NOTE:

[308]. Ediz. cit., l. I, parte IV, cap. 123.

[309]. Ediz. cit., p. 23.

[310]. Inf., XXVI, 90 sgg. Che la montagna bruna veduta da Ulisse e da' suoi compagni nell'altro emisfero, debba essere, secondo la intenzione di Dante, il monte del Purgatorio, par certo, malgrado le obbiezioni di qualche commentatore.

[311]. Op. cit., ediz. cit., p. 14.

[312]. Cod. riccardiano 1672, f. 47 r., col. 1ª.

[313]. Pomponio Mela, De situ orbis, III, 6, parla di un'isola del Mar Caspio, denominata Talca, la quale era naturalmente fertilissima, e recava gran copia di frutti e di messi, cui, per altro, il vicino popolo non osava di toccare, stimandoli serbati agli dei.

[314]. Pertz, Scriptores, t. VII, pp. 84-5.

[315]. Mussafia, Sulla leggenda del legno della Croce, Sitzungsberichte der k. Akad. d. Wiss. di Vienna, philos.-hist. Cl., vol. LXIII (1869), pp. 165 sgg.; W. Meyer, Die Geschichte des Kreuzholzes vor Christus, Abhandl. d. k. Akad. d. Wiss. di Monaco, Cl. I, vol. XVI (1881), parte 2ª. Vedi pure Wesselofsky, Altslavische Kreuz- und Rebenssagen, Russische Revue, vol. XIII, pp. 130-52; Köhler, Zur Legende von der Königin von Saba oder der Sibylla und dem Kreuzholze, Germania, anno XXIX (1884), pp. 53-8. Un racconto italiano pubblicò il D'Ancona, La leggenda di Adamo ed Eva, Sc. di cur. lett., disp. 106, Bologna, 1870.

[316]. Giovanni Beleth, nel Rationale divinorum officiorum, cap. De exaltatione S. Crucis; Errada di Landsperg, nell'Hortus deliciarum (Engelhardt, Herrad von Landsperg, Stoccarda e Tubinga, 1818, p. 41); Stefano di Borbone, nel Tractatus de septem donis (Lecoy de la Marche, Anecdotes, etc., p. 425), dissero poi che Adamo era ammalato di gotta.

[317]. Meyer, Vita Adae et Evae, già cit., pp. 14 sgg.

[318]. Cap. 19, ap. Thilo, Op. cit., pp. 685-97.

[319]. Mussafia, Sulla leggenda del legno della Croce, pp. 165-6. In altre leggende l'albero, del cui legno fu fatta la croce, non ha relazione alcuna col Paradiso terrestre. Vedi Meyer, Die Gesch. d. Kreuzh., pp. 106 sgg.

[320]. Meyer, ibid., p. 130. Il testo latino è riprodotto ivi stesso, pp. 131-49.

[321]. Pantheon, parte XIV, in Pistor-Struve, Rerum germanicarum scriptores, t. II, p. 242.

[322]. Nei Fioretti della Bibbia la leggenda di Jerico segue a quella di Seth, anzi forma parte con essa di una sola leggenda. Lo stesso incontra nella catalana Genesi de scriptura, che ha coi Fioretti strettissima relazione: Compendi historial de la Biblia que ab lo títol de Genesi de Scriptura, Barcelona, 1873, pp. 12-15, 18-19. Qui, nella stampa, si legge Genico; ma un manoscritto, che, sotto il titolo di Flos mundi, si conserva nella Nazionale di Parigi (Esp. 46) ha Gerico. Non credo che i Fioretti abbiano attinto, come par che stimino il Mussafia (p. 193) e il Meyer (p. 161), da Gotofredo; anzi penso che questi trovasse il racconto in alcuna scrittura da cui anche i Fioretti l'attinsero. Di Jonito, primo inventore dell'astronomia, fa ricordo anche Brunetto Latini, Li tresor, ediz. cit., l. I, parte 1ª, cap. 21.

[323]. Vedi per tutto ciò il mio libro, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882-3, vol. II, pp. 107, 491-6, 500, 502, 503. Alle notizie ivi raccolte ne aggiungo qui alcune altre. L'albero descritto da Marco Polo sotto il nome di Albero Secco, o piuttosto Albero del Sole, non è punto un albero disseccato o dispogliato. Il Roux de Rochelle (Notice sur l'Arbre du Soleil, ou Arbre Sec, décrit dans la relation des voyages de Marco Polo, Bulletin de la Société de géographie, serie 3ª, vol. III, 1845, pp. 187-94) lo identifica con un albero da manna; e nella già ricordata mappa di Hereford si legge, sopra una penisola vicina al Paradiso terrestre: Arbor balsami est arbor sicca. Andrea Bianco pone l'alboro seco nella penisola stessa ov'è il Paradiso. Un amiraus d'outre le Sec-Arbre figura nel Jeu de saint Nicolas di Giovanni Bodel, ap. Monmerqué et Michel, Théâtre français au moyen âge, Parigi, 1839.

[324].

Dio te salve, santa croce,

Arboro d'amor plantato,

Che portasti lo fructo sì dolce,

E lo mondo ay salvato. —

O croce alma, mirabile,

Arbore dolce, fruttifero,

O pretio incomparabile,

O premio salutifero. —

Su nell'alto dello mare

Uno arbore è apparito,

Che de rose e de viole

Tutto quanto è fiorito,

ecc. ecc.

[325]. Venanzio Fortunato, Poematum l. II, De cruce Domini:

De parentis protoplasti fraude facta condolens,

Quando pomi noxialis morsu in mortem corruit,

Ipse lignum tunc notavit damna ligni ut solveret.

[326]. Giacomo da Voragine cita un verso (Legenda aurea, ediz. Graesse, Dresda e Lipsia, 1846, cap. 68, p. 304):

Ligna crucis palma, cedrus, cypressus, oliva

Altrove altri versi si leggono:

Quatuor ex lignis dominis crux dicitur esse; —

Pes crucis est cedrus; corpus tenet alta cupressus:

Palma manus retinet; titula laetatur oliva,

Morris, Legends of the Holy Rood, Londra, 1871, p. XVII. Un ms. della Palatina di Firenze, segn. CXXI, contiene una Meditazione della passione di Gesù Cristo, divisa in quattro parti, di cui la terza s'intitola: Di quanti legni fu facta la santa croce, et come lo stipite fu producto, tagliato et poi ritrovato. Palermo, I manoscritti palatini di Firenze ordinati ed esposti, Firenze, 1853-68, t. I, p. 235; I codici palatini della R. Biblioteca Nazionale centrale di Firenze, Roma, 1886 sgg., vol. I, p. 113.

[327]. Sant'Atanasio, Expositio fidei, cap. 1, dice che San Paolo fu rapito nel Paradiso terrestre; San Cirillo, Catechesis de Christi consessu, ch'ei fu rapito e nel Paradiso terrestre e in cielo.

[328]. Un testo latino di questo racconto fu prima pubblicato dal Roswey nelle Vitae patrum, Anversa, 1616, pp. 224-31, col titolo: Vita Sancti Macarii Romani servi Dei, qui inventus est juxta Paradisum, auctoribus Theophilo, Sergio et Hygino; poi negli Acta Sanctorum, 23 ottobre, pp. 566-71. In italiano si ha nelle Vite dei Santi Padri, la cui traduzione suolsi attribuire al Cavalca, ediz. del Manni, Firenze, 1731-2, vol. II, pp. 341 sgg.; in Leggende del secolo XIV, Firenze, 1863, vol. I, pp. 452 sgg., e in più codici, come, per esempio, nel magliabechiano cl. 35, num. 221. f. 36 r. sgg., ove s'intitola: Qui incomincia la storia di tre monaci romani e quali andorono al paradiso luziano come voi udrete. Il cod. VIII, B, 33 della Nazionale di Napoli contiene dal f. 173 r. a 179 v.: De tre monaci che se partino per andare a lo Paradiso terresto, et como trovaro Machario romano appresso al Paradiso XVIII miglia. Il Miola nota essere questa la leggenda di San Macario, ma affatto diversa da quella che si legge fra le Vite dei SS. Padri. Le scritture in volgare dei primi tre secoli della lingua ricercate nei codici della Biblioteca Nazionale di Napoli, nel Propugnatore, vol. XIII, parte 2ª, p. 417. Cf. H. Mertian, Le Robinson de la légende, in Études religieuses, historiques et littéraires, Parigi, 1862, vol. I, pp. 372-85.

[329]. Nella mappa d'Andrea Bianco, a occidente e in prossimità del Paradiso terrestre, è disegnata una chiesuola, con le parole ospitium macorii: a levante veggonsi due figurine d'uomini, con in mezzo un albero, e scrittovi omines parc, e in altra riga alboro seco. Il Lelewel non intende nulla di tutto ciò. Egli dice (Op. cit., vol. II, p. 88): «L'Asie meridionale avance aussi par une péninsule vers les extrémités orientales. Au bout de cette péninsule est situé paradixo terestro, d'où sortent les quatre fleuves bibliques; dans leur cours parallèle entre ospitium macorii (Macarii? beati, μαχαρις (sic), hospice de bienheureux); et les hommes, omines que s (sine) capitelos? qui sont sans tête, le visage sur leur poitrine; omines parc (nt) alboro se(ri)co? les hommes préparant des arbres la soie?». Ora l'ospitium macorii altro non è che il romitaggio di San Macario; e gli omines parc sono gli homines parci, i quali vivono dell'odore di un pomo, e non hanno nulla che fare con l'alboro seco.

[330]. Vedi pp. 21-2.

[331]. Odissea, XI, 14-19; Teogonia, 736-8, 813-7.

[332]. Pseudocallisthenes, l. II, cap. 39, e molte delle posteriori storie favolose di Alessandro.

[333]. Vedi una nota del Liebrecht agli Otia imperialia di Gervasio da Tilbury, ediz. cit., p. 115, e, nel presente volume, lo scritto intitolato Il riposo dei dannati.

[334]. Epist. 10, ap. Jaffè, Monumenta Moguntina, Bibliotheca rerum germanicarum, t. III, Berlino, 1866, p. 56.

[335]. Miscellanea di opuscoli inediti o rari dei secoli XIV e XV, Torino, 1861, pp. 165-78; Leggende del secolo XIV, già citate, vol. I, pp. 489 sgg.; cfr. Zambrini, Le opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV, 4ª ediz. con appendice, Bologna, 1884, col. 574. Questa leggenda occorre spesso in manoscritti italiani: vedi Farsetti, Biblioteca manoscritta, vol. I, p. 292; vol. II, pp. 83, 92. Nel cod. magliabechiano pur ora citato, cl. 35, num. 221, essa tien dietro alla leggenda dei monaci Teofilo, Sergio ed Igino. È pur contenuta nel cod. 7762 della Nazionale di Parigi, e nel cod. CCCXLIII della Corsiniana (ora Biblioteca dell'Accademia dei Lincei) fondo Rossi. Ci sono, tra le varie redazioni differenze alle volte notabili: io seguo quella che si ha nella Miscellanea sopraccitata. Alcune delle cose che nel Paradiso vedono i monaci, vede anche Seth nel racconto italiano pubblicato dal D'Ancona e ricordato di sopra.

[336]. Di musiche, le quali con la soavità loro addormentano, è frequente ricordo in leggende e in novelle popolari. Vedi, per esempio, D'Arbois de Jubainville, Op. cit., pp. 289, 323, 328.

[337]. Felix im Paradise, Von der Hagen, Gesammtabenteuer, Stoccarda e Tubinga, 1850, N. XC, vol. III, pp. cxxvii, 611 segg. Vedi inoltre Gering, Islendzk Aeventyri, Halle a. S., 1882-84, vol. II, pp. 120-2, ove sono date le opportune notizie bibliografiche. Questa leggenda, veramente assai bella, ebbe molta fortuna, e da poeti modernissimi fu rinarrata più volte; tra gli altri, e meglio che dagli altri, dal Longfellow.

[338]. In quest'ultima forma la leggenda del monaco Felice ha certa somiglianza con quella del rabbino Choni Hameaghel, il quale non potendo intendere le parole del salmista: «Quando Dio liberò i prigioni di Sion, noi eravamo simili ad uomini che sognino», fu miracolosamente immerso in un sonno che durò settant'anni, dal quale destatosi, non fu più riconosciuto da nessuno. Ehrmann, Aus Palästina und Babylon, Vienna 1880, pp. 19-20. Uggero il Danese, tornato dopo dugent'anni dal regno di Morgana, non riconosce più nessuno e non è da nessuno riconosciuto.

[339]. Histoire de Saint Louis, cap. 94, ediz. cit., p. 320.

[340]. Si potrebbero moltiplicare agevolmente gli esempii e i riscontri. Il tema appar molto spesso in novelline popolari. Il figliuolo di una povera vedova sposa la Fortuna, che in capo di certo tempo lo abbandona per andarsene a stare nell'Isola della Felicità. Il giovane la raggiunge, e statovi dugent'anni, crede d'esservi stato solamente due mesi. Comparetti, Novelline popolari italiane, Torino, 1875, L'Isola della Felicità, pp. 212 sgg. Un giovane va al Paradiso: crede esservi rimasto mezz'ora, o meno di un'ora, e v'è rimasto più di un anno, o anche cent'anni. Luzel, Légendes chrétiennes de la Basse-Bretagne, Parigi, 1881, pp. 78 sgg., 216 sgg. Un fabbro ferrajo è invitato a ferrar cavalli in un castello misterioso: ne ferra uno, e quando torna son passati dieci anni, e trova la moglie maritata ad altro uomo. Zapf, Der Sagenkreis des Fichtelgebirges, Hof, s. a. pp. 6-7. Vittore Hugo introdusse questo tema leggendario nella sua novella fantastica Le beau Pécopin. Secondo altro tema, ch'è come il rovescio di questo, un tempo assai breve è giudicato lunghissimo. Vedi Keller, Li romans des sept sages, Tubinga, 1836, p. clvii; Wesselofsky, Il paradiso degli Alberti, vol. II, pp. 188-217; D'Ancona, Le fonti del Novellino, in Studj di critica e storia letteraria, Bologna, 1880, pp. 309-12. Il celebre fumatore d'oppio De Quincey dice che ne' suoi sogni il tempo gli sembrava sterminatamente allungato. Le immaginazioni della leggenda e delle novelline popolari hanno importanza notabile per la dottrina psicologica del tempo.

[341]. Il testo latino fu pubblicato dallo Schwarzer nella Zeitschrift für deutsche Philologie, vol. XIII (1882), pp. 338-51. Ne aveva prima dato un breve sunto il Mussafia, Ueber die Quelle des altfranzösischen Dolopathos, Sitzungsb. d. k. Akad. d. Wiss. di Vienna, philos.-hist. Cl., vol. XLVIII (1864), pp. 14-6. Altri racconti somiglianti indica il Köhler, Zur Legende vom italienischen jungen Herzog im Paradiese, nella Zeitschrift ora citata, vol. XIV, pp. 96-8. Il codice tedesco 718 della Biblioteca Regia di Monaco di Baviera, da me veduto, contiene (f. 77 r. a 85 v.) una traduzione tedesca della leggenda, col seguente titolo: Eyn hobische historie von dem irdischen paradise in welschem landen gescheen. In lingua ammodernata pubblicò Chr. A. Vulpius, nel vol. I delle sue Curiositäten der physischen, literarischen, artistichen, historischen Vor- und Mitwelt, anno I (1811), pp. 179-89.

[342]. Intorno a San Patrizio, al suo Pozzo, o Purgatorio, alle varie leggende che si legano ad esso, e alle non poche questioni che intorno ad esso si fecero, vedi il già più volte citato libro del Wright, St. Patrick's Purgatory; Moncure D. Conway. The saint Patrick Myth, The north american Review, anno 1888, pp. 858 sgg.; Eckleben, Die älteste Schilderung vom Fegefeuer des heiligen Patricius, Halle a. S., 1886. Per la bibliografia, vedi i rinvii e le indicazioni di L. Frati, Il Purgatorio di S. Patrizio secondo Stefano di Bourbon e Uberto da Romans, in Giornale storico della letteratura italiana, vol. VIII (1886), pp. 142-3. La leggenda del Pozzo e del cavaliere ebbe grande diffusione e celebrità anche in Italia. L'Ariosto ricorda (Orl. Fur., c. X, st. 92):

Ibernia fabulosa, dove

Il santo vecchiarel fece la cava,

In che tanta mercè par che si trove

Che l'uom vi purga ogni sua colpa prava.

Nel secolo stesso dell'Ariosto il Pozzo fu descritto da un vescovo italiano. (Morsolin, Francesco Chiericati, vescovo e diplomatico del secolo XVI, Atti dell'Accademia Olimpica di Vicenza, 1878). Un testo italiano della leggenda pubblicò il Villari, Alcune leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia, Annali delle Università toscane, parte prima, t. VIII, Pisa, 1866, pp. 108 sgg.: un altro pubblicò il Grion nel Propugnatore, vol. III, parte 1ª, pp. 116-49. Un Viaggio del Pozzo di San Patrizio fu più volte stampato in Italia. (Haym, Biblioteca italiana, vol. II, p. 624). Il Calderon compose un dramma intitolato El Purgatorio de San Patricio. Tra le molte e varie versioni della leggenda sono differenze notabili.

[343]. Questa è la forma più divulgata del nome, che nel racconto latino suona Oengus. Nella Legenda aurea il cavaliere si chiama Niccolò, Alvise nel testo pubblicato dal Grion, Ludovico Enio nel dramma del Calderon, altramente altrove.

[344]. Nel racconto riferito da Giacomo da Voragine (Legenda aurea, ediz. cit., cap. 50, p. 216) due bei giovani conducono il pellegrino fin sotto le mura di una città meravigliosa tutta risplendente d'oro e di gemme, ma non gli concedon d'entrarvi, e gli annunziano che, tornato al mondo, morrà in capo di trenta giorni, e potrà allora entrare nella città paradisiaca. Nel dramma del Calderon, la città, inaccessibile, è così descritta:

Una ciudad eminente

De quien era el sol remate

A torres y chapiteles.

Las puertas eran de oro,

Tachonadas sutilmente

De diamantes, esmeraldos,

Topacios, rubles, claveques.

Qui, e nel racconto del Voragine, non ben si capisce se si tratti del Paradiso terrestre o del celeste. Nel racconto italiano pubblicato dal Villari, il cavaliere vede, dalla cima di un alto monte, il cielo simigliante a l'oro fine ch'è nella fornacie ardente, e alcuni arcivescovi, che l'accompagnano, gli dicono esser quel cielo la porta del superno Paradiso, ov'entrano tutti coloro che hanno finito il tempo della loro dimora nel Paradiso terrestre.

[345]. Cap. I, in Acta Sanctorum, 17 marzo.

[346]. Dice Masûdi, parlando dell'Atlantico (Les prairies d'or, trad, cit., vol. I, p. 858): «On en raconte des choses merveilleuses, que nous avons raportées dans notre ouvrage intitulé les Annales historiques, en parlant de ce qu'ont vu les hommes qui y ont pénétré au risque de leur vie, et dont les uns sont revenus sains et saufs, tandis que les autres ont peri».

[347]. Vedi, a questo proposito, Marinelli, La geografia e i Padri della Chiesa, estratto dal Bollettino della Società geografica italiana, anno 1882, pp. 11-15.

[348]. Historia ecclesiastica, ediz. cit., capp. 246, 247.

[349]. Nel già citato prologo della Vengeance de Jésus-Christ, Nerone racconta a Virgilio com'egli e gli altri demonii, cadendo dal cielo, aprirono un grande abisso nel mare, capace di trenta contee, il quale è detto li goufre de Sathanie. Ogni nave che ad esso si accosti è irreparabilmente perduta. L'acqua vi turbina con irresistibile impeto, e così veloce

Comme .I. quariaus quand on le lait aler.

(Comparetti, Virgilio nel medio evo, vol. II, p. 202). Cosroè Anuscirvan fece un viaggio per conoscere un gran vortice ch'era in mezzo del Mar Caspio, e si salvò per miracolo. Dorn, Auszüge aus vierzehn morgenländischen Schriftstellern, betreffend das Kaspische Meer und angrenzende Länder, Mélanges asiatiques, vol. VI, pp. 638-40.

[350]. V. W. Grimm, Die Sage von Polyphem, Abhandl. d. k. Akad. der Wiss. zu Berlin, anno 1857; Gerland, Altgriechische Märchen, in der Odyssee, Magdeburgo, 1869; Krek, Einleitung in die slavische Literaturgeschichte, 2ª ediz., Graz, 1887. V. pure Gorra, Testi inediti di storia trojana, Torino, 1887, p. 42; Parodi, I rifacimenti e le traduzioni dell'Eneide, già cit., pp. 152, 184. Una fiaba italiana dei ciclopi pubblicò il Comparetti, Novelline popolari, p. 308 sgg.

[351]. Historia danica, ediz. di Copenaghen, 1839-58, vol. I. pp. 420 sgg.

[352]. Hersart de la Villemarqué, La légende celtique et la poésie des cloîtres en Irlande, en Cambrie et en Bretagne, ediz. in-12º, Parigi, 1864, p. LVI.

[353]. Joyce, Old Celtic Romances, Londra, 1861, pp. 112 sgg.; Beauvois, L'Élysée transatlantique, p. 354 sgg.

[354]. Beauvois, ibid., pp. 365-7.

[355]. Id., ibid., pp. 367-8.

[356]. Hersart de la Villemarqué, Myrdhinn, ou l'enchanteur Merlin, pp. 25-6.

[357]. Humboldt. Examen critique, etc., vol. II, pp. 160-1.

[358]. Cf. Letronne, Recherches géographiques et critiques sur le livre De mensura orbis terrae, Parigi, 1814, pp. 129-46.

[359]. De Montalembert, Les moines d'Occident, Parigi, 1860-77, vol. III, p. 287. Vedi la Vita maggiore del santo negli AA. SS., t. II di giugno. Quivi è pur ricordato (l. I, cap. 20) un certo Baitano, che benedici a Sancto petivit, cum ceteris in mari eremum quaesiturus.

[360]. La poésie des races celtiques, in Essais de morale et de critique, Parigi, 1859, p. 446.

[361]. Spicilegium Vaticanum, Frauenfeld, 1838, pp. 145-7.

[362]. Vedi per la vita del santo gli Acta Sanctorum, t. III di maggio, pp. 599-608; De la Rue, Essais historiques sur les bardes, les jongleurs et les trouvères normands et anglo-normands, Caen, 1834, vol. II, p. 66; Smith, and Wace, A Dictionary of Christian Biography, Litterature, Sects and Doctrines, Londra, 1877-87, art. Brendan of Clonfert; Schirmer, Zur Brendanus-Legende, Lipsia, 1888, pp. 1 sgg. Non si confonda con la leggenda del nostro la leggenda, che tuttavia corre per Toscana, in istampe popolari, di Brandano da Siena, vissuto nel secolo XVI.

[363]. Sigeberto Gemblacense, Alberico delle Tre Fontane, Ruggero di Wendover, ecc.

[364]. Greith, Op. cit., p. 145 n.; Hardy, Descriptive Catalogue of Materials relating to the History of Great Britain, Londra, 1871, vol. I, i, pp. 159 sgg.

[365]. Le redazioni della leggenda di San Brandano sono tre: quella del racconto gaelico, quella della Navigatio, quella di alcuni testi tedeschi e di uno olandese, i quali rimandano, probabilmente, a un racconto francese. Vedi per tutto ciò, e per le relazioni e derivazioni dei testi: Peschel, Der Ursprung und die Verbreitung einiger geographischen Mythen im Mittelalter, Deutsche Vierteljahrs Schrift, vol. II, 1854, pp. 242 sgg.; Schroeder, Sanct Brandan, Ein lateinischer und drei deutsche Texte, Erlangen, 1871, pp. IV sgg.; Suchier, Brandans Seefahrt, Romanische Studien, vol. I (1871-5), pp. 555 sgg.: Schirmer, Op. cit., pp. 14 sgg. Al lettore non sarà forse discaro di trovar qui un po' di bibliografia de' testi in varie lingue e dell'edizioni loro, bibliografia che, del resto, non do per compiuta. Latini: Navigatio: Jubinal, La légende latine de S. Brandaines, Parigi, 1836, pp. 1 sgg.; Schroeder, Op. cit., pp. 3 sgg.; Moran, Acta Sancti Brendani, Dublino, 1872, pp. 85 sgg.; Florilegium Casinense, in appendice alla Bibliotheca Casinensis, Montecassino, 1873 sgg., t. III, pp. 411 sgg.: Testi latini in verso: Leyser, Altdeutsche Blätter, vol. II, pp. 273 sgg.; Martin, Zeitschrift für deutsches Alterthum, nuova serie, vol. IV (1873), pp. 289 sgg. — Francesi: Jubinal, Op. cit., pp. 57 sgg., 105 sgg.; Suchier, pp. 567 sgg.; Auracher, Zeitschrift für romanische Philologie, vol. II (1878), pp. 439 sgg.; Michel, Les voyages merveilleux de Saint Brandan, Parigi, 1878. — Italiani: Villari, Alcune leggende, ecc., pp. 134 sgg. Una vita italiana di San Brandano registra il Lami, e un testo italiano della leggenda contiene il cod. 1008 della Biblioteca di Tours, intorno al quale vedi Bibliothèque de l'École des chartes, anno 1878, pp. 385-6. — Inglesi: Wright, St. Brandan, a medieval Legend of the Sea in english Verse and Prosa, Londra, 1844; Horstmann, Die altenglische Legende von St. Brendan, Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Litteraturen, vol. LX (1874), pp. 17 sgg. — Tedeschi: Bruns, Romantische und andere Gedichte in altplattdeutscher Sprache, Berlino, 1798, pp. 159 sgg.; Genthe, Deutsche Dichtungen des Mittelalters, Eisleben, 1841, vol. I, pp. 337 sgg.; Schroeder, Op. cit., pp. 51 sgg., 127 sgg., 163 sgg., — Olandesi: Blommaert, Oudvlaemsche Gedichten der XIIe, XIIIe, en XIVe eeuwen, Gent, 1838-51, parte 1ª, pp. 100 sgg.; parte 2ª, pp. 3 sgg.; Brill, Van Sinte Brandane, in Moltzer, Bibliothek van middelnederlandsche letterkunde, Groninga, 1871. Tralascio di ricordare traduzioni e rimaneggiamenti di tempi posteriori, pei quali si possono vedere gli autori citati in principio di questa nota.

[366]. Geschichte der deutschen Poesie nach ihren antiken Elementen, Lipsia, 1854-6, vol. I, pp. 169-70. Cfr. Jonckbloet, Geschichte der niederländischen Literatur (trad. di W. Berg), Lipsia, 1870-2, vol. I, p. 177, e Humboldt, Examen, etc. vol. II, p. 165.

[367]. Vedi Hauréau, Singularités historiques et littéraires, Parigi, 1861, pp. 1 sgg.: Écoles d'Irlande.

[368]. Schroeder, Op. cit., pp. XII-XIII.

[369]. Vedi a questo proposito Wright, St. Brandan, p. v. I riscontri fra la leggenda di San Brandano e racconti arabici furono già notati dal Reinaud nella citata Introduzione alla Geografia di Abulfeda, e vol. II, p. 263; poi dal D'Avezac, Les îles fantastiques de l'Océan occidental, Nouvelles annales des voyages et sciences géographiques, anno 1845, vol. I, pp. 298-9. Secondo lo Zimmer (Keltische Beiträge, Zeitschrift für deutsches Alterthum und deutsche Litteratur, vol. XXVIII, 1889) la fonte principale della Navigatio sarebbe l'Imram Maelduin. Ultimamente il De Goeje prese a dimostrare (La légende de Saint Brandan, Actes du huitième congrès international des Orientalistes tenu en 1889 à Stockholm et à Christiania, Sezione I, Leida, 1891, pp. 43-76) che la più parte delle finzioni contenute nella Navigatio derivano dal racconto dei viaggi di Sindbad, o da altri racconti orientali. Alcuni degli argomenti da lui addotti sono assai validi, ma altri mi pajono debolissimi. Credo la questione sia ancora insoluta.

[370]. Schroeder, Op. cit., pp. 61 sgg., 169 sgg.

[371]. Suchier, pp. 585 sgg.; Auracher, p. 456; Michel, pp. 80 sgg.

[372]. Villari, pp. 157 sgg.

[373]. Leggesi in un'antica Historia Norvegiae: «Sunt item in refluentis oceani insule ovium, numero [XVIII], quas patria lingua Faereyar incolae appellant; ibi enim ruricolis opima grex affluit; sunt quibusdam inde millia ovium». Monumenta historica Norvegiae, Cristiania, 1880, p. 92.

[374]. Vedi Freudenthal, nell'Orient und Occident insbesondere in ihren gegenseitigen Beziehungen del Benfey, vol. III, p. 354.

[375]. Vedi in questo volume lo scritto che segue, e nel successivo quello intitolato Demonologia di Dante.

[376]. Plinio, Hist. nat., l. IV, cap. 30: «A Thule unius diei navigatione mare Concretum, a nonnullis Cronium appellatur».

[377]. Humboldt, Examen, etc., vol. I, pp. 196-8; vol. II, p. 161 n.

[378]. Vedi Bartsch, Herzog Ernst, Vienna, 1869, pp. CXLV-CXLVIII; Hofmann, Ueber das Lebermeer, Sitzungsberichte der k. bayer. Akademie der Wissenschaften, anno 1865.

[379]. Zarncke, Der Priester Johannes, parte 1ª, p. 911.

[380]. Id., ibid., parte 2ª, p. 164.

[381]. Santarem, Essai, etc., vol. I, pp. 333, 335, 336, 351, 354-5.

[382]. Fletcher S. Bassett, Legends and Superstitions of the Sea and Sailors in all Lands and at all Times, Chicago e New-York, 1885, p. 14.

[383]. De his qui tarde a numine corripiuntur. Cf. Delepierre, L'Enfer, Londra, 1876, p. 23.

[384]. Schade, Visio Tnugdali, § 11, pp. 12-3, e nelle versioni.

[385]. Istorie fiorentine, l. IV, cap. 2.

[386]. De la Villemarqué, La légende celtique, etc., pp. LVI-LVII.

[387]. Continuazione del poema d'Huon de Bordeaux, ms. della Nazionale di Torino, L, II, 14, f. 360 r. Circa l'alleviamento di pena conceduto al massimo dei peccatori vedi, in questo volume, lo scritto che segue. In una Visione riferita da Vincenzo Bellovacense (Spec. hist., l. XXIX, capp. 6-10) si narra l'atroce castigo inflitto a Giuda, castigo che non dà luogo a lenimento alcuno.

[388]. Vedi Rohde, Der griechische Roman und seine Vorläufer, Lipsia, 1876, pp. 167-287; Bossert, La littérature allemande au moyen âge, Parigi, 1882, pp. 115-54: Les légendes de la mer.

[389]. Cf. Humboldt, Examen, vol. II, pp. 166-7; D'Avezac, Op. cit., p. 300.

[390]. L'Ἀπρόσιτος, o isola inacessibile di Tolomeo, è appunto una delle Canarie.

[391]. L. II, cap. 13; ms. L, IV, 5 della Nazionale di Torino, f. 220 v.

[392]. De imagine mundi, l. I, cap. 36.

[393]. Zeitschrift für deutsche Philologie, vol. XIII, p. 202. Dell'Isola Perduta è anche ricordo nelle Storie di Rinaldo. Un'Isola nascosta è menzionata nel Prologo e nel seguito del poema di Huon de Bordeaux.

[394]. Reductorium morale, l. XIV, cap. 22.

[395]. D'Avezac, Nouvelles annales des voyages, etc., vol. II, p. 47.

[396]. Vedi per queste curiose spedizioni José de Viera y Clavijo, Noticias de la historia general de las Islas Canarias, Madrid, 1772-83, ove se ne discorre in un apposito capitolo, volume I, pp. 78-112. Cf. Humboldt, Examen, etc., vol. II, pp. 167-73.

[397]. Ciò ricorda quanto lo storico Juan del Castillo narra (Historia de los Reyes Godos, Madrid, 1624, p. 365) di Filippo II, che, sposando Maria, s'impegnò a rinunziare alla corona d'Inghilterra nel caso che fosse tornato il re Artù.

[398]. Vedi, tralasciando le dissertazioni del Le Grand d'Aussy e del Le Clerc, Fant, L'Image du Monde, etc., Upsala, 1886, p. 26.

[399]. Duemmler, Gedichte aus Ivrea: Hymnus Sancti Brendani confessoris, Zeitsch. f. deutsches Alterth., nuova serie, vol. II (1869), p. 256; Moran, Acta Sancti Brendani, p. 27 sgg. Nel cod. palatino CXX della Nazionale di Firenze è una orazione di San Brandano con questa avvertenza: Santo Brandano monacho fece questa oratione della parola di Dio, cioè Yhesu Χριsto per Michele Archangelo, quandò passò sette mari. Palermo, I manoscritti palatini, vol. I, p. 234. Della venerazione in cui era tenuto da certi monaci San Brandano porge documento Niccolò di Bibera (sec. XIII) nel suo Carmen satiricum, in un luogo ove dice:

Sunt et ibi Scoti, qui cum fuerint bene poti,

Sanctum Brandanum proclamant esse decanum

In grege sanctorum, vel quod deus ipse deorum

Brandani frater sit et eius Brigida mater.

Ediz. Fischer, nel vol. I delle Geschichtsquellen der Provinz Sachsen, 1870, vv. 1550-3.

[400]. Speculum historiale, l. XXII, cap. 81. Vedi in contrario Giraldo Cambrense, Topographia Hiberniae, dist. II, cap. 43, ap. Camden, Anglica, Hibernica, etc. p. 731.

[401]. Spec. hist., l. XXII, capp. 96-7.

[402]. Vedi la Vita inserita dal Mabillon negli Acta sanctorum ordinis S. Benedicti, saec. pr., p. 178.

[403]. Giovanni a Bosco, Bibliotheca Floriacensis, Lione, 1605, pp. 485-515.

[404]. Ap. Lipomano-Surio, De vitis sanctorum, t. VI, f. 109 v. Sigeberto è in qualche dubbio circa le ragioni della peregrinazione: «Hanc viam insistere, utrum persuaserit sola quaerendae felicis habitationis voluntas, an aliqua ex parte subrepserit animis eorum humanae curiositatis voluptas, non habet discutere nostra temeritas». Il racconto di Sigeberto passa in Sant'Antonino, Historiarum, parte II, tit. XII, cap. 8, § 5. Vedi inoltre: Chêne, Études sur les anciennes vies de Saint Malo, in Revue historique de l'Ouest, vol. I (1885), Plaine et De la Borderie, Deux vies inédites de Saint Malo, in Bulletin et mémoires de la Sociétè archéologique d'Ille et Vilaine, vol. XVI (1884).

[405]. Nel 1408 il vescovo di Langres diede facoltà alla chiesa di Bar-sur-Aube di rappresentare la vita di San Maclovio. (Douhet, Dictionnaire des mystères, Parigi, 1854, col. 500). Il miracolo della risurrezione del gigante, e l'altre meraviglie, saranno stati, senza dubbio, parte principalissima dello spettacolo.

[406]. Pantheon, ediz. cit., pp. 58-60.

[407]. Le Colonne d'Ercole s'andarono poi moltiplicando sulla faccia della terra, e apparvero sotto tutte le plaghe, in tutti i luoghi giudicati dover essere estremo limite alla curiosità e all'ardimento degli uomini. Di colonne e statue consimili fu anche fatto autore Alessandro Magno.

[408]. Nel Propugnatore, vol. I, pp. 608 sgg., vv. 230-2.

[409]. In un luogo del Libro di Alessandro di Nizami si fa parola di un timballo di bronzo, posto in cima a una montagna nel mar della Cina, timballo che col suono avverte le navi di non passare più oltre.

[410]. Florez, España sagrada, 2ª ediz., t. XXVII, cap. 4, pp. 392-9.

[411]. Della leggenda diede un fuggevole cenno il Denis, Le monde enchantè, p. 283.

[412]. Zacher, Alexandri Magni iter ad Paradisum, Königsberg,, 1859, pp. 19 sgg.

[413]. Levi, La légende d'Alexandre dans le Talmud, Revue des études juives, vol. I (1880), pp. 293-300; Sax, Revue des traditions populaires, agosto-settembre, 1889. Cf. Vogelstein, Adnotationes quaedam ex litteris orientalibus petitae, quae de Alexandro Magno circumferuntur, Vratislavia, 1865, pp. 15 sg., 19 sgg. Alquanto diversamente leggesi il racconto in Levi, Parabole leggende, ecc., pp. 218-22, e in Tendlau, Das Buch der Sagen und Legenden jüdischer Vorzeit, Francoforte s. M., 1878, pp. 44-5.

[414]. Alexander, Gedicht des zwölften Jahrhunderts, vom Pfaffen Lamprecht, ediz. Weismann, Francoforte s. M., 1850, vv. 6577- 7127.

[415]. Meyer, Alexandre le Grand dans la littérature française du moyen âge, Parigi, 1886, vol. I, p. 185; vol. II, pp. 201 sg., 356, 357. Il racconto interpolato fu pubblicato dallo stesso Meyer nella Romania, voi. XI, pp. 228 sgg.

[416]. Pubblicati da L. Banchi (Collezione di opere inedite o rare), Bologna, 1863, p. 116.

[417]. Cf. Goerres, Die teutschen Volksbücher, Heidelberg, 1807, p. 60.

[418]. Zarncke, Der Priester Johannes, parte 2ª, p. 170.

[419]. Nel poema di Lambert li Tors e Alessandro da Bernay, Alessandro, dopo essere uscito dalle terre della regina Candace, trova sopra una pietra un occhio umano. Aristotele gli fa vedere come, posto in una bilancia, esso vince di peso qualunque cosa gli si possa contrapporre; ma tosto poi, coperto di un panno, diventa leggerissimo. (Ediz. Michelant, pp. 497-9. Cfr. Gidel, La légende d'Aristote au moyen âge, in Nouvelles études sur la littérature grecque moderne, Parigi, 1878, pp. 370-1). La storia della gemma simbolica è narrata nel Polychronicon di Ranulfo Higden, l. III, cap. 30. Adamo Oleario, il quale viaggiò in Asia negli anni 1633-1639, riferisce una storia persiana della ricerca che Alessandro Magno fece della fontana di giovinezza, con alcune particolarità che credo non si abbiano altrove. L'angelo Raffaele, custode della spelonca ove scaturisce la fonte, porge ad Alessandro una gemma simile nell'aspetto a quella di cui si parla nel racconto latino; ma ciò che poi si dice di essa non accenna a nessuna qualità simbolica. (Voyages très-curieux et très-renommés faits en Moscovie, Tartarie, et Perse, traduits de l'original et augmentés par le Sr. De Wiquefort, Amsterdam, 1727, coll. 865-71).

[420]. Bacher, Nizâmî's Leben und Werke, etc., Lipsia, 1871, pp. 101, 113-5.

[421]. Orl. Fur., c. XXX, st. 109-110. Cf. Rajna, Le fonti dell'Orlando Furioso, Firenze, 1876, p. 464.

[422]. Historia de las cosas notables, ritos y costumbres del gran reyno de la China, etc., ediz. di Roma, 1585, pp. 422-4.

[423]. Pseudo-Callistene, l. II, capp. 39-41; Giulio Valerio, Res gestae Alexandri Magni, ap. Mai, Classici scriptores, etc., t. VII. pp. 193-4.

[424]. De la Villemarqué, Myrdhinn, pp. 25-6.

[425]. Continuazione del poema nel ms. L, II, 14 della Nazionale di Torino. Pel racconto in prosa cf. Dunlop, History of Fiction (1888), vol. I, pp. 306-7.

[426]. Baudouin de Sebourc, ediz. Bocca, Valenciennes, 1841, c. 15.

[427]. Ms. dell'Arsenale di Parigi 2985, p. 632; testo del sec. XIV.

[428]. Vedi Renier, Ricerche sulla leggenda di Uggeri il Danese in Francia, estr. dalle Memorie della R. Accademia delle scienze di Torino, serie 2ª, t. XLI, p. 59.

[429]. Rajna, Le fonti dell'O. F., p. 473.

[430]. Ly myreur des histors, vol. III, pp. 66-7. Avventure di Uggeri sono narrate nella versione tedesca che della relazione dei viaggi del Mandeville fece Ottone di Diemeringen (non in quella di Michele Felser); ma ignoro se vi si narri il viaggio al Paradiso.

[431]. Ms. di Torino N, III, 19. Del codice berlinese, già Hamilton, diede notizia il Tobler, Die Berliner Handschrift des Huon d'Auvergne, Sitzungsb. d. k. preuss. Akad. d. Wiss., t. XXVII (1884). Il testo del Seminario di Padova non contiene questa parte del racconto.

[432]. Storia di Ugone d'Avernia (Sc. di cur. lett., dispp. 188, 190), Bologna, 1882, vol. II, capp. LI-LII, pp. 36-40.

[433]. Ms. 2267 della Riccardiana, l. VI, capp. 27 e 29, f. 137 r. e v., f. 138 r. a 139 r. Questa parte del racconto, e quella della discesa all'Inferno, che la precede, furono poi, non s'intende perchè, escluse dalle stampe, meno che dalle primissime. Vedi Renier, La discesa di Ugo d'Alvernia allo Inferno (Sc. di cur. lett., disp. 194), Bologna, 1883, pp. XCVI sgg. In certa Visione, che si ha, narrata in italiano, nel cod. Magliabechiano XXXV, 7, 3 (Frati, Il purgatorio di San Patrizio, già cit., pp. 172-4), il Paradiso terrestre e il celeste sono come fusi insieme.

[434]. C. XXVIII, st. 150 sgg.

[435]. Rajna, Le fonti dell'O. F., pp. 472-3.

[436]. Se non erro, questa saga è tuttavia inedita. La notizia che io ne do è tolta dal libro del Baring-Gould, Curious myths of the middle ages, Londra, 1877, pp. 260-4.

[437]. Stefano Vinando Pighius (malamente confuso da taluno con Alberto), Hercules prodicius, Colonia, 1609, p. 52; Le Chevalier au Cygne, pubblicato dal De Reiffenberg, Bruxelles, 1846, p. 224.

[438]. Vedi più sopra la nota 102 al cap. III.

[439]. Orl. Fur., c. XXXIV, st. 48 sgg.

[440]. Basterà accennare che il gesuita Tommaso Ceva (1638-1737) in quel suo ridicolo, e già tanto lodato poema che s'intitola Puer Jesus, narra un'andata di Maria Vergine al Paradiso terrestre. Chi vuol saperne altro, vada e vegga da sè, chè io non mi curo di fame più parole. Qui ricorderò ancora un pajo di racconti che hanno parecchia somiglianza con quelli in cui si narrano viaggi al Paradiso terrestre. Il primo si legge in un opuscolo intitolato: Avviso, | O Lettera Curiosissima, | del Nuovo Felice, | Fortunato, e stupendo camino, | Di Don Eliseo da Sarbanga Paleologo | Armeno, | ecc. In Viterbo, & poi in Bologna, per Bartolomeo Cocchi, 1609. Don Eliseo guidato da una iscrizione di Alessandro Magno, giunge, dopo lungo viaggio, attraverso a un meato sotterraneo, agli antipodi. Quivi trova terra azzurra e trasparente, erbe, fronde di alberi, spiche, tutte color d'oro, frutti che mostrano impressa l'effigie umana, altr'erbe, segnate di caratteri ebraici, fiumi argentei ed aurei, animali di pelle ignuda. In quel felice paese la terra non chiede d'essere coltivata, ma tutto produce spontaneamente, e mai non vi piove. Il fuoco è bianco, ed evvi un'erba, che cibata una volta sola, sostenta l'uomo per venti giorni, durante i quali non lascia più sentire nè fame nè sete. Gli abitanti usano di una infusione d'oro per ringiovanire, e cresciuti che sieno interamente, non passano tre palmi d'altezza. In un monte sono alcune statue d'oro, sull'una delle quali è scritto: Alexander Macedo. La lettera si dà come tradotta dall'armeno in greco e dal greco in italiano. La sostanza di essa è recata, con alcuna mutazione, in quello spaventoso zibaldone che è il Condottiere de' predicatori per tutte le scienze, del padre Maurizio di Gregorio, siciliano, ediz. di Venezia, 1627, incredibilmente spropositata, pp. 328-35, ed anche nel breve Trattato del Paradiso terrestre, dove si vedono diverse opinioni circa tal oggetto, varietà di fiumi mal'intesi dal volgo, curiose historie, e prove infallibili, che si dà questo ameno giardino, e ch'al presente si ritrovi nel mondo, ma incognito a noi per li peccati nostri, opera lacrimabile del padre D. Cosimo Giovannelli da Lucca, canonico regolare Lateranense, Lucca, 1676, pp. 27-31. Questo buon uomo narra pure (pp. 21-2), traendola da certo Romanzo, che io non so dire qual sia, la storia di un cavaliere, che dopo molte battaglie e vittorie, soggiogate innumerevoli province, giunse all'ultimo Oriente, dove trovò un magnifico palazzo, tutto formato di pietre preziose, cinto da un profondo fiume, e non vedendo porta, e chiamando gente, gli fu detto da un venerando vecchio, il quale s'affacciò a un balcone, che quello era il Paradiso terrestre, e non si poteva andar più innanzi. Il cavaliere tornò su' suoi passi, dopo aver ricevuta dal vecchio una palla di cristallo, che aveva dentro l'immagine d'una colonna d'oro, sormontata da una corona cadente, e fiancheggiata da due leoni; e seppe poi da un eremita ch'era quello un simbolo e un segno della sua prossima fine. Quest'avventura ricorda, come si vede, quella narrata di Alessandro Magno. Lo stesso buon uomo ricorda il caso di un tale che stette lung'anni alla porta del Paradiso, picchiando, pregando e piangendo, e dice che tale caso si narra nella leggenda di Santo Amato (p. 22). Di santi di questo nome ce ne furono parecchi; ma in nessuna delle vite loro che potei consultare mi venne fatto di trovar traccia di tale leggenda.