III.

La Veronica aveva, in Venezia e fuori di Venezia, molti amici, e sapeva tenerseli cari. Scriveva loro frequenti lettere, e di quelle che riceveva da loro mostrava grande allegrezza, lagnandosi, s’erano troppo rade, o troppo brevi. Lodava chi le pareva meritevole di lode[528], rimproverava chi le pareva avesse meritato rimprovero[529]; confortava con buone parole gli ammalati e gli afflitti[530]; chiedeva ajuto e favore nei bisogni proprii o di altri[531], ma si offeriva pure assai volentieri per quanto era da lei; anzi si doleva di chi non si prendeva con lei quella sicurtà che l’amicizia consente[532]. In una di quelle sue lettere ringrazia un amico d’aver beneficato, dietro raccomandazion sua, un pover uomo che aveva moglie e tre creaturine[533]. Mandava agli amici i suoi componimenti, e riceveva i loro[534]. Assicurava molti dell’amor suo; diceva di ricordarsi sempre di loro, e così li pregava di volersi ricordare di lei: se lontani, diceva di nulla desiderare così vivamente come di rivederli.

Tra gli amici sembra contasse anche qualche amica, e non certo della sua condizione. La lettera terza è a una signora illustre, la quale, potendo comandare alla Veronica, l’aveva pregata di non sappiamo qual servigio o favore. La XVI è scritta a una gentildonna, i cui grandi avoli avevano acquistato fama con atti egregi. La Veronica si congratula con lei che felicemente ha partorito un bel maschio, e alla madre, al padre, al bambino fa gli augurii più lieti.

Gli amici, generalmente parlando, le si addimostravano affezionati e premurosi: la consolavano nelle sue afflizioni, l’ajutavano nei bisogni, la invitavano ad andarli a trovare in villa[535], e le scrivevano lettere cortesi ed amorevoli, di cui ella ringraziava con effusione[536]. Bartolomeo Zacco, padovano, chiedeva in un sonetto alla Veronica, Donna cortese, di onorare col suo dire una figliuola ch’egli aveva perduta, e la Veronica gli rispondeva con un sonetto per le rime. Ma non tutti erano così garbati con lei, e la lettera dodicesima lo prova. Saputo che le frequenti e lunghe sue lettere erano di molestia più tosto che di ricreazione a un amico, ella, confusa ed afflitta, scrive: «di niun altro contrario, e nojoso accidente non avrei di lungo spazio sentito il dolor, ch’io provo nel vedermi così improvvisamente abbandonata dalla vostra grazia: pur m’acqueterò, per non dispiacervi, al voler vostro, e cercherò d’emendar il non prima conosciuto errore dell’aver scritto spesso e lungo, con l’esser breve e rara in questo officio, sì come nell’opra della riverenza, e della grata memoria sarò profonda ed infinita». E in questa cosa della grata memoria forse diceva vero, perchè anche di altri amici ebbe a ricordarsi a lungo e con affetto.

Tra i molti ch’ella aveva ce n’erano alcuni di gran nome e di gran recapito, i quali meglio che amici si direbbero protettori: tali erano il Duca di Mantova, Guglielmo, e il cardinal d’Este, Luigi, figlio d’Ercole II e di Renata di Francia, fratello di Alfonso II, di Lucrezia e d’Eleonora. La Veronica dedicò, siccome abbiam veduto, le sue Terze Rime al serenissimo signor Duca. Non sappiamo qual fosse, o qual fosse stata in passato, la relazione tra lui e lei: qualche plausibile congettura in proposito si potrebbe fare, ma senza gran pro. Nella dedicatoria la Veronica è assai riservata: dice di non essersi potuta astenere dal mandargli i suoi versi, per dare al discreto giudizio di esso signor Duca alcun leggier gusto della bassa musa di lei, e, insieme, un picciol pegno della sviscerata osservanza e della umilissima servitù ond’ella è a lui legata di perpetuo indissolubil nodo. La sua pochezza le sia scusa se ella non ardisce por bocca nel cielo dell’inestimabil valore del serenissimo signor Duca. Il libro gli manda per mezzo di un suo ancor fanciullo figliuolo, il quale nel volto, e negli atti, e in ogni guisa d’inchinevole riverenza, esprimerà il medesimo core di lei nella serenissima presenza di lui. Certamente il Duca ebbe ad accogliere assai graziosamente il dono e chi gliel recava[537].

Al cardinale d’Este son dedicate le lettere. La Veronica fa dell’eminentissimo cardinale sperticatissime lodi, magnifica il lume di quella gloriosa virtù, esalta la incredibile cortesia e la sopra umana gentilezza, s’inginocchia davanti alla divinità del cospetto e alla divina umanità di sì celebrato ministro del cielo. Ella, nel concorso di molti uomini famosi di dottrina, che del continuo indrizzano a lui opere maravigliose di scienzia e di elegantissimi studii, non dubita, sebbene donna inesperta delle discipline, e povera d’invenzione e di lingua, di dedicargli un volume di lettere giovenili, serbando a tempo di maggior occasione, e di più prospera fortuna, e di più essercitato stile, di dargli altra recognizione d’osservanza e d’animo devoto. Mi duole di non sapere che cosa rispondesse l’eminentissimo cardinale a lettera così ossequiosa ed amabile.

La Veronica bramava assai e si rallegrava di poter godere del colloquio soavissimo de’ suoi amici migliori[538], i quali erano letterati la più parte, e volentieri bazzicavano con le muse. Uno dei maggiori era Domenico Veniero, i cui versi a noi ora non pajono più gran cosa, ma che a’ suoi tempi fu tenuto universalmente un miracolo d’ingegno, un oracolo di sapere, un modello insuperabile di eleganza. Colpito, in età ancor giovine, da una crudele infermità che gli tolse per sempre l’uso delle gambe, l’unica sua consolazione trovava nei libri, nel comporre, e nella conversazione degli uomini dotti. Il suo palazzo diventò albergo di genialissimi ritrovi, ai quali accorrevano, non solo quanti erano letterati e uomini cospiqui in Venezia, ma quanti ancora, di qualche riputazione, ne venivan di fuori. Tra gli infiniti che li frequentarono si ricordano Federigo Badoaro, Girolamo Molino, Jacopo Zane, Giorgio Gradenigo, Celio Magno, Bernardo Tasso, Dionigi Atanagi, Sperone Speroni, Girolamo Ruscelli, Girolamo Muzio, Anton Giacomo Corso, Giovan Battista Amalteo, e Paolo Manuzio, e Girolamo Parabosco, e altri e altri[539]. Ora, a questi ritrovi, nei quali si ragionava di poesia, di filosofia e di ogni cosa che potesse dar grato pascolo a nobili intelletti, e ai quali crescevano diletto frequenti accademie musicali e sollazzi di più maniere, ebbe ad esser presente assai volte la Veronica. Due capitoli, il XV e il XVIII, e parecchie lettere di lei, sono indubitabilmente indirizzati a Domenico Veniero, come si ricava da alcuni significantissimi accenni, e sebbene non rechino nome alcuno. Nella lettera XLV, ella, che con un ago da treccia s’era ferita malamente un ginocchio, gli chiede una di quelle sue sedie da stroppiato. Nella XLIX lo dice il più bello, ed il più risplendente lume, che tra molte scienzie oggi dì si vegga nella professione delle lettere gentili. Nel capitolo XV accenna a un ridutto, a una scola, a un

celebre concorso

D’uomini dotti, e di giudicio eletto,

e si scusa d’aver lasciato passar molti giorni senza andare a far riverenza a colui che, infermo in letto, aveva intorno a sè quel celebre concorso. Perdutamente innamorata, divisa da colui che ama, scoraggita e mesta, ella non aveva ardito mostrarsi; ma promette di lasciare alla prima occasione ogni altra cura per riparare al suo mancamento.

La Veronica approfittava della benevolenza del Veniero per farsi rivedere da lui, e all’occorrenza correggere, le prose e i versi[540]. Nella lettera XL dice: «subito ch’io sia spedita dalle composizioni ch’io faccio, verrò alla censura, ed al giudizio di lei, e continuerò, senza interrompimento di cosa che succeda, a servirla presenzialmente». Un po’ più oltre parla della deliziosa compagnia e della beata contemplazione ond’ella gode: molte volte, senza dubbio, il patrizio avrà corrette le prose e le rime della cortigiana sotto gli occhi stessi di lei, e discutendo con lei le ragioni e le regole dell’arte.

Nè della correzione la Veronica aveva da vergognarsi. Era usanza dei letterati in quel secolo sottoporre le proprie scritture, prima di farle pubbliche, al giudizio di uomini famosi per dottrina e buon gusto, ricercare di costoro i consigli, non isdegnare le correzioni. Il desiderio di toccare la perfezione, ch’era vivissimo in molti, e lo spirito di adulazione, ch’era vivissimo in più, persuadevano tale usanza. Per non ricordare altri esempii, chè innumerevoli se ne potrebbero ricordare, allo stesso Domenico Veniero sottoposero i loro versi Girolamo Fenaruolo, Jacopo Zane, Bernardino Rota, Luigi Grato, Giuliano Goselini ed altri assai. Persino Torquato Tasso ebbe a giovarsi de’ suoi consigli e de’ suoi suggerimenti. Domenico Veniero non era, del resto, il solo consigliere letterario della Veronica: tale officio avevano anche altri, e fra questi altri troviamo un ecclesiastico. A lui è scritta la lettera sesta. La Veronica gli manda stampata una di quelle operine di che, ella dice, V. S. mi fece il favore ch’ella sa, e promette di dargli altre cose sue da leggere. Questa lettera è curiosa anche per altre cose che vi son dette. La Veronica si loda molto d’aver conosciuto un uomo di tanta dottrina e virtù, e parla della interna edificazione onde l’ha riempiuta il suo esempio. Le duole che il suo vivere, intricato negli errori, e macchiato nel fango mondano, gli sia cagion di molestia e di rincrescimento; ma nota che i peccati di lei possono essere occasione all’esercizio delle virtù di lui. Lo prega d’intercedere per lei, e di ottenere perdono dal cielo ai suoi tanti e così indegni falli.

La Veronica era, in Venezia, almeno, in buon concetto di letterata, e trattava i letterati da pari a pari. Volentieri si faceva conoscere a quelli che venivan di fuori, e volentieri, a richiesta altrui, prestava l’opera sua letteraria. Al Montaigne, capitato in Venezia nel 1580, ella mandò a regalare una copia delle sue lettere, ed egli diede al latore due scudi di mancia. Venuta fuori la Semiramide, tragedia di Muzio Manfredi, ella assai la lodò in un sonetto, che fece recapitare all’autore. Il Manfredi era allora in Francia, ai servigi di una duchessa di Brunswick, e rispose con la seguente lettera, scritta da Nancy il 30 di ottobre del 1591, quando la povera Veronica era già morta da più di tre mesi: «Il bellissimo sonetto, che V. S. mi ha mandato in laude della mia Semiramis tragedia, mostra con la sua rarità, la divinità dell’ingegno vostro, e la forza dell’amore che sempre ho conosciuto in voi verso me, poi che in esso tanto mi onorate, e con tale spirito di sapere, e d’arte, che io ne sono rimaso, non pure pieno di maraviglia, ma di stupore. Poi l’avere V. S. trovato modo di mandarlomi fin qua, mi ha chiarito ch’ella in essere cortese ha pochi pari. La ringrazio ora con questa mia quanto più posso; ma fra poco le darò in altro stile, tal segno di gratitudine, che in tutto non rimarrò vinto di cortesia, e le priego sanità ed ozio da dar l’ultima mano al suo poema epico»[541]. Come ho già detto innanzi, Bartolomeo Zacco pregava la Veronica di voler onorare con alcuno scritto suo la figliuola ch’egli aveva perduta. Morto nel 1575 e nel fior degli anni Estor Martinengo, conte di Malpaga, il quale nel 1572 era stato capitano di fanti al servigio della Repubblica, il colonnello Francesco, fratello di lui, richiese la Veronica di volere onorare la memoria dell’estinto con una raccolta di versi suoi e di altri, come allora si usava. La Veronica si accinse all’opera, e sollecitò i letterati amici suoi, pregandoli di sollecitare a lor volta i letterati amici loro. Con la lettera XXXIX eccitava un amico a impiegar l’opra de’ suoi delicatissimi studii in alcuni sonetti. Diceva d’essere richiesta, da persona che le poteva comandare, di comporre sopra quella materia, e far comporre tutti gli amici e signori suoi. Con la lettera XXII ne pregava un altro di volere scrivere e di fare scrivere a quei suoi Academici. La lettera XL tratta dello stesso argomento. Finalmente la raccolta venne fuori, composta di ventisei sonetti, preceduti da una lettera della Veronica al colonnello Francesco[542]. Gli autori dei sonetti sono, oltre alla Veronica, che ce ne mise nove, un chiarissimo signor D. V. (Domenico Veniero, senza dubbio), Marco Veniero, Orsato Giustiniani, Bartolomeo Zacco, Celio Magno, Andrea Menichini, Marco Stecchini, Orazio Toscanella, Giovanni Scrittore, Antonio Cavassico. La Veronica dava anche versi a raccolte fatte da altri: un suo sonetto si legge fra varie composizioni poetiche pubblicate in Padova, nel 1575, da Giovanni Fratta, gentiluomo veronese ed Accademico Anonimo, per celebrare il felice dottorato dell’illustre ed eccelentissimo signor Giuseppe Spinelli.

Abbiam veduto che gli amici assenti da Venezia invitavano la Veronica ad andarli a trovare in villa: ella talvolta si scusava di non potervi andare; tal altra vi andava, e passava alcuni giorni in loro compagnia. Così fu che, non sappiamo in qual anno, si recò a Fumane, presso Verona, nella principesca villa del conte Marc’Antonio della Torre, e vi fece breve soggiorno. Il conte Marc’Antonio, della illustre famiglia che aveva un tempo signoreggiata Verona, era, sino dal 1563, preposto della cattedrale di quella città, e aveva inoltre l’officio di Referendario dell’una e dell’altra segnatura. Più volte, e in più luoghi, il papa l’aveva mandato suo commissario, e la Veronica afferma ch’egli era

Degno di mille mitre e mille imperi,

seguita, o preceduta in così fatto giudizio da Adriano Valermi, oscuro poeta veronese, il quale, traendo da quel nome di Della Torre argomento (come a lui sembrava) d’ingegnoso e felice bisticcio, diceva all’illustrissimo signor preposto ch’egli era tanto amico e caro a Dio quanto già era stata nemica e odiosa la torre di Babele. La villa di Fumane, di cui qualche avanzo sussiste ancora, era, a dir del Panvinio[543], la più magnifica di quante se ne vedessero nell’agro veronese, e certo una delle più famose d’Italia, degna senza dubbio d’essere commendata e ammirata da un Leon Battista Alberti, da un Sebastiano Serlio, e da quanti scrittori ed artisti del Rinascimento diedero ammaestramenti e norme circa il costruire e ordinar ville. La Veronica v’andò, tratta, così ella dice, dal desiderio di vedere quel Signor cortese e saggio,

Che regge ’l mio voler con le sue ciglia,

e tanto contenta rimase delle accoglienze avute e della incomparabile bellezza del luogo, che ne tolse argomento a un capitolo fervido di entusiasmo, e di quanti ne compose il più lungo[544]. V’andò senza mai interrompere il viaggio, sebbene la via fosse pessima, ed ella avesse, partendo da Venezia, l’anima conturbata da non sappiamo quali molestie.

Al fin pur giunsi a la bramata stanza,

Nè potrei giamai dir sì come io fossi

Raccolta con gratissima sembianza.

A sì dolce spettacolo rimossi

Tutti i miei gravi e torbidi pensieri,

Che venner meco allor che d’Adria mossi.

E tra mille dolcissimi piaceri

Ristoro presi, e mi riconfortai,

Qual fa chi il suo ben gode e ’l meglio speri.

E la Veronica ci descrive in versi pieni di ammirazione, e spesso felici, il luogo incantevole, di cui ebbe tanto a lodarsi: in prima le ubertose colline che fan corona alla valle rotonda; un bosco di cipressi e di pini,

Pien d’ombre amiche al dì lungo e fervente;

le acque cristalline che zampillano e corrono per ogni banda; il giardino meraviglioso, dove l’arte gareggia con la natura; poi il palazzo principesco, il quale sorge alquanto rilevato, e adorno di tanta bellezza e tanta magnificenza, che non ha l’eguale, se non quello del Sole, celebrato dai poeti; il palazzo signorile del Rinascimento, a cui tutte le arti hanno dato l’opera loro e i loro splendori, pieno d’ogni ricchezza e d’ogni eleganza.

I fini marmi e i porfidi lucenti,

Cornici, archi, colonne, intagli e fregi.

Figure, prospettive, ori ed argenti,

Quivi son di tal sorte e di tai pregi,

Ch’a tal grado non giungono i palagi

Che fer gli antichi imperadori e regi.

Ma le comodità di dentro e gli agi

Son così molli che gli altrui diletti

Al par di questi sembrano disagi.

Per li celati d’or vaghi ricetti,

Sul pavimento che qual gemma splende,

Stan sopra aurati piè candidi letti.

Di sopra da ciascun d’intorno pende

Di varia seta e d’or porpora intesta,

Che ’l contegno de’ letti abbraccia e prende.

Di coltre ricamata, o d’altra vesta,

Di ricca tela ognun s’adorna e copre,

Sì ch’a fornirla ben nulla gli resta.

Poi diversi disegni e diverse opre su cortine, su tappeti, su arazzi, in tutti i lati. Un’arte miracolosa ha chiamato a nuova vita su quelle pareti, su quelle vôlte, le antiche divinità innamorate, ha rievocato le più leggiadre tra le fantasie elleniche: Giove che in pioggia d’oro scende nel grembo a Danae, Io trasformata in giovenca, l’aquila che rapisce Ganimede. Altre pitture, da altro pensiero inspirate, mostrano i ritratti di tutti i pontefici, e d’infiniti cardinali e prelati che

in noi pensieri

Destano de le cose più eccellenti.

Nel beato soggiorno è ogni diletto, e liberamente attende ogni persona a quello spasso che più gli va a genio: chi va a caccia, chi bada a pescare, chi si sta senza far nulla, sedendo al rezzo.

Nel capitolo XI è cenno di una andata della nostra poetessa a Verona, a mezzo il verno, e di un ricetto che ella bea di sua presenza, per destin felice d’un altro amante: non è improbabile che quest’altro amante fosse lo stesso Marc’Antonio della Torre[545].

Ma per quanto liete ed affettuose fossero le accoglienze degli amici, per quanto amene e sontuose le ville loro, la Veronica preferiva ad ogni altro soggiorno quello della sua Venezia. Quando,

Per fortuna nojosa e violenta,

ella n’era da alcun tempo lontana, non aveva pace e contava l’ore che mancavano ancora al ritorno. Rivedeva, nell’accesa fantasia, i palazzi marmorei, ricchi di fregi più simili a lavoro d’ago che di scalpello, specchiarsi nei mille canali con cui la laguna sembra che allacci a sè

l’alma cittade

Del mar reina, in mezzo ’l mar assisa;

la città ricca di quanta ricchezza e di quanti beni il mondo produce,

Sì ch’eterna abondanzia la circonda,

E di tutti i paesi fruttuosi

Più ricca è d’Adria l’arenosa sponda.

Ed in qual parte del mondo s’ama come s’ama in Venezia?

Il mar e ’l lito quivi arde e sfavilla

D’amor, che tra nereidi e semidei,

Quell’acque salse di dolcezza instilla.

Venere in cerchio ancor de gli altri dei

Scende dal ciel su questa bella riva,

Con l’alme grazie in compagnia di lei.

Il ricordo di Venezia, della patria sua celebre e magna, le faceva odiare i campi[546]. Non contenta d’innalzar ella Venezia sopra le città tutte, voleva che anche gli amanti suoi la lodassero[547]; era lieta che altri desse l’opera sua alla città regina[548], e consolando un tale di non so che avversità, gli ricordava avere egli avuta la grandissima ventura di nascere in Venezia[549].

E in Venezia aveva la Veronica tutti i suoi piaceri e tutti i suoi comodi. Non solo frequentava i ritrovi degli amici, ma ne teneva ella pure in sua casa, e quali spassi vi usassero e come ci si spendessero l’ore, in parte sappiamo da lei medesima, in parte possiamo immaginare. La musica vi teneva grande luogo. Con la lettera nona la Veronica chiede in prestito a un amico uno strumento a corda, e lui stesso prega di voler venire il giorno seguente in casa sua, alle venti ore, in occasione, dice, ch’io faccio musica[550]. Il repertorio musicale era allora assai copioso: i madrigali, le villanelle, le mattinate, le disperate, gli strambotti, le napolitane, le siciliane, intonate da maestri valenti, fioccavano, più che altrove, in Venezia, e le nuove e belle acquistavano gran voga e si ripetevano da tutti[551]. Molte di certo ne avrà conosciute la Veronica, e quando, lasciati in riposo gli strumenti musicali, si dava corso ai ragionamenti e al novellare, possiam credere che tanto ella, quanto gli amici suoi, recassero volentieri in mezzo certi indovinelli, certi passerotti un po’ liberi, come piacevano al secolo, certe poesie allegre, e certe storie e fanfaluche da far ridere, come el lamento de Cosin, e la Vita de l’omo pizinin, la fiaba dei Buraneli, quella di Comare Oca, quella dell’Uccel Bel Verde, e altre ricordate dal Calmo, alternandole con varii giuochi, ch’erano allora in uso[552], e con le danze più in voga. La Veronica conosceva inoltre, e giustamente apprezzava il piacere che si prova a stare a tavola, in compagnia di amici alla buona, senza soggezione, entro una camera ben chiusa e ben calda, quando fuori imperversa l’inverno. Invitando un amico, e pregandolo di condurne seco un altro, ella dice: Il tempo è piovoso, e invita ogni buona persona a provedersi di dolce trattenimento al coperto ed al fuoco, almeno fino a sera. Il desinare sarà sine fuco et ceremoniis, more majorum; e se vorrete, dice, aggiungervi un fiaschino di quella vostra buona malvasia, di tanto mi contento, e di più non vi condanno[553]. Altri spassi non mancavano fuori di casa, secondo i tempi, come l’andare in gondola a diporto, pescare e uccellare in laguna, visitare i giardini, assistere alla rappresentazione delle commedie e ai giuochi varii che si facevano continuamente in città[554].

Della casa sua, e della masserizia che aveva, la Veronica non parla. Solo una volta la udiamo chiedere, a pigione senza dubbio, a un grazioso, gentile e molto onorato signore, una casa, per forma, e per sito, e per adornamenti comoda, e godevole, e piena de ricreazione[555]. Se la chiedeva, doveva anche avere di che arredarla convenientemente, e possiamo credere che in casa sua non mancasse quel lusso che, come abbiam veduto era solito nelle case delle cortigiane illustri. Se non ricca, la Veronica fu certamente agiata, almeno in un tempo di sua vita; giacchè, se quando, nel 1582, ella presentò ai Dieci Savii sopra le decime la nota de’ suoi beni, questi sembra si riducessero a poca cosa, sappiamo da altra banda da lei stessa che ella aveva perduto buona parte del suo nel contagio del 1575 e del 1576[556]; in qual modo, non dice. I suoi due testamenti del 1564 e del 1570 la mostrano in possesso di un patrimonio che non è valutato, ma che sembra abbastanza cospicuo[557], e nel 1580 essa doveva vivere lautamente, se poteva tenersi in casa un precettore pel figliuolo Achilletto, e servitori e fantesche.