IV.
L’Aretino parla volentieri delle proprie virtù, si chiama da sè stesso virtuoso, ed è così chiamato dagli altri. Che vuol dir ciò? È egli un ipocrita che, celando il vero suo essere, si ammanta della virtù che non ha? E quegli altri, sono essi illusi, sono ingannati, che non ben conoscono colui che lodano? Niente affatto. L’Aretino non è un ipocrita, anzi è un grande odiator degli ipocriti. Egli fa ciò che fa, naturalmente, svelatamente; mena vita sbracata e non nasconde il suo giuoco. Un ipocrita non avrebbe mai pubblicati quei sei volumi di lettere in cui egli si mostra intero, sotto tutti gli aspetti. Quanto agli altri, sapevan benissimo con chi avevan da fare. Che cosa dunque vuol dire quel virtuoso? Vuol dire che il Rinascimento s’è formato un nuovo concetto della virtù, un concetto molto diverso dal cristiano, un concetto strettamente legato alle forme e agli ideali di quella coltura. Della virtù cristiana certo si parla e si scrive in quel secolo; ma non è più che un tema retorico: tutti l’ammirano e la lodano, nessuno la pratica. Secondo quel nuovo concetto, virtuoso è chiunque raccolga in sè certa copia di pregi, di attitudini, di maestrie, buone, non a procacciare il paradiso, ma credito e riputazione nel mondo. Perciò l’avvenenza, la grazia, gli amabili portamenti, un ingegno pronto e vivace, una varia dottrina, la destrezza ne’ maneggi, ecc., saranno tutte parti dell’uomo virtuoso. E virtuoso sarà chi riesce eccellente nell’esercizio di alcuna arte, come poesia, pittura, scoltura, architettura, musica. Benvenuto Cellini è un virtuoso. In una lettera a monsignor Guidiccione l’Aretino parla della innata bontà e virtù del Molza. Virtuosi si chiamano anche oggigiorno i cantanti. Come mai non avrebbe dovuto essere un virtuoso l’Aretino?
O quanto io son venuto dicendo sin qui manca affatto di ragionevolezza, o l’Aretino non è quel pessimo scellerato che di lui si vuol fare. Ma poniamo che sia, e vediamo a quale conseguenza si giunga. Il Berni, nel suo sonetto, dice l’Aretino venuto in odio a tutti; ma non dice il vero, perchè l’Aretino ebbe, finchè visse, innumerevoli amici, e tra gl’innumerevoli moltissimi che furono e sono onore d’Italia. Ora bisognerebbe dire che tutti costoro fossero una mala gente, dacchè amavano, accarezzavano, lodavano un così tristo uomo; e cialtroni a dirittura coloro, e non eran pochi, che, come Sperone Speroni, insuperbivano di essere amati da lui; e poco men che sgualdrine le donne, spesso d’alto lignaggio, che lo ringraziavano degli sconci libri da lui ricevuti; e peggio che sgualdrina Veronica Gambara che chiamava avventurosa Angela Serena perchè da lui novellamente amata. E venendo ai protettori, con qual nome bisognerebbe chiamare quei cardinali di Santa Chiesa che lo favorivano e lo raccomandavano al papa? E come si dovrebbe giudicare Clemente VII che, poco dopo il fatto dei sonetti lussuriosi, lo creava cavalier di Rodi? Come Giulio III, che lo baciava in fronte e lo faceva cavalier di San Pietro? Come il duca di Parma, il troppo noto Pier Luigi Farnese, il quale, dopo essere stato da lui vituperato, si adoperava perchè gli dessero il cappello di cardinale? Come Paolo III, padre di esso duca e pontefice, che, per quanto si sa, non fu troppo alieno dal darglielo? Come Carlo V, che se lo faceva cavalcare a fianco, altamente onorandolo? Come la sua città natale, che gli conferiva la nobiltà e il gonfalonierato? Come, in fine, quei principi tutti che lo blandivano, lo adulavano, lo regalavano, se lo strappavano l’uno all’altro, e così facendo nutrivano la tracotanza e la malvagità sua? Non si vede che l’infamia dell’Aretino è infamia di tutti costoro? Ben lo comprese il Franco, che con impareggiabile violenza ingiuria i principi tutti che davano al suo nemico, e sopra tutti ingiuria l’imperatore.
Che pena merteria giusta e spedita
Quel principe gaglioffo che con doni
Contra le leggi gli mantien la vita?
grida egli in uno de’ suoi sonetti. E in un altro:
Se tra voi chi è il più goffo è il più divino,
E se nell’ignoranza fate i calli,
Che gran cosa se date all’Aretino?
I protettori son degni in tutto del protetto. E in verità, di chi s’ha a stimare più vergognoso il procedere, dell’Aretino, che, dopo averlo vituperato, chiedeva scusa a Clemente VII, o di Clemente VII che, dopo quei vituperii, mandava all’Aretino un onorifico breve? E chi più tristo, l’Aretino che vendeva i servigi e le lodi al duca di Mantova, o il duca di Mantova, che impermalito di non so che, minacciava l’Aretino di farlo ammazzare? Ha ragione dunque il Franco quando, in un terzo sonetto, uscendo dai gangheri, esclama:
O sacre maestà, ch’oggi tenete
Il mondo in mano, o principi preclari,
O becchi svergognati quanti sete!
Di questo dilemma non s’esce: o l’Aretino è migliore della sua fama, o della sua infamia sono partecipi infiniti; e in tal caso non c’è ragione di tirar lui solo fuori del mazzo.