CAPITOLO V. I tesori di Roma.
Nella Chanson de Roland la regina Bramimonda, moglie di re Marsilio, nel dare a Ganellone, in premio del suo tradimento, due braccialetti da regalare alla sposa, dice valere essi più che tutti i tesori di Roma:
Bien i ad or, matices et jacunces,
E valent mielz que tot l'aveir de Rume[296].
La fama della ricchezza di Roma era pari alla fama della sua potenza.
Nè poteva essere altrimenti, giacchè non solo le rovine delle antiche fabbriche facevano testimonio di impareggiabile opulenza, ma le storie ancora, ricordando come i Romani avessero esteso il loro dominio sopra tanta parte di mondo, e assoggettati a tributo tanti e così diversi popoli, e i poeti similmente, nei cui versi la città dei sette colli sfolgora d'oro, avvaloravano la opinione che Roma dovesse riboccar di tesori. Ovidio, che il medio evo amò ed ebbe assai familiare, la confermava dicendo:
Simplicitas rudis ante fuit, nunc aurea Roma,
Et domiti magnos possidet orbis opes.
In tempi già tristi Prudenzio la chiamava ancora ditissima. Pisa, come s'è già detto innanzi, fu così chiamata appunto perchè ci si pesavano i tributi che da tutto il mondo traevansi a Roma, e poichè, stante la copia di questi, un luogo solo non era più sufficiente, i Romani provvidero a che ivi presso ne fosse ordinato un secondo, e perciò il nome di Pisa si declinò per grammatica in plurale, Pisae, Pisarum. Non si creda tuttavia che i tributi fossero molto gravosi; poichè, essendo così smisurato il numero dei tributarii, Roma poteva contentarsi di riscuotere da ciascuno un'assai picciola imposta. A tale proposito si legge nel Libro imperiale[297]: «La gente viveva sanza alchuna spesa però ch'el magiore tributo che si arechassi a Roma per la magiore ciptà del mondo erano dieci honce d'oro per anno, sicchè picchola chosa per uomo ne tocchava. E tributi venivano a Roma in vasi di terra invetriati chon diversi cholori, et questo providdono e romani per fare di ciò perpetua memoria, perchè come el tributo era giunto a Roma gittavano et rompevano il vaso in uno luogho di che apare uno grandissimo monte apresso a quella porta che va a santo Pagholo, dove è el sepolcro di Remo, che si dice la meta di santo Pagholo. Tanto vuole dire meta quanto sepoltura, et chosì la chiamavano gli antichi. Molto furono e romani di grande provedimento. Pensando dare fama perpetua alla ciptà di Roma facievano le vase ronpere acciò che la giente, nè per avaritia, nè per altra chagione giamai non faciessino chura di cotali chose avere. Onde e' furo tante le vasa che se ne fece a Roma uno grandissimo monte, sicchome ancora appare, et ponevano uno suolo di chocci et uno suolo di terra, et anche tiene quel nome, perchè si chiama el monte de' chocci, dove si fa le feste del toro nel tempo di charnasciale»[298]. I Mirabilia Romae pubblicati dall'Höfler di su un codice del XIV secolo[299] terminano con le seguenti parole: «Tanta gloria, tanta leticia die noctuque fiebant in Roma quod quasi nullus pauper habebatur in ipsa, sed de omni parte mundi, per mare, sicut per terram, omnes divicie portabantur ad urbem». Nel già citato Opusculum de mirabilibus novae et veteris Romae di Francesco de Albertinis è un capitolo intitolato De divitiis Romanorum, dove, con la scorta di antichi scrittori, si ricordano varii esempii di opulenza e di prodigalità, scelti fra i più solenni. L'epiteto di aurea deve certamente aver contribuito a far credere che in Roma si notasse nell'oro, e le statue d'oro massiccio, e i tetti dorati, di cui si fa così frequente ricordo, e certi edifizii che nel proprio lor nome recavano il testimonio dell'antico splendore, come la Casa aurea di Nerone, il Castellum aureum, l'Arcus panis aurei, confermavano vie maggiormente negli animi così fatta opinione.
Le monete d'ogni maniera, i vasi preziosi, le gemme incise[300], che qua e là cavando si ritrovavano per le varie province d'Europa, rifacevano presente agli spiriti l'opulenza romana[301]. Tutto quanto si ritrovava sotterra si attribuiva ai gentili, e mescolandosi alla meraviglia la superstizione e come un religioso sospetto, facilmente s'immaginavano fole d'incanti e di diaboliche delusioni[302]. Di tanto in tanto la scoperta di qualche maggiore tesoro, che a ragione, o a torto si reputava di origine romana, veniva ad accendere le fantasie. Nelle cronache si fa assai spesso ricordo di tesori trovati. Fredegario racconta[303] che l'anno VII del regno di Childeberto I (517) un certo duca Rodino trovò dentro una tomba un gran tesoro, e Sigiberto Gemblacense[304] che il re franco Gontrano uno ne scoperse grandissimo, e in assai strano modo, entro il cavo di un monte. Poi scoperte così fatte si moltiplicano nei tempi posteriori[305], e di alcuna che più particolarmente risguarda Roma è appunto mio intendimento discorrere nel presente capitolo.
Che in Roma grandi tesori dovessero essere sepolti sotto le rovine era naturale si credesse da molti, e tale credenza rimontava molt'alto. Il Curiosum urbis del V secolo ha un passo dove si accenna a un tesoro nascosto sotto una statua di Ercole[306]. Giacomo da Acqui racconta a proposito delle origini della famiglia Colonna, nell'assegnare le quali si discosta da tutti gli altri scrittori, la seguente istoria[307]: «Non inveni millesimum nec aliquod bene certum nisi ut infra scribitur. Dicitur enim quod in illo tempore fuit in Roma quidam ferrarius qui habebat suam vacham, que omni die per se ibit ad pascum et sero domum revertebatur sola. Miratur ferrarius de via istius vache. Quid facit? insequitur eam et observat quo vadit. Et invenit quod intrat quamdam magnam testudinem obscuram cuiusdam maxime ruine murorum. Vadit ferrarius ulterius, et invenit vacca quemdam magnum foramen et genibus flexis intrat vacha, et invenit quemdam pratum sicut esset claustrum, et ibi comedit vacha. Intrat ferrarius ibi curiose, querit et invenit quoddam edificium, et in medio edificii erat quedam columpna lapidea, et supra columpnam vas de ere plenum maxima pecunia. Vult ferrarius accipere de ista pecunia, et audit vocem sibi dicentem: Dimitte, dimitte, quia non est tua. Iterum temptat accipere, et sic usque tertio. In tertia vice dicitur sibi: Accipe tres denarios, et invenies in foro cuius est hec pecunia. Accepit ferrarius tres denarios et proiecit in foro hinc inde. Et ecce quidam pauper iuvenis despectus invenit unum et accepit, et invenit duos, invenit tertium, et ferrarius illum domum suam introduxit, a sordibus mundavit, induit, et filiam suam in uxorem dedit. Iste iuvenis de illa multos filios generavit, de pecunia vero predicts multas possessiones acquisivit. Et in brevi tempore crevit in Roma in populum et fecit armam suam una columpna intus, et vocavit se cum sequacibus suis dominus O. de Collumpna. De facto predicto aliam certitudinem nisi predictam inveni».
Narra Flaminio Vacca, parlando del così detto Arco di Portogallo[308], che ai tempi di Pio IV (1559-1565) capitò a Roma un Goto (sic) con un libro antichissimo il quale dava notizia di un tesoro nascosto nelle fondamenta di esso arco. Ottenutane licenza, cominciò a cavare in una delle pile, ma il popolo si levò a rumore, talchè egli ebbe a smettere e si partì. Lo stesso scrittore racconta anche di certi tesori probabilmente ritrovati da uomini incogniti nel circo di Caracalla[309].
Come abbiamo già veduto, Roma fu immaginata opulenta e magnifica sino dalle origini. Secondo una leggenda napoletana riferita da Corrado Cancellario, più conosciuto sotto il nome di Corrado di Querfurt (m. 1202), i tesori dei primi sette re sarebbero stati nascosti entro le viscere di un monte nell'Isola d'Ischia. Ecco le proprie parole di Corrado[310]: «Est ibidem mons barbarus[311], ad quem per viam subterraneam per medium maximi montis accessimus per tenebras infernales, tanquam ad inferos descensuri. In quo monte, in ipsius montis visceribus, maxima sunt palatia et vici, quasi maximae civitates, subterranei; quos quidam ex nostris viderunt, et sub terra quasi per spatium duorum miliarium processerunt. Ibidem thesauri septem regum asseruntur repositi, quos daemones custodiunt in aereis imaginibus inclusi, diversas terribiles imagines praetendentes, quidam arcu tenso, quidam gladiis comminantes». Veramente Corrado non dice che i sette re di cui parla fossero quegli stessi di Roma, i quali non lasciarono molte tracce nelle leggende del medio evo, ma parmi che non si possa intendere d'altri che di loro. Ciò che dice della città sotterranea è da riferire molto probabilmente a una qualche cava di tufo.
Questa leggenda, se pure fu popolare a Napoli e nella circostante regione, non sembra sia stata conosciuta dagli scrittori, giacchè io non trovo che altri ne faccia ricordo; conosciutissima, per contrario, e accolta in un gran numero di svariate scritture, in Italia e fuori, fu quella di cui ora mi accingo a parlare. Nei Gesta Romanorum si legge quanto segue[312]: «Erat quedam ymago in civitate romana, que rectis pedibus stabat habebatque manum dextram estensam et super medium digitum erat superscriptio: Percute hic! Imago ista a longo tempore sic stabat eo, quod nullus sciebat, quid hoc significaret: Percute hic! Multi admirati sunt et sepius ad imaginem venerunt titulum respiciendo, et sic recesserunt, quod superscriptionem penitus ignorabant. Erat quidam clericus subtilis valde, qui cum de imagine audisset, multum sollicitus erat eam videre; dum autem eam vidisset et superscriptionem legisset: Percute hic! vidensque solem super imaginem per solis umbram digitum discernebat, per quem dicebat: Percute hic! Statim ligonem accepit et vix per distanciam trium pedum fodiebat et quosdam gradus descendentes inveniebat. Clericus non modicum gaudens desuper gradatim descendit, quousque sub terra nobile palacium invenit, et aulam intravit, vidensque regem et reginam et multos nobiles in mensa sedentes respexit et circumquaque totam aulam plenam hominibus et omnes erant vestimentis preciosis induti, et nullus ex omnibus unicum verbum ei loquebatur, respexitque ad unum angulum et vidit lapidem politum, qui vocatur carbunculus a quo tota domus lumen recepit, et ex opposito carbunculi angulo hominem stantem habentemque in manu sua arcum paratum cum sagitta ad percuciendum et in fronte ejus erat scriptum: Ego sum qui sum, nullus arcum meum vitare potest et precipue carbunculus ille qui relucet tam splendide. Clericus cum hoc vidisset admirabatur, cameram intravit, mulieres pulcherrimas in purpura et pallio operantes invenit et nullum verbum ei dixerunt. Deinde stabulum equorum intravit et optimos equos et asinos et sic de ceteris invenit, eos tetigit et ad tactum suum lapides apparuerunt. Hoc facto omnia habitacula palacii visitavit, et quidquid cor eius desiderabat, hoc invenit; deinde sicut prius aulam intravit et de recessu cogitabat ac in corde suo dicebat: Mirabilia vidi hodie, et quidquit cor desiderat, hoc poterat invenire; verumtamen nullus dictis meis credet de istis que vidi; et ideo bonum est in signum veritatis aliquid mecum portare. Ad mensam superiorem respexit, ciphos aureos ac cultellos optimos vidit; ad mensam accessit, unum ciphum cum cultello de mensa levavit ut secum portaret. Cum vero in sinu suo collocasset, imago que in angulo cum arcu et sagitta stabat, ad carbunculum sagittam direxit et illum percussit et in multas partes divisit. Incontinenti tota aula facta est sicut nox tenebrosa; clericus videns totaliter est contristatus; viam exeundi propter nimiam obscuritatem invenire non poterat; et sic in eodem palacio misera morte mortuus est»[313].
Qui si parla di un semplice chierico di cui non è nemmeno ricordato il nome, ma in altre versioni di questa medesima storia comparisce in suo luogo Gerberto, che fu poi Papa Silvestro II, del quale è nota la riputazione di mago, e la tragica morte raccontata dalla leggenda. Il più antico scrittore in cui si trovi fatta questa sostituzione è, per quanto io so, Guglielmo di Malmesbury[314], da cui attingono poscia Vincenzo Bellovacense[315], Alberico delle Tre Fontane[316], altri. Parmi che la versione della leggenda, quale si ha nei Gesta Romanorum, debba reputarsi più antica che non l'altra ricevuta da Guglielmo; giacchè quanto è naturale e conforme alle consuetudini della fantasia popolare che Gerberto Mago abbia attirata e legata a sè una leggenda che a lui sommamente si confaceva, e che non erasi congiunta ancora con nessun nome illustre, altrettanto sarebbe insolito e contrario a quelle consuetudini che la leggenda si separasse da Gerberto per legarsi a un ignoto. Ma or ora vedremo che nemmeno la versione dei Gesta può considerarsi come la forma più antica e veramente primitiva della leggenda in discorso.
Pietro Berchorio (m. 1362) accetta la versione di Guglielmo, ma poi ne produce anche un'altra, che si scosta pure da quella dei Gesta, e accenna a fonte diversa. La statua di rame era in Roma, non si dice dove. Essa non recava le parole Percute hic, nè sul dito nè in fronte, ma aveva questa iscrizione: Calendis Martii oriente sole habebo caput aureum. Un tale, più astuto degli altri, conobbe il significato di quelle parole, e scavato nel luogo opportuno, trovò e si appropriò un grandissimo tesoro[317]. Questo racconto ci pone sulle tracce della leggenda primitiva che era, secondo il solito, molto più semplice che non le versioni posteriori. Lo stesso fa un racconto inserito nel Libro de los Enxemplos (XIV secolo?), salvo che quivi il fatto si pone in tempo antico, e l'ingegno, diciam così, della favola, si semplifica per una parte, e per un'altra si complica. Ecco il racconto[318]: «Un noble romano poderoso é mucho rico, veyendo que Roma era venida a pobreza por las grandes guerras que habien habido, dió todas sus riquezas para la comunidat, en manera que quedó del todo pobre. E una vegada, andando por un desierto, doliéndose mucho de la pobreza de los romanos é de la suya, fallò una colupna en aquel desierto muy alta, é encima della una estátua en figura de homme que tenia la una mano alzada contra un monte, é la otra tenia al su costado. El caballero parò mientes con diligenza, é vió que la sombra de la mano se enderezaba á un monte onde estaba una peña; el caballero fué luego allá, é falló de yuso de aquella peña una cueva que tenie una puerta de fierro cerrada, é maravillándose dijo entre sí: «Quiero ir á la estátua é ver que tiene yuso de la otra mano». E falló de yuso della en el cuerpo del estátua una portuezela de fierro é abrióla, e falló una llavecilla pequeña, é luego pensó qué aquella llave era para abrir la puerta de fierro que fallara en la cueva del monte. E luego fué allá, é abrió la puerta de la cueva, é falló ende muy mucho tesoro, lo qual levó todo á Roma, é lo dió para los menesteroros»[319].
Qui la statua e il tesoro non sono più in Roma, ma con Roma si legano strettamente. Il racconto dei Gesta non può essere altro che l'amplificazione romanticamente abbellita di un tema più antico e più semplice. Basterebbe a provarlo ciò che quivi improvvidamente si narra della morte del chierico temerario, giacchè il motto Percute hic, che è appunto un additamento oscuro del tesoro nascosto, e un invito a farne ricerca, presuppone, in certo modo, l'esito felice dell'impresa. La reggia e le figure e l'altre meraviglie che pur si trovano nel racconto di Guglielmo sono accessioni di tempo posteriore.
I varii racconti esposti sin qui hanno comune la statua che copertamente indica il tesoro; la statua adunque è come dire il primo nocciolo della leggenda, la forma più semplice della quale è la seguente: una statua indica mediante certe parole, ma in modo ambiguo, l'esistenza di un tesoro nascosto; nessuno riesce ad interpretarle secondo il loro vero senso, finchè viene uno più avveduto degli altri che le intende a dovere, scopre il tesoro, e se ne fa signore. La leggenda in questa forma non apparteneva a Roma, ma fu tratta, come avvenne di altre parecchie, entro l'orbita delle leggende romane, dove si ampliò, si abbellì e si legò coi nomi illustri di Gerberto e di Virgilio. In essa l'eroe dell'avventura è un Saraceno. Vincenzo Bellovacense, che pure riporta il racconto di Guglielmo di Malmesbury, la narra in un altro luogo dello Speculum historiale, e dice il caso essere avvenuto in Puglia ai tempi di Roberto Guiscardo[320], e lo stesso dicono la Cronaca degli imperatori romani[321], composta nel 1301, Pandolfo Collenuccio nel Compendio delle historie del regno di Napoli[322], il Magnum Chronicon Belgicum[323], il Platina[324], il Bonfinio[325], ecc. In certe recensioni dei Gesta Romanorum il fatto si pone ai tempi di un imperatore Enrico[326]. Il già citato Chronicon de VI etate[327] lo pone in Apulea in civitate Neapoli, e dice che il Saraceno era un gran filosofo. Il Petrarca nel trattato delle Cose Memorabili, lo dice avvenuto in Sicilia[328].
Non è impossibile, e nemmeno improbabile, che questa storia sia di origine arabica; e chi pensi quante favole ci vennero dall'Oriente nel medio evo, e vegga questa, nei riferimenti più antichi, scendere sino in Puglia e in Sicilia, che un tempo furono terra di Arabi, non crederà troppo avventata la congettura di quella origine, avvalorata com'è dal carattere e dal colorito della intera finzione. Pandolfo Collenuccio, che, come abbiamo veduto, pone il fatto ai tempi di Roberto Guiscardo, dice di trarne il racconto da fideli auttori, ma io non trovo che se ne faccia ricordo da nessuno degli scrittori più antichi che, come Galfredo Malaterra, Amato di Montecassino[329], Guglielmo di Puglia, narrano le storie normanne e le gesta di Roberto.
Ho detto testè che questa storia della statua e del tesoro finisce per legarsi al nome di Virgilio. Infatti racconta Enenkel nel suo Wellbuch[330] che Virgilio fabbricò a Napoli una statua di bronzo, la quale con l'una mano indicava un monte, con l'altra si accennava il ventre: una scritta lasciava intendere che la statua mostrava un tesoro. Molti andarono a scavare nel monte e non trovarono nulla. Un giorno un ubbriaco, volendo punire la statua della falsa indicazione, con un colpo la infranse, e trovò ch'era tutta piena d'oro. Non so se Enenkel abbia immaginata egli stesso questa variante, la quale sembra fatta apposta per moralizzarci sopra, o se l'abbia tratta d'altronde, che forse è più probabile; ma non voglio tralasciar di accennare ad un riscontro, per quanto fortuito e remoto. Narrasi pertanto che ai tempi di Leone Magno (457-474) Ardaburio prefetto delle milizie, trovò in Tracia una statua di Erodiano curva ed obesa, e che infrantala, ne trasse centotrentatrè libbre d'oro. L'imperatore, risaputa la cosa lo fece morire[331].
Finalmente nella Historia di cose memorabili della Città di Bologna, scritta per uno della famiglia dei Ramponi, si trova la seguente narrazione che io riporto per intero, e perchè serve ad illustrare vie maggiormente la leggenda testè esposta, e perchè è un documento importante del concetto in che si ebbero nel medio evo la ricchezza e la magnificenza dei Romani[332] . «Elapsis tribus milibus fere annis ab hedificatione civitatis Ravenne, a Roma condita .VIC. 93. Julius Cesar cum subiugasset omnes occiduas provincias cum .7. legionibus militum venit Ravennam, nobilissimam civitatum, et ibi diu repausavit, mandans inde legatos Romam quod propter victorias feliciter gestas sibi Romani secundum decernerent consulatum, cui contradictum est et decretum quod nullus nuntius urbis rediens de sua legatione quantumcumque felici possit Romam accedere, nisi prius depositis armis prope Ariminum. Hec audiens Julius Cesar egre tulit, et adspirans ad imperium omnino proposuit ire Romam cum multitudine armata. Unde, stans Ravenna tanquam potestatem habens, fecit fieri quedam insignia, magnificare se volens. Hic mandavit fieri supra portam auream quamdam portam de auro, et subtus eam domunculam que habebat hostia de auro de Arabia. Item, in medio muro, supra portam, fecit sculpiri se sedentem in trono de auro in statua de ere, idest quod ibi erat de ere Julii Cesaris, cuius venter plenus erat numis aureis, et habebat caput de lapide precioso, et in manu tenebat gemmam preciosam et inextimabilis valoris que refulgebat ut stella matutina, et ante se habebat mille libras de auro purissimo ad pondus Regis, et ex tunc illa porta vocata est aurea, que prius dicebatur asiana. Procedente tempore, Tiberius tercius imperator post Julium, mandavit ducem Anthipoti regis, qui asumpto Jape, sapientissimo in arte rectoria, fecit inscribi super portam auream quasdam literae, quae nullus intelligere poterat, et erant scriptae super caput statue Julii Cesaris. Erat autem scriptura talis: Prima die madii habebo caput aureum, cum tamen statua haberet caput de lapide precioso. Cumque diu eius interpretatio latuisset, et multi conati fuissent intelligere epigrama, tandem inventus est unus, [qui], nescio cuius arte, prima die madii, oriente sole, respexit ubi in terra caput statue faciebat umbram, et ibi faciens fodi invenit aurum in magna copia.»
Ma poichè Roma toccò il sommo della prosperità e della gloria sotto il magnifico reggimento di Augusto così per quella consuetudine propria del medio evo di tutto riferire al principe quanto v'è di più spiccato nella vita di un popolo, si cominciò a considerare il primo imperatore di Roma come un rappresentante, anzi come un depositario della universale ricchezza romana. Augusto, che si gloriava d'aver trovato Roma laterizia e di lasciarla marmorea, fece stupire gli uomini del suo tempo per la munificenza e la liberalità onde dava prova continua, e il medio evo, che leggeva nei maggiori poeti le lodi di lui, non poteva dimenticarlo. Si sapeva aver egli portato tanta copia d'oro in Roma da sminuirne in modo notabile il prezzo, e il concetto che si aveva delle ricchezze da lui raccolte se ne accresceva. Il tributo di tutta la terra affluiva nel suo tesoro; egli arricchiva delle spoglie dei principi e dei popoli vinti. Dice Massudi nella sua storia intitolata I Prati d'oro[333], che Augusto s'impadronì dei tesori dei re di Alessandria e di Macedonia, e li portò a Roma. Si credeva inoltre che nell'universale censimento che si fece al tempo della nascita di Cristo, Augusto avesse obbligato ciascuno degli innumerevoli sudditi suoi a pagargli una moneta[334]. A poco a poco la ricchezza dell'imperatore si fa proverbiale. Ranulfo Higden, vantando in un luogo delle sue storie l'opulenza della Gran Bretagna, cita alcuni versi di cui gli ultimi quattro suonano così[335]:
Insula praedives quae toto non eget orbe,
Et cujus totus indiget orbis ope;
Insula praedives cujus miretur et optet
Delicias Salomon, Octavianus opes[336].
Ed ecco nascere spontaneamente una leggenda secondo la quale i tesori inestimabili ammassati da Ottaviano giacciono sepolti entro certe cavità della terra, affidati alla custodia di spiriti maligni, o di singolari ingegni, artifiziosamente e per arte magica composti. Anche qui ci troviamo dinnanzi per primo Guglielmo di Malmesbury, il quale nel l. II della sua storia De gestis regum Anglorum[337] inserisce il seguente racconto udito da lui, quand'era ancora fanciullo, dalla bocca di un frate d'Aquitania, eroe della strana avventura. «Ego, aiebat, septennis, despecta exilitate patris mei, municipis Barcinonensis admodum tenuis, transcendens nives Alpinas, in Italiam veni. Ibi ut id aetatis pusio summa inopia victum quaeritans, ingenium potius quam ventrem colui. Adultus multa illius terrae miracula oculis hausi et memoriae mandavi. Inter quae vidi montem perforatum, ultra quem accolae ab antiquo aestimabant thesauros Octaviani reconditos. Ferebantur etiam multi causa scrutandi ingressi per anfractus et semetra viarum intercepti perisse. Sed quia nullus fere timor avidas mentes ab incepto revocat, ego cum sodalibus meis, viris circiter duodecim, seu praedandi seu videndi studio, illud iter meditabar aggredi. Itaque Daedali secuti ingenium, qui Theseum de labirinto filo eduxit praevio, nos quoque glomus ingens portantes paxillum in introitu fiximus. Ibi principio fili ligato, accensis laternis ne praeter devia etiam caecitate impediremur, devoluto glomere et per unumquodque miliarium paxillo apposito sub caverna montis quomodocumque iter nostrum direximus. Caeca erant omnia et magni orroris plena. Vespertiliones de concavis egredientes, oculos et ora infestabant. Semita arcta et a laeva praecipitio et subterlabente fluvio timenda. Vidimus tramitem vestitum nudis ossibus; flevimus cadavera tabo adhuc fluentia hominum, quos eadem quae nos spes raptasset, post montis introitum non valentium invenire exitum. Sed tandem aliquando post multos timores ad egressum ulteriorem pervenientes, vidimus stagnum placidum aquis crispantibus, ubi dulcibus illisa lapsibus alludebat unda littoribus. Pons aereus utramque ripam continuabat. Ultra pontem visebantur mirae magnitudinis equi aurei cum assessoribus aeque aureis, et cetera quae de Gerberto dicta sunt. In quibus die medio Phoebi iubar infusum duplicato fulgore oculos intuentium hebetabat. Nos qui haec eminus videntes propriori aspectu delectaremur, asportaturi, si sors sineret, aliquam splendidi metalli crustam, hortamine alterno animati, stagnum transire paramus. Sed nequicquam. Dum enim quidam ceteris praeruptior citeriori margini pontis pedem imponeret, continuo, quod mirum auditu sit, illo depresso, ulterior elevatus est, producens rusticum aereum cum aereo malleo; quo ille undas verberans, ita obnubilavit aera ut diem coelumque subtexeret. Detracto pede, pax fuit. Temptatum idem a pluribus, idemque expertum. Itaque desperatu transitu, aliquantulum ibi constitimus, et quamdiu potuimus, solo saltem visu libavimus aurum. Mox per vestigia fili regressi, pateram argenteam reperimus. Qua in frusta desecta et minutatim partita, pruritum aviditatis nostrae tantumodo irritantens, non etiam fami fecimus satis. Postero die collato consilio, magistrum quendam illius temporis adivimus, qui dicebatur nomen Domini ineffabile scire. Interrogatus scientiam non inficiatur, adiciens quod tanta esset eius nomini virtus, ut nulla ei magia, nulla mathesis obsistere posset. Ita multo pretio redemptus, ieiunus et confessus, nos eodem modo paratos duxit ad fontem. De quo hausta aqua in fiala argentea, tacens digitis literas figurabat, donec oculis intelleximus quod ore affari nequiremus. Tunc fiducialiter ad montem accessimus; sed exitum ulteriorem a demonibus credo obstipatum offendimus, invidentibus scilicet nomini Domini quod eorum commenta refelleret. Venit mane ad me nigromanticus Iudeus, quem audita gestorum fama exciverat; percuntatusque rem ubi socordiam nostram accepit, multo cachinno bilem succutiens: ««Quin tu inquit, videas, licebit, quantum potentia meae artis valeat»». Et incunctanter montem introiens, non multo post egressus, multa quae ultra fluvium notaveram ad iudicium transitus sui afferens: pulverem sane locupletissimum, quo quicquid contingeretur in aurum flavescebat; non quod ita pro vero esset sed quia ita videretur quoad aqua dilueretur. Nihil enim quod per nigromantiam fit potest in aqua aspectum intuentium fallere.»
Dice Guglielmo di Malmesbury che questi tesori di Ottaviano erano quegli stessi scoperti da Gerberto in Roma; ma nel supposto racconto del monaco di Barcellona nulla fa sospettare che il monte forato sia in Roma, ed oltre a ciò, fra le due descrizioni corre troppa diversità perchè si possano tutt'e due riferire ai medesimi obietti. Del resto il racconto che precede, si trova riportato, più o meno succintamente, da Vincenzo Bellovacense[338], da Pietro Berchorio[339], dall'autore del Magnum Chronicon Belgicum[340] e da altri parecchi. È da notare che storie a questa somiglianti di persone che penetrarono in qualche segreta cavità e vi trovarono tesori e altre meraviglie, sono molto frequenti nelle cronache del medio evo. In pressochè tutte i tesori severamente custoditi da misteriose potenze, non debbon esser toccati, e chi s'attenta di portarvi la mano è punito della temerità sua[341]. Di solito il custode è un drago, o un cane diabolico. Non m'indugio a ricercare il mito primitivo che certamente si nasconde sotto a questa popolare credenza; ma faccio osservare che nel medio evo si aveva una ragione specialissima per credere che i tesori sepolti non potessero essere involati. Credevasi che essi fossero serbati all'Anticristo, il quale se ne gioverebbe per procacciarsi aderenti e per premiare i suoi apostoli[342]. Però i diavoli n'erano fatti naturali e legittimi custodi. Quanto al villano di bronzo che nel racconto del monaco di Barcellona impedisce l'accesso agl'intrusi, esso ha molti riscontri nella letteratura romanzesca del medio evo.
Dei tesori di Ottaviano si parla ancora in alcune versioni del Libro dei Sette Savii, là dove si narra la storia del tesoriere infedele, che, colto in un tranello tesogli dal suo signore, per non essere riconosciuto, e per salvare dall'infamia sè e la famiglia propria, si fa mozzare il capo dal figliuolo (Gaza)[343]. Ottaviano è rappresentato in questo racconto quale un grande amatore e raccoglitore di ricchezze.
Octoviiens fu ia a romme;
En cest siecle not plus sage homme.
Ne miels amast argent ne or,
Em pluisors lius fu son tresor[344].
«In questa città ebbe un 'nperatore chiamato Ottaviano che amò più l'oro e l'argiento che altre cose, e amollo tanto che n'empiè tutta la Torre della Luna[345].»
A poco a poco il liberale e magnifico Augusto si trasforma in un principe cupido e avaro. In alcune versioni dei Gesta Romanorum e del Libro dei Sette Savii si narra ch'egli per avidità di tesoro, lasciò distruggere la Salvatio da certi fraudolenti emissarii dei nemici di Roma, come si dirà più distesamente nel capitolo che segue. Nella versione tedesca dei Sette Savii stampata in Augsburgo nel 1488, si dice che in pena di ciò egli fu sotterrato vivo con la bocca piena d'oro. Così toccava in certo modo ad Augusto la sorte di Marco Crasso[346].
Giacomo da Voragine racconta nella Legenda aurea[347] una storiella assai appropriata al concetto che nel medio evo si ebbe della ricchezza dei Romani. Quando a Roma si prese a costruire il Pantheon, di forma rotonda per significare l'eternità degli dei, si vide che stante l'ampiezza del giro non sarebbe stato possibile di alzare, con gli ajuti ordinari, la testudine, ossia la cupola. Allora si pensò di riempiere di terra, mescolata con denari, tutto il vano dell'edifizio mano mano che le mura crescevano sopra suolo. A questo modo si potè compiere agevolmente l'opera, e compiuta che fu, si diede licenza a chiunque volesse trar fuori di quella terra di appropriarsi le monete che vi avrebbe trovato. Accorse gran moltitudine di gente, e in poco d'ora fu votato il tempio.
Per concludere ricorderò ancora una favola rabbinica, la quale spiega molto bene, a suo modo, l'opulenza romana. Nel trattato Pesachim del Talmud[348] si narra come l'argento e l'oro di tutto il mondo, raccolti da Giuseppe in Egitto, passando da uno ad un altro popolo, da uno ad un altro principe, furono portati finalmente in Roma. Gli Ebrei, che primi li tolsero agli Egizii, ne ridiventeranno padroni quando venga il Messia.
Nè certo il concetto che il medio evo si formò della ricchezza di Roma può dirsi esagerato, se si pensa che, come or ora vedremo, il solo Campidoglio era stimato valere la terza parte di tutto il mondo.