CAPITOLO IV. Le meraviglie e le curiosità di Roma.
Gli antichi Romani ebbero durante tutto il medio evo fama di costruttori impareggiabili; dovunque una rovina, testimonio di più prospera civiltà, sfida l'urto dei secoli e le ingiurie degli uomini, la fantasia popolare l'attribuisce, a ragione o a torto, ai Romani. Le rovine indestruttibili, ond'era piena l'eterna città, empievano di stupore gli animi dei riguardanti, e certo non v'era altro spettacolo che potesse inspirare della potenza romana un più alto e più immaginoso concetto. Il popolo che aveva innalzato la Mole Adriana, le Terme di Caracalla, il Colosseo, doveva parere ben degno di signoreggiare il mondo.
Le rovine di Roma sono universalmente note nel medio evo, sebbene spesso ne sieno falsati i nomi e se ne disconosca l'uso. A cominciare dal IX secolo, molte delle più cospicue vanno sotto la generica denominazione di palatia e di templa, come sotto il nome di palazzi e di basiliche vanno quelle di Atene. La celebrità loro è assai grande e diffusa. Esse dominavano superbamente le rozze ed umili costruzioni della nuova città, e, di lontano, si scoprivano al pellegrino che, ansioso, le cercava con gli occhi. Angilberto, parlando dei messi spediti da Carlo Magno ad accertarsi di quanto fosse occorso al Papa Leone, dice:
Culmina iam cernunt Urbis procui ardua Romae,
Optatique vident legati a monte theatrum[205].
Il monte a cui qui allude Angilberto non può essere altro che Montemario, da cui si scopre un'assai larga e bella veduta della città. Alla magnificenza di tale veduta accenna Dante quando fa dire a Cacciaguida:
Non era ancora vinto Montemalo
Dal vostro Uccellatojo[206].
Come i personaggi più illustri della storia romana divengono paragone d'ogni pregio e d'ogni virtù, così i monumenti di Roma, restituiti fantasticamente nella primitiva lor condizione, divengono paragone d'ogni magnificenza. Quando Paolo Diacono vuol celebrare gli edifizii di cui il Longobardo Arichi, duca di Benevento, ornava la sua città, la lode prende naturalmente la forma del confronto, e il poeta esclama:
Aemula Romuleis consurgunt moenia templis[207].
Sigiberto Gemblacense (n. c. 1030, m. 1112) dice degli splendori della città di Metz nella Vita di San Deoderico[208]:
Cumque domos cerno, Romana palatia credo.
Nell'XI secolo la copia di edifizii per cui andava superba Roma è proverbiale. Ciascuna città abbonda in qualche cosa: Mediolanum in clericis, Papia in deliciis, Roma in aedificiis, Ravenna in ecclesiis[209]. Il testo di Praga dei Mirabilia (XIII secolo?) porta il seguente titolo: Hec sunt Mirabilia Rome quomodo gloriose constructa erat; e in fatto i Mirabilia, se poco se ne toglie, versan tutti sui monumenti.
Le Sette meraviglie del mondo furono descritte assai prima che Roma venisse in fiore; lo che spiega come a nessuna delle fabbriche le quali illustrarono poi la Città fosse dato luogo tra quelle. Gli stessi scrittori latini che fanno ricordo dei Miracula mundi non osano accrescerne il numero, nè farvi in onore di Roma sostituzione alcuna, ma si attengono fedelmente alla tradizione[210]. Gregorio di Nazianzo, morto nel 389, non ricorda ancora nessun monumento romano[211], e lo stesso dicasi di Gregorio di Tours (n. c. 540, m. 594)[212] e di Cedreno[213]. Ma in uno scritterello De septem mundi miraculis, attribuito a Beda, ecco improvvisamente apparire a capo delle meraviglie il Campidoglio, che da indi in poi tiene onoratamente il posto che gli spetta[214]. Nei Mirabilia inseriti nel volume intitolato De Roma prisca et nova varii auctores, pubblicato da Giacomo Mazochio in Roma nel 1523, alle sette meraviglie del mondo, fra cui è il Campidoglio, fanno degno riscontro sette meraviglie di Roma, le quali sono: l'Acquedotto Claudio, le Terme di Diocleziano, il Foro di Nerva, il Palazzo Maggiore, il Pantheon, il Colosseo, la Mole Adriana[215].
I Mirabilia cominciano la lista dei palazzi col Palatium majus in Pallanteo, ossia sul Palatino. Sotto il nome di Palatium majus, o Palazzo maggiore[216], si comprendevano pare, tutte le rovine del Palatino, le quali si credeva avessero formato un solo grande e magnifico palazzo. Fra i monumenti di Roma esso teneva per dignità il primo luogo, giacchè si credeva fosse stato sede ordinaria degl'imperatori e della suprema potestà del mondo; tuttavia la celebrità sua non raggiunse a gran pezza quella del Campidoglio e del Colosseo. Nella Graphia si narra che Giano costruì sul Palatino un palazzo «in quo omnes postea imperatores et cesares feliciter habitaverunt». Ranulfo Higden dice, sull'autorità di Gregorio, che il Palazzo maggiore era «in medio urbis in signum monarchiae orbis»[217]; e Giovanni d'Outremeuse: «Premier astoit li palais maiour, qui seyoit emmy la citeit en signe de monarchie qui demontre justiche; chis astoit composeis al maniere de crois, car ilh avoit IIII frons, et en chascon front astoient cent portes de arren dorees»[218]. La prima cosa che Roma dal sommo del monte ove l'ha tratto, fa vedere a Fazio degli Uberti è il Palazzo maggiore:[219]
Le cose quivi ne saran più conte,
Mi disse; e additommi un gran palagio
Ch'era dinanzi dalla nostra fronte.
E sopraggiunse: Pensa s'io abbragio:
Dentro a quel vidi re e più baroni
Tutti albergare bene e stare ad agio.
E vidil pien delle mie legioni,
Posto per segno in me di monarchia
In quella parte ove 'l bellico poni[220].
Nel Libro Imperiale il Palazzo maggiore è così descritto[221]: «Palazo maggiore et chuliseo erano nel mezo di Roma, et era palazo maggiore ritondo, di giro oltre d'uno miglio[222], nel quale erano cinquanta altissime torri, chon cinquanta bellissimi palazi, e di belleza l'uno simile a l'altro, et l'alteza delle mura erano sesanta braccia et grosse dieci; le quali torre altretanto disopra passavano, ornate di bellissimi porfidi et marmi di diversi cholori, et nel mezo di drento era uno lacho, nel quale era ogni generazione di pesci, d'intorno al quale circhundava una strada di marmo biancho e seliciata di porfidi di diversi cholori, gl'intagli [de] li quali facevano memoria delle storie troyane e dello avvenimento d'Enea in Italia. Lo palazo aveva una entrata[223] di altissime e belle porti di metallo, et chosì erano porte et finestre degli altri palazi li quali erano drento di musayco tutti lavorati facendo memoria de' fatti antichi del chominciamento del mondo. Le tetta erano coperte di pionbo in fortissima volta, sanza alcuno edifizio di lengname, di chamere, sale, logge et chamminate[224] forniti, che la natura none aveva in ciò niente manchato; citerne et fonti et pozi di dolcissime aque. L'aque del chondotto si chonducevano dal fiume di fogle[225] sopra quasi i palagi, chadeva l'aqua in detto lacho, la quale veniva trenta miglia lontano. Nella sommità d'intorno s'andava a chavallo et a pie', come altri voleva. Hordinato era d'intorno da uno de' lati che infino a sommo [si] saliva quasi a piano. Nel detto palazo stavano tutti li rettori li quali avevano a dare sententia, et anchora vi si teneva ragione a vedove et a pupilli et orfani. Furono certi imperatori ch'ordinarono loro stanze in certi luochi di Roma si chome fu dove era santo Yanni, che ivi si è Costantino, et a termo, dove s'adorava lo dio Erchole, dove si è Diociziano (sic)[226], e dov'è ora santo Piero, che v'abitò Nerone, e dove santa Maria Trasperina (sic)[227], che ivi si è Adriano, el quale edifichò chastel Santo Angnuolo; ma la maggiore parte degli imperadori stavano in palazo maggiore.»
Passiamo ora al Colosseo, giacchè del Campidoglio avrò a dire più opportunamente in altro capitolo.
Il nome di Colosseo si trova primamente usato nelle Collettanee attribuite a Beda[228], e nella Vita di Stefano IV scritta da Anastasio Bibliotecario, il quale morì prima dell'886[229]. I Latini ebbero l'aggettivo colosseus[230], dal quale certamente deriva il nome dell'anfiteatro Flavio. Per ragione della mole smisurata il popolo, probabilmente sin da tempo assai antico, cominciò a chiamare quell'anfiteatro amphitheatrum colosseum, e poi per brevità, trasformando l'aggettivo in sostantivo, Colosseum, senz'altro[231]. Checchessia di ciò, i sopradetti scrittori tolsero certamente dall'uso popolare quel nome. Beda, che non fu a Roma, lo udì forse la prima volta da un pellegrino anglosassone. Ma il medio evo, non meno sollecito che fantastico ricercatore di etimologie, ricorse a più complicate spiegazioni. Armannino Giudice, narrato come nel Coliseo (divenuto qui, come anche altrove un tempio, anzi capo di tutti li templi che per lo mondo erano) fossero rinchiusi molti spiriti maligni, che facevano gran segni e gran miracoli, soggiunge che i sacerdoti solevano domandare agli stupiti spettatori: Colis eum? cioè il maggiore di quegli iddii; ed essi rispondevano: Colo, d'onde il nome di Coliseo[232]. Il Ramponi dice nella già citata Storia di Bologna: «Templum namque in urbe Roma factum erat, quod totius orbis existebat caput, modo constructum pariter et fabricatum, magne latitudinis, et immense altitudinis, quod dicebatur collideus quia dii ibi colebantur[233].»
Il Colosseo fu nel medio evo, com'è tutt'ora, la rovina più cospicua della città, e la più acconcia a inspirare un alto concetto della ricchezza e della potenza de' suoi costruttori. A quali peripezie andasse soggetto durante le invasioni non si sa; ma si può credere che più di una volta servisse di propugnacolo agli assaliti, o agli assalitori, e che non lo risparmiassero le fiamme barbariche. Nel medio evo diventa una cava di materiali da costruzione, d'onde si estrae travertino, ferro, piombo, marmo da farne calce. In tempi di guerra civile si trasforma in fortezza, contesa tra i Frangipani e gli Anibaldi; i terremoti soccorrono all'opera distruggitrice degli uomini. In pieno quattrocento Niccolò V, che pure s'acquistò fama lodevole di umanista, e ch'empiè Roma di fabbriche, lo spoglia ancora di marmi, per provvedere alle nuove costruzioni onde si accrescevano in Borgo i palazzi apostolici, e Paolo II non si perita d'imitare così biasimevole esempio a beneficio del suo privato palazzo in San Marco[234]. Esposta da tanti secoli a tante e così formidabili cause di distruzione, l'antica ruina, rimanendo in piedi, pareva quasi dovesse essere indestruttibile, e ciò la faceva più meravigliosa agli occhi del popolo, convinto del resto, per virtù di una antica profezia, che la gran mole dovesse durare quanto Roma e quanto il mondo[235]. Certo, se se ne toglie il Campidoglio, non v'era in tutta la città altro monumento che potesse così vivamente eccitare la fantasia e provocare la leggenda.
Molti cronisti ricordano il colosso di Nerone a cui Vespasiano fece mutare il capo, un altro ponendovene che rappresentava il sole, con sette raggi intorno, i quali misuravano ciascuno ventidue piedi e mezzo[236]. Nel medio evo si sapeva che il colosso rappresentava il Sole, e si sapeva pure dell'altro colosso, sacro al Sole, per cui era andata famosa nell'antichità l'isola di Rodi; può darsi ancora che in qualche cronaca si fosse serbato ricordo del colosso di Apollo che Lucullo trasportò da Apollonia a Roma. Fatto sta che il colosso Neroniano fu da taluno confuso con quello di Rodi. Ranulfo Higden così ne parla[237]: «Aliud signum est imago Colossei quam statuam Solis aut ipsius Romae dicunt, de qua mirandum est quomodo tanta moles fundi potuit aut erigi, cum longitudo ejus sit centum viginti sex pedum. Fuit itaque haec statua aliquando in insula Rhodi quindecim pedibus altior eminentioribus locis Romae. Haec statua sphaeram in specie mundi manu dextra et gladium sub specie virtutis manu sinistra gerebat, in signum quod minoris virtutis est quaerere quam quaesita tueri. Haec quidem statua aerea, sed imperiali auro deaurata, per tenebras radiabat continuo et equali motu cum sole circumferebatur, semper solari corpori faciem gerens oppositam, quam cuncti Romam advenientes in signum subjectionis adorabant. Hanc Beatus Gregorius, cum viribus non posset, igne supposito dextruxit; ex qua solummodo caput cum manu dextra sphaeram tenente incendium superfuit, quae nunc ante palatium domini papae super duas columnas marmoreas visuntur. Miro quoque modo ars fusilis adhuc in aere rigido molles mentitur capillos, et os loquenti simillimum praefert.» Nell'Eulogium si dice egualmente che il Colosso era stato prima nell'isola di Rodi: «fuit haec statua aliquando in insula Herodii[238].» L'autore del Chronicon Paschale sembra cadere nello stesso errore quando dice che Commodo tolse il capo al Colosso di Rodi per porvi la propria immagine. Naturalmente poi da parecchi si esagera l'altezza del simulacro: nella cronaca latina della Casanatense già citata di sopra si dice (f. 7. v.) che ai tempi di Nerone «Coliseus sive colosus Rome erigitur habens altitudinis pedes septemc.» Qui vediamo dato alla statua il nome del Colosseo. Nel Chronicon Imaginis Mundi di Jacopo da Acqui il Colosseo è la statua di un dio, alta più di cinquecento piedi. Ma una strana favola, e degna d'essere qui riferita, è questa che Vincenzo Bellovacense racconta in un luogo dello Speculum Naturale[239]. «Colossus homo monstruosus fuit, quem occisum Tyberis fluvius cooperire non poterit, ipsumque mare per multo spatio rubro sanguine infecit, ut Adelinus[240] dicit: cuius etiam templum et statua Romae facta est, quae ab eius nomine Colossus dicitur.»
Fra il Colosso ed il Colosseo doveva neccessariamente prodursi nella leggenda una certa attrazione, provocata, se non altro, dalla somiglianza dei nomi. Il Colosso del Sole finisce per entrare nel Colosseo che gli sta dinnanzi, e il Colosseo diventa a dirittura il Tempio del Sole. Allora cominciano a venir fuori tutte le magnificenze e gli splendori di cui naturalmente s'immagina che il Tempio del Sole dovesse essere adorno. E qui troviamo anzi tutto la descrizione dei Mirabilia, ripetuta poscia da molti[241]. «Coloseum fuit templum Solis mire magnitudinis et pulcritudinis diversis camerulis adaptatum, quod totum erat cohopertum ereo celo et deaurato, ubi tonitrua, fulgura et coruscationes fiebant, et per subtiles fistulas pluvie mittebantur. Erant preterea ibi signa supercelestia et planete Sol et Luna, quae quadrigiis propriis ducebantur. In medio vero phebus, hoc est deus solis manebat, qui pedes tenens in terra cum capite celum tangebat, qui pallam tenebat in manu, innuens quod Roma totum mundum regebat. Post vero temporis spatium beatus Silvester iussit ipsum templum destrui et alia palatia, ut oratores, qui Romam venirent, non per hedificia profana irent, set per ecclesias cum devotione transirent; caput vero et manus predicti ydoli ante palatium suum in Laterano in memoria poni fecit quod modo palla Samsonis falso vocatur a vulgo. Ante vero Coliseum fuit templum, in quo fiebant cerimonie predicto simulacro[242].» Il Colosseo è già diventato il tempio del Sole, ma le cerimonie religiose si fanno ancor fuori, in un altro tempio. Ciò che qui e altrove si dice degli avanzi del Colosso è confermato dalle piante medievali, dove spesso, a canto al Laterano se ne vedono figurati il capo e le mani[243]. Quanto alla distruzione del tempio essa è attribuita a Silvestro anche in una traduzione tedesca dei Gesta Romanorum, citata dal Massmann[244], e in una versione, pure tedesca, dei Mirabilia[245]. Ranulfo Higden, come abbiamo veduto testè, l'attribuisce a Gregorio Magno; Giovanni d'Outremeuse a Bonifacio III.
Il medio evo non sa più immaginare un anfiteatro scoperto, e però provvede di un tetto il Colosseo. A questo tetto accenna Fazio degli Uberti, senza tuttavia far parola dell'altre meraviglie[246]:
Vedi come un castel ch'è quasi tondo:
Coperto fu di rame ad alti seggi[247]
Dentro a guardar chi combattea nel fondo.
Per Fazio degli Uberti dunque il Colosseo è un anfiteatro e non un tempio; ma i più lo credono un tempio, e si compiacciono nella descrizione e nella esagerazione delle meraviglie che conteneva. Giovanni d'Outremeuse ne fa autore Virgilio[248]. Del simulacro di cielo e dei varii artifizii che vi si vedevano parla anche, di passata, la Fiorita di Armannino; ma le maggiori stranezze che mai siensi dette sul Colosseo trovarsi nel Libro Imperiale, di cui non sarà fuor di luogo trascrivere l'intero passo[249]. «Culiseo era uno tempio di somma grandeza et alteza, la quale alteza era cento cinquanta braccia, nella sommità del quale erano cholonne di venti braccia alte[250]. Le mura sue furono sette, cinque braccia di lungi l'una dall'altra, et braccia cinque erano grosse. Lo tempio fu fatto in tondo sichome anchora appare. D'intorno aveva grandissima piaza. Le sue entrate furono molte, però che tanto era dall'una porta all'altra quanto la porta era largha, le quali mai per alchuno tempo si serarono, et tutte queste entrate facevano capo nel mezo, dove era una cholonna di metallo tanta alta che passava sopra al tenpio, dove si fermava tutto el tetto, del quale le trave erano di metallo, et l'altro edifizio era di rame, et chapelle cho lastre di pionbo[251]. Nella ghuia disopra stava la immagine del sommo Giove. Questa era di grande statura et tutta di metallo ed di fuori dorata, et in mano una palla d'oro, et era sprendidissima. Questa era veduta da qualunque persona veniva a Roma. Da ogni gente che dapprima la vedeano si frettava le genua. Nel detto tenpio fralle dette mura erano molte chapelle chon infinite statue, et quale erano d'oro, et qual di cristallo, le quale presentavano quello iddio nel quale l'uomo aveva più divozione. Quivi stava lo dio Giove, lo dio Saturno, e la dea Cebele suo madre, lo dio Marte, lo dio Appollo, lo dio Venere, lo dio Merchurio, la dea Diana, lo dio Erchole, lo dyo Yanno et Vulchano, Yunone et Nettuno, la dea Ceres, lo dio Baccho, Eulo, Minerva, Vesta, et molti altri iddey li quali allora s'adoravano in queste chapelle, et tutte in luocho di musaycho lavorato[252]. Venivano le genti di tutto el mondo a fare nel detto tenpio sagrificio, et chome eran giunti al Chuliseo non era lecito ad alchuno voltarsi in alchuna parte, perchè aveva tante porte, che la prima in che si schontrava in quella entrava, et andava addirittura infino alla cholonna di mezo, dove s'inginochiava e faceva disciprina per ispazio di un'ora; alla quale colonna stavano senpre appicchate infinite disciprine d'argento, e fatta l'oferta a Giove, andavano a quella chapella dove stava el suo iddyo, e lì stavano a digiunare tre dì, et portavano secho la vivanda, et chompiuti li tre dì andavano sopra il giro disopra, dove erano gli altari del sagrificio, e lì uccidevano la bestia, et disotto mettevano el fuocho; apresso vi gittavano su incenso, perle e pietre preziose macinate, ciaschuno secondo sua possanza, et chosì per ispazio di tre ore facevano fummo a dio; et questa era loro venuta. Era tanto l'oro e le pietre preziose che erano nello detto luocho donate che saria impossibile a rachontallo, et per niente persona l'arie tochate, che si credevano prestamente morire»[253]. Qui il Colosseo pare confuso col Pantheon. Del resto la confusione fra Colosseo, Pantheon e Campidoglio è molto frequente, come vedremo più oltre. Flaminio Primo da Colle, esagerando la capacità del Colosseo, dice che vi potevano prender posto centonovantamila persone[254], mentre, veramente, non ne conteneva che centosettemila.
Ciò che si narra del cielo artifiziato del Colosseo e delle sue meraviglie fu tolto, senza dubbio, da una storia molto diffusa nel medio evo, nella quale si racconta che il re Cosroe di Persia, l'usurpatore della Croce, volendo essere adorato per dio, fece costruire una torre d'argento, in cui erano figure del sole, della luna e delle stelle, e certi sottili ed occulti meati pe' quali faceva piovere acqua, ed altri artifizii che simulavano lampi e tuoni[255]. Un cielo di rame, adorno di fiori e di delfini che versavano acqua danno i Mirabilia anche al così detto Cantaro nel Paradiso di San Pietro[256]. È curioso che Enenkel fa venire Cosroe a Roma a edificarvi la torre.
L'anno 1332 si fece con gran pompa nel Colosseo un giuoco di tori, in presenza delle più belle dame di Roma e d'infinito numero di baroni. Vi rimasero morti diciotto cavalieri e feriti nove; furono uccisi undici tori[257]. E questo fu il solo spettacolo che ricordasse gli antichi usi del Colosseo, dove, più tardi, la Compagnia del Gonfalone ebbe in costume di rappresentare a Pasqua la Passione di Cristo.
Il Pantheon, che va debitore della sua conservazione al culto cristiano a cui fu consacrato, ebbe ancor esso la sua leggenda. Nei Mirabilia così se ne narra l'origine: «Temporibus consulum et senatorum Agrippa praefectus subiugavit Romano senatui Suevios et Saxones et alios occidentales populos cum quatuor legionibus. In cuius reversione tintinnabulum statuae Persidae quae erat in Capitolio sonuit, in templo Jovis et Monetae. Uniuscuiusque regni totius orbis erat statua in Capitolio cum tintinnabulo ad collum; statim ut sonabat tintinnabulum cognoscebant illud regnum esse rebelle[258]. Cuius tintinnabulum audiens sacerdos qui erat in specula in ebdomada sua, nuntiavit senatoribus, senatores autem hanc legationem praefecto Agrippae imposuerunt. Qui renuens non posse pati tantum negotium, tandem convictus petiit consilium trium dierum, in quo termine quadam nocte ex nimio cogitatu obdormivit. Apparuit ei quaedam femina quae ait ei: ««Agrippa, quid agis? in magno cogitatu es»». Qui respondit ei: ««Sum, domina»». Quae dixit: ««Conforta te, et promitte mihi te templum facturum, quale tibi ostendo, et dico tibi si eris victurus»». Qui ait: ««Faciam, domina»». Quae in illa visione ostendit ei templum in hunc modum. Qui dixit: ««Domina, quae est tu?»» Quae ait: ««Ego sum Cibeles mater deorum: fer libamina Neptuno, qui est magnus deus ut te adiuvet: hoc templum fac dedicari ad honorem meum et Neptuni, quia tecum erimus et vinces»». Agrippa vero surgens laetus hoc recitavit in senatu, et cum magno apparatu navium, cum quinque legionibus ivit, et vicit omnes Persas, et posuit eos annualiter sub tributo Romani senatus. Rediens Romam fecit hoc templum et dedicari fecit ad honorem Cibeles matris deorum et Neptuni dei marini et omnium demoniorum, et posuit huic templo nomen Pantheon. Ad honorem cuius Cibeles fecit statuam deauratam, quam posuit in fastigio templi super foramen, et cooperuit eam mirifico tegmine aereo deaurato. Venit itaque Bonifacius papa tempore Phocae imperatoris christiani. Videns illud templum ita mirabile dedicatum ad honorem Cibeles matris deorum, ante quod multotiens a demonibus Christiani percutiebantur, rogavit papa imperatorem ut condonaret ei hoc templum, ut, sicut in Kalendis Novembris dedicatum fuit ad honorem Cibeles matris deorum, sic illud dedicaret in Kalendis Novembris ad honorem beatae Mariae semper virginis quae est mater omnium sanctorum. Quod Caesar ei concessit».
Secondo la Kaiserchronik, il Pantheon era più particolarmente consacrato a Saturno, ma vi si onoravano ancora tutti gli altri demonii[259]; secondo Enenkel, esso era consacrato a Venere, e serviva alle dissolutezze del suo culto[260].
Della sontuosità del Pantheon non si narrano gran meraviglie. Ranulfo Higden, sulla fede del solito Gregorio, dice che il tempio ha 260 piedi di larghezza. Alcuni credevano che la famosa pigna, la quale, secondo la testimonianza di San Paolino da Nola, stava un tempo sopra quattro colonne nell'atrio della Basilica Vaticana, e che fu poi trasportata, per dar luogo alla nuova fabbrica, nel giardino del Belvedere, avesse servito a turare il foro della cupola del Pantheon, d'onde risplendeva da lunge come una montagna d'oro[261]. È noto che l'imperatore Costante II (641-68) fece togliere, per portarle a Costantinopoli, le lastre di bronzo dorato che coprivano il tempio[262].
Del Mausoleo di Adriano, che Procopio descrive ancora integro e adorno di statue[263], così dicono i Mirabilia: «Est et castellum quod fuit templum Adriani, sicut legimus in sermone festivitatis sancti Petri, ubi dicit: Memoria Adriani imperatoris mirae magnitudinis templum constructum, quod totum lapidibus coopertum et diversis historiis est perornatum, in circuitu vero cancellis aereis circumseptum cum pavonibus aureis et tauro, ex quibus fuere duo qui sunt in cantaro paradisi. In quatuor partes templi fuere IIII caballi aerei deaurati; in unaquaque fronte portae aereae; in medio giro sepulchrum Adriani porfireticum, quod nunc est Lateranis ante folloniam sepulchrum papae Innocentii; coopertorium est in paradiso sancti Petri super sepulchrum praefecti, inferius autem portae aereae, sicut nunc apparent». Thietmar von Merseburg chiama il Mausoleo di Adriano Domus Thiederici[264], e dopo di lui altri scrittori lo chiamano con lo stesso nome, senza che se ne possa chiaramente scorgere la ragione[265]. Domus Theodorici fu chiamato anche l'anfiteatro di Verona, e vedremo in seguito che a Teodorico fu attribuito pure il così detto Caballus Constantini. Nel Libro Imperiale la Mole Adriana, prima si dice costruita da Caligola, poi da Caligola solamente restaurata.
Perchè la Mole Adriana, che sin dai tempi di Procopio serviva ad uso di fortezza, prendesse nel medio evo il nome di Castellum Crescentii, è noto dalle storie; perchè poi, già molto prima, avesse preso quello di Castel Sant'Angelo è noto dalla leggenda. L'anno 500, essendo papa Gregorio I, infieriva in Roma una micidialissima pestilenza. Durante una processione ordinata a placare l'ira del cielo, il pontefice vide posarsi sulla Mole di Adriano un angelo, il quale, in segno della grazia ottenuta, riponeva la spada nel fodero.
I Mirabilia ricordano molti altri templi, a ragione o a torto così denominati, dei quali tuttavia non s'indica più che il nome[266]. Del Mausoleo di Augusto, di cui pure si narravano meraviglie, dirò più opportunamente altrove.
Un'altra della maggiori singolarità di Roma era il circo di Tarquinio Prisco, ossia il Circo Massimo, di cui si legge nei Mirabilia: «Circus Prisci Tarquinii fuit mirae pulchritudinis, qui ita erat gradatus quod nemo Romanus offendebat alterum in visu ludi. In summitate erant arcus, per circuitum vitro et fulvo auro laqueati. Superius erant domus palatii in circuitu, ubi sedebant feminae ad videndum ludum XIIII. Kal. Madii, quando fiebat ludus. In medio erant duo aguliae; minor habebat octoginta septem pedes S.[267], maior C. XX. duos. In summitate triumphalis arcus qui est in capite stabat quidam equus aereus et deauratus, qui videbatur facere impetum, ac si vellet currere equum; in alio arcu qui est in fine stabat alius equus aereus et deauratus similiter. In altitudine palatii erant sedes imperatoris et reginae, unde videbant ludum». Giovanni Mansel ripete questa descrizione quasi parola per parola nella sua Fleur des histoires[268]. Giovanni Cavallino soggiunge:[269] «Dicitur autem ludus Circeus a circuitu ensium et armatorum hominum stantium per circuitum spectaculi. .... Ibique rursum erant duo equi erei ingentes deaurati, qui magica dispositione dispositi provocabant ad cursum equos ludentium in eodem». Del circo di Tarquinio parla anche Martino Polono.
I Mirabilia noverano quindici palazzi nel paragrafo De palatiis, la Graphia ne novera dodici, l'Anonimo ventidue; ma Beniamino Tudelense, che viaggiò dal 1160 al 1173, dice nell'Itinerario che Roma, i cui edifizii erano diversi da quelli di tutto il rimanente mondo, possedeva ottanta palazzi reali, e ricorda in modo particolare quello del re Galbino, dove erano tante sale quanti sono i giorni dell'anno, e si stendevano lo spazio di tre miglia. In una guerra civile vi perirono una volta più di centomila Romani, di cui si vedevano ancora le ossa. Il re fece scolpire e rappresentare nel marmo tutta la pugna. Questa descrizione pare accenni alle catacombe di San Callisto. Beniamino ricorda inoltre un palazzo di Giulio Cesare vicino a San Pietro, e il palazzo di Vespasiano, simile a un tempio, di grandissima e salda struttura. Ranulfo Higden ricorda come degni di maggiore ammirazione il palazzo di Diocleziano e il palazzo dei Sessanta Imperatori. «Palatium Diocletiani columnas habet ad jactum lapilli tam altas, et tam magnas quod a centum viris per totum annum operantibus vix una eorum secari possit. Item fuit ibi quoddam palatium sexaginta imperatorum, cujus hodie partem residuam tota Roma destruere non posset». Questo preteso palazzo di Diocleziano altro certamente non era che le famose Terme; ma non so che cosa potesse essere il palazzo dei Sessanta Imperatori, e solo trovo in una curiosa versione della storia di Florio e Biancofiore che al tempo dell'imperatore Rabon erano in Roma sessanta re e sessanta regine[270]. Dei palazzi di Roma dice Armannino Giudice nel conto XXX della Fiorita che dall'uno all'altro andare si poteva su per certi ponti i quali quivi erano divisati. Che cosa dovessero essere i palazzi imperiali si può del resto immaginare facilmente, se dice Olimpiodoro in un luogo delle sue Storie che ogni gran casa in Roma aveva quanto può avere una mediocre città, e soggiunge il verso:
Εῖς δόμος ἄστυ πέλει· πόλις ἄστεα μυρία κεύθει[271].
Gli avanzi delle terme facevano testimonianza di una fra le maggiori sontuosità dell'antica Roma. Forse il non potersi più intendere dagli uomini di una età imbarbarita come si provvedesse al loro uso e alle molte necessità che andavano congiunte con quello, fu causa che s'inventasse una non molto ingegnosa favola, secondo la quale Apollonio Tianeo, l'emulo di Virgilio nelle arti magiche, avrebbe, mercè un mescuglio di zolfo e di sale, acceso con una candela consacrata, provveduto in perpetuo al riscaldamento di certe terme da lui costruite[272]. Seguitando la enumerazione delle meraviglie di Roma, dice Armannino Giudice nel conto XXX della Fiorita: «Eravi ancora uno deficio che si chiamava terme Diocliciani, e un altro il quale si chiamava terme Antignani. Questi erano palagi voltati, e su di sopra erano facti prati con arbuscegli e con molte erbe. Quivi si posavano gl'imperadori, ciò erano gli dictatori a tempo di state per refrigerio della grande calura; però terme furono chiamate quelle grandi palacza, che per lectera viene a dire stufe. Chosì è stufa quella ove il caldo si fugge come quella ove si caccia il freddo». I Mirabilia noverano dieci terme. Fazio degli Uberti si contenta di ricordare i termi di Dioclezian bello.
Gli acquedotti, altra gloria di Roma, sono ricordati da Ranulfo Higden[273], ma i Mirabilia appena ne fanno menzione per incidente. Nel V secolo Polemio Silvio ne registra quattordici[274]. Il già citato Zaccaria (VI sec.) degli acquedotti non fa motto, ma registra milletrecentocinquantadue fontane. In un codice Bobbiense dell'VIII o IX secolo gli acquedotti indicati per nome, sono in numero di nove[275], e in numero di dicianove in un codice Vossiano[276]. Nell'Anonimo Einsiedlense se ne trovano ricordati parecchi sotto il nome di Formae che è il nome dato loro comunemente nel medio evo, e dieci ne registra l'Anonimo Magliabecchiano sotto il nome di Aquae, usato anch'esso frequentemente.
Quanto ai ponti i Mirabilia ne registrano nove e Giovanni d'Outremense novecento. Le agulie ricordate dai Mirabilia sono, quella di S. Pietro, e le due che ornavano il Circo di Tarquinio Prisco; l'Anonimo Magliabecchiano ne ricorda due alte millecentododici piedi, e altre ottanta che si trovavano nel Circo di Tarquinio[277].
Una delle singolarità più curiose di Roma erano i due gruppi colossali di Monte Cavallo, che una tradizione certo assai antica, faceva opera di Prassitele e di Fidia. Essi rappresentano, com'è noto, i Dioscuri; ma nel medio evo, perdutasi la memoria di ciò, e volendosi pure spiegare in qualche modo quelle figure, s'inventa una strana favola, fondata appunto sul nome di Prassitele e di Fidia che con esse era rimasto congiunto. I Mirabilia la narrano nel seguente modo: «Temporibus Tiberii Imperatoris venerunt Romam duo philosophi juvenes Praxitelus et Fidia. Quos imperator cognoscens esse tantae sapientiae caros in suo palatio habuit. Qui dixerunt ei se esse tantae sapientiae, ut quicquid imperator eis absentibus in die vel in nocte in camera sua consigliaverit, ei usque ad unum verbum dicerent. Quibus imperator ait: ««Si facitis quod dixistis, dabo vobis quicquid vultis.»» Qui respondentes dixerunt: ««Nullam pecuniam, sed nostrorum memoriam postulamus»». Veniente altero die per ordinem retulerunt imperatori quicquid in illam praeteritam noctem consiliatus est. Unde fecit eis promissam praelibatam memoriam eorum sicut postulaverunt: equos videlicet nudos qui calcant terram, id est potentes principes huius saeculi qui dominantur homines huius mundi. Veniet rex potentissimus qui ascendet super equos, id est super potentiam principum huius seculi. In hoc seminudi qui stant iuxta equos et altis brachiis et replicatis digitis nunciant ea quae futura erant, et sicut ipsi sunt nudi, ita omnis mundialis scientia nuda et aperta est mentibus eorum. Femina circumdata serpentibus sedens, concam habens ante se significat ecclesiam et praedicatores qui praedicaverunt eam; ut quicumque ad eam ire voluerit non poterit, nisi prius lavetur in conca illa»[278]. Fazio degli Uberti accenna a questa favola quando fa dire a Roma:
Vedi i cavai del marmo e vedi i due
Nudi che 'ndivinar come tu leggi[279].
In una specie di profezia latina anonima i Cavalli marmorei sono ricordati insieme col Cavallo di Costantino:
Mundus adorabit, erit Urbe vix presule digna,
Constantine cades et equi de marmore facti
Et lapis erectus et multa palacia Rome[280].
Del così detto Cavallo di Costantino, altra singolarità di Roma, avrò a parlare in luogo più acconcio. A Roma i cavalli di metallo, di marmo, e persino di avorio, abbondavano, erano un lusso della città. A voler credere all'Anonimo Magliabecchiano, verso il mezzo del secolo VII si trovavano ancora entro le mura, sparsi qua e là, settantaquattro cavalli di avorio, portati poi via da quel medesimo Costante che rubò al Pantheon le tegole di bronzo[281]. I quattro cavalli che adornano ora la facciata di San Marco in Venezia si vuole che in origine sieno stati in Roma, dove appartenevano a un arco di Plisco o Prisco[282]. Di una statua equestre che per artifizio di calamite stava sospesa in aria parla Ranulfo Higden[283]. Parecchie altre meraviglie di minor conto si vedevano in Roma come l'Albeston[284], le Colonne di Salomone[285] ecc.
Ma se tutti, in genere, i monumenti di Roma attestavano l'opulenza e lo splendore della città, uno ve n'era che faceva più particolare testimonio della gloria e delle virtù degl'illustri suoi figli, e questo era, a detta di Giovanni Cavallino, la Colonna Antonina. Parlando della regione Colonna, dice l'autore della Polistoria:[286] «Que regio ideo dicitur Columna a rectitudine et firmitate quibus ab olim incole huius regionis ad instar cuiuslibet stabilis edificii columnarum recti et firmi dicebantur. Prius ego confirmavi columnas eius. Quarum virtutes clarissimas imperator Antonius animadvertens inter tales viros regionis huiusmodi elegit habitationem; in qua occasione predicta ingentia construxit palatia, et erexit in titulum laudis et honoris sui glorieque perhennis ac regionis ipsius in sempiternum unam ingentem columnam marmoream concavam a pede usque ad verticem, per quam patet ascensus per eam per quasdam scalas lapideas stantes in medio ipsius, cuius altitudo esse dignoscitur centum .xl. pedum. Et in circumferentiis columne huiusmodi iussit sculpiri ymagines simulacra et statuas, a sto dictas, representantes clarissimos viros consules Romanorum ob magnificas virtutes et gesta eorum, scilicet Brutorum, Publicolarum, Emiliorum, Fabritiorum, Curiorum, Scipionum, Scaurorum, Marcellorum, Muciorum, Coclitum, Turquatorum, Mariorum, Catulorum ac ceterorum generosorum virorum genere atque factis, et postremo illustrium Cesarum splendore fulgentium».
Per chiudere degnamente questa rassegna riferirò alcune immaginazioni degli Arabi intorno a Roma, immaginazioni che vincono di molto in istravaganza tutto quanto s'è veduto sin qui. Nei geografi e negli storici di quella nazione è assai spesso fatto ricordo di Roma e dei Romani, indicati alcuna volta col nome strano di Benu 'Iasfar, o piuttosto Banu 'l Asfar[287]. Il mare mediterraneo è da essi chiamato il mare di Roma[288].
Edrîsî, il quale scriveva il suo trattato geografico nel 1153, alla corte del re Ruggero di Sicilia, parlando delle mura di Roma, dice che il muro interno aveva dodici cubiti di spessore e settanta di altezza, l'esterno, otto di spessore e quarantadue di altezza. Il Tevere era lastricato di rame[289]. La grandezza e la magnificenza di Roma, dice questo scrittore, sono tali che non si possono descrivere a parole. Jâkût (1179-1228) riferisce nel suo dizionario geografico intitolato L'alfabeto dei paesi, una descrizione di Roma lasciata da Ibn al Faqîh, il quale fioriva nella prima metà del X secolo, e piena delle più pazze immaginazioni. Jâkût dice di riferirle perchè molti famosi dotti ne parlarono, ma Dio solo conoscere la verità. Il mercato degli uccelli è lungo una parasanga. Vi sono in città seicentomila bagni (altrove dice seicentosessantamila). I mercati sono meravigliosi: un braccio di mare, condotto entro un canale di bronzo, dà via alle navi, che possano giungere sino ad essi e scaricarvi comodamente le loro mercanzie. La città ne possiede dodicimila, senza contare ventimila più piccoli. La chiesa di S. Pietro e Paolo è lunga mille braccia, larga cinquecento, alta dugento. La chiesa di Santo Stefano è tutta di una pietra sola[290], e le stanno intorno trentamila stiliti sulle loro colonne. La chiesa delle Nazioni, altrimenti detta di Sion, ha milledugento porte di ottone, quaranta d'oro, e molte altre ancora di avorio, d'ebano e di altre materie. Vi sono mille filari di colonne di quattrocentoquaranta colonne ciascuno. La servono seicentodiciotto vescovi, e cinquantamila fra preti e diaconi. Si parla della Salvatio Romae e si pone nella residenza del papa. Si narra la storia dello stornello di bronzo as-Sûdânî, a cui certo giorno dell'anno gli stornelli di tutto il paese circostante recavano ciascuno nel becco un'oliva, e così tante se ne raccoglievano che bastavano a provvedere d'olio tutta la città[291]. Per dare un'idea della estensione di questa si dice che le sue campagne, sebbene si distendano all'ingiro per più mesi di cammino, sono insufficienti a vettovagliarla. Per dare un'idea del tramestio rumoroso della popolazione nella gran metropoli si riportano le parole di G'ubair ben Mut'im che disse: Se non fossero le voci e il chiasso che levano gli abitanti di Roma, si potrebbe udire il romore che fa il sole quando nasce e quando tramonta. Infilatene tante Jâkût ripete: Dio solo conosce la verità.
Ibn Khaldun, che ha un mirabile sentimento della verità storica, e spesso si duole della credulità dei suoi connazionali, parlando del quinto clima si contenta di dire: «Roma la Grande ha, come a tutto il mondo è noto, immensi edifizii, monumenti meravigliosi e chiese antiche». Tuttavia alla favola del Tevere lastricato di bronzo aggiusta fede ancor egli[292].
Crede il Guidi che queste immaginazioni risalgano per la massima parte a scrittori greci, dai quali, per mezzo dei Siri, gli Arabi attinsero quanto sanno intorno a Roma. Di ciò non mi persuado interamente. Le fantasie testè riferite hanno spiccatissimo il carattere arabico, e ben si accompagnano con altre infinite di simil natura che si trovano sparse in quegli scrittori. Descrizioni di città meravigliose e di telesmi singolari s'incontrano ad ogni passo nei geografi e negli storici[293].
Alle immaginazioni arabiche possono fare conveniente riscontro le rabbiniche. Nel trattato Pesachim del Talmud si dice: «Nella grande città di Roma sono trecentosessantacinque vie, ed in ciascuna via trecentosessantacinque palazzi, ed in ciascun palazzo trecentosessantacinque gradini, e per ciascun gradino tanto quanto basterebbe a nutrire tutto il mondo». Nel trattato Meghilla si legge: «L'Italia della Grecia (?) è la grande città di Roma, la quale ha trecento miglia di lunghezza e di larghezza (ogni miglio formato di quattromila passi) e conta trecentosessantacinque vie, quanti sono i giorni del sole, delle quali la più piccola è quella dove si tiene il mercato degli uccelli, lunga sedici miglia e larga altrettanto[294]. Il re desina ciascun giorno in una di esse, e ciascuno di coloro che vi abitano, se non vi è nato, riceve dalla casa del re una razione di cibo, e se vi è nato, anche se non vi abiti, la riceve dal re. Vi sono anche tremila terme, e cinquecento finestre (?), le quali mandano il fumo al disopra dei muri. Da una parte della città è il mare, da un'altra sono monti e colline, da un'altra un muro di ferro, da un'altra una campagna sterile e sassosa con profondi fossati[295].»
Così coloro stessi che più odiano Roma sono costretti a celebrarne ed esagerarne la grandezza e lo splendore.