CAPITOLO I. La Gloria e il Primato di Roma.
Durante tutto il medio evo l'immagine dell'antica Roma, cinta dello splendore della sua gloria incomparabile, è presente alla memoria degli uomini.
Quanto più i tempi sono calamitosi, quanto più aspra la vita, tanto più sollecito e appassionato par che si drizzi il sentimento verso quell'indimenticabile paragone d'ogni grandezza, tanto più ardente pare che vi si appunti il desiderio. I destini di Roma non avevano pari nel mondo. Decaduta dalla signoria politica, vinta, conculcata, la città regina risorge armata di nuova potenza, e, fatta centro della fede, riconquista sui popoli un nuovo dominio, più sicuro e più formidabile dell'antico. La storia presente si ricongiunge alla passata: l'unità sussiste, turbata sì, ma non interrotta dagli esterni travolgimenti, e si manifesta, e s'impone agli spiriti. Restituito l'impero d'Occidente, si riprenderà come se nulla ci fosse stato di mezzo, la serie degl'imperatori, si crederà trasmessa direttamente in Carlo Magno, traverso ai despoti di Bizanzio, la potestà imperiale. Roma è piena delle proprie rovine, quasi ad ammonire altrui della caducità d'ogni cosa terrena; ma ferve tra quelle una vita nuova, che si spande all'intorno; e regna negli animi una credenza che Roma, sortita dalla divina provvidenza ad essere la reggitrice perpetua dell'uman genere, non può morire, ed è serbata a vedere la consumazione dei secoli. In mezzo alla crescente barbarie, tra il frastuono della vita disordinata e battagliera, nei silenzii dello spirito ingombrato d'ignoranza, la voce dell'antica città suona insistente come un richiamo e un segno di riconoscimento. Principio e fonte d'ogni potestà, Roma è il simbolo della universale cittadinanza, è la patria comune in cui tutti si riconoscono. Disfatta l'unità reale dell'impero, sciolti i vincoli di soggezione che legavano i popoli conquistati alla città dominatrice, il sentimento di quella unità e di quella soggezione rimane vivo negli animi, e se ne genera come una tradizione di comunanza fra genti che seguiranno da indi in poi ciascuna il suo particolare cammino. Le antiche province dove si parla latino formeranno, sotto il nome di Romania, una specie di entità geografica ideale, e romani si diranno, di fronte ai barbari, gli abitatori di essa discesi dagli antichi soggetti di Roma, e romana sarà ciascuna lingua nata dalla variazione del latino rustico[1]. Dalle invasioni dei barbari più e più secoli passeranno, sarà dileguato ogni vestigio della civiltà latina, nuovi interessi e nuove fedi avranno occupato il mondo, e il fantasma di Roma, ritto in mezzo alla cristianità, trarrà pur sempre a sè, da ogni parte, l'ammirazione e l'ossequio. Gl'influssi che tacitamente essa diffonde formano come un'atmosfera morale in cui tutti respirano. L'ammirazione per gli uomini e per le cose cresce di giorno in giorno e diventa un culto, la poesia se ne ispira, la leggenda ne nasce.
La storia non presenta altro esempio simile a questo di sollecitudine viva ed universale per le cose d'una età passata e per una gloria irrevocabile. Giacchè qui non si tratta punto dell'interesse erudito che, per un esempio, muove noi moderni allo studio metodico delle forme più disparate dell'antica civiltà, a cui è al tutto estranea la vita nostra; nè quella sollecitudine somiglia punto all'entusiasmo misto di pedanteria che scalda il petto agli umanisti; ma è una sollecitudine ingenua, e direi quasi nativa, per cose che si credono appartenere ancora in qualche maniera al mondo dei vivi. Pel medio evo Roma non è solamente il passato, è ancora il presente e l'avvenire. L'impero esiste in diritto, e qualche volta anche in fatto, e una vaga speranza che i tempi felici e gloriosi possano ancora tornare non si spegne in tutto mai. È questa la speranza che accende l'animo e muove il braccio di Arnaldo da Brescia e di Cola di Rienzo.
Premesse queste brevi considerazioni generali, su cui non giova che io mi trattenga più a lungo, facciamoci ora ad esaminare un po' particolarmente come nel medio evo si ricordasse la grandezza di Roma, e quali sentimenti, e quali atti si generassero dal ricordo.
Anzi tutto la storia della città e dell'impero, benchè stravolta in mille modi e ammiserita, si rammenta sempre ed entra a far corpo con le cronache. La fondazione di Roma si ricorda come uno degli eventi massimi della storia della umanità, e con fantastica esattezza se ne indica l'anno, il mese, il giorno e l'ora, e si notano gli astri che influirono nel suo nascere. Incuteva negli animi ammirazione e stupore quel crescere ed allargarsi di Roma da oscuri ed umili principii ad altissima signoria. Semenque processu temporis in arborem excellentissam crescens per universa mundi climata ramos suae viriditatis extendit, dice Rodulfo Colonna nel suo trattato De translatione imperii[2]. Nei libri scritti in Italia durante il X, l'XI e il XII secolo i romani illustri sono frequentissimamente e con amore ricordati[3]. La storia di Enea, del Pater Aeneas romanae stirpis origo, era una di quelle che il giullare doveva sapere a mente e recitare all'occasione. Tali reminiscenze, troppo vive e tenaci, potevano anzi offendere gli spiriti timorati. Nel X secolo Raterio da Verona si lagna della vana scienza de' tempi suoi che più attendeva a ricordare la vittoria di Mario sopra Giugurta che non la vittoria di Cristo sopra il mondo, più Siface prigione che non Michele trionfatore del drago, più Scipione, Pompeo, Dejotaro e Catone che non Pietro, Paolo e Giovanni[4]. Ma nè i suoi ammonimenti, nè gli altrui fecero frutto. Anzi le storie romane diventarono sempre più famose, e finirono per entrare largamente nelle raccolte di esempii che si propongono la edificazione dei fedeli. Dice Fra Guido nell'Antiprologo del Fiore d'Italia che i romani tutto il mondo di maravigliosi esempli hanno illuminato. Nei Gesta Romanorum i fatti veri o supposti della storia romana servono di tema a numerose moralizationes. I trionfi romani porgono spesso argomento a pietose ammonizioni in molti libri ascetici e non ascetici. Vero è che la mania moralizzatrice giunge a tale nel medio evo che non tralascia nessuna delle cose esistenti, tutte considerandole quali simboli di verità morali, e che però anche la storia pagana doveva essere da lei sfruttata; ma è pur vero che i fatti della storia romana avevano una propria virtù esemplare, la quale li faceva accogliere anche in opere dove quella mania non aveva luogo. Così Rodulfo Tortario, il quale fiorì in sul principio del XII secolo, nei nove libri dei suoi Memorabilia in circa 8000 versi trae dalle istorie di Roma un infinito numero di esempii[5].
Nè solamente si ricordavano le persone e l'opere, ma si cercavano ancora le memorie risguardanti in più particolar modo la città che i secoli e le molte vicende avevano tanto mutata da quella di prima. Carlo Magno, per testimonianza di Eginardo, custodiva nel suo privato tesoro una tavola d'argento su cui era incisa la pianta di Roma, e che lasciò poi per testamento alla chiesa vescovile di Ravenna[6]. Copie di Regionarii e di luoghi di scrittori latini che parlarono di Roma, s'incontrano molto frequentemente nei manoscritti.
Roma era la più nobile, la massima fra le città del mondo. Ciò che Ausonio aveva detto di lei: Prima urbes inter, divum domus, aurea Roma; ciò che di lei avevano detto tanti altri nel tempo antico, il medio evo fedelmente ripete, aggiungendovi anche di suo. L'epiteto di aurea le rimane come quello che più si conviene alla sua dignità. Aurea seguitano a chiamarla gli scrittori ecclesiastici, aurea la saluta Ermoldo Nigello[7], aurea è detta in una bolla plumbea di Papa Vittorio II (1055-1057), aurea spesso nei suggelli imperiali, aurea nel titolo stesso della Graphia urbis, di cui avremo a parlar più oltre. I nomi di mater urbis, di mater imperii, di domina mundi, le si danno anche con amoroso compiacimento, ma più sovente, e con manifesta predilezione, si usa quello di caput mundi. Questo doveva sembrare più d'ogni altro appropriato, dopochè, fatta sede della suprema potestà spirituale, Roma era divenuta più che non fosse mai stata in passato, la direttrice del genere umano. Queste due sacramentali parole si trovano in monumenti e documenti disvariatissima natura: negli scritti di Sidonio Apollinare, di Cassiodoro e di più e più altri autori della letteratura latino-cristiana[8], in suggelli di Enrico II, Corrado II, Lotario II, Federico II e Lodovico il Bavaro (1002-1347), dove una immagine prospettica di Roma è accompagnata dal verso famoso e tante volte ripetuto:
Roma caput mundi regit orbis frena rotundi[9];
su due monete coniate durante il tribunato di Cola di Rienzo, che si faceva chiamare liberator urbis, amator orbis, unendo in un solo pensiero la città e il mondo, ecc., ecc. Giovanni Caligator, che fiorì verso il mezzo del XIV secolo, comincia un carme De vita et passione SS. Apostolorum Petri et Pauli col verso:
Roma caput mundi, primo pastore beata;
e il distico:
Roma decus, mutata secus quam prima fuisti,
Roma caput mundi super omnes omne novisti,
si trova riportato in molte scritture. A quel titolo glorioso Alcuino raccosta la seguita ruina:
Roma caput mundi, mundi decus, aurea Roma,
Nunc remanet tantum saeva ruina tibi[10];
e il Petrarca chiama Roma nostro capo nella canzone famosa indirizzata a Stefano Colonna.
Ma questo titolo glorioso di caput mundi viene usato anche con intenzione derisoria da chi rinfaccia alla Roma dei Papi la rapacità o la corruzione dei costumi. Nei Carmina Burana si legge[11]:
Vidi, vidi caput mundi
instar maria et profundi
'vorax guttur siculi;'
e
Roma caput mundi est, sed nil capit mundum[12].
Il primato di Roma è riconosciuto da tutti, Italiani e non Italiani. Vulgario, nel X secolo, così lo afferma[13]:
Roma caput mundi, rerum suprema potestas,
Terrarum terror, fulmen quod fulminat orbem,
Regnorum cultus, bellorum virida virtus,
Immortale decus solum, haec urbs super omnes.
Nel Roman de Rou si dice[14]:
De Rume oi Hasteins parler
E Rume oi forment loer,
Qu'en tut le munt, a icel iur,
N'aveit cita de sa valur;
e Fra Guido nel Prologo del Fiore d'Italia così ne parla: «Piena (l'Italia) delle più nobili cittadi e delle più nobili terre marine e terreste, che siano in tutto il mondo; ed in mezzo d'essa è l'alta città di Roma, ove Iddio pose tutta la potenzia umana spirituale e temporale, cioè lo papato e lo impero». Martino da Canale non si accorda certo col comune sentimento quando osa dire Venezia la più bella città del mondo: .... la noble Cite que l'on apele Venise, qui est orendroit la plus biele dou siècle[15].
Un segno di primato si credeva scorgere anche nella forma della città, che si diceva essere quella di un leone. Onorio Scolastico dice nel Liber de imagine mundi[16]: «Antiqui civitates secundum praecipuas feras ob significationem formabant. Unde Roma formam leonis habet qui caeteris bestiis, quasi rex praeest. Huius caput est urbs a Romulo constructa, lateritia vero aedificia utrobique disposita, unde et lateranis dicitur. Brundisium autem cervi formam, Carthago bovis, Troia equi figuram habuit». E Gervasio di Tilbury[17]: «.... ad formam leonis ob insignem sui dominationem formata... Habet ergo Roma formam, ut dixi, Leonis, sicut Brundusium, ecc.». Lo stesso dicono Galvagno Fiamma[18] ed altri. Qualche rara volta il primato si dà a Troja[19], ma per eccezione[20]. Anzi il concetto che si ha del primato romano è tale che in Roma s'immagina quasi tutta raccolta l'antichità, e che il nome di Roma serve a designare l'antichità tutta quanta. Nella poesia epica francese del medio evo la matiere de Rome la grant comprende, non solamente le storie romane, ma le greche ancora, come la storia della guerra di Troja, e la storia favolosa di Alessandro Magno, e le altre tutte che, appo gli storici di quella poesia, formano il così detto ciclo dell'antichità. Giovanni Bodel nella seconda metà del XII secolo scriveva[21]:
Ne sont que trois matieres a nul hom entendant,
De France, de Bretaigne et de Rome la grant,
dove per matieres de France e de Bretaigne s'intendono le storie del ciclo carolingio e del ciclo bretone. E nel Dit de Flourence de Rome sono questi versi[22]:
Douce gent, ès croniques de Saint-Denis en France
Voit-on moult de merveilles; mais sachiez sans doutance
Celles de Romme sont de trop plus grant sustance.
Rutilio Numaziano aveva già detto, apostrofando Roma[23]:
Fecisti patriam diversis gentibus unam,
. . . . . . . . . . . . . . . .
Urbem fecisti, quae prius orbis erat.
Il papa Zaccaria era forse mosso da questo pensiero quando, l'anno 741, fece dipingere nel triclinio Lateranense una descriptionem orbis terrarum[24].
Altro documento della dignità di Roma si ricorda, con la scorta di antichi scrittori, che la città aveva tre nomi, uno volgare, uno arcano, uno sacro[25], e del nome dei romani si dice che significa sublimi ovvero tonanti[26].
Dopo ciò non è a maravigliare se l'ammirazione inspirata da tanta grandezza e da così alti destini si esprime nelle più svariate forme, e con parole, e con atti. Sanno tutti quale rispetto la maestà e il nome di Roma incutessero negli stessi barbari invasori. Gundebaldo e Odoacre ambiscono e ottengono il patriziato; Teodorico va superbo del titolo di console e di quello di proconsole Clodoveo. Il longobardo Autari si faceva bello del nome di Flavio e i dotti della corte di Carlo Magno volentieri usurpavano, per fregiarsene, i nomi di Orazio e di Ovidio. Un san Virgilio del secolo VII adorna il calendario della Chiesa irlandese.
Si potrebbe riempiere un grosso volume dei luoghi di scrittori che nel medio evo levarono a cielo il nome e la gloria di Roma; siami concesso di recarne qui alcuno. Alessandro Neckam, che fioriva nella seconda metà del XII secolo, così ne parla nel poema De laudibus divinae sapientiae[27]:
Primitus Europae mea pagina serviet, in qua
Roma stat, orbis apex, gloria, gemma, decus.
Urbe titulis claris tam laetis clara triumphis,
Quondam bisseno Caesare tuta fuit.
Haec genuit Magnum tam magni nominis, Eurus
Imperio vidit regna subacta suo.
Haec genuit Brutum, qui victor ab urbe tyrannum
Expulit, iste pater urbis et orbis erat.
Victorem Magnum genuit Carthaginis altae,
Fulsit in hac geminum sidus uterque Cato.
Urbe Boethius hac consul, Symmachusque senator
Fulsit, sub Fabio consule laeta fuit.
Quis non miretur linguam Ciceronis, et ausus
Tantos, eloqui maximus auctor erat.
Artis rethoricae fuit arx, fons, manna, columna;
Cessit et invitus huic Catalina ferox.
Clarus avos fulsit hac urbe Sallustius, isti
Par aliquis, nemo major in urbe fuit.
E così seguita per molti altri versi predicando le lodi dell'antica Roma, ma poi soggiunge il biasimo che si merita Roma papale. Nè men caldo di entusiasmo è il linguaggio che Amato di Monte Cassino (morto nel 1093) usa nel poema da lui composto in onore di san Pietro e Paolo[28]:
Orbis honor, Roma splendens decorata corona
Victorum regum, discretio maxima legum,
His simul et multis aliis redimita triumphis
O victrix salve; cuius super ethera palme
Pulcre scribuntur, et quam colit undique mundus.
Que vox, quis sapiens, vel que facundia verbi
Quisque tuas laudes poterit replicare poeta?
Grecus et Hebreus, si barbarus atque Latinus
Hec pertemptarent, tantus labor hos maceraret.
Gratia que terra poterit vel inesse potestas,
Quam tua precellens dominatio non sit adepta?
Tu retines sceptrum super omnia sceptra timendum,
Tu nosti gentes armis redomare furentes.
Que sis, quam prestane Cicero dictamine narrat,
Cui similis nullus describitur atque secundus.
Et Livius Titus, Lucanus in ense peritus
Egregiusque Maro magnusque poemate Naso,
Et vir mirificus Varo quem fovet iste Casinus,
Et plures de te scripserunt plura poete.
Ex te qui cunctum meruere subdere mundum,
Et processerunt ex te qui iura dederunt.
Tu titulum dextra gestas et dona sinistra:
His concedis opes, his et largius honores,
Hec quia magna facis mundi regina vocaris.
Chi così parlava aveva certo innanzi agli occhi della mente l'immagine di Roma antica assai più che non quella di Roma papale. Alessandro Neckam fu abate di Cirencester, Amato fu abate di Monte Cassino, ma lo spirito che scalda le parole di questi due ecclesiastici quando parlano di Roma, è interamente laico. Nel codice testè citato della Biblioteca regia di Bruxelles, in un elenco di città d'Italia con cui si dà principio a un Liber variis historiis compositus[29], di Roma così si ragiona: «Sequitur omnium nobilior, ditior atque potentior Italia generaliter tota, quam quidem plurimi non solum descripsere, sed laudabiliter ac triumphabiliter cecinere philosophi, tam greci, quam et latini; nec incongrue, quippe totius mundi monarchiam, obsequiumque orbis ac plenitudinem sola in domina et regna omnium urbium Roma sortita est».
L'onore di Roma rifluisce su tutta Italia. Fra Guido nel Prologo del suo Fiore, spiega a modo suo il nome di Magna Grecia dato già in antico all'Italia. «E se altri domandasse perchè fu chiamata la Gran Grecia, dico che fu, non perchè sia maggior terreno che l'altra Grecia, ma perchè più nobil gente di vita, di costumi e d'ingegni e d'arme fu sempre in Italia, che nell'altra Grecia, ed anche perchè ella è la più nobile patria che sia nel mondo». Non si può più risolutamente affermare la precellenza del gentil sangue latino. Che se ci appressiamo a quell'estremo confine del medio evo dove già principia il rinascimento, voci ben più possenti e più clamorose ci soneranno allo incontro. Leggasi ciò che Dante con la solennità consueta scrive della città predestinata nel cap. 5 del trattato IV del Convivio: «E certo sono di ferma opinione che le pietre che nelle mura sue stanno siano degne di reverenzia; e 'l suolo dov'ella siede sia degno oltre quello che per gli uomini è predicato e provato». Leggasi ciò che il Petrarca scriveva da Avignone a Giacomo Colonna, quando non ancora aveva visitata Roma e ardeva del desiderio di visitarla[30]: «De civitate, inquam, illa, cui nulla similis fuit, nulla futura est; de cuius populo scriptum legimus: magna est fortuna populi romani, magnum et terribile nomen; cuius sine exemplo magnitudinem, atque incomparabilem monarchiam futuram praesentemque divini cecinerunt vates». Lo stesso Petrarca nella epistola 1ª a Carlo IV introdusse Roma a celebrare le proprie sue glorie[31]. E a compiere la triade non si mostra da meno il Boccaccio che alla glorificazione di Roma tutta consacra la canzone che comincia:
O fior d'ogni città, donna del mondo,
O degna, imperiosa monarchia.
Le ricordanze che si serbavano dell'antichità suggerivano naturalmente questi pensieri; ma ad accrescere il gran concetto che si aveva di Roma giovavano inoltre non poco le scoperte non infrequenti di monete, di statue e di vasi preziosi[32], e le maestose rovine sparse su tutta la faccia dell'Europa[33].
Così ammirata e magnificata Roma diventa come il natural paragone di ogni umana grandezza. Le città andranno a gara per potersi fregiare, quasi titolo singolare di nobiltà, del nome di Nova Roma[34], o di Roma secunda; e prima si farà chiamare Nova Roma Bizanzio, e poi, nei tempi a cui è più particolarmente volta la nostra attenzione, si glorieranno di potersi così chiamare Aquisgrana[35] e Treveri, Milano e Pavia. È noto come, a cominciare dal IV secolo, Milano acquistasse, per le condizioni dell'impero, tanta importanza da far ombra a Roma. Se si dovesse prestar fede a certi racconti, un proconsole Marcellino avrebbe fatto scolpire sopra le porte di Milano i versi seguenti:
Dic homo qui transis, dum portae limina tangis:
Roma secunda vale, Regni decus imperiale;
Urbs veneranda nimis, plenissima rebus opimis,
Te metuunt gentes, tibi flectant colla potentes,
In bello Thebas, in sensu vincis Athenas[36].
Quattro versi che esprimono gli stessi concetti quasi con le stesse parole si leggevano, nel secolo XV, sopra una delle porte di Pavia[37]. Accostarsi a Roma come al supremo termine della gloria, e coprirsi di un lembo della sua porpora, tale è il pensiero che suggerisce questi ed altri simili vantamenti.
Il sentimento e l'amor della gloria non erano così scarsi e così freddi nel medio evo come da taluno si va dicendo. La fede e la sapienza che da lei s'inspirava, raccomandavano, è vero, il disprezzo dei beni e delle grandezze della terra, ma non riuscivano a soffocare le naturali cupidigie dell'anima umana, nobili od ignobili che fossero. Poter essere paragonato a qualcuno di quegli illustri figliuoli di Roma, fulmini di guerra, o maestri d'ogni dottrina, i cui nomi avevano vita immortale nelle storie, stimavasi lode maggiore d'ogni altra, e l'adulazione, più ingenua che servile, alcune volte la largiva con manifesto compiacimento. Quando il Poeta Sassone vuol celebrare nel più degno e solenne modo l'alte virtù e i gran fatti di Carlo Magno, ecco in quali parole prorompe[38]:
Ob hoc, mirificos Karoli qui legeris actus,
Desine mirari historias veterum.
Non Decii, non Scipiadae, non ipse Camillus,
Non Cato, non Caesar maior eo fuerat;
Non Pompeius huic merito, vel gens Fabiorum
Praefertur, pariter mortua pro patria.
Quando Fra Guittone d'Arezzo rimprovera ai suoi concittadini la miseria in cui da felice e glorioso stato precipitarono per lor colpa, ecco in qual forma esprime il suo pensiero[39]: «O miseri, miserissimi, disfiorati, ove è l'orgoglio e la grandezza vostra, che quasi sembravate una novella Roma, volendo tutto soggiogare il mondo? e certo non ebbero cominciamento gli Romani più di voi bello, nè in tanto di tempo più non fecero, nè tanto quanto avevate fatto, e eravate inviati a fare, stando a comune».
Città e popoli si studiano di tenersi stretti a Roma quanto più possono, credono e fanno credere ad antiche alleanze, a guerre combattute insieme, a glorie e a trionfi comuni. Se v'è una tradizione che secondi comechessia tale vaghezza, non si lascerà perire; se nulla sussista che paja far testimonio di quel venturoso passato, si serberà come preziosa reliquia. Roma, com'è fonte di ogni diritto, così ancora di ogni nobiltà. Nei tempi di sua maggiore prosperità e potenza Siena ostenta il titolo di colonia Romana, e dinnanzi alla sua cattedrale una colonna regge la lupa coi gemelli[40]. Il municipio romano rivive forse nel nostro comune[41]. L'ordo e la plebs sussistono ancora durante la dominazione dei Longobardi in molte città della media e della inferiore Italia, e a molte più tardi diventa impresa comune il sacro e solenne Senatus populusque. Si continua a conferire il patriziato. Nella incoronazione degl'imperatori, nell'ordinamento della loro casa civile e militare, nella forma degli atti loro, si cerca di conservare, quanto è più possibile, le antiche costumanze imperiali[42].
L'ammirazione detta i raccostamenti, e i raccostamenti fanno nascere il desiderio delle origini comuni. Città, o nazione, per potersi dar vanto di vera nobiltà, bisogna aver avuto comuni con Roma i principii, bisogna essere usciti d'onde i romani uscirono primamente, avere nelle vene un sangue con essi; oppure derivare, propaggine di nobilissima pianta, dalla stessa Roma, dagli stessi suoi abitatori. Quando si vedono nel medio evo popoli diversissimi per lingua e per costume, alcuna volta anzi divisi da lunga e indimenticabile inimicizia, far risalire sino a' Trojani le proprie origini, non è possibile d'ingannarsi circa il sentimento che a ciò li muove. Venir dai Trojani, vuol dire essere consanguinei dei Romani, e però nobili e illustri quant'essi. Che cosa poteva importare ai Franchi, ai Bretoni e ai Danesi, di Troja e dei pochi scampati alla sua ruina, se Troja non fosse stata la madre di Roma, se da quegli scampati non fosse venuto il popolo romano? Dimostrata la comune origine, i barbari non sono più i barbari. Gotofredo da Viterbo dice nel suo Speculum Regum[43]:
In duo dividimus Troiano semine prolem:
Una per Ytaliam sumpsit diademate Rome,
Altera Theutonica regna beata fovet.
I nemici di un tempo si scopron fratelli:
Romanum fore Troianum natura fatetur,
Germanus patriota suus fraterque videtur,
Troia suis populis mater utrique fuit.
Questa fratellanza fa sembrare più legittimo il trasferimento della potestà imperiale[44].
Nasceva tutta una serie di leggende parallele[45]. Come Enea in Italia, così giungeva Franco, o Francione, figlio di Ettore, dopo l'eccidio di Troja, in Germania. Da lui traggono l'origine i Franchi. Fredegario fa derivare a dirittura i Franchi dalla quarta parte degli abitanti di Troja distrutta[46]; i Gesta Regum Francorum li fan venire dall'avanzo dell'esercito Trojano sommante a circa 12,000 uomini[47]. Priamo, ultimo figlio di Priamo il vecchio, giunge con grande moltitudine in Ungheria e fonda la città di Sicambria. Paride fonda Parigi, e Gallo, suo socio, Gallia, che poi dà il nome a tutta la regione. Da Colono e da Maganzio hanno principio Colonia e Magonza. Bruto, nipote di Enea, espulso dall'Italia, giunge in Bretagna, che da lui riceve il nome[48]. In Italia, oltre Padova, cent'altre città si gloriano di trojane origini[49].
Ma e in Italia e fuori molte pur se ne trovano che stimano gloria uguale, se non maggiore, trarre l'origine dalla stessa Roma. Non parlo di quelle cui tale origine è dalle storie debitamente riconosciuta, ma di quelle che se la usurpano. Aquisgrana si diceva fondata da un Grano, fratello di Nerone; Perugia da un Perus romano[50]. Pisa pretendeva d'essere il luogo dove si pesavano (quindi il nome) i tributi che dalle varie province si mandavano a Roma[51], ecc. Il cronista Giovanni d'Outremeuse, instancabile raccoglitore di ogni maniera di favole, parla della città di Nimay in Germania, fondata da Numa Pompilio, e di cinque altre città, similmente in Germania, fondate da Tarquinio il Superbo[52].
Non mancano tuttavia esempii di città che pretendono farsi più antiche, e però più nobili di Roma. Anteriore alla Roma romulea[53] si vantarono Genova, fondata da Giano, Ravenna, fondata da Tubal, Bologna, fondata da Felsino (Felsina), ampliata da Buono (Bononia). Secondo che narra Galvagno Fiamma, Milano fu edificata 932 anni prima di Roma[54]. Brescia si vantava fondata da Ercole[55], Torino da Fetonte[56]; persino Chiusi si reputava più antica di Roma. Ma di tutte le città d'Europa la più antica, secondo gl'italiani, era Fiesole[57], secondo i Tedeschi, Treveri[58] .
Se intere città pretendono di trarre da Roma l'origine, non mancheranno famiglie patrizie, e persino dinastie, che cercheranno in qualche romano illustre il primo loro stipite, o si spacceranno per diretta e legittima discendenza di qualcuna tra le più famose famiglie romane. I Frangipani, i conti di Pola, altri, si gloriavano di discendere da Ottavio Manilio, morto alla battaglia del Lago Regillo[59]. Gli Uberti di Firenze si dicevano discesi da Catilina[60]. I Colonnesi facevano risalire sino a Giulio Cesare la loro prosapia[61]. Altre famiglie Romane provvidero in egual modo, o anche meglio, alla dignità propria. I Savelli si vantavano d'essere stati con Aventino, re degli Albani, in soccorso del re Latino contro Enea. Dei Conti pensavano alcuni che discendessero dai primi re d'Italia, ma più sicuri scrittori li facevano venire dalla gente Anicia, che fu quella di Giulio Cesare. La famiglia Cesi, discesa da Ceso, nipote di Ercole, e re degli Argivi, sin dai tempi della repubblica aveva dato a Roma molti uomini insigni; e antichissimi ancora fra i Romani erano gli Anguillari, sebbene la loro prosapia «sotto altro nome fosse vissuta»[62]. Dalla gente Anicia similmente si fecero derivare gli Absburgo[63], e secondo il Chronicon Rastadense[64], compilato nel secolo XV, tutti i lignaggi dei re, duchi, conti e baroni di Alemagna e di Germania vengono da Ottaviano Augusto.
La grandezza e felicità di cui Roma aveva più particolarmente fruito nei tempi migliori della repubblica, e sotto il glorioso reggimento di Augusto, considerate a tanti secoli di distanza, e dal mezzo di una età piena di turbamento e di travaglio, non solo incutevano maraviglia e rispetto, ma naturalmente ancora facevano nascere di sè un desiderio fervido e generoso che più di una volta si tradusse in azione. Crescenzio, Arnaldo da Brescia, Cola di Rienzo pagarono con la vita i loro sogni di repubblica. Se un principe saggio e magnanimo sparge sopra il suo popolo i benefizii del buon governo, si crederanno prossimi a tornare, o già tornati, i tempi venturosi dell'antica Roma. Così Nasone, parlando, nell'ecloga poc'anzi citata, dell'era di felicità che novamente arride al mondo sotto il paterno reggimento di Carlo Magno, esclama:
Rursus in antiquos mutata saecula mores;
Aurea Roma iterum renovata renascitur orbi.
La rinnovazione dell'impero cresceva forza alle accarezzate speranze; ma il più delle volte tale è la reale condizione delle cose, che più che al desiderio non lascia luogo, e questo tanto più vivo e più impaziente quanto più la realtà si mostra disforme dal sogno. Presso Sutri i legati di Roma invitavano Federico Barbarossa a ricondurre gli antichi tempi, a difendere i sacri diritti della eterna città, a far piegare novamente sotto la imprescrittibile autorità di lei la mala tracotanza del mondo: ricordavano come in antico, per la saviezza del senato, per il valore dei cavalieri, Roma avesse esteso la sua dominazione sopra tutte le genti[65]. In una poesia goliardica la stessa Chiesa invoca i Catoni e gli Scipioni perchè sorreggano le sue vacillanti colonne[66], e tutta la poesia dei Vaganti è piena del rimpianto e del desiderio del tempo andato. Appena si presentava il destro di rimettere alcuna istituzione antica, o alcun antico costume, si rimetteva, senza punto avvertire che la diversità dei tempi non consentiva a sì fatte rinnovazioni nè lunga durata, nè prospero evento. Federico II, vinti nel 1237 i Milanesi a Cortenuova, mandava a Roma il Carroccio, e faceva intendere ai Romani di volere il trionfo secondo il costume dei Cesari antichi. Restituito nell'anno 1143 il Senato, di cui nei tempi anteriori poco più sussisteva che il nome, rinnovata per opera di Cola di Rienzo la repubblica, si dava principio a una nuova èra, quasi si fosse rifatto il mondo.
Ma un sentimento che si leva sopra tutti gli altri, o che tutti gli altri accompagna, si è quello di una profonda tristezza e di un vivo rammarico al cospetto della formidabile rovina di Roma. Già Gregorio Magno, quel Gregorio a cui la storia e la leggenda concordi imputarono, a torto, credo, devastazioni non osate dai barbari, piange amaramente in una sua celebre omelia lo sterminio della Città, e ad essa collega la fine del mondo[67]. Potrei di leggieri moltiplicare le citazioni e le testimonianze, ma, poichè dovrò tornare nel seguente capitolo sopra questo stesso argomento, mi terrò pago ora di riportar per intero un carme elegiaco d'Ildeberto di Lavardin, vescovo Cenomanense, morto fra il 1130 e il 1140, carme che da taluno fu creduto opera di poeta classico, e che godette nel medio evo di molta celebrità. Eccolo, ridotto a lezione più corretta che non sia la comune[68]:
Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina;
Quam magni fueris integra fracta doces.
Longa tuos fastos aetas destruxit, et arces
Caesaris et superûm templa palude jacent.
Ille labor, labor ille ruit quem dirus Araxes
Et stantem tremuit et cecidisse dolet;
Quem gladii regum, quem provida cura senatus,
Quem superi rerum constituere caput;
Quem magis optavit cum crimine solus habere
Caesar, quam socius et pius esse socer,
Qui crescens, studiis tribus, hostes, crimen, amicos
Vi domuit, secuit legibus, emit ope;
In quem, dum fleret, vigilavit cura priorum:
Juvit opus pietas hospitis, nuda, locus.
Materiem, fabros, expensas axis uterque
Misit, se muris obtulit ipse locus.
Expendere duces thesauros, fata favorem,
Artifices studium, totus et orbis opes.
Urbs cecidit de qua si quicquam dicere dignum
Moliar, hoc potero dicere: Roma fuit.
Non tamen annorum series, non flamma, non ensis
Ad plenum potuit hoc abolere decus.
Cura hominum potuit tantam componere Romam
Quantam non potuit solvere cura deûm.
Confer opes marmorque novum superumque favorem,
Artificum vigilent in nova facta manus,
Non tamen aut fieri par stanti machina muro,
Aut restaurari sola ruina potest.
Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stans
Aequari possit, diruta nec refici.
Hic superûm formas superi mirantur et ipsi,
Et cupiunt fictis vultibus esse pares.
Non potuit natura deos hoc ore creare
Quo miranda deûm signa creavit homo.
Vultus adest his numinibus, potiusque coluntur
Artificum studio quam deitate sua.
Urbs felix, si vel dominis urbs illa careret,
Vel dominis esset turpe carere fide.
In una seconda poesia Ildeberto finge che Roma stessa gli risponda[69]. Queste prosopopee sono molto frequenti nelle letterature del medio evo. Roma si dice lieta della sua sorte. Vero è che, decaduta d'ogni sua grandezza, ella ha quasi perduta la memoria di sè medesima; vero è ch'è perita la forza delle armi, che precipitata è la gloria del senato, che rovinano i templi, che i teatri giacciono nella polvere, che i rostri son vacui e mute le leggi, che manca il coraggio ai valorosi, il diritto al popolo, il colono ai campi; ma la presente miseria è più gloriosa dell'antica prosperità, ma Pietro è da più di Cesare. I Cesari, i consoli, i retori le diedero la terra, Cristo le diede il cielo. Un cristiano, il quale per giunta era vescovo, non poteva ragionare altrimenti; ma la enumerazione stessa, dolorosamente minuta, dei danni sofferti mostra che il bene acquistato non racconsolava interamente del bene perduto. La Roma di Pietro lasciava desiderare talvolta la Roma di Cesare.
E più che le mura superbe si ridesideravano gli uomini per la cui virtù Roma era diventata regina del mondo. Il Boccaccio nella già citata canzone, li chiama un per uno:
Ove li duo gentili Scipïoni,
Ov'è il tuo grande Cesare possente?
Ove Bruto valente,
Che vendicò lo stupro di Lucrezia,
Furio, Camillo, e gli due Curioni,
Marco Valerio e quel Tribun saccente,
Quinto Fabio seguente,
Cornelio quel che vinse Pirro e Grezia,
Publio Sempron colla vinta Boezia,
Il fedel Fabio, Fulvio, Quinto Gneo,
Metel, Marco, Pompeo,
Porzio Caton, Marcel, Quinto Cecilio,
Tito Flaminio, e il buon Floro Lucilio?
Ov'è il gran Consolato, e' Senatori,
Ove quel grazioso Ottaviano,
Ove il prode Trajano,
E Costantino valoroso Augusto?
Ove le dignitadi e gli alti onori,
Ove quel Tito e quel Vespasiano,
E 'l magno Aureliano,
E Marco Antonio sí benigno e giusto,
Ove il nobile oratore Sallusto,
Ove il facondo Cicero primero,
E il Massimo Valero,
E Tito Livio, e gli altri signor grandi?
Dove son l'ali tue che non le spandi?
Nella più bella forse delle sue canzoni[70] Fazio degli Uberti introduce Roma, come fa anche nel Dittamondo, a ricordare le glorie antiche e a dolersi della bassezza in cui è caduta.
Ne' suoi sospiri dicea lacrimando
Con voce assai modesta e temperata:
— O lassa isventurata,
Come caduta son di tant'altezza,
Là dove m'avean posto trionfando
Gli miei figliuol, magnanima brigata!
Che m'hanno or visitata
Col padre loro in tanta gran bassezza.
Lassa! ch'ogni virtù, ogni prodezza
Mi venne men quando morîr costoro,
I quai col senno loro
Domaro il mondo e riformârlo in pace
Sotto lo splendor mio ch'ora si face
Di greve piombo e poi di fuor par d'oro.
Or di saper chi fôro
Arde la voglia tua sì che no 'l tace.
Ond'io farò come chi satisface
L'altrui voler nella giusta dimanda,
E perchè di lor fama anc'or si spanda.
E da Romolo ad Augusto fa vedere al poeta i suoi più illustri figliuoli.
Secondochè avvenne un tempo (e in parte avviene ancora) di tutte le cose che fortemente occuparono la memoria e la fantasia degli uomini, Roma ebbe nella leggenda un'amplificazione ideale di vita e di gloria. Le sue mura secolari, le massime sue vicende, gli uomini che più con l'opre ne illustrarono o ne offuscarono il nome, diedero origine a tutto un mondo di colorite finzioni, delle quali ora mi accingo a discorrere. Come, essendo nel pieno della potenza, Roma vide affluire tra le sue mura, sin dai più remoti angoli della terra, le disparatissime genti soggette al suo dominio, così, essendo travolta e giacente, vide da settentrione e da mezzodì, da oriente e da occidente, scendere sopra di lei le immaginazioni e le favole. Essa divenne allora centro di attrazione per un infinito numero di fantasie solute e vaganti, le quali, come furono entrate, per dir così, nella sua orbita, non ne uscirono più. La smania delle riconnessioni, di cui più esempii ci mostrò la vita reale, si manifesta ugualmente in questo mondo di sogni. Poter dire di una storia bugiarda qualsiasi, che essa è romana, e narrata nelle istorie romane, vale acquistarle favore e credenza. Dalle più remote regioni del mondo verranno le favole a legarsi a Roma. Il libro dei Sette Savii, giunto dall'estremo Oriente in Europa, acquisterà dritto di cittadinanza e universalità senza pari, legandosi indissolubilmente al nome di Ottaviano, o di Diocleziano[71]. Nei Gesta Romanorum si romanizzeranno finzioni d'ogni patria e condizione, si attribuiranno a imperatori di Roma storie immaginate sulle rive del Gange, e i capitoli cominceranno spesso con le sacramentali parole: Quidam imperator regnavit, come per dare al racconto un nesso sicuro e legittimo. I monumenti e le rovine di Roma si copriranno di leggende come di piante parassite.
Così la ragione e il sentimento, il sapere e la fede, la storia e la leggenda, concorrono del pari nella glorificazione della eterna città. Quando, per ricevere la corona d'alloro, costume rinnovato dagli antichi Romani, Francesco Petrarca pospone Parigi e Napoli a Roma, il pensiero che lo guida non è, come a prima giunta potrebbe parere, un pensiero nuovo, proprio dell'umanista, ma è anzi un pensiero vecchio, familiare a tutto il medio evo, e solo ritemperato nella nuova coltura.
Se non che le voci che nella età di mezzo suonano intorno a Roma, non tutte sono di ammirazione e di lode. A fianco della Roma antica che vive nella memoria degli uomini, c'è la Roma Nuova, la Roma dei papi, che vive nella realtà delle cose, e quanto quella sembra degna di gloria, tanto questa, a molti, sembra degna d'infamia. Se alcuni uomini religiosi si sgomenteranno di certi ricordi, e imprecheranno ai poeti e ai filosofi pagani, molti più s'adonteranno delle vergogne onde Roma papale è fatta turpe ricettacolo, e malediranno alla corruzione della Chiesa. Quello stesso Alessandro Neckam che abbiam veduto celebrare in versi traboccanti di nobile entusiasmo la Roma degli Scipioni e di Cesare, così, in alcuni altri versi, parla della Roma dei pontefici[72]:
Roma, vale, papam, dominos quoque cardines orbis,
Romulidasque tuos opto valere, vale.
Roma, vale, numquam dicturus sum tibi, salve;
Compressas valles diligo; Roma, vale
Roma, Jovis montes, alpes nive semper amictas,
Hannibalisque vias horreo; Roma, vale.
Includi claustro, privatam ducere vitam,
Opto; me terret curia; Roma, vale.
Romae puid facerem? mentiri nescio, libros
Diligo, sed libras respuo; Roma, vale.
Numquid adulabor? faciem jam ruga senilis
Exarat, invitus servio; Roma, vale.
Mausolea mihi non quaero, pyramidasve,
Glebae contentus gramine; Roma, vale.
Respuo delicias tantas, tantosque tumultus;
Cornutas frontes horreo; Roma, vale.
Sed ne nugari videar tociens repetendo,
Roma, vale, cesso dicere, Roma, vale.
Chi così scriveva era un abate agostiniano, che forse vide Roma co' proprii occhi. Un monaco Cluniacense, Bernardo di Morlas, che fioriva nella prima metà del XII secolo, prorompe in queste più aspre parole[73]:
Est modo mortua Roma superflua; quando resurget?
Roma superflui, afflua corruit, arida, plena;
Clamitat et tacet, erigit et jacet, et dat egena.
E in queste ancora[74]:
Fas mihi dicere, fas mihi scribere, «Roma, fuisti,»
Obruta moenibus, obruta moribus, occubuisti.
Urbs ruis inclita, tam modo subdita, quam prius alta;
Quo prius altior, tam modo pressior, et labefacta.
Fas mihi scribere, fas mihi dicere «Roma peristi».
Sunt tua moenia vociferantia, «Roma, ruisti»[75].
Nè men severo si mostra Galfredo Malaterra benedittino (c. 1098)[76]:
Fons quondam totius laudis, nunc es fraudis fovea;
Moribus es depravata, exausta nobilibus,
Pravis studiis inservis nec est pudor frontibus:
Surge Petre, summe pastor! finem pone talibus.
In un poema latino sopra san Tommaso Becket si legge[77]:
Dudum terras domuit, domina terrarum
colla premens plebium, tribuum, linguarum;
nunc his colla subjicit spe pecuniarum;
aeris fit idolatra dux christicolarum.
Ciò che più fieramente si rinfaccia a Roma è la voracità insaziabile.
Roma dat omnibus omnia, dantibus omnia Romae,
sentenzia con incisiva brevità il già citato Bernardo Cluniacense. E un Vagante soggiunge:
Roma manus rodit, si rodere non valet, odit[78].
Un'altra accusa capitale si è quella di menzogna:
Quid Romae faciam?
Mentiri nescio,
dice con non meno acuta brevità un anonimo[79], ed altri ripetono. I trovatori di Provenza non risparmiarono nemmen essi la città decaduta e corrotta, e Guglielmo Figueiras, il più popolaresco fra tutti, compose un terribile serventese:
De Roma qu'es
Caps de la dechasensa
On dechai totz bes[80].
Cessati i clamori del medio evo contro Roma papale, cominciano quelli degli umanisti e poi dei protestanti.
CAPITOLO II Le rovine di Roma e i Mirabilia.
La rovina di Roma non si compie in un tratto: otto secoli ci vogliono e l'opera devastatrice di trenta generazioni per condurla al punto in cui il Rinascimento inoltrato l'arresta. Dice Ildeberto Cenomanense, di cui ho riportato i versi qui di sopra, che gli dei non valevano a distruggere la fattura degli uomini.
I barbari, parlando in generale, pensarono più a far bottino che a demolire; anche gl'incendii suscitati dalle loro mani non furono così esiziali ai monumenti come fu poi l'opera lenta e sistematica degli stessi Romani[81]. Teodorico mostra per le moltissime fabbriche di cui ancora andava superba Roma al suo tempo, la più viva sollecitudine; vuole che si spendano in loro beneficio i denari provveduti a tal uopo[82], e ne domanda conto[83]; loda Simmaco pei molti nuovi edifizii da lui costruiti, e fa riparare del proprio il teatro di Pompeo[84]. Certo i successori suoi non imitarono sì nobile esempio; ma, se non fecero bene, non si può dire nemmeno che facessero male; ond'è che ai tempi di Carlo Magno i monumenti dell'antica Roma, tuttochè danneggiati e guasti dai terremoti e dagl'incendii, rimangono ancora pressochè tutti in piedi[85]. Molto più rapida fu la decadenza morale ed economica. Già ai tempi di papa Vigilio (537-55), nell'interno della città, che non contava più di 50000 abitanti[86], erano campi seminati, e pascoli per bestiame[87]. Nel 556 Pelagio I scrive a Sapaudo vescovo di Arles, perchè induca il patrizio Placido a mandar denari e vestimenta, e nel 557 riscrive, perchè sieno mandate a Roma le vestimenta comperate, «quia», dic'egli, «tanta egestas et nuditas in civitate ista est, ut sine dolore et angustia cordis nostri homines, quos honesto loco natos idoneos noveramus non possimus adspicere»[88].
La scarsa popolazione si va man mano raccogliendo nella regione di campo Marzio, abbandonando i colli: dove sorgevano un tempo le case della migliore cittadinanza, si stendono umili orti[89]. D'anno in anno la miseria cresce, e crescono con la miseria l'ignoranza e l'imbarbarimento dei costumi. Alcuni versi che potrebbero risalire al VII secolo, ma che sicuramente non sono posteriori al X, deplorano la sciagurata sorte della città stata un tempo signora del mondo[90]. Essi meritano d'essere qui riportati.
Nobilibus quondam fueras costructa patronis;
Subdita nunc servis, heu male, Roma, ruis.
Deseruere tui te tanto tempore reges:
Cessit et ad Grecos nomen honosque tuus,
Constantinopolis florens nova Roma vocatur;
Moribus et muris, Roma vetusta, cadis.
Transiit imperium, mansitque superbia tecum;
Cultus avariciae te nimium superat.
Vulgus ab extremis distractum partibus orbis,
Servorum servi nunc tibi sunt domini.
In te nobilium rectorum nemo remansit;
Ingenuique tui rura Pelasga colunt.
Truncasti vivos crudeli vulnere sanctos;
Vendere nunc horum mortua membra soles.
Iam ni te meritum Petri Paulique foveret,
Tempore iam longo Roma misella fores.
La massima decadenza, con molta vigoria di linguaggio descritta in un discorso inspirato da Gerberto, e pronunziato da Arnulfo nel sinodo di Reims, si riscontra verso la fine del secolo X. Della profonda notte d'ignoranza che pesa su Roma durante quei tempi infelici, troviamo fatto ricordo e lamento assai spesso. Nessuno studio, nessuna cognizione d'arti o di lettere sopravvive colà dov'era stato il regno della più varia e più fiorente coltura. Roma è la più barbara fra le città dell'Europa. Già sin dai tempi di Gregorio Magno non vi si trovavano più libri. Cadente il secolo VII, Agatone papa confessava che i legati da lui mandati al Concilio ecumenico di Costantinopoli erano uomini digiuni di ogni dottrina[91]. Nel 992, il già ricordato sinodo di Reims rimproverava ai Romani di non avere nella loro città quasi nessuno che possedesse qualche coltura[92].
In pari tempo, nelle grandi aree spopolate, invase da una selvaggia vegetazione, o coperte d'acque stagnanti, l'aria si veniva infettando di mortifere esalazioni, e tratto tratto contagi terribili si diffondevano a diradare vie più la già scarsa popolazione. Fra le ingenti macerie che ingombravano il suolo, sulle rive melmose del Tevere pullulavano i rospi e le serpi[93]. Nel Foro, sede principale un tempo della maestà di Roma, sulle rovine sopravanzate agl'incendii di Genserico e d'Alarico, e sepolte oramai sotto ai rottami e alla terra, pascolavano i bufali come ai tempi favolosi d'Evandro[94]. La distruzione dei monumenti si compie a poco a poco. Templi, terme e teatri diventano cave inesauribili di materiale da costruzione; dei marmi si fa calcina. Pisa, Napoli, altre città d'Italia, Aquisgrana e Costantinopoli si arricchiscono delle spoglie tolte a Roma. All'opera distruttrice cotidiana si aggiungono le devastazioni subitanee e generali. Nel 1084 i Normanni, venuti con Roberto Guiscardo in ajuto di Gregorio VII, incendiano buona parte della città, e forse vi fanno più gran guasto che non avessero fatto nelle ripetute incursioni i barbari del V e del VI secolo. Ciò nullameno, corrente il XII, molti monumenti sussistono ancora, che poi sono distrutti più tardi[95]. Restituito nel 1143 il Senato, una certa tutela si stese sopra di essi[96], ma ebbe certo a far poco frutto e a durar poco, giacchè il Petrarca nella Epistola hortatoria rimpiange e biasima con acerbe parole la distruzione che liberamente si proseguiva a' suoi tempi. Qualche monumento scampò in grazia di condizioni speciali. I frati di San Silvestro in Capite, proprietarii della colonna Antonina, custodivano gelosamente il loro diritto, e minacciavano anatema a chiunque si attentasse di menomarlo[97].
Gli avanzi sparsi qua e là, ingombrati in parte di nuove costruzioni cresciute loro addosso o ai fianchi, o profanati, come ancora oggidì il teatro di Marcello, dall'esercizio di sordide arti meccaniche, non serbavano più traccia dello splendore di un tempo, ma erano pur sempre
L'antiche mura ch'ancor teme ed ama,
E trema il mondo quando si ricorda
Del tempo andato e 'ndietro si rivolve[98].
Tali quali erano, queste mura commovevano col tristo e solenne aspetto gli animi dei riguardanti, e li levavano alla contemplazione delle glorie passate. La presente rovina lasciava indovinare l'antica maestà. «Vere maior fuit Roma, maioresque sunt reliquiae, quam rebar», scrive da Roma a Giovanni Colonna il Petrarca[99]. Di Cola di Rienzo, dice l'anonimo narratore della sua vita[100]: «Tutta la die se speculava negl'intagli de marmo, li quali iaccio intorno Roma. Non era aiti che esso che sapesse lejere li antichi Pataffii. Tutte scritture antiche vulgarizzava: quesse fiure de marmo justamente interpretava. Oh como spesso diceva: Dove suoco quelli buoni Romani? dove ene loro summa justitia? poteramme trovare in tiempo che quessi fiuriano!» Ambrogio Camaldulense scrive in una delle sue epistole[101]: «Urbem certe dum peragro, stupore detinear, intuens partim ruinarum moles incredibiles ferme, partim projectas pretiosi marmoris crustas. Nusquam enim transire datur, quin occurrat oculis vel sculptura antiquae artis, aut parieti vice lapidis vilis ac singularis injecta, aut humi jacens. Columnarum item fragmenta fere perpetua, partim marmorea partim porphyretica humi constrata intueri licet. Ita dum antiqua illa atque inclyta Roma venit in mentem: ingens datur mortalis imbecillitatis et inconstantiae documentum».
Nel 1433 Ciriaco d'Ancona conduceva in giro per Roma l'imperatore Sigismondo, e vivamente si doleva con lui della distruzione degli antichi monumenti: «Non equidem parum putabam Opt. Aug. Caesarei Principis animum lacessere, quod qui nunc vitam agunt Romana inter moenia homines marmorea, ingentia, atque ornatissima undique per Urbem aedificia, statuas insignes, et columnas tantis olim sumtibus, tanta majestate, tantaque fabrum et architectorum arte conspicuas ita ignave, turpiter, et obscoene in dies ad albam, tenuemque convertunt cinerem, ut eorum nulla brevi tempore speciem vestigiumque posteris apparebit. Proh scelus! Et o vos inclytae Romuleae gentis manes
Aspicite haec, meritumque malis advertite numen»[102].
Poggio Bracciolini nel l. I del suo trattato De varietate Fortunae, dedicato a papa Niccolò V (1447-55), deplora con pari vivezza di sentimento, ma con parola più elegante e inspirata, l'ingente, irreparabile ruina[103].
Enea Silvio Piccolomini, che poi fu papa sotto il nome di Pio II, compose sopra lo stesso doloroso argomento i seguenti versi:
Oblectat me, Roma, tuas spectare ruinas
Ex cuius lapsu gloria prisca patet.
Sed tuus hic populus muris defossa vetustis
Calcis in obsequium marmora dura coquit.
Impia ter centum si sic gens egerit annos
Nullum hic inditium nobilitatis erit.
E Giano Vitale questi altri:
Aspice murorum moles, praeruptaque saxa,
Obrutaque horrenti vasta theatra situ:
Haec sunt Roma. Viden' velut ipsa cadavera tantae
Urbis adhuc spirent imperiosa minas?
Sentimenti simili a questi si trovano espressi da Lazzaro Bonamici, da Fulvio Cardulo, da Cristoforo Landino, da Francesco Quinziano e da cento altri poeti del Rinascimento[104].
Il popolo di Roma, pure aspirando a modo suo al ritorno dell'antico stato, poco si curava dei monumenti e delle memorie che andavano a quelli congiunte. In un'altra epistola a Giovanni Colonna il Petrarca[105], dopo aver ricordato molti luoghi e molte maraviglie di Roma, si duole che in Roma, più che in qualsivoglia altro luogo, fosse ignorata la storia romana. «Qui enim hodie magis ignari rerum Romanarum sunt quam Romani cives? Invitus dico. Nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae». Certo non si può credere che in Roma stessa non fossero sorte, e probabilmente sino dai primi secoli del medio evo, intorno alle rovine più cospicue, alcune leggende intese a dar ragione, sia della origine, sia dell'uso speciale dei monumenti onde quelle erano avanzo; ma tuttavia è da credere che la maggior parte delle immaginazioni raccolte nei Mirabilia e nella Graphia si debbano ai pellegrini, che in gran numero, da tutte le province dell'orbe cattolico traevano a Roma, vuoi per visitarvi i santuarii e fruire delle munifiche indulgenze, vuoi per farvi acquisto di reliquie, di cui Roma erasi fatta in certo modo il generale mercato del mondo. Costoro dovevano di certo rimanere più profondamente impressionati alla vista delle rovine che non gli stessi Romani, i quali le avevano del continuo sott'occhio, e tornati alle case loro narravano, com'è inclinazione naturale di chi vien di lontano, più meraviglie assai che non avessero veduto, e più favole che non avessero udito[106]. Dal VII secolo in giù i pellegrinaggi si fanno sempre più numerosi, nonostante i molti disagi e pericoli del viaggio. Per chi teneva la via di terra c'erano le Alpi da traversare; per chi quella del mare, i pirati barbareschi da deludere o da combattere. Per venire da Parigi ai limina Apostolorum ci voleva, in media, una cinquantina di giorni, e spesso, giunti in vista della sospirata città i poveri fedeli erano derubati e trucidati dai malfattori che infestavano la campagna[107]. Ma non per questo veniva meno lo zelo. Bandito nel 1300 da papa Bonifacio VIII il Giubileo, accorsero in Roma due milioni di pellegrini[108].
Quando si scopriva loro dinnanzi la città eterna, i pellegrini intonavano un canto la cui prima strofa sonava così:
O Roma nobilis, orbis et domina,
Cunctarum urbium excellentissima,
Rosso martyrum sanguine rubea,
Albis et virginum liliis candida:
Salutem dicimus tibi per omnia,
Te benedicimus, salve per saecula[109].
Entrati in città, e dato principio alle pratiche di devozione, si trovavano tosto in presenza delle ruine, le quali servivano a dirigere le processioni nella via lunga e malagevole, su per i colli, traverso ai grandi spazii disabitati[110]. Che nelle menti loro riscaldate dal sentimento religioso e dalle peripezie del viaggio dovessero nascere molte strane immaginazioni, è naturale il pensarlo, e Ranulfo Higden, il quale del resto, come vedremo, molte ne spaccia per conto suo, ripetutamente lo afferma[111]. Da siffatte immaginazioni dovettero avere origine, almeno in parte, i Mirabilia.
Dire in che tempo sia stato composto questo strano e divulgatissimo libro non si può con piena certezza, e le opinioni dei varii scrittori che ne hanno trattato s'accordano poco su questo punto. Che esso si colleghi in parte con l'antica descrizione delle regioni, quale si trovava nel calendario officiale, è ammesso comunemente, ma con ciò non tutto il problema si risolve. La divisione augustea in quattordici regioni si conservò, più o meno sicura, sino al XII secolo inoltrato[112]; e da canto suo una in sette ne aveva introdotta la Chiesa; ma le descrizioni del medio evo non si attengono propriamente nè all'una, nè all'altra divisione[113]. L'anonimo autore dei Mirabilia conosce evidentemente gli antichi Regionarii, ma non costringe la sua descrizione entro gli schemi di quelli.
Nel secolo VIII o nel IX, l'anonimo di Einsiedeln, probabilmente un discepolo di Valafredo Strabone, versato nel greco, e provveduto di tutta la coltura classica concessa ai suoi tempi, visita e descrive Roma riportando un gran numero d'iscrizioni fedelmente copiate[114]. Ma il suo libro non contiene neppur una delle tante favole che si raccolgono poi nella Graphia e nei Mirabilia, e poichè non si può credere che nel tempo in cui egli scriveva molte non ne fossero già nate e divulgate, bisogna dire che di deliberato proposito egli le passasse sotto silenzio, come del resto pure fa di tutto quanto direttamente si riferisca al culto pagano.
Qui tutta una serie di quesiti si affaccia alla mente perplessa del critico. È più antica la Graphia o sono più antichi i Mirabilia? Quale rapporto è tra questi due opuscoli che hanno tanta parte comune? I Mirabilia sono essi formati di un solo getto, o in più tempi? Quale età può essere loro ragionevolmente assegnata? Quante recensioni ve n'ha? Chi fu il loro autore? A ciascun quesito rispondono più e disformi opinioni. L'Ozanam, che primo mise in luce di su un codice Laurenziano la Graphia aureae urbis Romae[115], esagerandone fuor di misura l'antichità, la giudica composta fra il V e l'VIII secolo[116]. Il Giesebrecht la crede composta ai tempi di Ottone III, e fa da essa derivare i Mirabilia[117]. Questa opinione fu generalmente respinta dai dotti più competenti in sì fatta materia, e il De Rossi[118], il Jordan[119], altri ancora, riconoscono nella Graphia come una seconda edizione dei Mirabilia con aggiunte di poca importanza.
Che i Mirabilia risultino di due parti, l'una più antica, più moderna l'altra, fu sostenuto dal Gregorovius. La parte più antica, o, se così voglia dirsi, la prima composizione dell'opera, risalirebbe al tempo degli Ottoni, cioè alla seconda metà del X secolo, mentre la più moderna, la redazione definitiva, sarebbe del mezzo circa del secolo XII, e posteriore alla restituzione del Senato in Roma[120]. Il Reumont reputa che la Graphia appartenga, nella forma sotto a cui è pervenuta sino a noi, alla fine dell'XI, o al principio del XII secolo, ma che nello essenziale rappresenti Roma qual era in sul finire della età carolingia, adorna ancora di molti avanzi di antichi monumenti che sparvero poi più tardi[121]. Ora, ciò che egli dice della Graphia bisogna intendere implicitamente anche dei Mirabilia. Se la descrizione, o la semplice menzione di monumenti distrutti più tardi non si potesse altrimenti spiegare se non facendo contemporaneo ad essi chi ne parla, bisognerebbe certo assegnare la prima composizione dei Mirabilia al X, o al IX secolo; ma tal fatto può dar luogo ad altra più probabile spiegazione. A questo proposito dice il Jordan[122]: Verso il mezzo del XII secolo, un uomo, fornito della comune erudizione del tempo suo, scrisse una periegesi delle rovine, con l'intenzione di mostrare, a fronte della malsicura tradizione, e delle mutabili denominazioni, che, in origine, esse erano templi sacri a tali e tali divinità. Egli la scrisse mosso da un sentimento allora comune a molti, i quali speravano il ristabilimento della repubblica, e la rinnovazione della romana potestà assisa in Campidoglio. La periegesi ampliò e ridusse a manuale sistematico, traendo gli elementi di parecchi capitoli dal catalogo delle regioni che per intero si conservava ancora, e da altri vecchi cataloghi medievali ov'erano registrati nomi di antichi monumenti, o forse rimaneggiando una compilazione di tal sorta già esistente. Al tutto egli aggiunse un capitolo sulla topografia cristiana, utile in più particolar modo ai pellegrini curiosi, e un certo numero di leggende, che, in parte, circolavano già da lungo tempo. Che i Mirabilia non sieno più antichi del XII secolo, prova inoltre il fatto che dei molti scrittori che vi attinsero, o che a dirittura li incorporarono nelle opere loro, nessuno ve n'ha che sia a quel tempo anteriore. Ora la riputazione di cui nel XII secolo fruiscono i Mirabilia è tale, che se fossero già esistiti innanzi, sia pure in una forma alquanto diversa da quella che assunsero poi, qualche scrittore ne avrebbe certamente fatto ricordo.
Il testo, nei manoscritti che lo contengono, sparsi qua e là per le biblioteche d'Europa, presenta molte varietà, ma queste possono essere ridotte a due principali recensioni. «La più antica», scrive il De Rossi «è quella, che quasi documento officiale fu inserita nei libri della curia romana, cioè nel Politicus (leggi polypticus) di Benedetto canonico (scritto prima del 1142), nelle Collectanea Albini scholaris (circa il 1184) e nel celebre libro de' censi di Cencio Camerario, che fu poi papa Onorio III. La seconda fa la sua principale comparsa nelle Collettanee del Cardinal Nicola d'Aragona (anni 1356-62); donde proviene quella che Martino Polono inserì nella sua cronaca, e quella della Graphia aureae urbis Romae, d'un codice fiorentino[123]». Il Jordan ammette le due recensioni, ma riferisce la Graphia alla più antica[124]. L'Urlichs distingue sei classi di Mirabilia nel già citato Codex topographicus. La prima contiene il testo del XII secolo (Descriptio plenaria totius urbis), quale si ha nella recensione più antica (Benedetto canonico, Albino scolastico, Cencio Camerario); la seconda, la Graphia, del secolo XIII; la terza, i testi del secolo XIV (De mirabilibus civitatis Romae); la quarta, i Mirabilia abbreviati e interpolati dei secoli XIV e XV; la quinta i Mirabilia congiunti con la rinascente dottrina, ancor essi dei secoli XIV e XV; la sesta, l'Anonimo Magliabecchiano, che è del secolo XV.
Nulla si sa dell'autore del libro. Nel 1851 il Bock annunciava un testo nuovo, e il nome del primo autore di essi, un Gregorius magister, non altrimenti conosciuto nella storia letteraria del medio evo[125]; ma passarono circa vent'anni senza che di tale scoperta si udisse più fare parola. Finalmente nel 1870, lo stesso Bock, in un articolo sulla testè citata pubblicazione del Parthey[126], svelò il mistero. Un capitolo del Polychronicon di Ranulfo Higden, rimasto precedentemente inedito, ma allora fatto già di pubblica ragione[127] (il che dal critico non fu risaputo), contiene una parte dei Mirabilia, con alcune peculiarità che non s'incontrano altrove. Il cronista inglese afferma di aver tratto ciò che dice di Roma e dei suoi monumenti da Martino Polono e dal suddetto magister Gregorius[128]. Il Bock stimò questo magister Gregorius essere stato il primo compilatore dei Mirabilia, mentre il De Rossi giudica la compilazione a lui attribuita una delle meno antiche, e credo con ragione[129].
Sia qui inoltre notato di passaggio che l'Harding, nella sua Confutation of the Apology of Jewel, stampata in Anversa nel 1565, f. 166 v., fa autore dei Mirabilia lo stesso Martino Polono.
Pochi libri ebbero nel medio evo la celebrità e la diffusione dei Mirabilia. Ciò si deve anzi tutto, parmi, al trovarsi felicemente combinata in essi l'ammirazione per Roma antica con la devozione inspirata da Roma cristiana. Alla descrizione delle mura, delle porte, dei principali monumenti, si accompagna il catalogo dei luoghi più celebri ricordati nelle Passioni dei Santi, la enumerazione dei cimiteri, la indicazione di molte chiese.
Un sentimento schietto ed ingenuo di ammirativa benevolenza per quell'antichità gloriosa che aveva lasciato nei marmi e negli spiriti indestruttibile memoria di sè prorompe da tutto il libro. Giunta al fine della sua rassegna la Descriptio plenaria si chiude con le seguenti parole: «Haec et alia multa templa et palatia imperatorum, consulum, senatorum praefectorumque tempore paganorum in hac Romana urbe fuere, sicut in priscis annalibus legimus et oculis nostris vidimus et ab antiquis audivimus. Quantae etiam essent pulchritudinis auri et argenti, aeris et eboris pretiosorumque lapidum, scriptis ad posterum memoriam quanto melius potuimus reducere curavimus».
Le leggende inserite qua e là, alcune delle quali strettamente si legano alla storia dei primi secoli della Chiesa, accrescevano attrattive al libro, che noi troviamo citato, o accolto per intero, in iscritture di diversissima indole. Benedetto, Albino, Cencio Camerario ne usano come di documento officiale. Alcuni cronisti lo introducono, se non in tutto, in parte, nelle loro storie, primo fra tutti il domenicano Martino Polono, morto nel 1279, la cui cronaca conosciuta comunemente sotto il nome di Martiniana godette di grandissima riputazione durante il XIII, XIV e XV secolo. Martino Polono attinge probabilmente dalla Graphia, poi molti attingono da lui, tra gli altri il già citato Ranulfo Higden (c. 1299-1363), e il Signorili nel libro intitolato De juribus et excellentiis urbis Romae, scritto per ordine di papa Martino V (1417-31)[130], l'autore di una cronaca latina contenuta in un codice della Casanatense, segnato A II, 20, e probabilmente anche il Ramponi nella Historia di cose memorabili della città di Bologna, istoria che va sino all'anno 1432. Accolgono inoltre più o meno distesamente il testo dei Mirabilia Giacomo da Acqui (c. 1330) nella sua Cronaca,[131] l'autore dell'Eulogium[132], il quale certamente attinse da Ranulfo Higden, Giovanni Mansel, nella Fleur des histoires[133], Giovanni d'Outremeuse nel Mireur des histors[134]. Giovanni d'Outremeuse descrive le meraviglie di Roma secondo le cronache d'Estodien e con alcune particolarità che altrove si cercherebbero invano. Questo Estodien, non è evidentemente altri che l'Hescodius citato dalla Graphia, da Martino Potano, e da altri parecchi[135]. Le particolarità che nel racconto si trovano farebbero quasi credere che Giovanni d'Outremeuse avesse veramente sott'occhi una recensione dei Mirabilia diversa dalle conosciute sin qui; ma è più probabile ch'egli abbia attinto da Martino, e che le particolarità le abbia aggiunte di suo. Fazio degli Uberti trae dalla Graphia, ma forse anche in parte dal racconto di Martino, ciò che di Roma fa dire alla stessa Roma nel c. 31, l. II del Dittamondo. Finalmente un ristretto dei Mirabilia si trova anche negli Otia imperialia di Gervasio di Tilbury[136] .
La celebrità dei Mirabilia si mantenne lungamente anche dopo che il Rinascimento, facendo meglio conoscere l'antichità, specie la romana, ebbe dato lo sfratto alle favole immaginate dal medio evo. Essi compajono ancora in molti manoscritti del XV secolo; trovata la stampa, se ne fecero numerose impressioni. Anche altre città in Italia ebbero descrizioni per più rispetti somiglianti a quella che di Roma si ha nei Mirabilia, ma nessuna poteva sperare la celebrità toccata a questi. Galvagno Fiamma cita a più riprese una Descriptio urbis Mediolanensis dalla quale toglie ciò che dice delle fabbriche più insigni di Milano. Intorno al 1320 un anonimo compose un Commentarius de laudibus Papiae[137]. Ma Milano e Pavia non erano Roma. Descrizioni delle loro bellezze e singolarità potevano importare ai Milanesi e ai Pavesi, non a tutti gli abitatori dell'orbe cattolico. I Mirabilia sono un'altra prova del primato di Roma.
Per discorrere in modo adeguato delle diversità più o meno rilevanti che il testo dei Mirabilia presenta negli innumerevoli manoscritti, e delle variazioni cui esso andò soggetto in processo di tempo, si richiederebbe un'apposita e lunga dissertazione. Qui qualche breve cenno potrà bastare. Sebbene i testi conosciuti possano, come s'è detto di sopra, ridursi a due recensioni principali, pure le differenze loro nei particolari sono qualche volta assai numerose. Già il testo più antico pervenuto sino a noi è un testo corrotto[138]. Passando di trascrizione in trascrizione la redazione primitiva si altera sempre più, e si accresce di varie accessioni, che non sempre hanno stretta attinenza con il resto. Una descrizione delle province d'Italia, tolta da Paolo Diacono, gli si annetterà in fine od in principio[139]; lo si interpolerà con una storia della cattività di Babilonia, e con una interpretazione del sogno di Nabuccodonosor[140], lo si correderà di considerazioni filosofiche e morali, lo si arricchirà d'interi capitoli[141]. A poco a poco, le alterazioni prenderanno un doppio indirizzo ben determinato, e si faranno in qualche modo sistematiche, provocate, per una parte, dal sentimento religioso, e, per un'altra, dalla nuova e crescente coltura dell'umanesimo. I Mirabilia nella prima lor forma non soddisfacevano se non assai imperfettamente ai bisogni dei pellegrini, che si recavano a Roma con lo scopo precipuo di visitare i santuarii e di purgarsi dei loro peccati. Ed ecco introdursi in essi, e prendervi luogo sempre maggiore, la indicazione delle stazioni e delle indulgenze, e la descrizione delle reliquie più cospicue[142]. Ciò accadeva più particolarmente nelle traduzioni[143]. Così venivan fuori mano mano certi nuovi Mirabilia che con gli antichi nulla più avevano di comune[144]. Ma in pari tempo la coltura del rinascimento si diffonde e prevale; già nasce un'archeologia scientifica, già si mostrano i primi archeologi. Il così detto Anonimo Magliabecchiano[145], tiene un luogo di mezzo fra i Mirabilia e il Poggio o il Biondo; egli deve avere scritto nei primi anni del secolo XV. Le favole a poco a poco spariscono. Nei Mirabilia Romae pubblicati da Marcello Silber, alias Franck, in Roma, nel 1513, si ripetono ancora le leggende di Trajano, della Salvatio, dei Cavalli marmorei, del Cavallo di Costantino, di Augusto. Seguono le indulgenze delle chiese di Roma, un sommario della storia della città, la descrizione delle sette chiese e di molt'altre. Vi si riportano versi devoti ed iscrizioni. Ma nell'Opusculum de mirabilibus novae et veteris urbis Romae, edito da Francesco de Albertinis chierico fiorentino, e dedicato a Giulio II (per maestro Jacopo Mazochio in Roma, 1510), delle favole medievali non si trova più traccia, mentre abbondano le citazioni di antichi scrittori. Finalmente le Collectanea di Fabricio Varano, la Descriptio Romae di Raffaello Volaterra, l'Antichità di Roma di Andrea Pallajo, più non ricordano i Mirabilia che per lo schema del Regionario conservato in parte.
Qui cade in acconcio far qualche parola di un curioso libro, salvo alcuni pochi frammenti, tuttora inedito e assai poco noto, la Polistoria, cioè, di Giovanni Cavallino de' Cerroni, la quale non è, come il titolo potrebbe far credere, un'opera storica propriamente, ma è piuttosto un trattato d'antichità romane, e, insieme, una descrizione di Roma[146]. Dell'autore non si sa altro se non quel pochissimo ch'egli stesso dice nel titolo dell'opera sua[147]: era scrittore della Sede Apostolica e canonico di Santa Maria Rotonda; fioriva probabilmente verso il mezzo del XIV secolo[148]. Tutto il libro, ch'egli dice di avere scritto a richiesta di molti amici curiosi e solleciti della gloria di Roma, lo dimostra uomo di molta e varia, benchè farraginosa erudizione: non vi si legge pagina senza trovarvi citato qualche scrittore pagano o cristiano: Cicerone, Catone, Tito Livio, Sallustio, Lucrezio, Virgilio, Giovenale, Vegezio, Plutarco, Giustino, Valerio Massimo, Orazio, Lattanzio, Boezio, San Gregorio, Isidoro di Siviglia, Hugutio e altri. A canto alle Sacre Scritture vi si cita spesso il Digesto. L'opera è divisa in dieci libri, che abbracciano tutti insieme non meno di centoventinove capitoli[149]. Vi si discorre promiscuamente di Roma pagana e di Roma cristiana. Nel l. I si ragiona di Roma invitta, eterna e beata, origine delle leggi e delle armi, principio di sovranità, maestra al mondo di nobilissimi esempii, clemente ed umana coi nemici, punitrice inesorabile dei malvagi. In essa è la Cattedra di San Pietro per cui si compiono gli alti destini meditati dalla Provvidenza, si conciliano insieme l'antico e il nuovo diritto. Al l. II porge argomento il discorso di Orazio Coclite al ponte, e una discussione circa le perfette qualità militari. Il l. III tratta della eccellenza della Città quanto ai cittadini e reggitori suoi, il che offre occasione all'autore di ricordare in due capitoli la legazione famosa di Pilato a Tiberio, e la distruzione di Gerusalemme per Vespasiano e Tito; poi alcune cose si soggiungono circa le dignità e virtù del sacerdozio. Nel l. IV si parla delle virtù della croce, della significazione delle insegne romane, dei pregi e della gran nobiltà di Fabrizio, degli Scipioni e di Giulio Cesare. Il V tratta dei giuochi e delle carceri quali usavano in Roma. Nel VI, ch'è fra tutti il più lungo, si ragiona del modo di costruire le città in genere, poi dei tredici fondatori di Roma, a principiare da Noè, poi delle diciannove porte. Il VII è tutto speso nella descrizione dei sette monti. L'VIII tratta delle tredici regioni in cui Roma era divisa. Nel IX si dice dei dodici popoli da cui primamente fu Roma abitata, e perchè sieno tredici regioni, e come sorse e fu denominata Città Leonina. Il X finalmente tratta della condizione del suolo ove Roma fu edificata, dei pregi d'Italia e dei cittadini Romani e Italici, della istituzione dell'impero, delle virtù che debbono essere nell'imperatore, delle relazioni vicendevoli della Chiesa e dell'impero. Alcuna volta non torna facile, così alla prima, scorgere il nesso de' varii argomenti trattati in uno stesso capitolo; pur tuttavia questo nesso non manca, secondo le opinioni e le credenze dei tempi. Così nel l. IV si discorre, come abbiamo veduto, delle virtù della croce e delle insegne romane, e a discorrerne congiuntamente l'autore è tratto senza sforzo dalla vittoria che Costantino, recando appunto per nuova insegna la croce, riportò sopra Massenzio.
Pei tre libri VI, VII e VIII, dove si ragiona della fondazione di Roma, delle porte, dei monti, delle regioni, il trattato di Giovanni Cavallino viene ad avere più stretta relazione colla Graphia e coi Mirabilia. Egli certamente conobbe e l'una e gli altri, ed anzi, quanto alla Graphia, espressamente lo dichiara, dicendo nel c. 20 del l. VI: «Graphia aureae urbis Romae stante in ecclesia sancte Marie nove de urbe quam vidi et iugiter legi». Dei Mirabilia non fa cenno, ed è omissione notabile; ma ben più strano deve parere certamente che delle leggende e delle descrizioni fantastiche contenute in quelle due cognitissime e divulgatissime scritture, egli, se si faccia eccezione di due o tre, non abbia voluto giovarsi. Non già che il suo libro vada esente da fantasticherie, chè pei tempi sarebbe stato un pretendere troppo; ma quelle che vi si trovano hanno tale un'aria, che a primo aspetto si riconoscono nate da erudita saccenteria, anzichè di schietto e popolaresco immaginare. Giovanni Cavallino patisce il male comune degli eruditi della età sua, la mania etimologica, l'ossessione dell'allegoria e del simbolo. Parlando delle porte e dei monti, egli ricorda i varii nomi di ciascuno, e cerca di darne ragione il meglio che può, e quando non l'ajutano la storia o il sapere, s'ajuta con la fantasia. Di queste curiose fanfaluche vedremo qualche esempio più sotto, ma darne un saggio anche qui non sarà fuor di luogo. La porta Septinea (Septimiana) prende il nome dalla plaga di settentrione, alla quale è rivolta, oppure lo deriva da sub e da Jano, trovandosi d'essere sotto il Gianicolo. Il monte Palanteo (Palatino) si denomina da Pallante, dea del sapere. Il colle Capitolino è così chiamato perchè capo di tutta la città, o piuttosto perchè vi si raccoglievano i senatori come i frati al capitolo. Il Celio ebbe nome dall'altezza, a celsitudine. Parlando delle regioni, dice quale fosse l'impresa del popolo di ciascuna, e s'industria di spiegare le figure e i colori che mostravano. Del resto, narrando, descrivendo, apostrofando, egli è sempre occupato dal pensiero di far concordare, in appoggio di quanto dice, gli scrittori e le prove.
L'opera di Giovanni Cavallino, scritta in sull'ultimo scorcio del medio evo, può considerarsi come il primo trattato di antichità romane che siaci rimasto. Essa è, senza dubbio, una congerie disordinata e deforme di fatti non ancora dominati dallo spirito critico, ma già vi si può scorgere dentro qualche bagliore del vicino Rinascimento, e ciò che ancora non viene a legare il pensiero, lega l'affetto di cui palpita ogni parola, l'affetto vivo e reverente per Roma invitta, eterna e beata. Quando vien meno l'ammirazione ingenua e fantasiosa dei Mirabilia, un'altra già ne comincia che prende e serba il suo luogo.
Dopo ciò entriamo nel vasto e popolato regno delle leggende.