fu chiuso in una gabbia di ferro e appeso al campanil di San Marco; sul qual fatto si compose, secondo l’uso dei tempi, un Lamento[174]. Nel 1545 un altro prete, Francesco Fabrizio, vi fu decapitato ed arso[175]. Pio V perseguitò questi peccatori ad oltranza. Paolo Tiepolo, oratore della Repubblica, scriveva da Roma il 20 di luglio del 1566: «Si usa dal Governator di ordine di Sua Santità ogni diligenzia per aver nella mano, e gastigar quei che han usato il brutto vizio della sodomia, onde già alquanti giorni se ne abbrusciò uno in Ponte, e ultimamente ne è stato ritenuto un cittadin romano, assai ricco, con molti altri, che si tengono consapevoli e partecipi delli errori suoi. Onde alquanti gentil’omeni principali di questa città si sono absentati»[176]. Il 2 d’agosto del 1578, Antonio Tiepolo scriveva: «Sono stati presi undeci fra Portughesi e Spagnuoli, i quali adunatisi in una chiesa, ch’è vicina San Giovanni Laterano, facevano alcune lor cerimonie, e con orrenda sceleraggine, bruttando il sacrosanto nome di matrimonio, si maritavano l’un con l’altro, congiongendosi insieme, come marito con moglie. Ventisette si trovavano, e più, insieme il più delle volte, ma questa volta non ne hanno potuto coglier più che undeci, i quali anderanno al fuoco, e come meritano»[177]. Il caso tuttavia più noto e più notabile è quello del famoso Jacopo Bonfadio che, innocente forse, fu decapitato ed arso in Genova, nel 1550. Ma queste erano eccezioni. Di regola i peccatori invecchiavano non disturbati, come il poeta Porcellio, di cui narra il Bandello la curiosa istoria, e il peccato porgeva occasione di detti arguti e di amabili burle[178]. Adriano VI, il bisbetico ed odiato papa fiammingo, aveva fermato il proposito di estirparlo a ogni modo quando lo colse la morte: non so se ne sarebbe venuto a capo; so che avrebbe avuto molto da fare. Se dunque l’Aretino fu reo, fu con altri infiniti, e non dovrebbe per ciò esser fatto segno a un aborrimento particolare; ma io ho già accennata la ragione la quale deve farci stimare più probabile ch’egli, di questo peccato almeno, fosse innocente[179].
L’Aretino amava molto le donne, e sempre ne aveva una brigata per casa, e, dal suo nome, si chiamavano le Aretine. Ma chi se ne scandalezzava, chi se ne meravigliava? Il concubinato era allora tanto in favore quant’era in discredito il matrimonio. Non era cosa da vergognarsene: il Bembo fece nota al mondo, soavemente petrarcheggiando, la sua Morosina, sul cui sepolcro i poeti d’Italia sparsero lacrime e fiori. L’Aretino non ha punto bisogno di celare altrui le sue Aretine. Veggasi con quanta disinvoltura, con qual sicurezza di non toccar per nulla un soggetto sconveniente, le ricorda in una lettera a Luigi Gonzaga[180]. E più anni dopo egli poteva, senza commettere errore, mandare una di queste sue amiche alla regina di Francia.
Ma veniamo ormai alle opere sconce dell’Aretino: esse formano buona parte della infamia di lui.
A nessuno, credo, può cadere in animo di difenderle; ma, riconosciuto e detto che sono turpi, bisogna subito soggiungere che sono turpi della comun turpitudine. Chiamare l’Aretino il padre della letteratura disonesta è ingiusto e irragionevole, perchè il vero padre non si conosce, e ad ogni modo, nel Cinquecento, i padri sarebbero molti. Si fa un gran romore per quei tristi sonetti con cui egli dichiarò e illustrò certe immagini famose di Giulio Romano; ma troppo facilmente si dimentica che quelle immagini, prima d’essere commentate dal poeta, erano state disegnate da un pittore, incise da un incisore. Lasciate l’Aretino nel suo guazzo, se volete giudicarlo giustamente, e il suo guazzo è il suo secolo. Ora, meravigliarsi della disonestà dell’Aretino quando quella stessa disonestà è tutto intorno a lui, occupa tutti i gradi sociali, ingombra l’aria che si respira, infetta e perverte ogni cosa, a dirittura ha del puerile. Non siam noi nel secolo di quel Leone X che assisteva alla rappresentazione della Calandria, della Mandragola e dei Suppositi? di quel Clemente VII che ascoltava leggere le sconce novelle del Firenzuola e ne premiava l’autore? E già nel secolo precedente non aveva il Poggio composte in corte di Roma le sue Facezie? Certi componimenti del Casa, del Molza, del Caro, del Tansillo, dello stesso reverendissimo Bembo, degl’innumerevoli berneschi, son essi veramente meno sconci di quelli dell’Aretino? Sono più oneste quelle commedie, più pulite quelle novelle? Ma al secolo XVI mancava il senso della decenza. Benvenuto Cellini racconta certi fatti della sua vita di scapestrato con quella semplicità medesima, con quella stessa bonarietà con cui parla di una forma o di un getto. Nelle conversazioni più eleganti e più colte, in presenza di donne e di prelati, non c’era cosa di cui non si parlasse liberamente, e lo provano, per tacere d’altre testimonianze, certi luoghi di un libro onestissimo, il Cortegiano del Castiglione. Le fanciulle stesse udivano impavidamente ogni cosa, e d’ogni cosa parlavano, e non canzona lo Straparola quando, nelle sue Piacevoli notti pone in bocca a certe damigelle oneste e leggiadre novelle ed enimmi da far arrossire un mascheron di fontana. E che cosa si potesse dire e mostrare in pubblico provano i Canti carnascialeschi, provano certe mascherate[181]. E chi vuol sapere che cosa un autor di commedie potesse fare ingozzare al suo uditorio, legga, di grazia, il Prologo del Pedante di Francesco Bello, e se non rece, salute.
E poi siam sempre a quella. Chi si scandalezzava delle composizioni turpi dell’Aretino? Doveva scandalezzarsene il duca di Mantova, che n’era ghiotto? dovevano scandalezzarsene i cardinali di Lorena e di Trento, che, prima l’uno, poi l’altro, accettarono la dedica della Cortegiana? doveva scandalezzarsene il buon popolo bolognese, che alla rappresentazione di questa commedia assisteva nella prima settimana di quaresima del 1537, cosa di cui lo stesso Aretino ebbe a stupire, per essere, com’egli dice, Bologna ancilla de’ preti? dovevano scandalezzarsene le donne torinesi, delle quali scriveva Bernardino Arelio a messer Pietro, a proposito di un vituperoso libercolo di Lorenzo Veniero: «Ah la bella festa che li fanno queste madonne intorno»?[182] doveva scandalezzarsene l’Orfino, accolito e commissario apostolico, il quale, dando notizia a messer Pietro di una rappresentazione dell’oscenissimo Marescalco, fatta in Foligno, lo prega si vogli dignare mandargli qualche altra sua commedia? o il Franco, che le turpitudini aretinesche biasimava nei più turpi sonetti che mai siensi composti? La verità è che nessuno se ne scandalezzava. Quei luridi libri furono la prima volta proibiti, insieme con altri assai, solo nel 1557 e nel 1558, quando, cioè, era già cominciata quella che si suol chiamare reazione o riforma cattolica: prima non sarebbe venuto in mente a nessuno, come non venne in mente a nessuno, o solo a pochissimi, di meravigliarsi che quella stessa penna che aveva scritti i Ragionamenti osasse delineare le vite di Cristo e della Vergine.
Nemmeno per questo rispetto dunque merita l’Aretino d’esser messo in luogo appartato, fuori del suo secolo; nemmeno per questo rispetto è egli quell’uomo tristamente singolare, quel mostro, che si vuol fare di lui[183].