VI.

L’Aretino componeva con somma facilità. Ridendo di coloro che non san mai levarsi dal tavolino, diceva che la sua natura sputava «fuor dello ’ngegno ogni sua cosa in due ore»[227]. E si vantava di non lavorare più di due ore per mattina, e di non aver d’altro bisogno, per compor le sue opere, che di una penna, di un po’ d’inchiostro, di un manipolo di carta. Gli è che egli portava dentro di sè tutto il suo mondo. Negli anni maturi quella grande facilità gli venne scemando, e nel 1537 scriveva a Francesco Dall’Arme: «La vecchiaja mi impigrisce l’ingegno, ed amor che me lo dovria destare, me lo addormenta. Io soleva fare XL stanze per mattina, ora ne metto insieme appena una; in sette mattine composi i Salmi, in dieci la Cortegiana e il Marescalco, in XLVIII i due Dialoghi, in XXX la Vita di Cristo»[228].

È impossibile lavorare in tal modo e raggiungere la perfezione. L’Aretino lo sa, e conosce assai bene ciò che manca alle cose sue, le quali certamente furono ammirate più dagli altri che da lui stesso. Non bisogna badare a certi suoi vantamenti, che hanno sempre uno scopo pratico. Quando non è forzato a decantar la sua merce, il giudizio ch’egli ne dà è giudizio tutt’altro che indulgente. «Dal buono e non da lo assai nasce la gloria de le composizioni», si legge in una lettera a Giovanni Agostino Cazza[229]. Egli sa che piegando l’arte al vantaggio si uccide l’arte, e parla con certa amarezza delle carte che gl’imbratta lo stimolo del disagio, e non lo sprone della fama. Al Bembo scriveva: «A me bisogna trasformare digressioni, metafore e pedagogarie in argani che movano, ed in tanaglie che aprano. Bisognami fare sì che le voci de i miei scritti rompino il sonno de l’altrui avarizia, e quella battezzare invenzione e locuzione che mi reca corone d’auro e non di lauro»[230]. Al duca di Mantova scriveva che del pensiero ch’ei faceva di certo suo componimento era secretario il fuoco[231]. Dal Marcolino, suo compare, fece bruciare tremila stanze del poema di Marfisa[232]. Del titolo di divino, datogli anche dall’Ariosto e da Bernardo Tasso, e largito del resto a molt’altri, si fregiava volentieri, perchè gli cresceva credito, ma era il primo a farsene beffe[233]. Teneva i proprii capitoli superiori a quelli del Berni; ma scemava a sè stesso il merito dell’averli composti giudicando assai severamente, e, bisogna pur dirlo, non malamente, la poesia bernesca, dicendo che «la fama di coloro che invecchiano drieto a lo scriver ciancie da riso è ridicola»[234].

Non è dunque un deficiente sentimento d’arte che spinga l’Aretino a scrivere come scrive; ma, per una parte, certa naturale sua foga, per un’altra il mestiere.

Anzi l’Aretino ebbe sentimento d’arte vivissimo, e quand’altro non ci fosse in favor suo, basterebbe a redimerlo da quella geenna d’infamia in cui fu posto l’amore pien d’entusiasmo che professò tutto il tempo di vita sua per la statua e pel quadro; quell’amore che lo fece, più che amico, fratello al Tiziano; quell’amore che lo spingeva a chiedere con tanta istanza al Buonarroti di quei disegni che dava al fuoco, e a pregare il Vasari di procacciargliene. Ora, questo amore, specie alla pittura, non è senza importanza per noi, che ricerchiam lo scrittore. «Io mi sforzo», diceva l’Aretino al Valdaura, «di ritrarre le nature altrui con la vivacità con che il mirabile Tiziano ritrae questo e quel volto»[235].

E bisogna dire che qualche volta ci riesce, e forse ci sarebbe riuscito sempre, se non fossero state le ragioni di quel maledetto mestiere.

Nell’Aretino ci sono, a dir proprio, due scrittori, assai diversi tra loro, anzi opposti a dirittura: l’uno che scrive per amor di guadagno, mentendo affetti e pensieri, cercando i soggetti utili; l’altro che scrive senza preoccupazioni, abbandonandosi all’impulso geniale di ciò che detta dentro; quello tutto ammanierato, vacuo e falso; questo, vero, naturale, efficacissimo. Leggete ciò che l’Aretino scrive, quando vuol levare a cielo qualcuno di cui veramente non gli cale più che tanto, ma da cui si ripromette vantaggio: ciò che gli esce dalla penna è della peggio retorica che si possa imaginare, e in quelle pagine, gonfie d’iperboli pazze, e tutte chiazzate di metafore strane si sforma l’aspetto delle cose, come si snatura l’indole d’ogni sentimento. È l’Aretino di parata, l’Aretino cui bisogna trasformare digressioni, metafore, e pedagogarie in argani che movano, ed in tanaglie che aprano. Ma leggete ciò che l’Aretino scrive per proprio conto, per isfogar l’animo, per intrattenersi con gli amici più intimi: trovate un tutt’altr’uomo, e c’è da rimaner meravigliati in vedere come lo scrittore ampolloso e affettato, lo scrittore che pareva non potesse dir cosa senza alterarne in qualche modo l’essere, lo scrittore esagerato e iperbolico, riesca un osservatore diligente, un descrittore vero ed efficacissimo di quanto gli sta d’intorno. Veramente egli vede le cose con l’occhio con cui le vedeva il Tiziano, e la visione avuta sa rendere felicemente con la parola, facendo della penna un pennello.

A persuadersi di ciò basta leggere certe lettere sue. Non ricorderò quella famosa al Tiziano, dov’è descritto il Canal Grande sull’ora del tramonto, perchè troppo nota e troppo spesso citata[236]. Certo essa è un documento assai singolare; ma altre ce n’ha, non meno importanti a mio giudizio, e che sono veri quadri di genere. Leggasi quella dov’è narrata la vita semplice e pacifica di Simone Bianco scultore[237]; leggasi l’altra in cui si ricordano con desiderio scevro di amarezza i bei tempi passati, i facili amori e l’altre scapestrerie giovanili[238]: se ne legga una assai breve, dove l’autore ringrazia frate Vitruvio dei Rossi, che gli aveva mandato a regalare certe ghiottornie minute[239]. Si vegga con quanta vivacità è ritratto quel Pietro Piccardo, che sapeva tutte le storie e tutti i fatterelli del tempo, cortigiano finito, sempre tra donne[240]. Si vegga con quanta festività, con quanta arguzia è descritto il vivere spensierato di questo stesso Piccardo e di monsignor Zicotto, che si facevano «portare come un pajo di pontefici, dando giubilei, intimando concilii e canonizzando santi»[241]; con quanta evidenza è ritratto lo spettacolo pieno di varietà e di movimento, a cui l’Aretino cotidianamente assisteva dalle finestre di casa sua sul Canal Grande[242]; con quanto sentimento del pensare e della vita del popolo sono descritte le smanie e gli anfanamenti per il giuoco del lotto[243]. Non si lasci di leggere ciò che nel Ragionamento delle corti è narrato dei capricci di Fra Mariano, e poi si dica se nel Cinquecento sono molti che abbiano il senso della realtà così desto e così perspicace; che scrivano così vivo, con efficacia così ingegnosa e al tempo stesso così spigliata, con tanta virtù di rilievo e di colorito.

E qui tocchiamo allo stile dell’Aretino, intorno a che ci sarebbe, volendo, molto da dire. L’Aretino pretese di essere un novatore in fatto di stile e molti dei contemporanei gli diedero ragione. In un capitolo dove il Fenaruolo si rallegra con Domenico Veniero dei nuovi onori ricevuti, si legge:

Udirete il signor Pietro Aretino

Cantar in quel suo bravo primo stile,

Che gli diede il cognome di divino[244].

E Ortensio Lando nella Sferza de’ scrittori antichi e moderni[245]: «Se pertanto leggerete gli scritti del divino Pietro Aretino egli vi condurrà all’alta rocca della toscana eloquenza, e condurravvi per vie inusitate e nove, non più calpestate da veruno; scorgeretevi per dentro alcuni lumi meravigliosi, da’ quali intenderete quanto possa natura senza l’ajuto dell’arte». E novatore egli fu veramente. Anche qui noi troviamo l’Aretino in contrasto con la tradizione, ribelle all’autorità. Egli ha in uggia lo stile di prammatica, lindo, corretto, misurato con le seste, architettato secondo le regole, tutto riscontri simmetrici e appoggiature meditate. Per lui lo stile non è architettura, ma scoltura e pittura, e deve prender forma e colore da ciò che si muove nell’animo, e piegarsi, non ad una legge astratta di compostezza e d’armonia, ma, volta per volta, a quella che è indole propria del soggetto. Il suo sogno è di poter tradurre nelle parole il plastico delle cose, la intensità e il fervor della vita; e conscio di riuscirci in una certa misura, esclama: «attengasi a me chi ha rilievo nelle rime ed efficacia nelle prose, e non chi mostra profumi ne gl’inchiostri e miniature nelle carte»[246]. In una lettera famosa al Comandator d’Alcantara dice che ne’ versi suoi «si tondeggiano le linee delle viscere, si rilevano i muscoli delle intenzioni, e si distendono i profili degli affetti intrinsechi»[247]. A Bernardo Tasso rimprovera d’essere «più inclinato all’odor dei fiori che al sapore dei frutti»[248]. Abusa del colorito, e ha certi procedimenti di stile in tutto simili a quelli dei moderni seguaci del naturalismo o verismo letterario; per esempio usar l’aggettivo in maniera di sostantivo.

Naturalmente, con tanta preoccupazione del vistoso e dell’efficace, con voler far produrre alle parole la impressione che producono le cose, l’Aretino spesso rompe lo fren dell’arte, passa i segni del buon gusto e del buon giudizio, e s’impania in quelle iperboli sformate, in quei traslati mostruosi, in quegli aggrovigliamenti di concetti e di parole, in quella sofistica dello stile, che rendono insopportabile a noi la lettura di moltissime pagine sue, ma che hanno riscontro negli scritti di più di un verista moderno. Perciò egli fu considerato come l’iniziatore e come il padre di quel mal gusto che ebbe tra noi il nome di secentismo. Lo Chasles, il quale in più altre occasioni mostra buon accorgimento, dice a tale proposito: «Le seicentisme date da l’Arétin. Ce ne fut plus la parole grave et nue de Machiavel, ni la fluidité de Bembo. On commença, d’après son exemple, à personnifier tout; les Marini, les Achillini ne sont que ses copistes... Avant lui personne n’avait écrit de cette façon»[249]. Ma è vero ciò? no; anzi è falsissimo.

L’Aretino ha certamente ajutato, affrettato l’avvenimento del secentismo, ma nulla più. Il secentismo si produce intorno a lui, è nato prima di lui. Il D’Ancona ha potuto scrivere un bello studio sul secentismo nella poesia italiana del secolo XV, e secentismo si trova nella letteratura d’altri tempi e d’altri luoghi. Il Petrarca non è egli spesso un secentista della più bell’acqua? son poco secentisti certi trovatori di Provenza? e chi più secentista di Ennodio? Gli è che sotto questo nome poco appropriato di secentismo si comprende una certa condizion delle menti, un temperamento del gusto, una forma d’arte, che possono bensì nel Seicento nostro essersi prodotti con carattere più spiccato, ma che, come effetto di certe determinate cause, non sono punto proprii di quel secolo soltanto. Ora, dello straboccare del secentismo nel secolo appunto che gli diede il nome, si potranno indagare alcune cause speciali, come l’influsso spagnuolo, o l’esempio di alcuni scrittori; ma è certo che l’arte stessa del Cinquecento, e quella civiltà tutta intera, ponevano sulla sua via, spingevano ad esso. Chi vuol persuadersene legga gli imitatori del Petrarca. Parrà strano a dire, anche perchè l’Arcadia, quando cominciò la reazione contro il secentismo, si mise innanzi, come duca e dottore, il Petrarca; ma non è men vero che una delle cause principali del mal gusto del Seicento è per appunto il petrarchismo.

E s’intende perchè. I petrarchisti, non avendo altro a fare che ripetere que’ sentimenti invariabili, quei pensieri già espressi le tante volte, cercavano d’introdurre qualche novità nei loro versi rincarando la preziosità dello stile, contorcendo il concetto e la frase, moltiplicando le metafore. L’amore, quando non è sentito e sincero e vuole spacciarsi per sincero e sentito, cerca, senza avvedersene, l’espressione esagerata e falsa, che di necessità diventa secentismo. Vedasi che cosa interviene ai trovatori provenzali della decadenza. E a un’altra cosa è da por mente. La raffinata coltura del Cinquecento si trae dietro certi bisogni, suscita certe tendenze, che non mancan mai, o sotto una, o sotto altra forma, dov’è raffinatezza soverchia. In quegli animi, allevati e ammaestrati in ogni maniera di delicature, schifi del triviale, facilmente si produce sazietà, e sempre si muove un desiderio del peregrino e dello insolito, donde possa venire nuovo eccitamento, e allettamento non ancora provato. Ora, un desiderio così fatto, conduce o prima o poi al secentismo, e poichè quel desiderio tanto più sormonta quanto più la civiltà è raffinata, e quanto più prossimo il tempo del suo decadere, si può dire che ogni civiltà finisca nel secentismo, il quale, non fa bisogno avvertirlo, non è proprio delle sole lettere, nè delle sole arti sorelle. La civiltà romana, sopraggiunta dalla sfioritura, produce la più mostruosa depravazione che la storia ricordi: il secentismo dei costumi.

Se, dunque, noi vogliamo esser giusti, dobbiamo dire che Pietro Aretino ajuta il secentismo a prodursi, ma che il produttor vero del secentismo è il Cinquecento.