CAPITOLO III. La fondazione di Roma.

Tra le storie dell'antichità, le quali il medio evo ricorda e ripete, una delle più celebri è la storia di Enea. Il giullare la sapeva a mente e la recitava all'occasione[150]. Enea era la Romanae stirpis origo, e l'Eneide il poema delle origini di Roma e del romano impero. Benedetto di Sainte-More e Heinrich von Weldeke rifacevano l'Eneide di Virgilio. Ma la leggenda, inclinata sempre ad allontanare nel passato i principii delle cose, non si ferma ad Enea, e s'ingegna di trovare prima di lui altri, più remoti fondatori.

Porcio Catone, Varrone, Fabio Pittore, Dionigi di Alicarnasso, Solino, altri parecchi, ci conservarono le numerose leggende che intorno alle origini della città, certo sino da tempi antichissimi, si vennero formando nella fantasia popolare[151]. Queste leggende, di cui non debbo qui discorrere di proposito, passarono nel medio evo, raccoglitore curioso e sollecito delle più disparate finzioni, e ben presto ebbero a trovarsi in nuova compagnia. Sono senza numero le cronache e gli altri libri d'ogni maniera in cui si ricordano i primi che vennero in Italia a fondare città e regni sul luogo stesso dove sorse poi Roma: Saturno, Giano, Italo, Roma, Ercole, Tiberi, ecc.

Già qualcuno degli antichi, non potendo raccapezzarsi fra le innumerevoli e contradditorie tradizioni, confessò delle origini di Roma nulla potersi sapere con sicurezza. Isidoro di Siviglia (c. 570-636) così ragiona in un luogo delle Etimologie[152]: «De auctoribus conditarum urbium plerumque dissensio invenitur: adeo ut ne urbis quidem Romae origo possit diligenter cognosci. Nam Sallustius dicit: Urbem Romam, sicuti ego accepi, condidere atque habuere initio Troiani, et cum iis aborigenes. Alii dicunt ab Evandro, secundum quod Virgilius: Tunc rex Evandrus romanae conditor arcis. Alii a Romulo, ut, En huius, nate, auspiciis illa inclyta Roma. Si igitur tantae civitatis certa ratio non apparet, non mirum si in aliarum opinione dubitatur». Circa l'800, Giorgio Sincello, riferite alcune delle tradizioni più divulgate circa l'origine di Roma, dice non trovarsi due soli scrittori che vadano fra loro d'accordo[153]. Ma la leggenda ha per officio appunto di sapere ciò che la storia certa non sa.

La leggenda è singolarmente logica ne' suoi procedimenti. Stabilito che le sorti di Roma erano intimamente collegate con le sorti del cristianesimo, e riconosciuto che la fondazione della città era stata, sin dai primordii della storia dell'uman genere, contemplata dalla Provvidenza, ragion voleva che la leggenda si prolungasse innanzi e indietro, nel futuro e nel passato, sino a quegli estremi termini a cui la storia stessa, così com'era figurata e limitata nel dogma, le poteva concedere di pervenire. Per una parte dunque la leggenda si stende sin quasi alla catastrofe del gran dramma dell'umanità, il Giudizio Universale: l'Anticristo porrà fine al sacro romano impero. Per un'altra essa rimonta indietro sino a Noè.

Perchè sino a Noè e non sino ad Adamo? La ragione è per se stessa evidente. Il diluvio spazza dalla faccia della terra le città ed i regni; dopo il diluvio la storia del genere umano comincia da capo, e, per certi rispetti, si può considerare Noè quale il primo uomo. Ragionevolmente le origini di una città non si potevano far rimontare al di là del diluvio. Inoltre, con porre primo fondatore Noè, il patriarca senza colpa scampato all'universale sterminio, si procacciava alla città un titolo particolarissimo di santità e di gloria. Da Noè verrà il nuovo genere umano che sarà redento da Cristo, da Noè dev'esser dato principio a quella Roma che ha da preparare il mondo alla venuta del Redentore. Si aggiunga che da Noè discendendo tutti i popoli, il luogo dove quegli aveva fermato la sua sede, acquistava su tutto il mondo un legittimo impero. Un padre della Chiesa, ragionando sui fatti compiuti, non avrebbe potuto trovare fra essi relazioni più significative di quelle che, inconsciamente, trovava la fantasia popolare.

Come, dove, quando sia nata così fatta leggenda non è nessuno che possa dirlo. Nata che fu, si divulgò rapidamente, e s'introdusse in libri d'indole diversissima.

Il più antico è la Graphia aureae urbis Romae. Quivi si narra come il patriarca Noè, dopochè la sua pervertita discendenza ebbe edificata la torre di Babele, entrò co' figliuoli in una nave e approdò in Italia. Non lunge dal luogo dove poi sorse Roma, costrusse una città cui diede il suo nome, ed ivi terminò le fatiche e la vita. Giano, suo figliuolo, insieme con un altro Giano, figliuolo di Jafet, e con l'indigena Camese, costrusse poi sul Palatino una città denominata Gianicolo: «in monte Palatino civitatem Janiculum construens regnum accepit». Circa quel medesimo tempo venne in Italia anche Nembrot, che è tutt'uno con Saturno: «Nemroth, qui et Saturnus, a Jove filio eunuchizatus ad jam dictum Jani regnum devenit». Si noti come la leggenda cristiana cerca di appoggiarsi sulle tradizioni pagane. Saturno riappare in Nembrot, Giano è figlio di Noè: or ora vedremo lo stesso Noè tramutarsi in Giano. Saturno fondò sul Campidoglio una città chiamata Saturna; poi venne Italo coi Siracusani, venne Ercole cogli Argivi, venne Tibri re degli Aborigeni, vennero Evandro, e il re dei Coribanti, e Glauco e Roma e Aventino Silvio, i quali tutti fondarono sulla terra di Roma varie città. Ma il luogo più illustre fu, sin dalle origini, il Palatino, «in quo omnes postea imperatores et cesares feliciter habitaverunt».

Questa storia riferisce per filo e per segno nel suo Libellus de quatuor majoribus regnis et Romanae urbis exordio, Martino Polono[154], morto nel 1279; nè si può dire con sicurezza s'egli la tragga dalla Graphia o d'altronde, comechè usi nel narrarla quasi le stesse parole di quella. Galvagno Fiamma (c. 1344), quanto circospetto e preciso nel narrare le cose de' tempi suoi, altrettanto facile ad accogliere ogni più solenne stravaganza quando parla de' tempi antichi, ripete nel suo Manipulus Florum il racconto della Graphia, che chiama liber valde authenticus[155], confortandolo di sue molte ragioni, e lo stesso fa Giovanni da Cermenate[156], vissuto nella prima metà del XIV secolo. Ma i ripetitori, di solito, attingono piuttosto che dalla Graphia, dal Libellus di Martino Polono. Così Ranulfo Higden nel Polychronicon[157], l'autore dell'Eulogium[158], l'autore di una cronaca francese intitolata Compendium Romanorum[159], ecc. Di altri non si può dire se attingano dalla Graphia oppure dal Libellus, benchè sia piuttosto da credere che da questo. Così il Ramponi nella citata Historia di cose memorabili della città di Bologna[160], lo Pseudo Leonardo Aretino, in quella grossolana contraffazione della Fiorita d'Italia di Fra Guido, che s'intitola L'Aquila volante[161], l'autore di un sunto di storia romana a cui va aggiunta una descrizione di Roma, contenuto nel cod. Marciano lat., cl. X, CCXXXI. Teodorico Engelhusio sembra attingere da una fonte diversa dalle comuni quando dice nel Chronicon: «Hoc tempore Noë, cum filii contra Dei et suam voluntatem turrim construere coepissent, ipse cum filio suo Jonico ratem adscendens, pervenit ad locum Europae ubi nunc est Roma, et ibi constructo palatio, juxta Albulam resedit, ubi nunc est Ecclesia S. Johannis ad Janiculum, a nomine filii sui Jano; non longe tandem ab urbe sepultus, ut ait Estadius, anno vitae suae DCCCCL». Questo Jonico (Jonito, Janito) di cui parla a più riprese Gotofredo da Viterbo, e che già trovasi ricordato nella Historia Scholastica e nelle Revelationes di Metodio, altri probabilmente non è che lo stesso Jano o Giano.

Raccontando la venuta di Noè in Italia la Graphia e Martino Polono citano un Hescodius (altrove Escodius, Estodius, Eustodius) nome non altrimenti conosciuto nella storia letteraria. L'Ozanam gli vorrebbe sostituito Esiodo che pure si trova citato[162], ma che sarebbe senza dubbio anch'esso nome suppositizio. Nella edizione della Cronaca di Martino Polono pubblicata in Basilea il 1559, a Hescodius fu sostituito Methodius; ma negli scritti che vanno sotto il nome di Metodio nulla si trova che giustifichi tale sostituzione.

Fazio degli Uberti, introducendo nel c. 12 del l. I del Dittamondo, Roma a narrare la propria storia, fa ch'ella dica fra l'altro:

Nel tempo che nel mondo la mia spera

Apparve in prima qui dove noi stiamo,

Dopo il diluvio ancor poca gente era.

Noè, che si può dire un altro Adamo,

Navigando per mar giunse al mio lito,

Come piacque a colui ch'io credo ed amo;

E tanto gli fu dolce questo sito,

Che per riposo alla sua fine il prese

Con darmi più del suo ch'io non ti addito[163].

Non so se a tutta questa favola della venuta di Noè in Italia e di una città da lui fondata sul luogo di Roma, non abbia per avventura dato origine un monumento che nel medio evo si vedeva nel Foro di Nerva, e a cui era stato dato il nome di Arca di Noè[164]. Giacomo Malvezzi crede che il Noè che venne in Italia non fu il Patriarca, ma un altro[165].

Galvagno Fiamma narra inoltre, seguendo in parte la Historia scholastica di Pietro Comestore[166], come il figliuolo di Noè, Janito, peritissimo in astrologia, vaticinasse i quattro imperi, e la dominazione del quarto, cioè del romano, sopra tutta la terra. «Quo audito Nembrot gigas altissimus, et tyrannus crudelissimus, qui turrim Babel propterea erexit cupiditate dominandi altius, ut in illa Civitate nomen suum perpetuum haberet, vocavit filium suum nomine Camesem, praecipiens ei, ut navigio intraret Italiam, et ibi aliquam Civitatem construeret, sperans quod illa foret, quae Domina Mundi futura esset: Quibus auditis Cameses, praecepto patris arctato, navigio intravit Italiam, et in partibus ubi nunc est Roma, primus inhabitator fuit»[167]. Dopo di lui viene in Italia Noè.

Ma ciò che fa più maraviglia si è ritrovare la leggenda nel libro di Pierfrancesco Giambullari, intitolato Origini della lingua fiorentina, altrimenti il Gello, e stampato la prima volta in Firenze l'anno 1547. Messer Pierfrancesco, autore della Storia generale d'Europa, e uno dei fondatori dell'Accademia Florentina, par quasi voglia darsi l'aria d'avere scoperto egli per il primo questo gran fatto della venuta di Noè in Italia e mostra di riuscire a tale scoperta per via d'induzioni, come potrebbe fare uno storico moderno, che, col sussidio della filologia e della mitologia comparata, risalendo di grado in grado, riesca a stabilire alcun fatto della storia primordiale. Ecco, in succinto, il suo ragionamento, scopo ultimo del quale si è di mostrare che la lingua toscana deriva dall'aramea per mezzo dell'etrusca. Anzi tutto si vogliono fissare due punti non soggetti a controversia: l'Italia fu, negli antichissimi tempi, denominata Enotria, e Giano fu il primo re d'Italia secondo le memorie più autentiche. Ora Enotria vuol dire paese del vino, e Jano è nome arameo ed ebraico, formato di Jain, che significa vino, e di no, che significa famoso. Dunque Jano è l'inventore del vino e una stessa cosa con Noè, il quale è pure tutt'uno con Ogige e con Cielo, ossia Urano. «Ma che Jano sia veramente Noè lo manifesta ancora il suo sepolcro, trovato (dicono) a Roma nel monte Janicolo non è molti anni. Perchè in quello, oltre la testa con due visi, ed oltre la nave, si vedeva intagliata una vite con molti grappoli di uva per conservare quanto più si poteva la memoria di tanto dono». Le due facce simboliche di Giano assai bene si convengono a Noè, il quale appartenne a due diverse età, l'una prima, l'altra dopo il diluvio[168]. Noè venne in Italia 108 anni dopo il diluvio, prima assai della confusione babelica, la quale segui poi l'anno 340. Saturno più tardi si associò a lui, e allora ebbe principio l'età dell'oro[169].

Finalmente Giovanni d'Outremeuse, attingendo a non so che sorgenti, narra la seguente ingarbugliatissima istoria[170]: «A temps de chis Nemprot vient promier Japhet habiteir en Europe; si amynat awec ly dois de ses fils, qui furent nommeis Jabam et Rachem. Et vinrent aweo eaux Janus, li fils Jabam, et Janus, li fils Rachem, et pluseurs altres de la nation Japhet, et vinrent en droit lieu où la citeit de Romme fut depuis et est fondée. — Et edifiat là chascon tabernacles, sicom vilhettes petites; et furent toutes nommeis apres leurs nommes des II Janus, excepteit une qui fut nommée Recheane, apres Rachem. Mains ilhs n'oirent nient là habiteit une an, que grant multitude de serpens et altres biestes vynemeux les racacherent oultre mere, dont ilh astoient venus». Ma poi Rachem tornò «par le commandement de Dieu qui li envoiat certain signe, par lequeile ilh fist vuidier de son pays tous les serpens, et s'en alerent en Orient. Se prisent puis ches serpens habitation en la thour de Babel, c'on nommoit adont la thour de confusion. — Chis Rachem fist mult de habitation en Europ, en la partie c'on nomme Ytalie, où Romme siet»[171].

Poichè siamo a discorrere delle prime favolose origini di Roma, fermiamoci un momento sopra una curiosa leggenda rabbinica, la quale esprime assai bene l'odio che, dopo la distruzione di Gerusalemme, gli Ebrei nutrirono per Roma, e che così sovente si trova significato nei Talmudisti. Nello Scir hascîrun rabba si dice che nel giorno medesimo in cui Salomone sposò la figlia di Neco, l'angelo Michele, ministro dell'ira del Signore, piantò una grossa canna nel mare, intorno alla quale si raccolse a poco a poco la terra su cui più tardi fu edificata Roma. Nel giorno in cui Geroboamo eresse i due vitelli d'oro furono in quella terra costrutte due capanne, le quali tosto rovinarono. Ricostrutte, rovinarono novamente. Allora un vecchio per nome Abba Kolon, disse a coloro che le costruivano: «Queste capanne non si reggeranno finchè voi non mescoliate la terra con acqua dell'Eufrate». Il vecchio parte e procaccia l'acqua, la quale, mescolata col limo, fa sì che le capanne si reggano. Nel trattato Avóda fára del Talmud Gerosolimitano si dice che le due capanne furono costruite da Romolo e Remo. Nel Medras Tillim si dice che Romolo e Remo costrussero due grandi capanne; ma nel trattato Sciabbath non si parla che di una capanna sola. Nel Kol bóchim è l'angelo Gabriele quegli che pianta la canna[172].

Per finirla con le leggende che si riferiscono a tempi anteromulei, riporterò ancora un passo curioso della Cronica di Alfonso il Savio. Nel c. XCIX, della parte 1ª, si legge quanto segue: «Otros cuentau en las estorias antiquas de España que quando el rey Rocas anduvo por el mundo buscando los saberes, assi como es ya contado en el comienço de esta estoria de España, que vino por aquel logar do despues fue poblada Roma, è escrivio en dos marmoles quatro letras, las dos en el uno è las dos en el otro que dezien Roma, è estas fallo hi despues Romulo quando la poblo, è progol mucho porque acordavan con el su nombre, è pusol nombre Roma»[173]. Così più tardi, secondo che nella stessa cronaca si legge (c. VI), Giulio Cesare edificò Siviglia per certa indicazione che trovò fatta da Ercole sopra una lapide.

Non mi fermo sui successori di Enea, intorno ai quali tanto già avevano favoleggiato gli antichi. Il medio evo non li dimentica; ma ne stravolge i nomi nelle più inaspettate, e spesso nelle più comiche guise. Dei tempi di Enea e delle guerre da lui combattute, si credette d'aver trovato, verso l'anno 800 secondo Elinando, nell'XI secolo secondo Guglielmo di Malmesbury, un curioso testimonio; il corpo cioè di Pallante, con quest'epitafio:

Filius Evandri Pallas, quam lancea Turni

Militis occidit more suo, iacet hic.

Il corpo, mirabilmente conservato, era gigantesco; la ferita in mezzo al petto misurava quattro piedi e mezzo[174]. Ma veniamo oramai a Romolo e a Remo e alle leggende che li riguardano.

Al pari degli altri più famosi eroi Romolo e Remo sono ricordati e celebrati nel medio evo. Guiraut de Calanson, nel conosciutissimo enseïnhamen dove enumera le storie che il giullare non deve ignorare, fa pure ricordo

De Romulus

E de Remus

Cil que feron Roma bastir.

Di Romolo dice Fazio degli Uberti nel Dittamondo[175]:

Bel fu del volto, di membri e del busto,

Forte, leggiero e di grand'intelletto,

E temperato molto nel suo gusto.

Va da sè che in pieno cristianesimo non si poteva più credere alla favola gloriosa degli amori di Marte e di Rea Silvia. Ciò nondimeno Giovanni d'Outremeuse racconta ingenuamente la strana storia che segue, probabilmente da lui medesimo immaginato[176]: «Item, l'an David IIIe et VI, astoit aleis joweir li roy Amilius des Latins en la citeit de Remech, et là engenrat-ilh en corps de sa femme, le XV jour de may, à une fois II enfans lesquelles furent al chief del terme neis en une altre citeit qui oit nom Romech; et, quant li roy veit que sa femme Oderne estoit délivrée de dois enfans marles, se nominat le promier qui nasquit, selonc la citeit de Romech en laqueile ilh astoit neis, Romelus; et l'autre ilh nommat Remus selonc le nom de la citeit de Remeche, où ilh furent engenreis..... Item, l'an David IIIe et XXV, transmuat Mars le dieu des batailhes et li dies des Latins, les figures Romelius et Remus en la semblanche des figures de Romelus et de Remus, les enfans le roy Amilius, tout entirement de corps, de vestimens, de parolles, de sens et de tout; et se les fist demoreir avec le roy une nuit en dormant, si que le matinée ilh furent ausi adeistre à la court que doncque fussent les altres. Et les aultres, qui astoient drois fis de roy, ilh mist demoreir avec Laurenche, en la maison le pastour, ensyment transmueis. Et chu fist-ilh portant que li roy Amilius devoit morir, qui morut l'an del coronation le roi David IIIe et XXVI».

Giovanni Mansel nella Fleur des histoires dice di Rea Silvia supposta gravida di Marte: «Et peut estre qu'elle fut illusée ou opprimée d'ung deable incube». Antonio Cornazzano invece, riferita l'antica storiella, soggiunge argutamente[177]:

Se pur tal cosa favola si crede,

La madre è da lodar per l'inventiva

Che del suo stupro a dio la colpa diede.

In una storia latina manoscritta che si conserva nella Nazionale di Torino (cod. E, V, 8) si legge (f. 1 r., col. 2ª): «Romulus et Remus nati occulto coitu ex Helia filia Numitoris»; ma nel Commento alla Divina Commedia d'anonimo del secolo XIV[178] si dice schietto schietto: «La verità fu che un chierico della chiesa ebbe a fare con lei, et di lui et di lei nacquono Romolo et Remo».

La favola della lupa nutrice[179], già messa in dubbio dagli antichi[180], trova ancor essa pochi sostenitori, e sì che l'ammetterla per vera non doveva sembrare troppo difficile nel medio evo, quando più casi consimili si raccontavano dagli storici[181]. Brunetto Latini così ne ragiona nel Tesoro[182]: «Et parce que maintes estoires devisent que Romulus et Remus furent né d'une lue, il est bien droiz que je en die la verité. Il est voirs que quant il furent né, l'on les gita sor une riviere parce que le gent ne s'aperceussent que lor mere eust conceu. Entor cele riviere manoit une feme qui servoit à touz communement, et tels femes sont apelées en latin lues. Cele feme prist les enfanz et les norri molt doucement; et por ce fu il dit que il estoient fil d'une lue, mais ne estoient mie». Cedreno narra invece[183] che la nutrice di Romolo e Remo fu una guardiana di pecore. Donne sì fatte si chiamarono lupe, perchè use a vivere nei monti fra i lupi. Non so quale fortuna tale opinione s'abbia avuto in Oriente; ma in Occidente, quella che Brunetto Latini espresse in forma sì categorica, prese il sopravvento. Armannino Giudice dice brusco e succinto che la nutrice dei figliuoli di Rea «fu una grande puttana, ma li autori volsero parlar di loro cortesemente»; e ancora: «perchè ella era la maggior puttana del paese per la gente si chiamava lupa». Giovanni d'Outremeuse, eclettico e conciliativo, racconta che i due fanciulli furono allattati e da una lupa e da Acca Larenzia, per cagione de' suoi costumi soprannominata lupa. Ciò non di meno la lupa, quale emblema delle loro origini, fu sempre cara ai romani, anche nei tempi di mezzo. Benedetto di Sant'Andrea, il quale scriveva intorno al mille, parlando di un luogo del Laterano cui davasi nome Ad lupam, ricorda due volte che la lupa era detta madre dei Romani[184].

Romolo fonda Roma riunendo in una le molte città costruite da' suoi precedessori, e chiamandola dal proprio suo nome[185]. A compiere la nuova città si richieggono numerosi artefici e copiosi materiali. Non si voleva credere che Roma nel suo principio altro non fosse stata che un povero villaggio e un nido di malandrini. Il solito Giovanni d'Outremeuse racconta[186] : «Sor l'an del coronation le roy David IIIº e XLVII, commenchat Romelus à edifier la grant citeit de Romme; si mandat ouvrirs par tout Europ, et assembla toute la mateire que ilh besongnoit à son ouvraige; se fist encloire de murs toutes les citeis que ses devantrains avoient fondeit, dont la plus grant astoit Eneach, que Eneas fondat; et toutes les altres qui là altour astoient fondées, por tant qu'ilh gisoient toutes en unc reon à une liewe ou demy pres, et si en estoit par compte XXXVI citeis, encloyt ou fist encloire Romelus; et fist une seule citeit, et leurs tollit leurs noms, quant elle fut parfaite, et appellat selonc son nom celle citeit Rome, et encor at-ilh à nom Romme». Ciò avvenne l'anno del mondo IIIIm IIIc IIIIxx IIII, cioè 4484. Secondo Armannino Giudice Romolo e Remo costrussero Roma quando già avevano conquistate molte terre, ed erano venuti in grande signoria. «Ora sono gli due fratelli in molto grande stato. Molte e molte terre si sommisero. Tanto cresciette la loro grande possa ch'egli pensarono di fare nuova ciptade la quale fosse chapo di tucto il reame. Consiglio n'ebero da loro indovini ove meglio fare si dovesse la ciptade per migliore sito e per più fertile luogho, per buon agurio e sotto migliore pianeto. Subitamente apparve una aguglia sopra quello luogho dove è oggi Roma rotando intorno al cerchiovito, facciendo lo suo giro. Questo fece dalla mattina insino a sera. Gl'indovini dissero apertamente che questo era miracholo da dio per dimostranza che la ciptade fare si dovesse proprio in quello luogo sopra 'l quale l'aguglia girava, e che quell'aguglia mostrava che quella ciptà che fare si dovea in quello luogho sarebbe chapo, guida e maggiore sopra ogni altra terra. Quivi allora fu chominciata la nobile ciptade la quale fu ed è per excellenza chapo del mondo»[187]. Nelle già citate cronache latine, contenute nel manoscritto H, V, 37 della Nazionale di Torino, si dice (f. 26 r.) che Romolo e Remo fondarono Roma con la speranza che s'avesse ad adempiere per essa la profezia di Jonito e una rivelazione fatta ad Enea. In pochi giorni Roma, il cui muro girava ventidue miglia, ed era munito di trecentosessanta torri, soggiogò tutte le città e i castelli vicini. Secondo Cedreno Romolo divise la città in quattro parti in onore dei quattro elementi, e costrusse un circo le cui dodici porte simboleggiavano i dodici segni dello zodiaco, e l'altre parti rappresentavano la terra, il mare, l'orto, l'occaso, il corso dei sette pianeti, il cielo. L'uso dei colori onde si distinsero le quattro fazioni, Prasina, Veneta, Alba e Russata, risale sino a lui[188]. Costantino Manasse (XII secolo) racconta[189] che Romolo segnò i confini della città con un aratro cui erano aggiogati un toro e una giovenca, il toro dalla parte esterna per significare gli uomini dover essere formidabili agli stranieri, la giovenca dalla parte interna per significare dover le donne essere feconde e fedeli ai loro mariti. Romolo tolse pure una zolla fuor del confine, e la gettò dentro alla città augurando che questa potesse allargarsi a spese altrui.

Roma, sin dal suo primo nascere opulenta e magnifica, non fu popolata di pastori e di banditi, ma di varie stirpi generose, e di molti nobili uomini. A tale proposito dice la Graphia: «Anno autem CCCC.XXX.III. destructionis troianae urbis expleto, Romulus Priami Troianorum regis sanguine natus, XXII. anno etatis sue, XV. Kal. maias omnes civitates iam dictas muro cinxit, et ex suo nomine Romam vocavit. Et in ea Etrurienses, Sabinenses, Albanenses, Tusculanenses, Politanenses, Telenenses, Ficanenses, Janiculenses, Camerinenses, Capenati, Falisci, Lucani, Ytali, et omnes fere nobiles de toto orbe cum uxoribus et filiis habitaturi conveniunt»[190]. In quella strana farragine storica che va sotto il nome di Gioseffo Gorionide si narra che Romolo per paura grande che ebbe di Davide, cinse con un muro di quarantacinque miglia di giro la città da lui fondata. Vi si accenna anche a una guerra combattuta fra Romolo e Davide, ma non si dice quale ne fosse l'esito[191].

Due diverse leggende corsero nell'antichità sulla morte di Remo[192]. Il medio evo accolse ora l'una, ora l'altra, ma diede anche lo spaccio a qualche nuova finzione. Secondo una leggenda nata, senza dubbio, in Francia, Remo, separatosi dal fratello, fondò la città di Reims, la quale sorpassava di gran lunga Roma in bellezza e in ricchezza. Tornato dopo alcun tempo a Roma, varca con un salto l'umile muro della città, ed è dal fratello fatto morire. Il figlio di Remo uccide poi lo zio e regna in suo luogo. Questa storia si trova ora con una, ora con un'altra variante, nel romanzo francese d'Athis et Prophilias, in Giovanni d'Outremeuse, nei Faictz merveilleux de Virgille, nel Virgilius inglese[193] ecc. Nell'Athis et Prophilias la storia è narrata nei seguenti termini:[194]

Et Remus s'en ala en France,

Une cite fist par poissance;

Quant il [l'] ot assise e fondee

En son non l'a Rains apelee.

. . . . . . . . . . . .

A Rains estut Remus lonc tens,

Tant qu'il li vint en son pourpens

Qu'il iroit Rome veoir,

A Romulus qu'il veut savoir

Comment il maintenoit sa tere,

Se il i a ou pais ou guerre.

A Rome en est venus Remus,

Grant joie en maint Romulus,

Li citoien de la cite

En ont grant joie demene.

A Rome avoit ja moult de gent,

Forment poeplee espessement,

Encor erent li mur moult bas

Entor la vile par compas.

Romulus ot devant jure

.I. grant serment par grant fierte,

Pour çou que bas erent li mur,

Que cil dedens fuissent seur.

Que cil que les murs tressaurra

Que la teste li trencera,

Il n'en perdra ja mention,

N'autre gage si le cief non.

.I. soir s'aloit esbanoiier

Remus avoec .I. chevalier

Entor le murs de la cite

Que encor erent bas et le,

Les murs aloient esgardant,

Et la faiture devisant.

Remus dist .I. mot de folie:

«Cist mur ne m'atalentent mie.

Que valent mur qui ne sont haut,

Qui ne pueent soufrir assaut?

Il sunt trop bas desor la tere,

Ne pueent pas soufrir grant guerre».

Il ne sot mot del sairement

Qui ert jures novelement,

Si dist que les murs tressaudra

Que ja rien n'i atoucera.

Dist ses compains: «Je ne cuit mie

Qu'il ait home en ceste vie

Qui li devroit le cief tolir

Qui les murs peust tressalir».

Quant Remus l'ot s'est desfubles.

Puis li a dit: «Or esgardes».

Cele part vint tos eslaissies,

Par son le mur sailli em pies

Ou avoit .III. toises de le,

De l'autre part emmi le pre.

Quant il ot cele cose faite

Moult tost fu a Rome retraite.

Quant Romulus vit que Remus

Ot ensi tressailli les murs,

Le cuer ot plein de felonnie,

Sempres li porte grant envie,

Paor a qu'il ne claint sa tere,

Et qu'encor ne li face guerre,

Les diex eu jure u il s'atent

Qu'il l'ocira sans jugement.

Ses castelains et ses barons

A devant lui trestos semons,

Dist qu'il ne veut sa loi fauser,

Ne son sairement parjurer.

De son frere la teste a prise,

Moult en a fait aspre justise.

Or commença la felonnie,

La malvaistés, la symonie,

Qui jamais de Rome n'istra

Tant com li siecles durera.

Notisi che parecchi padri della Chiesa rinfacciarono a Roma il parricidio da cui ha principio la sua storia. Nei Faictz merveilleux de Virgille, nel Virgilius inglese (anche nel Virgilius olandese, Amsterdam 1552?) Romolo è colto da grande invidia quando viene a risapere che le mura di Reims erano tanto alte che una freccia non avrebbe potuto raggiungerne la sommità, mentre quelle di Roma erano così basse che con un salto si potevano varcare. Romolo decapita il fratello con le proprie sue mani, poi va e distrugge Reims. La vedova di Remo la ricostruisce molto più bella e più forte di prima. Remo secondo, figlio dell'ucciso, leva un esercito, entra senza contrasto in Roma, decapita a sua volta lo zio, ed è fatto imperatore. Allora Roma ebbe mura e fossati, e molti superbi edifizii, e fu abitata da varie genti, e acquistò gran nome e grande possanza. In una cronica francese manoscritta che si conserva nella Nazionale di Torino (cod. L, II, 10, f. 80 r.) Remo passa in Gallia mandatovi dal fratello, mentre Giovanni d'Outremeuse racconta[195]: «Romelus, par tant qu'ilh nasquit devant, voloit estre roy tot seul. Si encachat son frere, et fist crier .I. ban par tout son rengne, qui poroit Remus, son frere ochire, ilh le feroit riche home.» Remo fugge in Gallia, fonda Reims, poi ritorna per chiedere a Romolo genti da popolare la sua città. Un pastore lo riconosce e lo uccide, ma Romolo fa impiccare il pastore. Il domenicano Roberto Holkot (m. nel 1349), facendo una confusione assai strana della storia di Romolo e di Remo con quella degli Orazii e de' Curiazii, dice nel Liber moralizationum historiarum[196] che i due fratelli decidono del primato ponendo ciascuno a combattere tre campioni[197].

In Oriente sembra essersi diffusa un'altra leggenda abbastanza curiosa, la quale ha probabilmente radice in ciò che si narra della espiazione del fratricidio compiuta da Romolo nelle feste Lemurie. La trovo anzi tutto nel Compendium historiarum di Cedreno[198]. Remo essendo insorto contro Romolo, questi lo fece morire, il che fu causa di grandi turbazioni nella città. L'oracolo Pizio fece intendere a Romolo che a farle cessare era mestieri si togliesse collega nel reggimento il fratello morto. Romolo fece fare una statua d'oro nella quale si riconosceva effigiato il fratello, e collocatala a canto alla propria, cominciò a dire ogniqualvolta esercitava la regale potestà: Noi ordinammo, noi decretammo, noi permettemmo; con che la città tornò in quiete. Lo stesso su per giù si ha nel Chronican Paschale[199], e negli Annali di Michele Glica[200].

Un'altra leggenda, orientale ancor essa, merita di essere qui ricordata. Nelle Revelationes che vanno sotto il nome di Metodio si narra[201] che Romolo altrimenti detto Armelo, sposò Bisanzia, figlia di Bisas re di Bizanzio, e di Chuseth, figlia del re Phool di Etiopia, e madre di Alessandro Magno. Romolo donò Roma alla sposa, del che gli ottimati suoi furono molto sdegnati. Da queste nozze nacquero tre figliuoli, Armelo, che regnò poi in Roma, Urbano, che regnò in Bizanzio, e Claudio che regnò in Alessandria. Lo scopo precipuo di questa poco sensata finzione, bizantina di origine, senza dubbio, si è di venire in appoggio dei diritti che gl'imperatori vantavano su di Roma e su tutto l'impero romano.

Nel medio evo si mostravano in Roma i sepolcri di Romolo e di Remo, quello nella Naumachia dell'antico Campo Vaticano, accosto a San Pietro, questo fuori la Porta Ostiense, a ridosso delle mura, e propriamente nella piramide di Cajo Cestio (meta) che tuttora sorge in quel luogo. Ma la collocazione e la denominazione dei due sepolcri sono, nelle scritture e nelle piante di que' tempi, tutt'altro che costanti, e la piramide di Cestio si trova designata anche come sepolcro di Romolo. L'Anonimo Magliabecchiano pone il sepolcro di Remo presso a Santa Maria in Cosmedin[202]. Che la piramide di Cestio fosse il sepolcro di Remo fu creduto ancora dal Petrarca[203].

Tali, in parte, erano le leggende narrate un tempo dalla buona madre, che

. . . . . traendo alla rocca la chioma

Favoleggiava con la sua famiglia

Dei Trojani e di Fiesole e di Roma[204].

Se si considera un po più addentro lo spirito loro si scorge come sia intenzione a tutte quasi comune di mostrare che alla fondazione di Roma e della sua potenza si richiedeva il concorso e l'opera di molte e diverse genti:

Tantae molis erat romanam condero gentem.