III.
Veniamo ad un’altra accusa mossa all’Aretino, la quale assai più delle altre mi pare sia ingiusta, e mi darà occasione di porre in rilievo alcune qualità commendevoli dell’uomo infame. Sarà l’ultima di ordine morale che dovrò considerare.
L’Aretino, si dice, è, per giunta al resto, un uomo di animo duro, di natura astiosa e malevola. Ora, a me pare ch’egli sia nel fondo appunto il contrario, e che se diventa cattivo, diventa per le necessità di quel suo tristo mestiere. Non ho bisogno di avvertire che certe pessime qualità possono assai bene andar congiunte con qualche bontà di animo, e qualche bontà di animo mi par di trovare nell’Aretino, la quale certamente non era ne’ suoi avversarii.
Di quella sua malvagità si recano parecchi esempii, fra gli altri la storia dei sonetti feroci ch’egli compose contro il povero Brocardo, e furono, secondo dice egli stesso, cagione della sua morte. A questo vantamento disgraziato è da creder poco, perchè non so se nel mondo siasi mai dato il caso che dei sonetti (i giambi d’Archiloco non erano sonetti) abbiano ammazzato qualcuno, e nel Cinquecento l’invettiva e il vitupero erano armi lecite, o, almeno, comunemente adoperate. Ad ogni modo, altri parecchi si levarono contro il Brocardo con accuse velenose e rabbiose, e in tutto questo imbroglio mi pare faccia assai più brutta figura l’onesto, il contegnoso Bembo, il quale sollecitava l’ajuto della penna dell’Aretino, e si teneva nell’ombra, che non l’Aretino, il quale si poneva a cimento per lui. E morto il Brocardo, il virtuosissimo Bembo non cessò d’odiarlo, mentre lo sciagurato Aretino compose certi sonetti nuovi, in sua lode.
Un altro esempio si cita, ed è quello della guerra fatta al datario Giberti, reputato uno dei più onorati e virtuosi uomini del suo tempo; ma bisogna dire che noi non sappiamo propriamente quali ragioni d’odio ci fossero tra i due, e bisogna soggiungere che non è in tutto levato il dubbio che quelle pugnalate date allo Aretino in Roma dal bolognese Achille della Volta fossero date a conto di esso Giberti, e ricordare che la possibilità di certe vendette poco cristiane è pure accennata dal Berni, là dove dice nel suo sonetto:
Giovammatteo, e gli altri ch’egli ha presso,
Che per grazia di Dio son vivi e sani,
T’affogheranno ancora un dì ’n un cesso.
In quel benedetto Cinquecento anche gli onesti avevano qualche volta di strani ghiribizzi, e la vita di un uomo contava poco in un tempo in cui persino i papi praticavano con tanto buon successo l’assassinio. Io non so poi che l’Aretino si sia mai sbarazzato dei nemici col metodo sbrigativo che usava Benvenuto Cellini, e tutti dicono che Benvenuto Cellini è un grande artista, un po’ turbolento, un po’ stravagante, un po’ scostumato, ma tanto amabile: nessuno dice ch’egli sia un ribaldo e un infame. Il Cinquecento è tra l’altro, a dispetto dei manierati costumi, a dispetto dell’arti fiorite e del Galateo, un secolo di grande efferatezza, un secolo di passioni neroniane, pieno di malfattori mostruosi e di delitti spaventevoli. Se l’Aretino fosse un malvagio nel senso che qui s’intende, sarebbe ancora al suo posto e in buona compagnia; ma egli non è un malvagio.
Sembra strano, a prima giunta, parlare della bontà dell’Aretino, e pure questa bontà c’è, riconosciuta da molti, fra gli altri da Giovanni de’ Medici, che a troppa bontà ascriveva certi dispiaceri incontrati dall’amico suo. Lasciamo stare che l’Aretino osservava le pratiche della religione in cui era cresciuto, e che il suo confessore in Venezia, il buon padre Angelo Testa, si faceva da lui raccomandare al cardinale Santa Croce; lasciamo stare, dico, perchè tenuto conto della qualità del sentimento religioso nel Cinquecento, di che non è da discorrere ora, ciò proverebbe assai poco. Ma la sua bontà si dà a conoscere per altro. L’amore per i congiunti può conciliarsi, è vero, con molta durezza verso gli estranei, ma esso è pur sempre segno e prova di umanità. E l’Aretino amò teneramente la madre, e di amore svisceratissimo le proprie figliuole[184]. Ajutò di buon animo le sorelle, i cognati, i nipoti e si adoperò perchè altri li ajutasse. Che lasciasse languire il padre nella più profonda miseria fu detto, ma fu detto dal Franco, ed è poco probabile, perchè egli ci teneva troppo a non far cosa che potesse attirargli biasimo dai suoi concittadini.
Ma noi abbiamo altre prove della bontà d’animo dell’Aretino. L’uomo stimato pessimo tra i cattivi si rallegrava delle venture altrui, si doleva delle disgrazie: desideroso di godere, gli piaceva che tutti godessero intorno a lui e insieme con lui. Fra le sue lettere ce ne sono moltissime con le quali caldamente raccomanda ad amici e fautori potenti, ora un artista insigne come il Tiziano[185], o Sebastiano del Piombo, ora un povero diavolo mezzo morto di fame, ora un uomo dabbene a cui sia stato fatto un sopruso, o un imprudente capitato in qualche brutto impiccio; e tra le lettere scritte a lui moltissime ce ne sono di gente che si loda e che ringrazia dei buoni uffizii da lui fatti, dei benefizii ricevuti. Era umanissimo con le donne che aveva in casa, ai suoi servigi, e mente il Doni quando dice che minacciando e bravando tutto il giorno egli si faceva tiranno della meschinità loro. Ciò non si sarebbe potuto accordare con la giovialità della sua natura. Leggasi invece la lettera con cui egli richiama in casa una Lucietta, fantesca, la quale se n’era fuggita dopo d’avergli fracassato non so che quantità di stoviglie, e veggasi com’egli piacevolmente si burli della paura di lei, dicendo la sua collera essere più corta che un fumo di paglia, chiamando la casa sua una taverna, dove non si serra il pane e non si adacqua il vino[186]. L’umanità sua si ribellava ai maltrattamenti, anche quando fossero inflitti nel nome della giustizia. Raccomandando al cardinal Santa Croce un povero predicatore perseguitato, egli esclama: «Cristo, per quel che s’intende nell’umanità sua, non lasciò nè prigioni, nè ruote, nè corde, nè fuoco»[187]. Pensiero che a ben pochi allora poteva cadere in mente.
Sentì vivamente l’amicizia e fu pronto ad accoglierne il sentimento nell’anima, il che certo non è proprio delle nature subdole e bieche. Egli stesso si dice facilissimo in donarsi altrui[188], e in certe amicizie si mostra esempio raro di fedeltà e di costanza. Diceva gli amici essere stelle poste nel cielo del corso umano[189], e in molte delle sue lettere esprime con vive parole il fervore che quell’affetto gli metteva nell’animo, le gioje che gli procacciava. E se ebbe amici traditori, che ricambiarono con villanie e con calunnie i suoi benefizii, ebbe amici sinceri e devoti, che lo amarono com’egli li amò. Il Tiziano fu una cosa con lui. Senza di lui Giovanni de’ Medici diceva di non poter vivere. Antonio da Leva gli scriveva avere la sua amicizia più cara di una città. Veronica Gambara gli scriveva: «... ringrazio la fortuna, che per ricompensarmi di tutte le offese per sua gentilezza fin ora fattemi, mi abbia dato la grazia vostra, la qual più estimo che quanti mali e beni possa o voglia mai più darmi»[190]. Che poi, oltre a quello dell’amicizia, l’Aretino potesse ricevere nell’animo altri sentimenti gentili, prova quel suo tenero amore per Perina Riccia[191]; prova la gratitudine lungamente serbata e sovente espressa a Ferraguto de Lazzara, che due volte gli aveva salva la vita; provano altri fatti di cui potrebbe farsi ricordo.
Ma la virtù sua principale fu la liberalità. «Se», scriveva egli al cardinal di Trento, «io potessi tanto dare, quanto mi è forza ricevere, il mio animo mostrerebbe quel ch’egli è, e non ciò ch’ei pare»[192]. In una lettera a Giambattista Castaldo, parlando di certo furto che gli era stato fatto, dice: «Ma Dio lo perdoni a chi assassina me, che do a ognuno quel ch’io ho: per ciò mai niente ho, nè averò, se non cambio vezzo: la qual cosa non è possibile, perchè io ebbi la prodigalità per dota, come la maggior parte degli uomini ha l’avarizia»[193]; e la liberalità chiamava una virtù di natura con arte[194]. A quella sua idolatrata Perina Riccia, che dei molti benefizii, e del grandissimo amore, doveva poi mostrarglisi tanto ingrata, scriveva «che il vedersi manicar l’ossa è il trionfo di una generosa natura e non d’una sontuosa boria»[195]. Dava quattrini a comari, a soldati, a bisognosi d’ogni sorta, e si scusava del poco e del tardi: persin delle vesti si privava a comodo degli amici, e rimaneva «dispogliato in casa i sei e gli otto giorni»[196]. Ad amici e protettori mandava piccoli presenti o grossi donativi, e al duca di Mantova si vantava di aver regalato per più migliaja di scudi[197]. Che assai volte egli facesse ciò con mire interessate non si può negare; ma è ingiusto dire che nol faceva per altro; è ingiusto non tener conto di quella sua prodigalità istintiva, di quelle sue inclinazioni da gran signore che abbiamo già notate, e che gli facevano dire: «A me piacciono i filosofi signorili e pieni di nobili maniere»[198]. La sua casa era un porto di mare, dove capitava ogni specie di gente, soldati male in arnese, pellegrini afflitti, letterati affamati, e ogni sorta di cavalieri erranti. E ciò è confermato dal Doni e da Scipione Ammirato. I servitori cani ci rubavano a man salva. Ad un amico che lo esortava ad essere meno prodigo e a curar meglio gl’interessi, scriveva: «Mai non sarà vero ch’io serri alle turbe quell’osteria che gli è stata aperta 18 anni»[199]. E così spese nel corso di sua vita meglio di 70,000 scudi, grossissima somma a quei tempi.
Ma non si vuole ammettere che l’Aretino potesse far cosa buona; non si vuol credere che sotto a quei panni ch’egli si procacciava col suo tristo mestiere potesse esserci un po’ di cuore. La sua generosità, dice il signor conte Giammaria Mazzuchelli, muove dalla sua ambizione[200]. Leggendo della prodigalità dell’Aretino, ci torna in mente quel marchese Alberto Malaspina, trovatore nostro, che rubava alla strada per aver modo di regalare. Ma l’Aretino fu certamente più onesto di lui. Avendo un servitore del ricco mercante Battista Vitale smarriti in sua casa 300 zecchini, egli li fece restituire prontamente, e non volle di ciò lode alcuna. Quanti, che in cospetto del mondo sono assai meno infami dell’Aretino se li sarebbero tenuti!
Non dovendo l’Aretino, secondo la sentenza dei giudici suoi, avere in sè cosa buona, bisogna che anche l’aspetto abbia del cattivo, sia rivelatore dell’interna tristizia. Dice sì l’Ammirato che difficilmente si sarebbe potuto vedere un vecchio più bello, nè più pomposamente vestito; ma, in verità, egli doveva essere un brutto vecchio, per quanto vestito pomposamente, giacchè il viso è specchio dell’anima. Ed ecco qua, per l’appunto, il ritratto dipinto da quel valentuomo del Tiziano. «Figura di lupo che cerca la preda», esclama Francesco de Sanctis. «L’incisore gli formò la cornice di pelle e gambe di lupo, e la testa del lupo assai simile di struttura sta sopra alla testa dell’uomo»[201]. Pare chiaro, tanto più che lo Chasles aveva già fatto prima la stessa, stessissima osservazione[202]; ma per meglio giudicare di questa somiglianza lupina bisognerebbe confrontare gli altri ritratti dell’Aretino: in quello pubblicato ultimamente dal Sinigaglia è assai più facile riconoscere il satiro che non il lupo[203]. Giova ad ogni modo notare che quello dipinto dal Tiziano non produceva nel Franco l’impressione che sembra produrre nei critici moderni. Il Franco ne parla in parecchi de’ suoi sonetti. In uno, toccando della perfetta somiglianza, dice:
Tutte le sue fattezze son ritratte
Dal vero, così queste, come quelle,
E gli occhi son sì veri e le mascelle,
Che non somiglia tanto il latte al latte.
E in un altro, volgendosi allo stesso Tiziano:
Però ch’egli è miracolo che un atto
Gli abbiate dato ch’aggia dell’onesto,
E che ne paja savio e modesto,
Nè mostri pur aver sempre del matto.
Onesto, savio, modesto! o dov’è il lupo?