IV.
Quella perdita mostra già che la vita della Veronica non sempre corse tranquilla e gioconda; ma non è essa il solo fatto spiacevole che gliel abbia turbata. Se gli amici le si mostrarono di solito affezionati e devoti, non mancarono nemici che a più riprese le diedero noja e s’ingegnarono di nuocerle. Uno di essi, lo dice ella stessa, tentò con calunnie di contaminare l’onor di lei, levando un grande scandalo[558]; un altro le scrisse contro una canzone infamatoria, chiamandola meretrice[559], e non fu questa la sola poesia composta in suo biasimo. Fra cotesti denigratori pare ce ne fosse qualcuno che con la satira e con la maldicenza si vendicava di rifiuti sofferti[560]; e non è improbabile che alcuno di essi sia autore di certo testamento apocrifo di Lodovico Ramberti, il quale si legge in un codice miscellaneo del Museo Correr in Venezia. In questa scrittura, non molto arguta a dir vero, il Ramberti, che dice d’essere con qualche pericolo del corpo, sì per l’età, sì per i molti disordini uso a fare con la sua dilettissima madonna Veronica e col soavissimo suo messer Zuane Bragadin, dispone in modo burlesco delle cose sue. Alla Veronica lascia il suo buon letto di piume, con patto che la nol possa nè vender, nè impegnar, nè dar a zudii, e le fa altri lasciti ridicoli. Vuole che sulla sua tomba s’incidano alcuni versi, fattura, è detto, della stessa Veronica[561]. Costei, o non curava tali assalti, o con garbo se ne schermiva, mostrando che spesso l’altrui biasimo si converte in lode, affermando che chi ingiuria non provocato ingiuria sè stesso,
E ’l voler oscurar il vero espresso
Con le torbide macchie de gli inchiostri
In buona civiltà non è permesso;
rispondendo talvolta alle satire con le satire[562], e avvertendo talaltra i calunniatori di tacere, se non volevano ch’ella cominciasse a parlare a sua volta[563].
Di questi nemici, i quali del resto nè nocquero molto, nè molto potevano nuocere, non ci son noti i nomi; ma ben ci son noti d’altri, che tentarono di mettere la Veronica in un assai brutto imbroglio, e per poco non ci riuscirono. Ciò avveniva nel 1580. Un Rodolfo Vanitelli, precettore di Achilletto, sostenuto dalle testimonianze di una donna Bortola e di un Giovanni Vendelino, tedesco, l’una e l’altro ai servigi della Veronica, denunziarono costei al tribunale del Sant’Uffizio. I misfatti di cui costoro, messi forse su, forse pagati da qualche nemico maggiore rimasto nell’ombra, l’accusavano, erano parecchi. Per ritrovare un pajo di forbici con la guaina d’argento, e un uffiziolo dorato che le erano stati rubati, la Veronica aveva fatto uso di sortilegi, e aveva invocato il diavolo, servendosi in quelle detestabili pratiche di un anello benedetto, di olivo benedetto, di acqua e di candele benedette, fatte prendere da Achilletto nella vicina chiesa di San Giovanni Nuovo. Inoltre teneva in casa giuochi proibiti, commettendo molte poltronerie, dando la mancia a coloro che avrebbero potuto denunziarla, perchè tacessero. Non udiva mai messa; mangiava di grasso nei giorni vietati, e s’era fatta ajutare dal diavolo a innamorare certi tedeschi. L’accusavano ancora di aver simulato un matrimonio, a solo fine di poter portare gli smanigli d’oro e l’altre gioje che la legge non consentiva alle meretrici. Chiedevano da ultimo che, senza riguardo ai molti protettori, si desse alla rea donna il castigo che meritava[564].
Tali accuse, oggi, farebbero ridere; ma erano gravissime allora, e portavano pericolo grande anche se insensate, anzi appunto perchè insensate. Ventidue anni dopo, in Modena, fu fatto un processo ad Alessandro Tassoni, che allora era in Ispagna, per esserglisi trovata in casa una boccia di vetro con dentro uno di quei diavoli detti diavoli di Cartesio[565]. Col Santo Uffizio c’era poco da scherzare, e chi ci si lasciava cogliere il dito non era mai sicuro di non averci a passare con tutta la persona, cioè a dire di non finire nel fondo di una prigione perpetua, o sopra un rogo. Oltre a ciò le donne di mala vita erano in fama di ricorrere volentieri alle fattuccherie, e lo Zoppino fatto frate, nel già citato Ragionamento dell’Aretino, ne ricorda parecchie, strane, orribili e disgustose, di cui quelle usavano per trarsi in casa gli innamorati[566]. Le accuse mosse alla Veronica dovevano dunque, ai giudici del Sant’Uffizio, sembrar tutt’altro che inverosimili, e se costei riuscì a purgarsene, come fece, il merito è senza dubbio, assai più suo che loro.
Non col solo tribunale ecclesiastico ebbe briga la Veronica; l’ebbe anche coi tribunali civili. Le lettere di lei contengono accenni a due diverse liti[567], di cui ignoriamo le ragioni. L’una, trattata durante un’assenza della Veronica da Venezia, e vinta da lei, l’aveva provocata un gentiluomo di mala fede, dalle cui promesse ella s’era, per bontà di natura, lasciata ingannare. L’altra non sappiamo che esito avesse; sappiamo solo che l’avvocato, a cui la Veronica aveva affidato il patrocinio del proprio diritto, trascurava il suo officio e non veniva a capo di nulla, tanto che costei gli chiese la restituzione delle carte a lui affidate. Entrambe le avranno, senza dubbio, procacciato noje parecchie, e a tali noje accenna ella forse, quando parla di occupazioni che a guisa d’idra, più ella le tronca, più le si vanno moltiplicando d’attorno[568]. Ma non furono queste, di certo, le sole sue noje. In più e più luoghi delle rime e delle lettere ella accenna a fastidii gravi, senza dir quali fossero: una volta giunge a parlare dell’empio stile della sua iniqua fortuna[569]. E la salute non l’ajutò sempre, anzi le si fece, sembra, assai cagionevole. In una delle sue lettere dice: «mi sento per continuo uso sì fattamente indisposta, che mal posso affaticar l’ingegno e la penna»[570]. E nel costituto presentato al Sant’Uffizio, quando fu accusata dal Vanitelli, dichiara: «In questo anno mi ho amalado assai volte, ed ha mo un anno sono stata 4 mesi amalada che mai mi ho movesto di letto». Notisi che la Veronica non aveva allora più di trentaquattro anni.
Può darsi, anzi è probabile, che il venirle meno della salute fosse per lei come un avvertimento e un ammonizione d’avere a cambiar vita; ma altre cagioni ancora debbono, in quel medesimo anno 1580, averla disposta e avviata alla conversione, con cui, al par della Tullia e di molte altre cortigiane famose chiuse la sua carriera. Il processo fattole dal Santo Uffizio, il pericolo corso, e le molestie sofferte, non avranno mancato di aggiungere sollecitazioni e stimoli al desiderio che già forse l’era sorto nell’animo, infervorando in lei, per una parte, il sentimento religioso, che, del resto, nelle lettere si appalesa sempre assai vivo, e aumentando, per l’altra, la sazietà e il disgusto della vita cortigianesca. Quella vita, di cui tanto rammarichio fece sul tardi la Tullia, anche alla Veronica non andò troppo a genio; se non negli anni suoi più verdi, il che mi parrebbe temerario affermare, almeno in quelli alquanto più maturi. Di ciò è documento una lettera con cui ella tentava dissuadere una madre dal far cortigiana la propria figliuola. La Veronica s’era profferta di far accettar la fanciulla nella così detta Casa delle zitelle, e di ajutarla del suo; ma la madre, sorda ai buoni consigli, e noncurante delle profferte, si ostinava nel tristo proposito. La Veronica allora le fa intendere il suo risentimento, e le dipinge con assai foschi colori la profession delle cortigiane, «nella quale ha gran fatica di riuscir chi sia bella, e abbia maniera e giudizio e conoscenza di molte virtù». Non è vita più misera e più vile di quella delle cortigiane. «Troppo infelice cosa, e troppo contraria al senso umano, è l’obbligar il corpo e l’industria di una tal servitù, che spaventa solamente a pensarne; darsi in preda di tanti, con rischio d’esser dispogliata, d’esser rubata, d’esser uccisa; ch’un solo un dì ti toglia quanto con molti in molto tempo hai acquistato, con tant’altri pericoli d’ingiurie e d’infermità contagiose e spaventose». Credete a me, ella dice, tra tutte le sciagure mondane questa è l’estrema; e gran mercè se non fosse più oltre che mondana; ma le si aggiunge certezza di dannazione eterna[571].
Un’altra ragione non vorrei togliere, o almeno non vorrei togliere in tutto, alla conversione della Veronica; gli anni che la sopraggiungevano. Nel 1580 quegli anni non erano ancora molti, ma non erano nemmeno pochi per la professione di cortigiana, e d’una cortigiana che aveva una riputazione da serbare, un nome famoso da tener alto. Scorse ella alcun segno di scemato ardore negli amanti suoi? conobbe minore la frequenza degli ammiratori intorno al suo uscio? o vide ella stessa, nel suo volto, alcuna di quelle tracce lasciate dalla mano villana del tempo inesorabile, che consigliavano l’antica donna galante a dedicare a Venere lo specchio:
Dico tibi Veneri speculum, quia cernere talem
Qualis sum nolo, qualis eram nequeo?
Impossibile affermarlo; ma non improbabile certo; come improbabile non è che il rinunziamento e la conversione non siensi compiuti senza qualche combattimento e qualche angoscia. Il sonetto seguente pare ce ne faccia testimonianza[572]:
Ite, pensier fallaci, e vana spene,
Ciechi, ingordi desir, acerbe voglie,
Ite sospir ardenti, amare doglie,
Compagni sempre alle mie eterne pene.
Ite memorie dolci, aspre catene
Al cor, che alfin da voi pur si discioglie,
E ’l fren della ragion tutto raccoglie,
Smarrito un tempo, e in libertà pur viene.
E tu, pura alma, in tanti affanni involta,
Slegati omai, e al tuo Signor divino
Leggiadramente i tuoi pensier rivolta.
Sforza animosamente il tuo destino,
E i lacci rompi, e poi leggiadra e sciolta
Drizza i tuoi passi a più sicur cammino.
Chi non sente in quelle memorie dolci, che si vogliono sbandire per sempre dall’anima, tremare un sospiro? In un altro sonetto, indirizzato a quel Bartolommeo Zacco di cui ho già fatto parola, la Veronica accenna alla conversione ormai compiuta, a un alzarsi al cielo dell’anima sua. E lo Zacco, che ricordava forse altri ardori, e altri accenti dell’amica sua, rispondeva con un sonetto per le rime, confortando e lodando[573].
Ma la prova più sicura della conversione non istà in questi sonetti; sta nel disegno che ella formò, l’anno 1580 appunto, di fondare un ricovero per le donne traviate che volessero lasciare il mal costume. C’era allora, gli è vero, in Venezia, come altrove, un monastero delle Convertite; ma di regola troppo stretta ed austera[574]. La Veronica voleva, non un monastero, ma una casa, dove tali donne potessero ricoverarsi anche coi loro figliuoli, qualora ne avessero. A tal fine compose un memoriale da presentare al doge e alla Signoria[575]. In esso offriva di adoperarsi ella stessa per la nuova fondazione, e prometteva di mostrare, quando fosse accettata la sua proposta, come si potesse provvedere alla spesa senza gravare in modo alcuno l’erario. Confessava in pari tempo, esagerando senza dubbio un pochino, di trovarsi in povero stato, insieme coi figliuoli suoi, e con alcuni nipoti, figli di un fratello di lei, morto di peste alcuni anni innanzi, e chiedeva, sulle somme che si raccoglierebbero seguendo i suoi suggerimenti, cinquecento ducati annui, da devolvere poi agli eredi. Non pare che cotesto memoriale sia stato mai presentato; ma la Veronica dovette far conoscere egualmente il suo disegno e acquistargli fautori. In fatti, in quel medesimo anno sorse, presso la chiesa di San Niccolò da Tolentino, e sotto la protezione di San Giorgio, la Casa detta del Soccorso, governata da nobili dame, aperta, non solamente alle peccatrici ravvedute, ma anche alle mogli che fossero separate dai mariti. La Veronica non vi si chiuse, nè, con tanta famiglia intorno, avrebbe potuto farlo; ma vide l’ospizio preconizzato da lei tramutarsi d’uno in un altro luogo, crescere e prosperare[576]. Che, dopo fondato, la Veronica v’abbia avuto ingerenza non sembra; ma era tradizione ancor viva nel secolo scorso tra le donne ricoverate, che la figura principale di un quadro rappresentante appunto l’Opera pia del Soccorso, e dipinto per la chiesa del medesimo nome da Carletto Caliari, ritraesse la cortigiana pentita[577]. Una supplica indirizzata, non so in quale anno, dai direttori del pio luogo al doge, svela il segreto della Veronica, il modo cioè ch’ella aveva trovato per far denari, accennato da lei nel memoriale, ma non chiarito: essi chiedono che, conformemente al pensiero di lei, si concedano alla Casa del Soccorso i beni delle meretrici domiciliate e morte in Venezia; per intero, se morte senza figliuoli legittimi, o naturali, e senza far testamento; per una metà soltanto se morte senza figliuoli, ma dopo fatto testamento[578].
Riconciliata con Dio; dimenticata forse dagli antichi amici, ma benedetta dalle sventurate cui aveva additata la via della salute, e aperto un asilo di perdono e di pace, la povera Veronica morì in età ancor fresca. Nei Necrologi del Magistrato alla Sanità si legge questo laconico ricordo: 1591, 22 luglio. La Sig.ra Veronica Franco d’anni 45 da febre già giorni 20. S. Moisè. E non se ne sa altro.