CAPITOLO VI. La potenza di Roma.
La memoria della potenza formidabile e dello sconfinato impero di Roma eccita in particolar modo le fantasie nel medio evo. Se pochi ricordano che nel nome stesso di Roma si conteneva, secondo una delle etimologie spacciate già dagli antichi, come un vaticinio della potenza futura, (ῥώμη); se pochi conoscono l'altro nome di Valenza, onde pure s'era fregiata un tempo la città dominatrice del mondo, molti immaginano che la potenza romana sia stata così grande sin dal principio come fu solamente di poi. Costoro non sanno figurarsi una Roma umile e debole[349].
In sul chiudersi dell'evo antico, quando già della passata fortuna non altro rimane che un doloroso ricordo, Simmaco chiama ancora Roma arx terrarum. Durante tutto il medio evo, nei tempi più sciagurati, in fondo alla maggior miseria, Roma serba un'aria di signoria che impone rispetto.
Se non che quella potenza, che non ebbe l'eguale nel mondo, appare agli spiriti inesplicabile e miracolosa. Mal note le condizioni della vita antica, ignorati affatto gli espedienti e i procedimenti della politica e dell'amministrazione di Roma, di cui noi stessi, dopo i lunghi studii fatti, intendiamo a mala pena il complicato e vigoroso meccanismo, non era possibile allora trovare la spiegazione puramente naturale dell'incontrastato ed incontrastabile dilargarsi della dominazione romana sopra la terra. Non s'intendevano quelle spedizioni audaci e gloriose, eseguite con l'animo stesso, e con la stessa prontezza con cui erano decretate; non s'intendevano quei trionfi mirabili per cui vaste, inesplorate regioni diventavano dall'oggi al domani province di Roma, e diventavano soggetti di Roma popoli barbari e bellicosi, insofferenti di giogo. Per intendere ciò bisognava necessariamente ricorrere alle spiegazioni soprannaturali, che per giunta erano le più omogenee allo spirito dei tempi e le più comunemente accette. Si disse che Roma, chiamata a preparare il mondo alla venuta del Redentore, era, per decreto della stessa Provvidenza, destinata a soggiogare tutti i popoli; si disse che, soggiacendo essa al segno del Leone, doveva, per virtù d'influssi celesti, ottenere necessariamente l'universale dominio[350], e si disse ancora che con arti magiche essa provvide alla sicurezza e alla gloria propria. Ed ecco qui presentarcisi la leggenda famosa della Salvatio Romae, della quale ora intendo discorrere alquanto diffusamente.
Il vigore con cui da Roma si tenevano sotto il giogo tanti e così diversi popoli, la prontezza con che si reprimevano le ribellioni, facevano stupire. Nella Kaiserchronik si dice che ai Romani nessuno poteva resistere, nè in terra, nè in mare[351], e Benzone nel suo scritto Ad Heinricum IV imperatorem inserisce questi versi[352]:
Sicubi forte surgebat nociva sedicio
Ut in coelis est exorta in rerum initio:
Protinus suffocabatur Romano iudicio;
Tunc humanitas vacabat omni gravi vicio.
Alla pronta repressione delle ribellioni Roma aveva provveduto appunto con la Salvatio, artifizio magico singolarissimo che, di solito, si pone in Campidoglio.
Di tutti gli antichi edifizii di Roma il più famoso nel medio evo è il Campidoglio, della cui magnificenza si dicono meraviglie, e reputato valere a dirittura la terza parte del mondo. Fondato da Romolo, o da altro dei primi re, esso era coevo con la città, era il capo di Roma e del mondo, la sede del senato, la stanza augusta della potestà suprema[353]. Era al tempo stesso un tempio, un propugnacolo, un tribunale. Non di rado, nelle cronache, è fatto ricordo del teschio che fu trovato nella terra, quando si cavò per gettarvi le fondamenta, e che, quasi un simbolo del futuro primato, diede al Campidoglio il suo nome[354]. Nel Roman d'Eneas di Benedetto di Sainte-More, il quale viveva nella seconda metà del XII secolo, il Campidoglio è così descritto[355]:
Li Capitoiles sist à destre,
Hors du chastel à une part
Où furent par comun esgart
Li senateur mis pour juger,
Pour tenir droit, pour tort plessier;
Ce fu liex pour tenir les plaiz.
Par merveilleux enging fu fez;
Moult fu larges et biaus dedenz
Voutes et ars y ot II cenz.
Ja n'i parlast uns si tres bas
Ne fust oiz en elle pas
Par tout le Capitoile entier.
Li XXIIII senateur
I estoient ja esgardé,
Puis ot Romme la poesté
D'ilusc à moult lointien sage.
Qui di artifizii magici propriamente non si fa parola; ma già accenna a qualche cosa di magico, già esprime assai acconciamente il concetto che i reggitori sedenti in Campidoglio erano in grado di risapere ogni più secreta cosa, quanto si dice della mirabile diffusione dei suoni in tutto l'edifizio, proprietà che fa tornare in mente il famoso Orecchio di Dionigi e la sua antica leggenda. Che il Campidoglio servisse anche di tribunale è creduto comunemente. A proposito della ingiusta sentenza pronunziata da Teodorico contro Boezio si legge nel noto poema provenzale:
El capitoli l'endema al di clar
lai o solien las altras leis jutjar,
lai veng lo reis sa felnia menar.
Fazio degli Uberti fa dire a Roma, in un luogo già citato del Dittamondo[356]:
Vedi l'antico e ricco Campidoglio;
Quello era il capo mio, e dir potrei
Di tutto il mondo l'altezza e l'orgoglio.
Si ricordava che nel Campidoglio era stato il tempio e il simulacro di Giove conservatore o custode[357], e imperatori e poeti non potevano bramare più solenne onoranza che di ricevere in Campidoglio, quelli la corona imperiale, questi la corona poetica.
I Mirabilia e la Graphia pongono la Salvatio in Campidoglio, e dicono com'era composta. C'erano tante statue quanti erano i regni di tutto il mondo, e ciascuna aveva un campanello appeso al collo. Quando un regno insorgeva contro la signoria di Roma, il campanello di quella tale statua che stava a rappresentarlo in Campidoglio ne dava annunzio sonando. Allora i sacerdoti che avevano quelle statue in custodia ne avvertivano il senato, e il senato incontanente mandava le sue legioni a reprimere la ribellione. Così fu fatta la spedizione di Agrippa e quella di Decio contro i Persiani. Io espongo anzi tutto la leggenda conformemente alla versione che se ne ha nei Mirabilia e nella Graphia, perchè i Mirabilia e la Graphia rappresentano in certo modo la maturità delle leggende medievali intorno a Roma; ma fanno menzione della Salvatio assai prima un testo latino dell'XI secolo conservato nella Vaticana[358], l'Anonimo Salernitano nella sua Cronaca composta verso il 978[359], sul cui racconto dovrò tornare fra breve, San Cosma di Gerusalemme (Agiopolita) nel secolo VIII[360], l'autore del citato opuscolo De septem miraculis mundi[361]. Tutti costoro pongono la Salvatio nel Campidoglio. Se l'opuscolo De septem miraculis mundi fosse veramente di Beda, la descrizione che vi si contiene sarebbe fra tutte la più antica, e risalirebbe al secolo VII; ma ad ogni modo trovandosi essa come ho accennato più sopra (v. p. 112, n. 10), anche in un codice dell'ottavo secolo, e di questo medesimo secolo essendo quella di San Cosma, noi abbiamo piena certezza che la leggenda in discorso era già sorta e costituita nel settecento. Ma nulla vieta di credere che fosse anche più antica, e che l'origine sua risalga ai tempi della già inoltrata decadenza di Roma quando più meravigliosa pareva l'antica fortuna, e si stentava a intenderne le ragioni.
Il Campidoglio era certo per la Salvatio il ricetto più acconcio e più degno, e quivi noi lo vediam porre dagli scrittori più antichi che ne fecero memoria, e quivi ancora da molti altri che vennero poi, come Giacomo da Acqui, Armannino Giudice, l'Autore dei Faictz merveilleux de Virgile, ecc. ecc. Ma in seguito, per quella mobilità propria e nativa delle immaginazioni popolari, per cui facilmente si tramutano da persona a persona e da luogo a luogo, noi vediamo la Salvatio, in forza di certe suggestioni fantastiche più o meno facili a essere riconosciute, trasferita in altri fra i più cospicui edifizii di Roma, e cioè nel Pantheon[362], nel Colosseo[363], nel Tempio della Concordia[364]. Il Libro Imperiale la mette in istretta relazione col tempio di Giano nel passo seguente[366]: «Una porta artificiata era in Roma sotto el monte Giannicolo, dove anticamente abitò lo re Jano primo re d'Italia da cui è nominato el monte Giannicolo. La detta porta era di metallo, ornata maravigliosamente, et con grande artificio, però che quando Roma avea pace stava la detta porta sempre serata, et quando si ribellava alcuna provincia la porta per se stessa s'apriva. Allora gli Romani corevano al Panteon, ciò è a Santa Maria Ritonda dove erano in luogo alto statue[367], le quali rappresentavano le province del mondo, et quando alcuna si ribellava quella tale statua voltava le spalle, et però gli Romani, quando vedevano aperto el delubro di Jano ricorrevano al Panteon, et riguardata[368] la statua, formavano le melizie, et prestamente andavano in quella parte».
Secondo Yâkût, della cui descrizione di Roma si è già parlato, la Salvatio trovavasi in San Giovanni in Laterano, che, essendo sede del pontefice, era diventato il vero caput urbis. Ma molto spesso ancora essa non è in nessuno dei luoghi sinora indicati: la sua sede è un tempio magnifico, o un sontuoso palazzo, o una torre meravigliosa, senz'altra più particolare designazione. Così in Elinando e in Vincenzo Bellovacense che lo copia[369], in Giacomo da Voragine[370], in Ranulfo Higden[371], nel De naturis rerum di Alessandro Neckam[372], nei Gesta Romanorum[373], in Jacopo della Lana[374], nella Weltchronik di Rudolph von Ems continuata da Heinrich von München[375], nella Dyocletianus Leben di Hans von Bühel[376], nel Weltbuch di Enenkel[377], ecc. In tal caso la Salvatio è molto spesso descritta come opera di Virgilio, il quale è al tempo stesso il costruttore del tempio, del palazzo, o della torre che la contiene, mentre ciò accade più di rado quando la Salvatio sia posta nel Campidoglio, nel Pantheon, o nel Colosseo.
Nella descrizione delle statue che compongono la Salvatio s'incontrano molte diversità fra gli scrittori. La statua che occupa il luogo di mezzo è, di solito quella di Roma, ma qualche volta ancora quella di Romolo, di Cibele o dell'imperatore[378]. Le statue che stanno all'ingiro rappresentano le province soggette, o altrettante divinità adorate in quelle, o anche i principi obbedienti a Roma[379]. I campanelli denunziatori appesi al collo delle statue si agitano da sè, oppure sono scossi dalle statue stesse che li tengono in mano, le quali, in alcune descrizioni, fanno anche manifesta la ribellione con voltare il dorso alla statua di mezzo[380], o con drizzare l'armi verso di lei[381], o con altro atto. In luogo di campanelli si hanno anche scudi, che, percossi, risuonano. Qualche volta la statua di mezzo indica col dito quella il cui campanello ha dato segno di ribellione[382], o agita un campanello anch'essa[383]. In cima all'edificio si pone per giunta un cavaliere di bronzo che volge l'asta verso la provincia ribelle[384]. Le statue sono in numero di settantadue, quanti i popoli della terra usciti dalla progenitura di Noè, il che esprime l'universale dominio di Roma. Così la leggenda, passando di bocca in bocca, e di libro in libro, si variava, si accresceva, si complicava[385].
Ma quale ne può essere stata la origine? Che sia nata nell'Occidente di Europa, anzi nella stessa Roma, mi pare, se non affatto sicuro, molto probabile, sebbene i ricordi più antichi che ce ne sieno venuti si trovino a un tempo stesso, nell'VIII secolo, in un Greco di Gerusalemme e in un testo latino. Inoltre, costituita già, come noi la vediamo, nel secolo VIII, essa deve necessariamente essere alquanto, e forse molto più antica. Non sarà estraneo all'argomento spendere qualche parola intorno a quel tanto che sulla origine sua si può congetturare.
Il Massmann inclina a credere[386] che suo primo principio sia stato qualcuno di quegli orologi figurati e adorni di statue mobili, che, per testimonianza di parecchi scrittori, si ammiravano in Roma. Orologi così fatti possedevano il tempio di Quirino, il tempio di Diana sul monte Aventino, il Campidoglio, dov'erano tante altre meraviglie. Il Bock fa sua questa ipotesi, senza citarne la fonte[387]; ma a me non sembra essa molto plausibile. L'uso degli orologi doveva essere troppo universalmente cognito in Roma, e troppo grande era il numero loro, perchè da uno di essi, dimenticati gli altri, potesse nascere una leggenda quale quella della Salvatio. Il Comparetti propende a credere[388] che questa sia bizantina di origine, e ne mostra il principio nella famosa favola delle oche capitoline, alla quale Dante credeva ancora. Ma nemmen questa opinione finisce di persuadermi. A Costantinopoli, dove non poche favole s'immaginarono in sostegno delle pretensioni imperiali, nessuno poteva propriamente avere interesse d'inventarla, e gli scrittori bizantini, se se ne toglie Cosma, non pare che l'abbiano conosciuta. Ma Cosma stesso potrebbe averla udita raccontare da qualche pellegrino[389].
Le favole dei Mirabilia pajono essere tutte di origine occidentale, e non c'è ragione per credere che quella della Salvatio faccia eccezione alla regola. Ora Cosma accenna evidentemente ad altre favole, quando parlato della Salvatio, soggiunge: πολλὰ δὲ καὶ ἄλλα θαύματα ἄξια κατὰ ̔Ρώμην ἐστίν, e con quest'altre favole, non nate, e, per la più parte non conosciute a Costantinopoli, quella della Salvatio doveva far corpo. La testimonianza di Cosma mostra l'antichità, ma non la origine della leggenda.
Io credo la leggenda della Salvatio nata in Roma, nel quarto o nel quinto secolo, da un complesso di cause che esporrò brevemente.
Ricordiamo anzi tutto che, secondo la tradizione più antica, sede della Salvatio è il Campidoglio; nel Campidoglio dunque debbono essere le ragioni della sua origine. Ora il Campidoglio era l'arx, era il cuore di Roma. Ivi i templi più augusti, ivi i simulacri degli dei e degli eroi, ivi le tavole delle leggi. Il tempio di Giove Custode sorgeva nella parte più nobile del colle, e di una delle statue del dio massimo si credeva avesse virtù di scoprire le celate insidie che minacciavano l'onore e la sicurezza di Roma. Secondo si narra, questo simulacro precipitò per la congiura di Catilina, e fu rifatto maggiore. Di esso diceva Cicerone nel l. II De Consulatu[390]:
Tum fore ut occultos populus sanctusque Senatus
Cernere conatus posset, si solis ad ortum
Conversa inde Patrum sedes populique videret.
Nel Campidoglio ancora erano i simulacri della Bona Fortuna e del Bonus Eventus, opera, dicevasi, di Prassitele, e ivi consacrava Cicerone una statua di Minerva Custoditrice. Che Roma dovesse durare quanto il Campidoglio era comune credenza, e Virgilio dice nel IX dell'Eneide[391]:
Dum domus Aeneae Capitolii immobile saxum
Accolet imperiumque pater romanus habebit.
Del resto i Romani credevano di avere tra le loro mura molti firmamenta imperii, dei quali non mi trattengo a discorrere[392]; ma non tralascerò di ricordare come sotto gl'imperatori fosse venuto in costume di consacrare in dati luoghi statue metalliche, le quali si credeva avessero virtù di trattenere i barbari ai confini; e nel testo dell'VIII secolo pubblicato dal Docen, e in quello dell'XI pubblicato dal Preller, e nel racconto di Elinando, e altrove, si parla di una consecratio statuarum. La narrazione di Olimpiodoro, testè citata, si riferisce appunto a tale costume. Le tre statue di cui egli parla erano fatte a immagine dei barbari contro ai quali le avevano poste, ed è noto che le statuette di cera, o d'altra sostanza, usate in certe malìe, così nell'antichità, come nel medio evo, dovevano essere fatte a immagine delle persone in cui danno se ne voleva sperimentata la virtù. Si ricordi ora che Augusto fece costruire in Campo Marzio un portico, detto porticus ad nationes, nel quale erano raccolti simulacri rappresentativi di tutti i popoli soggetti all'impero di Roma[393]. Questo portico non aveva certamente avuto nel pensiero di chi lo costrusse altro scopo che la glorificazione di Roma dominatrice delle nazioni; ma facilmente nella fantasia popolare potè poi nascere la credenza che le statue quivi raccolte fossero un artificio magico inteso ad assicurare la soggezione delle province.
Avremmo qui un primo germe, ma non il solo, della leggenda nostra, nella quale rimane forse un documento curioso della reazione pagana contro il cristianesimo trionfante. Tutti sanno come i più ostinati seguaci dell'antica credenza ricordassero volentieri, nel tempo che la fortuna di Roma cominciava a declinare, la potenza e la gloria passata, e come del tristo mutamento dessero colpa ai cristiani, disprezzatori delle antiche divinità, e introduttori di un nuovo culto. In fatti la fortuna di Roma sembrava morire coi numi sotto la cui tutela era prima sorta e cresciuta.
Gli apologeti ebbero a combattere con tutte le forze loro e con tutti gli argomenti della fede e della ragione questa superstizione vivace ed aggressiva, a cui cresceva vigore la carità di patria, e che si traeva innanzi con una certa sembianza speciosa di verità da poter facilmente sedurre gli spiriti non ben fermati ancora nella nuova dottrina. A Roma si ricordava che quando vigilavano in Campidoglio i simulacri degli dei le province non si ribellavano impunemente, e i barbari non erano tanto arditi di varcare i confini. A questo modo il Campidoglio diventava sede di un arcana e soprannaturale potenza, divina pei pagani, diabolica pei cristiani. A poco a poco, perdendosi la memoria esatta delle cose, e confondendosi le dubbie reminiscenze, la leggenda si forma. I simulacri delle nazioni migrano dal portico di Augusto al Campidoglio, si confondono con le divinità ivi esistenti, si trasformano in altrettante divinità proprie delle nazioni soggette. Poi, crescendo la barbarie e l'ignoranza, la rappresentazione di questa misteriosa potestà si fa sempre più grossolana, e ne vien fuori l'artifizio tra il magico ed il meccanico, con le sue statue girevoli, e co' campanelli denunziatori. Ecco in qual modo si formò a mio credere la leggenda della Salvatio, la cui origine sarebbe da porre dopo il trionfo definitivo del cristianesimo, e dopo i primi rovesci che menomarono e avviarono alla dissoluzione la potenza romana. Il medio evo, che trova la leggenda già fatta, lascia da prima sussistere la Salvatio nel Campidoglio, poi la tramuta, obbedendo agl'impulsi della propria fantasia, nel Colosseo, nel Pantheon, altrove. Rinnovellato il sogno della monarchia universale, le statue, rappresentino esse le nazioni soggette, o le divinità di quelle nazioni, saranno settantadue, quanti i nepoti di Noè, quante le lingue uscite dalla torre di Babele, quante le diverse generazioni che, dopo il diluvio, si sparsero a ripopolare la terra[394].
La narrazione già citata dell'Anonimo Salernitano pare che confermi in singolar modo la opinione ch'io seguo. Eccola nelle proprie parole del testo: «Nam septuaginta statuae, quae olim Romani in Capitolio consecrarunt in honorem omnium gentium, quae scripta nomina in pectora gentium, cuius imaginem tenebant, gestabant, et tintinnabulum uniuscuiusque statuae erat, et sacerdotes die ac nocte semper vicibus vigilantes eas custodiebant, et quae gens in rebellionem consurgere conabatur contra Romanum imperium, statua illius gentis commovebatur, et tintinnabulum in collo illius resonabat. Ita scriptum nomen continuo sacerdotes principibus deportarent, et ipsi absque mora exercitum ad reprimendam eandem gentem dirigerent. Sed dum fuissent praedictae statuae aereae Constantinopolim deportatae, ille iam fatus imperator Alexander huiusmodi verba depromsit: Illo denique tempore Romanorum imperatores erant gloriosi, quando istae statuae venerabantur. Unde statim sericis vestibus venire iussit et singulas circumdedit Nocte igitur subsecuta cum se sopori dedisset, vir clarissimus ei apparuit, et comminanter super eum venit, eumque in pectore forti yctu percussit et nomen suum protinus propalavit, adiciens: Ego sum, inquit, Romanorum princeps Petrus! Et statim cum magno taedio evigilavit, sanguinemque suum vomere coepit, et sic exitiale morte defunctus est». L'Alessandro di cui qui si parla regnò dal 911 al 912. La prima parte del racconto coincide quasi interamente con la narrazione più antica del codice di Wessobrunn e con l'altra del codice Vaticano.
Ma la Salvatio non è sempre composta di statue come nelle varie narrazioni riferite e ricordate sin qui; secondo altri racconti, assai più recenti, essa consiste in uno specchio magico in cui si scoprono i nemici di Roma. Autore di esso, come di tant'altre meraviglie, è Virgilio. Di questa seconda leggenda si trova anche fatto ricordo assai spesso. Nei Seven Sages pubblicati dal Wright[395] l'autore di esso non è Virgilio, ma Merlino:
Sire, hit was a mane,
Merlyn he hatte, and was a clerke,
And bygan a wondir werke;
He made in Rome thourow clegyse
A piler that stode fol heyghe,
Heyer wel than any tour,
And ther-oppon a myrrour,
That schon over al the tovn by nyght
As hyt were day lyght
That the wayetys myght see;
Yf any man come to cité
Any harme for to doon,
The cité was warned soon.
Ma è questa una eccezione; del rimanente lo specchio magico è sempre descritto come opera di Virgilio[396]. Di specchi magici che hanno virtù di fare scoprire le insidie o le minacce dei nemici è grande numero nella letteratura leggendaria in genere, e questo di Roma non è se non copia di altro più antico[397].
Coll'ajuto della Salvatio i Romani soggiogarono il mondo[398], e quanto il mondo, fu vasto il loro impero. Giovanni Cavallino, parlando, nella sua Polistoria[399], della porta Collina, nota: «Vel Collina porta potest dici a colle finitimo dicte porte per quam itur ad eum qui hodie dicitur Mons Marus, ubi imperator Romanorum, post coronationem suam, statim ascendit, et volvendo se undique dicit: Omnia que videmus nostra sunt et nostris mandatis obediunt universa mundi».
La Salvatio fu distrutta per fatto dei nemici di Roma, i quali non potevano sperare, nè di vincere, nè di conservarsi liberi tanto che quella sussisteva. Coloro che la fanno distruggere sono i Cartaginesi[400], oppure tre re che dai Romani avevano sofferto molte prepotenze[401], o il re di Puglia[402], o il re di Sicilia[403], o i principi di Germania[404], o un re di Ungheria[405]. Guiraut de Calanson ricorda un Menelas che:
Fel mirail de Roma fremir.
La distruzione si compie mediante un'astuzia a cui ho già accennato nel capitolo precedente. Alcuni emissarii dei principi nemici danno ad intendere all'imperatore di Roma, il quale spesso è Ottaviano, oppure ai senatori e ai consoli, che sotto la torre della Salvatio sono nascosti grandi tesori. Ottenuta licenza di cercarli, cavano nelle fondamenta della torre, e operano in modo che questa precipita quando essi sono già lontani da Roma. Questa storia della distruzione non accompagna in principio la leggenda più antica, dove la Salvatio è formata di statue; essa vien fuori la prima volta insieme con la leggenda più moderna dello specchio, ma poi, naturalmente, si appicca anche all'altra[406]. Ch'essa sia di origine orientale può darsi, e qualche indizio il farebbe credere[407]. Secondo un'altra leggenda l'edifizio e le statue della Salvatio precipitano quando nasce Cristo, conforme da Virgilio, loro artefice, era stato profetizzato[408]. Ma qui la leggenda della Salvatio interferisce con un'altra di cui dovrò far parola a suo luogo[409].
Ma la leggenda non provvede soltanto alla sicurezza esterna di Roma, provvede ancora alla sicurezza interna. Essa dice che Virgilio fabbricò per l'imperatore Tito una statua che scopriva tutti i delitti commessi secretamente in Roma[410].
Sin qui delle leggende che mostrano Roma munita di soprannaturali difese e inespugnabile; passiamo ora a dir qualche cosa di alcune leggende di carattere al tutto opposto, le quali mostrano Roma esposta a pericoli, o vinta da nemici di cui la storia non serba ricordo.
Cominciamo da Alessandro Magno. Era impossibile che la leggenda, tendendo ad allargare sempre più la cerchia delle portentose avventure e delle conquiste del gran Macedone, non andasse, o prima, o poi, ad urtare contro Roma. Già Arriano[411] dice che secondo Aristo ed Asclepiade, i quali scrissero dei fatti di Alessandro Magno, i Romani, al par dei Bruzii, dei Lucani, dei Tusci, mandarono legati al Macedone, e che questi augurò bene della futura loro potenza. Egli nè nega, nè afferma, ma avverte solo che nessuno storico latino fece mai ricordo di ciò, e Tito Livio crede anzi che Alessandro Magno non sia stato noto ai Romani nemmeno di nome[412]. La legazione era asserita anche da Clitarco, secondo la testimonianza di Plinio[413], e Clitarco seguitarono Diodoro Siculo[414], Quinto Curzio[415], Memnone[416]. Lo Pseudo-Callistene dice[417] che Alessandro Magno ricevette l'ossequio dei Romani, e conquistò i regni di Occidente, e ancora[418] che i Romani gli mandarono per Emidio console una corona d'oro adorna di perle, quattrocento talenti, e duemila soldati, scusandosi di non poter mandare di più, impegnati, com'erano, nella guerra contro i Cartaginesi. Ciò avveniva nell'Italia stessa, dove Alessandro si suppone passato sino dai primordii del suo regno. Giulio Valerio, traduttore dello Pseudo-Callistene, e l'Arcipresbitero Leone, autore della Historia de preliis, divulgano questo racconto, orientale di origine, nell'occidente di Europa, dove da indi in poi si ritrova assai spesso ripetuto, con varianti di maggiore o minore rilievo, nelle numerose storie di Alessandro Magno, che, in prosa e in verso, si hanno in tutte le letterature del medio evo[419]. Il Gorionide, esagerando al solito, dice che i Romani accolsero Alessandro come signore, e che egli vi dominò sino alla sua morte[420]. Armannino nella Fiorita dice similmente che Alessandro ebbe la signoria di Roma, e che dagli indovini era stata profetizzata la sua venuta, alla quale non era possibile opporsi, tale essendo la volontà di Dio. Ekkehard ricorda che in sul principio delle sue conquiste Alessandro andò a Roma, e tace di tutto il resto[421]. Jacob van Maerlant racconta[422] che i Romani mandarono ad Alessandro la corona romana,
En gaven hem die roemsce croene.
In qualche codice dei Mirabilia le terme di Alessandro Severo pare si mutino in un palazzo di Alessandro Magno. Nei Mirabilia del già citato codice Marciano si legge il seguente curioso passo: «In thermis olimpiadis, ubi assatus fuit sanctus Laurentius, et vocatur ibi Panisperna; ideo dicitur Panisperna quia Olimpias, uxor Philippi regis macedonii ibi colebatur pro dea, et offerebatur ei panis, pola et perna, vel caro porcina». Anche tra gli Arabi pare siavi stata una leggenda, comunicata ad essi probabilmente dai Greci per le trafile solite, la quale attribuiva ad Alessandro la conquista di Roma[423].
Ma se la grande ammirazione che per Alessandro si aveva nel medio evo bastava a fare accettare una leggenda manifestamente greca di origine e non troppo lusinghiera per gli occidentali in genere, e per quanti si credevano discendere dagli antichi Romani in particolare, non mancano tuttavia scrittori che negano di accoglierla, e che, più o meno direttamente, le contraddicono. Ottone di Frisinga dice[424], che Alessandro morì quando appunto si preparava a soggiogare Roma e tutto l'Occidente; altrove parla del Macedone come di un incomodo pedagogo, che dava soggezione a Roma, la quale solo dopo la morte di lui prese a crescere liberamente e a coprirsi di gloria. Gotofredo da Viterbo ricorda nella parte XI del Pantheon, che Alessandro ricevette in Babilonia i legati di tutti i re dell'Occidente che a lui si sottomettevano. Ai Romani ricalcitranti scrisse: Si venero venero; e quelli con nobile audacia risposero: Si veneris inveneris. Dante esclama nel l. II del De Monarchia: «O altitudo sapientiae et scientiae Dei, quis hic te non obstupescere poterit? Nam conantem Alexandrum praepedire in cursu coathletam romanum, tu, ne sua temeritas prodiret ulterius, de certamine rapuisti». Finalmente Federico Frezzi ha questi versi nel Quadriregio[425]:
Il quarto che ha la luce chiara e pura
Su nella testa, è Alessandro altero,
Che fece a tutto il mondo già paura.
Egli ebbe l'Oriente tutto intero.
Forse, se non che morte il levò tosto,
Di vincer Roma gli riuscia il pensiero.
A far nascere la leggenda testè riferita contribuì per molta parte, come fu giustamente osservato dal Mai[426], l'essersi scambiato con Alessandro Magno Alessandro re dei Molossi e fratello di Olimpia. In molte cronache si narra prima la venuta in Italia di questo, poi la venuta di quello; ma in altre, come per esempio nella Historia miscella[427], si narra solamente la prima e della seconda non si fa parola[428].
Ma già molto prima di Alessandro Magno Roma ebbe, come abbiam veduto, in Davide un pericoloso avversario[429]. Beniamino Tudelense parla nell'Itinerario di una via lunga quindici miglia aperta da Romolo nelle viscere dei monti, presso Napoli, per paura di Davide[430]. Del resto Roma fu assediata, presa e distrutta più volte, se s'ha a credere alla leggenda. Di un assedio postole da un re negromante si parla nei Mirabilia a proposito del Cavallo di Costantino, della cui storia dirò più oltre a suo luogo. Di un altro assedio per parte di una gran moltitudine di barbari discorre Beda nel suo trattato De divisionibus temporum. Giano, re dell'Epiro, rifugiato in Roma, salva la città, ed è poi adorato come dio[431]. Giovanni d'Outremeuse racconta[432] che l'anno 410 dopo la cattività di Babilonia i Sicambri la espugnarono, uccidendo 60000 persone. Allora il duca Cleto lasciò Roma e tutta la signoria a' suoi due figliuoli Alessandro e Flandrino.
Fra gli Ebrei corse un tempo la credenza che i Romani, distruttori del Tempio, sarebbero stati ridotti in soggezione dai Persiani: se i Persiani sino ad ora non vennero, vennero invece, e molto numerosi, e più volte, i Saraceni, come si legge in parecchie chansons de geste[433]. Giovanni d'Outremeuse, favoleggiatore inesauribile, ricorda parecchie altre espugnazioni di Roma. L'anno 457 la prendono gli Ungheresi e i Danesi, i quali, «jasoiche que ilh fussent Sarasiens ne se voirent onques rien forfaire aux englieses»[434]. L'anno 567 Peris, re di Francia, passò in Italia, sconfisse i Romani, uccidendone 12000, assediò Roma e la prese; ma, vinto dalle preghiere del papa, non la distrusse[435]. L'anno 517 Artù vinse i Romani in Bretagna e passò in Italia; ma concluse la pace prima di avere espugnata Roma[436]. Ciò nondimeno l'anno 541 fu ricevuto dai Romani per signore[437]. L'anno 622 Cosroe venne, distruggendo le terre, sin sotto Roma, dove fu vinto dall'Imperatore Eraclio[438].
Ma quando Attila si presentò sotto le mura di Roma combatterono insieme sino l'anime dei morti[439]. Il Flagello di Dio fu per le preghiere del Papa incenerito da un fulmine, e gli Unni fuggiaschi perirono in mare[440]. Armannino Giudice narra invece che Attila e Totila, i quali erano prima di Costantino, occuparono l'Italia e Roma gran tempo e fecero stalle delle chiese.
Ma da quanto si è detto della leggenda della Salvatio non si argomenti che nella credenza del medio evo Roma debba la sua grandezza e la sua signoria soltanto agli ajuti soprannaturali dell'arte magica. La giustizia, il senno e il valore dei Romani sono ricordati continuamente, e proposti come nobile esempio da imitare. Senza quelle virtù Roma non sarebbe mai salita a tanta altezza di gloria a quanta salì veramente. Dei Romani dice Giovanni Villani[441] che «per forza d'arme, e virtù e senno di buoni cittadini, quasi tutte le provincie, e reami e signori del mondo domarono, e recaro sotta sua signoria». In certe Histoires romains manoscritte[442] si dice: «Mais de toute la glore et de toute la noblesse qui fut oncques a Romme n'en y eut si noble, ne qui tant face a prisier comme fait celles des vaillans hommes, lesquels en divers temps y eurent en gouvernement et seignorie, et qui prefererent tousiours, le bien publique a leur propre bien». Nel Livre du Chevalier errant di Tommaso marchese di Saluzzo si legge[443]: «Heromulus, le riche prince honnoures, qui Rome fist, et fonda la plus noble cite qui soit: la nasquirent les meilleurs hommes qui ou monde feussent. Celle par force subgiga le monde VIIc ans, mez Lombardie ne pot que IIIIc ans subgiguer qui estoit pres de la». Tutta la vita pubblica di Roma si considera come un concorso armonico e una gara delle virtù più nobili che si palesano con forti e generose opere[444]. Gli esempii massimi, Lucrezia[445], Giunio Bruto, Muzio Scevola[446], Marco Curzio[447], sono continuamente e con ammirazione ricordati. Si celebra la prodezza dei Romani nell'armi; ma si ricorda ancora la loro longanimità, la fede nei trattati, l'amore della giustizia[448]. Il senno latino è riconosciuto e ammirato[449].
La potenza di Roma fa stupire il medio evo. Per ispiegarla più pienamente s'immagina la leggenda della Salvatio, poi, per una di quelle antitesi poetiche e significative, familiari alla fantasia popolare, si vuol connessa tutta quella potenza, e la superba dominazione, ad alcun che di eccessivamente fragile e tenue. Di Napoli si diceva che fosse fondata sopra un uovo; di Roma si pensò che fosse sospesa a un filo di seta.