CAPITOLO VII. La Leggenda degl'Imperatori.

Il periodo della storia romana che più sta a cuore al medio evo è il periodo imperiale. Nelle cronache senza numero in cui si dà un compendio di quella storia, sull'era repubblicana e consolare si sorpassa assai leggermente. Detto della fondazione della città, accennati gli avvenimenti principali occorsi sotto i re, ricordata la cacciata e la morte di Tarquinio il Superbo, e il mutato reggimento, si salta a Giulio Cesare e alla narrazione de' suoi gran fatti. Libri interi si compongono, che dagli imperatori prendono il nome e dalle lor vite l'argomento, come il Libro Imperiale, il Libro Augustale, la Historia Imperialis di Giovanni da Verona, il Fioretto di croniche degl'imperadori fra noi, la Kaiserchronik in Germania, ecc. Il Romuleon che dal titolo parrebbe dover essere più particolarmente una storia di Romolo e delle origini della città, passa oltre e giunge sino a Diocleziano[450]. L'interesse per Roma repubblicana è, generalmente parlando, un frutto del Rinascimento avanzato. Dante ricorda con riverenza ed ammirazione Tito Manlio Torquato, Cincinnato, i Decii, i Fabii, gli Scipioni, e fa di Catone, l'ultimo dei repubblicani, il custode del Purgatorio; ma le sue dottrine politiche non gli permettevano di considerare la repubblica altrimenti che come una forma meno perfetta e meno legittima di reggimento. Quel Bruto che cacciò Tarquino è bensì posto da lui nel limbo, ma senza nessun segno di onoranza speciale. Il Petrarca esalta la Roma degli Scipioni, di Bruto, di Fabrizio[451], ricorda Catone,

. . . . . quel sì grande amico

Di libertà che più di lei non visse,[452]

celebra, nel Trionfo della Fama, i più illustri figliuoli della repubblica e pone Scipione alla pari con Cesare; ma il suo sogno è la monarchia universale, la monarchia di Augusto glorificata da Virgilio, da Orazio, da Ovidio. Lo stesso Cola di Rienzo era ammiratore caldissimo di Giulio Cesare, di regola considerato nel medio evo come il primo imperatore. Il buon Boccaccio, sebbene consilii il tirannicidio, e chiami tiranni tutti i prìncipi del tempo suo[453], è tutt'altro che un repubblicano. I veri repubblicani, conscii di sè e de' proprii intendimenti, non compariscono se non molto più tardi, per direttissimo influsso del pensiero greco sulla nuova coltura del Rinascimento, coltura che ne' suoi principii fu, com'è noto, pressocchè esclusivamente formata di elementi latini[454]. Un catilinario dello stampo di Stefano Porcari non può sorgere che nel bel mezzo del secolo XV; il medio evo non se lo sarebbe nemmen potuto immaginare. Esempii come quelli di Crescenzio, di Arnaldo da Brescia, di Cola di Rienzo, confermano assai più che non ismentiscano quanto asserisco. Il nome stesso di respublica non conservava più l'antica genuina significazione; nell'VIII secolo, in Italia, per Respublica s'intendeva l'Esarcato di Ravenna soggetto agl'imperatori d'Oriente, e su questa Respublica cominciavano i papi a vantare diritti, e Respublica Romanorum si chiamava poi il dominio della Chiesa, sopra il quale stendevasi la sovraneggiante tutela dei re di Francia.

La Roma dunque che il medio evo sogna e vagheggia è quella imperiale, non quella dei consoli: con gl'imperatori soltanto Roma sembra venire nel suo più bel fiore, con gl'imperatori prendere ad esercitare risolutamente nel mondo l'alto e misterioso suo ufficio. La magnificenza senza pari della città divenuta sede dei Cesari, le dimostrazioni infinite e le pompe di quella sconfinata potenza, di quella vita fastosa ed esuberante, erano, certo, più di checchessia, atte a colpire fortemente le fantasie in tempi naturalmente propensi al meraviglioso; ma non era questa la sola causa del fatto. Tutto richiamava gli spiriti alla Roma imperiale. I prosatori e i poeti latini che il medio evo non si stancava di leggere, di chiosare, di tradurre, erano venuti su con l'impero, celebravano l'impero. L'era nuova, con la quale cominciava la seconda vita della umanità, prendeva, gli è vero, la origine dal nascimento di Cristo; ma quasi in quel tempo medesimo ancora l'impero aveva avuto principio. L'impero sorgeva

. . . presso il tempo che tutto il ciel volle

Ridur lo mondo a suo modo sereno;[455]

così che, sebbene tutta la storia di Roma fosse provvidenzialmente legata coi nuovi destini della umanità, tuttavia i legami non si cominciavano propriamente a scoprire se non quando avveniva l'impero. Da indi in poi questi legami non si sciolgono più. La Chiesa nasce e cresce nel grembo di Roma imperiale. Sopraggiungono le persecuzioni, ed ogni nome di martire rimanda a un nome d'imperatore. Degl'imperatori e dei papi si formano naturalmente due serie parallele che si richiamano a vicenda, e l'una è come complementare dell'altra. Sotto il titolo di chronica imperatorum et paparum si hanno del medio evo, manoscritti e a stampa, innumerevoli elenchi degli uni e degli altri, alcuna volta con la sommaria indicazione dei fatti principali avvenuti sotto il loro reggimento, alcun'altra volta invece, senz'altra indicazione che del nome e del tempo che durarono in dignità. Costantino porta la nuova fede sul trono, e tramutando in Bizanzio la sede dell'impero, cede alla Chiesa, secondochè dalla leggenda è narrato, i suoi diritti su Roma, e le prerogative sovrane; ed ogni pontefice che si vegga minacciato ne' suoi presunti diritti, o che voglia acquistarne di nuovi, si fa forte del nome di Costantino, e si dichiara legittimo erede della imperial potestà. L'idea dell'impero non si spegne mai, rimane anzi viva ed è a tutti familiare. Per ricostituire l'impero di Occidente, dopo più che tre secoli d'interruzione, non c'è bisogno nè di preparare gli spiriti, nè di forzare gli avvenimenti; la ricostituzione si compie come un fatto normale, universalmente inteso e lungamente aspettato.

Se a queste ragioni si aggiunga che nella non breve lista degl'Imperatori romani parecchi ve ne sono, i quali, o per la bontà, o per la malvagità loro, o per alcun caso singolare della loro vita, naturalmente sollecitano la curiosità e l'attenzione, e se si considera essere una propria generale tendenza delle immaginazioni popolari raccogliersi intorno a personaggi di molto conto, di guisa che l'imperatore, il re, la regina, sono figure consuete e quasi obbligate della fiaba, s'intenderà di leggieri come intorno agli imperatori romani siensi accumulate tante leggende e tante strane finzioni quante ne ha immaginate e trasmesse sino a noi il medio evo.

Queste leggende e queste finzioni per lo più si trovano sparse in iscritture d'ogni generazione; ma alcuna volta si raggruppano, e formano corpo insieme, come nella famosa Kaiserchronik tedesca, libro singolarissimo, d'ignoto autore, d'incerta età, ma composto probabilmente verso il mezzo del XII secolo, e continuato più tardi; compilazione indigesta e curiosa, dove in circa 18500 versi si viene narrando con infinite favole, tolte di qua e di là, trasposte, mescolate, la storia degl'imperatori, da Giulio Cesare a Rodolfo di Absburgo[456]. Alla Kaiserchronik si stringono, imitando, amplificando, alterando, il Weltbuch di Enenkel[457], e la Weltchronik di Rudolf von Ems, o, per meglio dire, del suo continuatore Heinrich von München[458]. Queste storie, dove degl'imperatori si narra e si favoleggia assai largamente, dovevano essere accolte con particolar favore nel paese a cui era toccata in sorte la potestà dell'impero; ma anche tra noi non mancarono le simili, benchè fossero, o più compendiose, o composte con altro spirito e con altri intendimenti. Nel nostro Fioretto di croniche degl'imperadori[459], e nella Cronica degl'imperatori romani[460], le favole non fanno difetto, ma sono in copia molto minori e narrate con assai meno amorosa prolissità, e lo stesso si può dire della Historia Imperialis di Giovanni da Verona[461]. Al Libro Imperiale, infarcito di favole[462], si contrappone il Liber Augustalis[463], che n'è interamente scevro.

Le leggende che io chiamerò imperiali possono distribuirsi in due classi; la prima, di quelle che si appiccano a imperatori reali, la seconda, di quelle che creano imperatori immaginarii. Delle principali tra le prime, che sono indubitabilmente le più curiose e le più importanti, parlerò nei capitoli che seguono: esse, legandosi insieme, vengono spesso a formare una storia compiuta, seguono l'imperatore, la cui vita porge ad esse argomento, dalla nascita alla morte, e s'intrecciano più o meno con la storia reale. Per lo più è un fatto storico quello da cui esse traggono la prima suggestione, e che porge loro la base o il contorno. Delle altre, che sono come sporadiche e accidentali, e di quelle ancora della seconda classe, dirò qui stesso brevemente quel tanto che basti.

Cajo Caligola è fatto morire di un fulmine nella Kaiserchronik[464], la quale pone inoltre sotto il suo reggimento il fatto di Marco Curzio[465]. Galba ha per avversario Pisone: dividono la signoria; quegli regna in Roma e fonda Capua, questi nel territorio e fonda Pisa[466]. Vitellio aveva fatto morire Ottone insieme con cinquantamila de' suoi seguaci. La famiglia di costui gli contrasta l'impero e medita vendetta. Per consiglio de' suoi fautori egli esce di Roma e l'assedia. Da principio i Romani si difendono strenuamente, ma poi, vinti dalla fame, sollecitano il senato perchè apra al nemico le porte. Il senato ricusa; allora Odenato si offre di liberare egli la città; sceglie dodici compagni, parati ad ogni suo cenno, e s'accorda con essi di uccidere Vitellio. Egli tenterà primo l'impresa; se non gli riesca di condurla a termine, gli altri verranno dopo lui, e la compiranno. Si ripete il fatto di Muzio Scevola. Vitellio fa grazia della vita a Odenato, che in premio del suo eroismo riceve dai Romani in dono il palazzo di Bruto. Si concorda una tregua; ma in capo di nove mesi, quando il termine della tregua è già presso a spirare, dodici seguaci di Vespasiano, una notte, rapiscono Vitellio, e lo sotterrano vivo[467]. Nerva prende il posto di Falaride di Agrigento nella notissima storia di Perillo[468]. Decio, che ha non piccola parte nelle leggende famose di San Lorenzo e dei Sette Dormienti, muore fatto a pezzi dai diavoli[469].

Il romanzo dei Sette Savii si lega ai nomi di Vespasiano e di Diocleziano, e inventa l'imperatore Ponziano[470]. Non ho bisogno di ricordare qui quale storia serva di cornice ai racconti di questo libro famoso. Nei Gesta Romanorum si trovano attribuiti a imperatori, romani o posti sotto il loro reggimento, fatti e casi che in origine non hanno nessun'attinenza con Roma. Quivi la storia del re Lear si riferisce a Teodosio[471]; a Domiziano la novella dei tre avvertimenti che salvano tre volte la vita[472]; ad Aglae, figliuola dell'imperatore Pompeo, la storia classica di Atalanta e d'Ippomene[473]; ad Adriano, o a Teodosio, il noto apologo della campana, della serpe e del rospo, che si suol raccontare di Carlo Magno[474]; a Tiberio, a Claudio, a Vespasiano, a Tito, a Massimiano, a Gordiano, altri fatti e altre storie che sarebbe lungo ripetere. La novella del re che fece nodrire uno suo figliuolo dieci anni in luogo tenebroso, e poi li mostrò tutte le cose, e più li piacque le femmine, indiana di origine[475], narrata nel Novellino[476], ripetuta con varie mutazioni nel Prologo della giornata IV del Decamerone, nelle Vite dei Santi Padri di Fra Domenico Cavalca[477], in un vecchio poemetto tedesco intitolato Daz Gänslîn[478], nel Libro de los Enxemplos[479], ecc. si riferisce nel Fior di Virtù[480] all'imperatore Teodosio. Una novella di Costanza, figlia di Tiberio, racconta il Gower[481].

Di Diocleziano, che nei Gesta Romanorum diventa inaspettatamente un modello di virtù, ma che va coperto di molta infamia nelle leggende dei martiri, e più specialmente in quella famosa della legione Tebea, di Diocleziano si narra nel Libro de los Enxemplos[482] una curiosa storia, la quale ha pure nella verità qualche piccola radice. Fu un tempo che genti straniere turbavano in molte parti l'impero di Roma, e interrogando i cittadini gli oracoli, per sapere come dovessero governarsi, fu loro risposto eleggessero principe colui che trovassero a mangiare a una tavola di ferro. I Romani mandarono lor cavalieri nelle province a far indagine di cotal uomo, e avvenne che passando alcuni di questi per la Dalmazia, s'imbatterono in un contadino, il quale, avendo sciolto i buoi dall'aratro, desinava, servendosi del vomere come di desco. Parlando con esso lui trovarono ch'era buon discorritore, e molto sensato e discreto nelle sue ragioni; per modo che, espostagli la causa del loro venire, seco ne lo condussero a Roma, e quivi fu fatto imperatore. Massimiano allora, risaputa la cosa, essendo ancor egli di Dalmazia, e amicissimo di Diocleziano, si recò a Roma. Ma Diocleziano intanto, soffrendo della mutazione del clima e dei cibi, ammalò. Non potendo altrimenti giungere sino a lui, Massimiano s'infinse medico, e ricevuto assai amorevolmente dall'antico compagno, tanto si adoperò con savii consigli che questi tornò alle costumate vivande e agli esercizii del corpo e racquistò in breve la sanità. Di ciò ebbero grande allegrezza il senato e il popolo di Roma, e Diocleziano, volendo mostrare il suo grato animo, si tolse Massimiamo collega nel reggimento. Ma poi, volgendosi al male tutt'a due, e perseguitando i cristiani, Dio li punì facendoli uscire del senno, per modo che, rinunciata la potestà imperiale, di propria risoluzione si ridussero novamente in condizione di privati, e da ultimo Diocleziano morì di veleno e Massimiano s'impiccò. Il modo della elezione di Diocleziano ricorda altre storie affini, per esempio quella del Goto Vamba. Di un re di Ravenna che ammalò per aver mutato vitto e costumi si narra nello stesso Libro de los Enxemplos[483].

Nella Kaiserchronik si confonde l'imperatore Gallieno col medico Galeno[484]. Gallieno fu il più dotto medico che mai nascesse in Roma, e operò gran cose con la sua scienza; ma odiava i cristiani, e nelle loro persone sperimentava i farmachi e l'arti sue. Faceva tagliar loro i piedi e le mani, faceva aprire loro le vene; egli fu il primo che introdusse il costume di strappare gli occhi alla gente. Tuttociò faceva in servizio dell'arte sua, e i pagani lo lodavano della sua sapienza. Gallieno era anche savio fiosofo, che qui tanto vale quanto indovino. Una notte lesse nelle stelle che il giorno seguente i suoi camerieri avrebbero tentato di avvelenarlo. Non fece mostra di nulla. Quando a mensa il coppiere gli mise innanzi una tazza avvelenata, egli, conoscendo l'inganno, costrinse il traditore a bere in suo luogo, e tanta fu la forza del veleno che al malcapitato schizzarono gli occhi dal capo. Gallieno allora si partì da Roma, imprecando alla città, e minacciando vendetta ai suoi abitatori. Andò al castello di Boemondo, e fatta venire una gran cassa di bronzo, la empiè di veleno, e ordinò fosse sommersa nel Tevere. L'acqua del fiume, quivi passando, rimaneva attossicata, e quanti poi ne bevevano non potevano scampare la morte. In Roma ne morirono tredicimila persone. Un buon medico venne in ajuto dei Romani; la cassa fu ritrovata e levata dal fiume. Gallieno, avvertito che i cittadini lo volevano mettere a morte, fuggì in Siria; ma quivi fu poi ucciso a onor dei Romani.

Gautier d'Arras, Otte (Ottone di Frisinga?), Enenkel, raccontano di Foca e di Eraclio una storia romanzesca, greca forse di origine, dalla quale si ritrae questo insegnamento, che chi tiene le donne sotto guardia troppo rigorosa è spesso cagione del loro fallire[485]. Altre invenzioni e attribuzioni così fatte si trovano in copia, specie nella Kaiserchronik e negli scrittori che attinsero da essa; ma io non credo di dovermi più oltre indugiare a discorrerne, giacchè non è in esse, generalmente parlando, nessuna delle qualità che fanno pregevoli e degne di studio le leggende. La leggenda, dirò così, genuina e legittima ha la sua necessità logica, più o meno facile a essere riconosciuta, nasce di una certa applicazione protratta e sistematica della fantasia a certi fatti, a certe persone, come mostrano con luminoso esempio le immaginazioni che si raccolsero intorno ai nomi di Alessandro il Macedone e di Carlo Magno; mentrechè le finzioni di cui ho fatto cenno nelle pagine precedenti sono per lo più fortuite e scioperate, congiunte a tali o tali persone solo in grazia del capriccio o del caso, e pronte a slegarsene come appena se ne porga occasione. Tuttavia, nel caso nostro, una certa importanza indiretta l'hanno ancor esse in quanto mostrano la tendenza degli spiriti nel medio evo a stringere intorno a Roma l'errante popolo delle favole, a raccorlo sotto la sua alta dominazione morale, e affermano la virtù attrattiva di quella Roma medesima, divenuta centro di gravitazione a tutto il pensiero dei tempi.

Delle trasposizioni d'ogni maniera che s'incontrano nelle liste degl'imperatori non parlo, perchè sono troppo naturali; dirò invece qualche cosa degl'imperatori fantastici e non mai esistiti. Nei Gesta Romanorum se ne trova una lunghissima filza: Dorotheus Gorgonius, Adonias, Miremis, Olimpus, Lampadius, Coronius, Onias, Mamertinus, e dieci e dieci altri. Anche nella Kaiserchronik se ne trovano parecchi. Pompeo è fatto imperatore assai spesso, e un imperatore si fa di Romolo, l'ignoto raccoglitore di favole[486]. Nei Gesta Romanorum, nel Novellino, nella Kaiserchronik, altrove, si narra la storia di Foco, che di fabbro diventò imperatore. Tito aveva decretato che in certi giorni tutti dovessero astenersi dal lavoro, e Virgilio aveva fabbricato una statua che rivelava il nome dei trasgressori. Foco, non avendo osservato la legge, minaccia la statua di spezzarle il capo se lo denuncia, e però questa da prima non vuole svelare il colpevole, poi lo svela. Condotto davanti all'imperatore, Foco dice come debba ogni giorno buscarsi otto denari, de' quali due servono a pagare un debito, due impresta, due perde, due spende per mantenere il padre, la moglie, il figlio, sè stesso. Tito lo lascia andare. Morto Tito, Foco è fatto imperatore: l'immagine sua è contraddistinta da otto denari. Questa favola ebbe origine probabilmente da qualche antica moneta, de' cui emblemi si volle dare spiegazione.

La romanzesca storia di Faustiniano, padre di San Clemente papa, e imperatore di Roma, il quale perde per una serie di sventurati casi, che un po' ricordano la leggenda di Sant'Eustachio, i figli, la moglie, e si riduce egli stesso in miserabilissima condizione, poi ritrova i suoi, racquista il trono, e si fa cristiano, occupa nella Kaiserchronik più di 1800 versi[487]. Di Gioviniano si narra nei Gesta Romanorum e altrove, come, avendo voluto essere tenuto un dio, fu punito della sua tracotanza. Un giorno, a caccia, Gioviniano, sollecitato dalla caldura, s'immerge in un fonte. Un angelo veste i suoi panni, prende il suo posto, è da tutti creduto l'imperatore. Questi tenta invano di farsi riconoscere, ed è, per comandamento dell'angelo, bastonato ben bene. Da ultimo, palesato il miracolo, egli, pentito, torna nella condizione di prima[488]. La storia popolarissima di Crescenzia si rappicca nelle varie sue forme a un imperatore Narciso, o a qualche altro imperatore. Nella storia di Fiorio e di Biancofiore in ottava rima, stampata in Roma nel XV secolo, Fiorio, compiute le sue gesta, diventa imperatore di Roma.

& poi di Roma fu decto imperadore

& gran tempo visse con bincifiore.

Così le fantasie più disparate nel medio evo gravitano intorno a Roma come a loro centro di attrazione, e molte di esse, o si legano a imperatori reali, o introducono nella storia romana imperatori fantastici. Non so se a questa generale tendenza non obbedisse ancora Pietro Aretino, o chi altro si fosse, quando del nome di Eliogabalo insigniva una Oratio protreptica sive adhortatoria ad meretrices, che si trova nella Historia Augusta stampata da Aldo Manuzio nel 1519 in Venezia.