V.

Abbiamo considerato l’Aretino sotto l’aspetto morale; consideriamolo ora sotto l’aspetto letterario. Cerchiamo in lui lo scrittore, vediamo qual sia, e che giudizio si meriti.

Non ho bisogno di dire che anche per questa parte abbondano i dispregi e i biasimi dei critici, e che scarso è il numero di quelli a cui gli scritti dell’Aretino non pajano a dirittura una vergogna della letteratura italiana, e ciò indipendentemente dalla disonestà e perversità loro. Non ci curiamo di questi giudizii, che troppo tempo vorrebbero ad essere ricordati ed esaminati, e procuriamo di formarci in materia un concetto proprio, e, se possibile, giusto.

Chiameremo noi, col Sinigalia, Pietro Aretino un grande uomo? Sarebbe invero abusar troppo delle parole. Supposto pure che le facoltà del grand’uomo le avesse, egli era talmente inviluppato in interessi e maneggi di bassa lega, che male avrebbero quelle potuto operare e recar frutto. E poi, queste facoltà superlative, egli non le aveva, e, checchè paja dire in contrario egli stesso, sapeva di non averle. Il suo ingegno era un ingegno pronto ed accorto, ma mancava di elevatezza. Non era in lui quella veduta larga dello spirito che abbraccia nella loro interezza le cose, nè quella fruttifera curiosità che spinge alla speculazione o all’indagine. Dice egli stesso che non cercava di conoscere ciò che è occulto o troppo alto[204]; e in più lettere sue si ride di coloro che logorano il cervello dietro al perchè delle cose. Odiava i pensieri che affaticano e turbano, e però accettava la fede comune e tradizionale, il confessore e le pratiche d’uso, protestando di non volersi immischiare in certe dispute arruffate, riparandosi dietro il nome di Cristo, non come un fervido credente, ma come uno che voglia togliersi d’imbarazzo, e non avere a rispondere di nulla, dicendo a chi gli dà noja: ecco qua il padrone e il maestro, vedetevela con lui. I riformatori e gli eretici gli davano ombra al par dei filosofi: odiava dello stess’odio Platone e Lutero.

A questo proposito mi sembra opportuna una osservazione. L’Aretino fu reputato, non solo eretico, ma anche ateo, e la prova del suo ateismo fu cercata principalmente nei suoi costumi e nelle sue azioni. Ma se in nessun tempo la vita prova a rigore le dottrine, meno che in ogni altro tempo le prova nel Cinquecento. In quel secolo si poteva credere, non dirò ferventemente, ma sinceramente, e vivere del resto come quel porcus de grege Epicuri di cui parla Orazio. La famosa dottrina immaginata dai gesuiti per conciliare con la devozione la vita mondana, dottrina che procacciò loro tanto favore e tanta potenza, si trova applicata di fatto nell’Italia del Cinquecento assai prima che i gesuiti se ne facessero campioni e maestri.

Poco atto agli alti voli, chiuso alle idee trascendenti ed astruse, l’ingegno dell’Aretino, ingegno essenzialmente pratico, si trova a suo agio nel mondo della realtà immediata, fra le cose e gli uomini che gli sono cogniti e famigliari. Quivi esso si muove con mirabile agevolezza e si mostra dotato di grande perspicacità. L’Aretino conosce a fondo il suo tempo, e questa conoscenza spiega in gran parte i suoi successi.

Indicata la qualità dell’ingegno, vediamo ora alcune idee che l’Aretino aveva in fatto di letteratura, e propugnava con calore; poi daremo una rapida occhiata alle opere.

L’Aretino aveva, com’è noto, pochissimi studii, e l’accusa d’ignoranza non fu certo una di quelle ch’egli udì farsi meno frequentemente. Ma lungi dal vergognarsene, se ne teneva, cercando anche in ciò una prova della felicità del suo ingegno.

Vivendo in un secolo in cui si pretendeva supplir con lo studio a ogni mancamento di natura, e in cui poeti formati sui libri credevano poter emulare Omero ed Orazio solo perchè avevano Orazio ed Omero a mente, egli si mostrò sempre avverso allo studio insistente, pedantesco, che toglie altrui il senso vivo e diretto delle cose, e crea nello studioso una coscienza tutta artificiale, ed estranea al mondo cui quegli appartiene. «Il soverchio de lo studio», scriveva all’amicissimo suo Agostino Ricchi, «procrea errore, confusione, maninconia, colera e sazietà», e raccomandava gli ozii opportuni, dicendo: «Non si sa egli, che le vacazioni sono il giardino in cui si ricrea il vigore de lo intelletto?»[205]. Dava alla natura assai più importanza che non allo studio, giacchè, diceva, «dalla culla e non dalla scola deriva l’eccellenza di qualunque ingegno mai fusse»[206]. Sentiva che nel genio c’è qualche cosa di spontaneo e d’inconsapevole, di dato e non fatto, che appunto è uno dei caratteri suoi più notabili. Diceva che i poeti da senno «si ragguagliano a i fonti, i quali scaturiscono l’acque vive, limpide e dolci, non sapendo perchè, nè in che modo»[207]. Ottima sentenza, ma assai dura a quei poeti senza numero che vivevano truffando i mezzi versi, e i versi interi, ai classici, o al Petrarca. Affermava inoltre l’artificio vero esser quello «che nasce dal naturalmente vivace in la penna, e non quello che si ritrae dallo studio ne i libri»[208]. Non già che alla natura dèsse tutto il merito, e nulla stimasse lo studio e l’esercizio. Nelle sue lettere lodava spesso chi attendeva a studiar con impegno, e ad un giovane, Antonio Gallo, scriveva: «Sappiate pure che la natura senza la esercitazione è un seme chiuso nel cartoccio, e l’arte senza lei è niente»[209]. Ad ogni modo val più assai un buon ingegno naturale, cui manchi lo studio, che non un povero ingegno infarcito di dottrina, giacchè il giudicio è figliuolo de la natura e padre de l’arte, «e il litterato, che ne è privo, può simigliarsi a un armario pien di libri»[210]. Certo, così dicendo, l’Aretino faceva un po’ il Cicero pro domo sua, ma non è men vero che diceva bene, e che non sarebbe agevole trovare in quel secolo chi dica altrettanto in modo così chiaro e reciso.

Ponendo l’ingegno sopra lo studio, la natura sopra l’arte, l’Aretino implicitamente condannava la imitazione, altra piaga del suo tempo; ma non lasciò di condannarla anche esplicitamente, e sempre con grande vivacità di parole. Innumerevoli sono le lettere dove egli biasima e svergogna la frega di coloro che volevano rifare ciò che altri avevan già fatto, o mutar sè in altri, impresa sciocca e disperata. I petrarchisti non ebbero avversario più risoluto di lui, e s’egli pur ne loda qualcuno, il fa, pur troppo, per ragioni in tutto estranee al suo convincimento. Alcuna volta distingue gl’imitatori dai rubatori[211]; ma ciò solo per una caritatevole concessione fatta all’amicizia. Raccomandava a tutti di seguitar la natura, dicendo che i precetti di lei avanzano quelli di qualsiasi Orazio[212], e di seguitarla si gloriava assai egli stesso. Al Doni scriveva: «andate pure per le vie che a voi mostra la natura se volete che gli scritti vostri faccian stupire le carte dove son notati»[213]; e a Vincenzo Fedeli, oratore della Repubblica in Milano: «chi ha qualche spirito di natura non tiene uopo de la stitichezza, che lambicca a gocciola a gocciola alcune paroline sì magre, che non solo vituperano i concettuzzi, che pur vorrebbero esprimere, ma intrigano altrui di sorte, che chi legge i sogni loro sognano nella maniera che sognano essi»[214]. Ed egli otteneva lode da parecchi, tra gli altri da Paolo Manuzio, per essersi scostato dal comune sentiero, per aver lasciate le vestigia dei maestri, cosa che sgomentava ancora, tanti anni dopo, l’ortodossia letteraria del povero Mazzuchelli[215].

Da tutto ciò si ricava che l’Aretino sentiva il bisogno di un’arte, più particolarmente di una poesia, meno artificiale, meno accademica, più intimamente connessa con la vita, e che dalla vita, direttamente, traesse l’inspirazione e gli spiriti. Il poeta, secondo lui, deve aver l’occhio alla natura, non ai modelli; vivere con la natura in comunione vitale e continua, imparare da lei l’arte sua. Ardito pensiero in un tempo in cui si aveva per ogni maniera di componimento una ricetta bella e fatta, e l’arti poetiche, composte dietro gli esempii di Aristotele e di Orazio, insegnavano a fabbricar poemi epici, commedie, tragedie di perfetta fattura, e ora, a noi, d’insopportabile lettura; in un tempo in cui, dovendosi parlare di pubblici eventi e di pubbliche occorrenze, non si guardava tanto a ciò che il caso richiedeva, quanto a ciò che aveva detto Cicerone quindici secoli prima. L’Aretino ebbe tale un sentimento della originalità quale non si trova in nessuno de’ suoi contemporanei, e primo in Europa levò il grido di ribellione che poi il Francese raccolse nel verso famoso:

Qui nous délivrera des Grecs et des Romains?

Ciò spiega pure la sua ammirazione sconfinata, il suo amore appassionato per artisti come il Tiziano, che movevano dalla natura per giungere all’arte. Egli stesso vedeva le cose con gli occhi di un pittore, e le impressioni vigorose e vive che riceveva dalla natura lo dispensavano dall’andar ricercando nei libri le impressioni altrui. Noi che abbiam sempre in bocca la natura, la spontaneità del sentimento, la relazion necessaria della poesia con la vita; noi che abbiamo scosso il giogo dei modelli detti insuperabili, banditi i tipi e le forme fisse, bruciate le arti poetiche, e fatte, almeno a parole, tant’altre belle cose, noi non possiamo, senza contraddirci, non riconoscere in Pietro Aretino uno dei nostri.

Da questo bisogno di libertà e di larghezza, sentito non meno vivamente nell’arte che nella vita, si generano nel nostro autore alcune ripugnanze, alcune avversioni di cui è a tener conto, sebbene non sempre le palesi egli stesso. Loda molto in pubblico lo stile dei prosatori gravi e corretti, come il Bembo e monsignor Della Casa, ma si sfoga poi nella intimità dell’amicizia, deridendo i boccaccevoli, burlandosi di quel sonaglio del verbo in ultimo, dicendo che si deve scrivere come il bisogno richiede e l’anima detta. Bella massima, ma da lui stesso poco seguita, e vedremo perchè. Per certi uomini professa palesemente grande ammirazione, ma senza dubbio li ha in uggia nel secreto dell’anima, appunto perchè rappresentano tendenze e dottrine in tutto opposte alle sue. Tali il Bembo e il Varchi, per non citarne altri. E quando egli dice di temere il giudizio del Bembo e di volersi stare in tutto alla sua sentenza[216], mente e si burla di chi gli crede. A tal proposito si vuol notare che l’Aretino si mostra spesso assai buon giudice del valore e delle riputazioni altrui, e che se in moltissimi casi non appar tale, se molti giudizii suoi sono esagerati od erronei, gli è che il più delle volte c’entra di mezzo qualche ragione di utilità e di convenienza. Riconosce che Erasmo «ha islargati i confini de l’umano ingegno»[217]; ma nell’istesso modo leva a cielo taluno di cui persino il nome sarebbe perduto, se egli non l’avesse scritto in capo di una lettera.

Molte altre cose odia l’Aretino. Odia le accademie e i loro ciarlamenti, e pecora giojellata chiama un cavalier Mainoldo, uno di quei fastidiosi recitatori di lezioni accademiche[218] di cui non è ancora spento il seme. Vero è che poi troviamo lui pure socio di più accademie. Odia i rifacimenti, come quello che dell’Orlando Innamorato fece il Berni, giacchè stima infamia «il porsi al viso del nome la mascara de i sudor dei morti»[219]. Odia tutto ciò che sa di vieto e di muffito, ed ha il sentimento della lingua viva come pochi allora mostran d’avere. «Volesse Iddio», scrive a Lodovico Fogliano, «che le prose masticate dalla continua diligenza di molti, fossero così pure e così usate come son le parole, che mentre parlate vi trae di bocca l’uso famigliare della favella». E soggiunge: «Che abbiam noi a fare dei vocaboli usati non si usando più? A me par vedere ser Apollo con le calze a campanile, quando veggio uopo in collo di questa e di quella canzone»[220]. Odia l’infinito stuolo dei cattivi e pessimi poeti che assordavan l’Italia, dolendosi che sino ai maestri di stalla facessero versi[221]. Ma odia sopra ogni altra cosa i pedanti; e ciò si capisce, perchè i pedanti personificano tutte le tendenze avversate da lui. Molti nemici e derisori ebbero i pedanti nel Cinquecento[222], ma nessuno più acerbo dell’Aretino, che, e nelle commedie, e nelle lettere, e in molti altri scritti suoi non lascia di beffarli, di tartassarli e di vituperarli. In una lettera al Marcolino li paragona alle femmine presuntuose e sciocche, le quali sempre vezzeggian sè stesse: «quelle quattro letteruzze ch’essi hanno, sono i belletti, con cui tentano d’abbellirsi il ceffo della fama, che gli pare avere»[223]. Gli chiama goffi; dice che standosi essi sempre confitti negli studii non sanno nemmen d’esser nati: e in un’altra lettera allo stesso Marcolino si ride «di quella assidua pazienza, che tormenta lo stuolo della pedagogaria, che mura il sesso di tali ne gli scanni de gli studi, che i da pochi frequentano lo intero di tutti i dì e la somma di tutte le notti»[224]. Si ride dei Ciceroni salvatichi come se ne rideva Erasmo: si burla di chi, come l’Ubaldino, crepa di studio; e i così fatti, con bella invenzione di vituperio, chiama asini degli altrui libri[225]. Del resto l’Aretino ha della pedanteria, o, se meglio piace, nel caso presente, del pedantismo, un concetto assai più largo, più curioso e più notabile che i suoi contemporanei non abbiano. Per lui, uomo pratico, e tutto del suo mondo, è pedante, non solo chi si sta sempre a cavallo della grammatica, chi insegna ai putti, chi parla un gergo sciagurato che non fu mai vivo, insomma il tipo notissimo della commedia e della novella; ma, in generale, chiunque non sappia veder la vita che traverso le pagine dei libri, chiunque sconoscendo la necessità dei tempi, le opportunità delle cose, in una parola il vivo della storia, pretende di restaurare comechessia l’irrevocabile passato. Perciò la pedanteria non è delle sole lettere, ma della politica ancora e di tutto il resto. «I pedanti,» egli dice, «poichè hanno assassinato i morti, e con le lor fatiche imparato a gracchiare, non riposano fino a tanto che non crocifiggano i vivi. E che sia il vero, la pedanteria avvelenò Medici, la pedanteria scannò il duca Alessandro, la pedanteria ha messo in castello Ravenna e, quel che è peggio, ella ha provocata l’eresia contra la fede nostra per bocca di Lutero pedantissimo»[226]. Lasciamo stare Martin Lutero e il cardinal di Ravenna; ma gli è certo che la pedanteria, intesa a quel modo che s’è notato, ebbe molta parte nel tirannicidio, rimesso dal secolo XVI in onore. Lorenzino de’ Medici si paragonava da sè stesso a Timoleone; Pier Paolo Boscoli sognava di emulare Bruto.