CAPITOLO VIII. Giulio Cesare.

Giulio Cesare è generalmente considerato nel medio evo quale primo imperatore, e la sua celebrità viene in gran parte dall'opinione appunto ch'egli avesse fondato l'impero, e dato principio all'era più bella e più gloriosa di Roma. Come nascesse questo errore non andrem ricercando, se pure non s'ha a dire che quanto si conosceva dei fatti di Cesare, e la consuetudine di confondere le cose aventi affinità tra di loro propria dei tempi a cui faccia difetto la critica, lo rendevano necessario ed inevitabile[489]. A farlo nascere può anche avere contribuito Svetonio con porre Giulio Cesare primo nelle sue Vite degli Imperatori.

La celebrità di Cesare è maggiore assai che non quella del munificentissimo Augusto, primo riconoscitore della divinità di Cristo, secondo la leggenda, e del pio Costantino che procacciò il primo trionfo politico della fede cristiana sul gentilesimo. Gli è che le gesta di lui erano fatte per provocare l'ammirazione, per eccitare le fantasie, e per porgere acconcio argomento alla poesia romanzesca. La Farsaglia di Lucano, come ho già detto, molto diffusa e spesso tradotta nel medio evo, benchè ripiena di uno spirito avverso a Cesare, pure contribuiva per la parte sua a divulgarne maggiormente il nome. Il trovero narrava volentieri

De l'emperor Cesar, qui, par sa baronnie,

Le plus du monde conquist et mist en sa baillie.

Il giullare non doveva ignorarne la storia: Guiraut de Calenson nell'enseinhamen ne lo fa avvertito:

E pueis aprens

Con cil den Rens

En feron Julius fugir.

. . . . . . . . .

E de Brutus

De Cassius

Con saubron lor senhor aucir.

Altri trovatori ancora fanno ricordo della storia di Cesare[490]. Nel Roman de Rou si legge[491]:

Cesar, ki tant fist e tant pout,

Ki tut le munt cunquist e out,

Vnkes nuls hom, puis ne avant,

Mien escient ne cunquist tant,

Puis fu ocis en traisun

El capitoile, ceo sauum.

Dante pone Cesare armato con occhi grifagni nel Limbo insieme con gli altri illustri dell'antichità[492]. Tommaso di Saluzzo così parla di Giulio Cesare nel Livre du Chevalier errant[493]:

Chascun scet de voir et de certain.

Et ce n'est mie certes en vain.

Comment Cesar, le fort empereur,

Par sa force, sens et valeur

Conquist le monde entierement,

Tout fu en son commandement,

Dont il mist tel ordonnance,

Car devant n'avoit nulle sentence,

Qu'Ytaliens orent le gouvernement

VII.c ans du monde entierement,

Et pour celles oeuvres accomplir

On puet penser, sanz point mentir,

Que ce ne fu sans grans vertus

A monter si hault sanz reffus.

L'autore del Libro Imperiale dice nel dar ragione dell'opera sua[494]: «Onde, volendo passare tempo, e volendo rubare alla fortuna gli accidiosi pensieri, io Can dal Chastello, studiando sopra gli autori e quali parllano della reale e nobile città, di Roma, la quale di begli esempli a alluminato el mondo, e letti gli affanni e le fatiche innistimabile onde Julio Ciessare divenne del mondo singniore, disposi nell'animo mio cierchare che fussi di Cessare suto dopo le battaglie fatte». Il Liber Augustalis ha in principio queste parole: «Primus igitur qui romanum arripuit imperium fuit Julius Caesar, Lucii filius, valentissimus omnium principum, qui in vigore animi non habuit parem, nec ante se, nec post se». Lo stesso Cola di Rienzo si dilettava di raccontare le storie di Cesare: moito li delettava le magnificientie de Julio Cesare raccontare[495].

La storia di Giulio Cesare diede argomento a parecchi libri nel medio evo. Nel XIII secolo Giovanni di Tuim compose una Hystore de Julius Cesar in prosa[496], compilata su Lucano e i commentarii de bello civili, de bello Alexandrino, de bello Africano, de bello Hispaniensi. Ma già prima possedeva la letteratura francese un romanzo in prosa, tratto da Lucano, da Sallustio e da Svetonio[497], contenuto in molti codici, e nel XIV secolo recato in italiano sotto il titolo: I Fatti di Cesare[498]. Da Giovanni di Tuim principalmente, ma anche da fonti latine, attinse Jacot de Forest, autore di un Roman de Julius Cesar[499] in circa 9800 alessandrini. Tutte queste storie, sebbene si tengano molto strette alla Farsaglia, pure, quanto all'intenzione generale se ne scostano in modo notabile, essendo per Cesare piene di benevolenza e di ammirazione. Quel tanto che di Cesare si narra nel poema dell'Intelligenza deriva dal romanzo francese anonimo[500], ma forse anche da qualche altra fonte. Delle quattro parti che compongono il Libro Imperiale due sono consacrate a Giulio Cesare, due ai successori suoi sino ad Enrico VII, e di Giulio Cesare si narra lungamente nel Fiore d'Italia di Fra Guido e nell'Aquila volante. Anche nella Fiorita di Armannino Giudice si trova, verso la fine, la storia di Cesare, salvo che non vi viene a compimento. Nel Triumphe des neuf preux, curioso libro composto ai tempi di Carlo VIII[501], Giulio Cesare è posto insieme con gli altri eroi massimi, Giosuè, Davide, Giuda Maccabeo, Ettore, Alessandro Magno, Artù, Carlo Magno, Goffredo di Buglione. Il Libro de los enxemplos ricorda[502] una storia intitolata: Las trufas de los pleitos de Julio Cesar, la quale pare sia andata perduta. Finalmente i fatti di Giulio Cesare porsero anche argomento a misteri: un Mistaire de Julius César si doveva rappresentare ad Amboise nel 1500 in presenza di Luigi XII[503].

Caesar è, come a tutti è noto, il nome di una famiglia della gens Julia. Di quel nome già gli antichi diedero varie etimologie, narrando alcuni che il primo fondatore della famiglia fosse stato estratto dall'alvo materno con l'ajuto dei ferri chirurgici (caesus est, Caesar), altri che fosse nato con una folta capigliatura (caesaries), altri che avesse avuto occhi azzurri (Caesi oculi), altri finalmente ch'egli avesse ucciso con un sol colpo un cavaliere ed un elefante, combattendo contro i Cartaginesi, i quali l'elefante chiamavano Caesar. Nel medio evo lo straordinario nascimento, e la folta capigliatura, e gli occhi azzurri si attribuiscono a dirittura a Giulio Cesare. Di solito si dice che questi fu estratto dal ventre della madre già morta; ma l'autore del romanzo francese anonimo testè citato pare che accenni ad altro quando dice: «Cesar fu tant el ventre sa mere que il convient le ventre trenchier ainz que il en issist». Nella cronica di Alfonso il Savio si recano cinque ragioni del perchè Cesare s'avesse quel nome[504]. «Cinco razones ponen los Sabios porque fue dicho este nombre Cesar». Le cinque ragioni sono: 1º, perchè Cesare fu estratto dal corpo della madre, «è en latin dizen scindere (l. caedere) por tajar ò ferir ò batir con verga ò alguna otra cosa tal»; 2º, perchè nacque capelluto «è en latyn dizen cesaries por vedija ò por cabelladura ò por cerda de cabellos»; 3º, perchè cominciò la usanza di tagliarsi i capelli, «porque fue el primero que cabellos se cerceno»; 4º, perchè essendo nella prima gioventù uccise un elefante, «è porque en griego dizen ceson por elefante tomaron los sabios desta palabra Cesar»; 5º, perchè vinse ed uccise tanti nemici quanti nessun altro capitano mai, «è porque dizen en latyn como oystes cedere por bater ò por ferir tomaron segund esto desta palabra cedere Cesar». In una cronaca catalana inedita, intitolata Flos Mundi[505] la nascita di Cesare è narrata in assai strano modo. «Abans que Julius Cessar nasques ac .I. dia en la ciutat de Roma gran bregua entra ells que y mori gran gent. Et quant fo pasada la bregua, anant .I. cavaler per la ciutat, en tra los morta viu gaer una dona morta, qui era prenys, e viu que li balugava la criatura dins la ventra. E deveyla del cavayl, e obri la dona, e trach li la criatura, e aco fo al temps de iuliol, e per lo nom del mes meseran nom a aquella criatura Iulius, e per tal com la dia en enans qu'ell nasques eran estats pecegats son pare e sa mare, e meseran li sobra nom Cesar. En axi ac nom Iulius Cesar. E quant saberan que era estat de bon linatga nodriren lo be». Abbiamo in tutto ciò un esempio della tendenza che ha la fantasia popolare, e l'erudita ancora, a dare ai grandi uomini origini singolari e meravigliose.

Delle guerre combattute da Giulio Cesare si narra molto diffusamente, come dal gusto del tempo si richiedeva. Secondo le varie cronache nazionali, egli, prima di trionfare, patì grandi sconfitte in Gallia, in Germania, in Bretagna; ma alla lunga nessuno poteva resistergli. Non mette conto tener dietro a queste narrazioni prolisse, piene di particolari favolosi, ma assai poco istruttive, e punto dilettevoli. Il solo valore ch'esse abbiano sta nel sentimento di amor patrio di cui sono ripiene, e di cui fanno testimonianza onorevole. Un breve cenno in proposito potrà dunque bastare. Secondo le già citate Chroniques de Tournay[506], Giulio Cesare non riesce ad espugnare la città di Tournay, che strenuamente si difende contro l'armi romane, se non con l'ajuto di parecchi principi di Francia, di quattro re d'Africa, che si traggono dietro centomila uomini, e persino dei diavoli dell'inferno. Nella Kaiserchronik si narra[507] come Giulio Cesare trionfò dei varii popoli di Germania, ma seppe in pari tempo, con la mitezza e generosità di cui diede prova, conciliarsi l'amore dei vinti. Respinto dai Romani, che non lo vogliono ricevere in città, Giulio Cesare ricorre ai suoi amici Tedeschi. Dalla Gallia e dalla Germania accorrono i baroni armati in suo ajuto:

Dô sie virnâmen sînen willen,

dô samenten sich die suellen

ûzir Galliâ und ûzir Germânie

kômen schare manige

mit schûninden helmen,

mit vesten halspergen.

sie leitten manigin schônin schildes rant

zuo Lancparten in daz lant[508].

Col loro ajuto Giulio Cesare trionfa dei suoi oppositori. Da indi in poi i Tedeschi furono sempre amati in Roma.

Le imprese veramente compiute da Giulio Cesare non sembrano più bastare alla sua gloria, e se ne inventano di nuove. Enenkel racconta che egli vinse i Monocoli, o Sciapodi, noti nella etnografia fantastica del medio evo[509], e li rincacciò sino in India. Nel Libro Imperiale si parla[510] di certe spedizioni che Giulio Cesare aveva in animo di fare. «Apresso pensava andare verso e turchi[511], per mezo della Magiore Erminia[512], per vendicare la morte di Crasso e degli altri Romani». Armannino Giudice racconta nella Fiorita[513] che Cesare, dopo avere conquistato Francia, Inghilterra, Germania e Ungheria, domò i Tartari, i Goti, i Garamanti, e conquistò l'India maggiore e la minore, dove «gli venne incontra lo prest Jan sança alcuna arme, ma humilemente e con grande riverença, però ch'egli avea dagli suoi indovini che Cesare per voglia di dio tucto il mondo dovea conquistare». Dopo di ciò Giulio Cesare si spinge sino al Caucaso, e giunge alla regione di Gog e Magog. È noto che anche Alessandro Magno fu fatto arrivare al paese di Gog e Magog; la leggenda di Giulio Cesare si allarga a spese di quella di Alessandro Magno. Del resto il remoto Oriente, paese di meraviglie, esercitava una irresistibile attrazione su tutti gli eroi leggendarii: Carlo Magno giunse nella leggenda sino a Gerusalemme, ma Artù arrivò nel cuore dell'Asia.

La guerra contro Pompeo è narrata per disteso nelle varie opere citate più sopra. Secondo riferisce Alberto Stadense nel Chronicon, alcuni credevano che Cesare avesse assediato Pompeo in Roma, e citavano un verso da lui composto in quella occasione, il quale diceva:

Te tero, Roma, manu nuda, date tela, latete.

Degli onori tributati a Cesare dopo le sue grandi vittorie si parla anche frequentemente. Nei Gesta Romanorum si fa ricordo[514] di una colonna che il popolo romano gli dedicò l'anno ventesimosecondo (sic) di Roma[515]. Bisogna leggere nel Libro Imperiale la narrazione delle onoranze che si fecero a Cesare, quando, vittorioso, tornossene a Roma; e poichè le stampe del Libro Imperiale sono assai rare, siami lecito di riportarla qui per intero[516].

Dee trionfi e quali aparecchiorono e Romani a Cessare e della morte di Sexto figliuolo di Ponpeo. Cap. 8.

E Romani aparecchiorono all'onore di Cessare cinque trionfi, benchè dall'uno all'altro mettessino alchuno dì di tempo per più dilunghare la onorevole festa. Lo primo fu per la vittoria di Francia, lo sechondo fu per la vittoria di Tesaglia, el terzo fu per la vittoria d'Erminia, dove morì Farnacie re[517], lo quarto fu per la vittoria d'Africha, dove morì Giubba re di Linbia, lo quinto fu per la impresa d'Aimunda, dove morì Ingnieo e Sexto, benchè no morì Sexto in bataglia; anche dopo la impresa d'Aimunda fuggì alla marina e chapitò a una isola signoreggiata d'Agrippa di mare, la quale, vedendolo, lo sgridò e disse: Honde vieni, misero? che vai erando? che per tua viltà no meriti esser chiamato figliuolo di sì fatto padre; e perchè a viltà ti se' senpre dato dengna chosa è che vilmente muoia, cioè pelle mani d'una femina. Allora chosì diciendo chon una mazza turchiescha l'uccise. Ora torniamo a nostra materia.

Del primo trionfo ch'ebbe Cessare all'entrare di Roma. Cap. 9.

Aparecchiati che ebbono gli Romani gli trionfi, Cessare si misse uno vestimento porporeo vermiglio tutto, hornato di margherite, e in chapo si misse una chorona di foglie d'alloro a chapo schoperto. Apresso salse in sun un charro tutto lavorato e messo ad oro, menato da quattro destrieri bianchi. Dinanzi andavano tutt'i ballatori, armeggiatori, et ongni giente festa faceva con infiniti stormenti[518]. Apresso al charro andavano tutti gli uficiali di Roma cho' luminari in mano, e dall'altro lato andavano donne e giovane faciendo festa. Drieto a lui venivano tutti li principi et baroni ch'erano stati presi nelli assedi et nelle battaglie. Et chosì andando tennono verso el Chuliseo, dove scese del charro et entrò dentro chon molta riverenzia ringraziando gl'iddii di tanta vittoria. Apresso donò alli sacierdoti quello chavallo chol quale avea senpre chonbattuto, el quale fu chosa mostruosa, perchè aveva nel chapo uno chorno chol quale senpre feriva gli nimici, ed avea due chode e fu di pelo baio[519]. Poi donò ai sacerdoti, ricevendo in onore degli iddii tutt'i prigioni. Apresso, fatto solenne sagrificio rimontò nel charro, e passò sotto all'archo trionfale, lo quale aveva fatto fare el popolo in onore di Ciessare, ed era tra Palagio maggiore e 'l Chuliseo. Passato ch'ebbe l'archo disse Ciessare di sua bocha: Delli due triunfi neghati siamo all'uno; chome volessi dire: morti sono choloro che mi negharono l'onore dell'acquisto di Francia. Andando in Chanpidoglio siedè nella sieda de' dittatori, et quivi per quella notte alberghò: lo giorno all'alba tornò alle sue proprie abitazione.

Del sechondo trionfo chominciando alla Minerva. Cap. 10.

Lo sichundo triunfo fu per la vittoria di Tesaglia, et questo fu a tre dì apresso al primo[520]. El quale s'aparecchiò alla Minerva, dove andando Cessare, e pontefici el choronaro per brivilegio di chorona d'alloro, et missogli in dosso un vestimento biancho d'un drappo turchiesco, in abito pontifichale: poi salì Cessare in uno destriere, el quale rechava e sachrifici al tenpio, nel quale non era lecito a niuno salire. Questo era choperto di porpora vermiglia. Apresso e sacerdoti portavano sopra il chapo uno padiglione di seta vermiglia, et cholle luminare de' sacrifici, et cho' sopradetti honori andarono in Chanpidoglio; et al salire di Chanpidoglio disse Cessare queste parole: Honore di chocente travaglio; chome volessi dire: ho Roma, di che mi fai honore? della terra choperta nel chanpo di Tesaglia della charne et del sangue de' tua et de' mia cittadini? Apresso siedè nella sedia[521] de' chonsoli, e tornò alle sue abitazioni.

Del terzo trionfo chominciando alle sua abitazioni. Cap. 11.

Et presso alli cinque dì seghuenti ebbe et el terzo trionfo pella vittoria di Linbia. Pre questo si levò dalla sua chasa, e fu in questo modo. Quattro chavagli portavano una sedia tutta lavorata ad oro, nella quale sedeva Cessare vestito d'uno palio ad oro di nobile lavoro. Sopra el chapo gli portava uno chavaliere uno stendardo tutto ad oro, con una aquila nera, sotto la quale insengna aveva avute sue vittorie; et chosì cho molti stormenti, et achonpangnato da tutti e chavalieri di Roma andò in Chanpidoglio, dove, chome[522] giunse, siedè nella sedia de' sanatori, la quale dengnamente avea aquistata per lo re Giubba ch'era cittadino di Roma, et in quello anno chiamato senatore; et levandosi disse di sua bocha: Grande fu la potenzia de' mia chome la torre. Questo volle dire richordandosi di quelli alifanti, e quali assenbrò lo re Giubba a Chartagine, che per lo 'ngegno de' sua chavalieri furono tutti spaventati.

Del quarto trionfo ch'ebbe Ciessare chominciando a Panteone. Cap. 12.

El quarto trionfo fu dì sei dopo il terzo, et questo si chominciò al tenpio del Panteon, dov'era l'orrigine di tutti gl'iddii. Oggi si chiama santa Maria Ritonda. Cessare salì in un charro d'avorio intagliato cholle storie troiane, e tirato da quattro alifanti tutti choperti di chandido ermellino, e 'ndosso avea uno vestimento ad agho lavorato chon grande maraviglia, lo quale avea fatto la reina Ames per amore che portava a Cessare. Et andando a Chanpidoglio colli sopradetti honori, et cholle chorone dell'alloro in chapo, nel salire di Chanpidoglio disse queste parole: Andai, viddi et vinsi. Questo disse perchè grande maraviglia gli parve, perchè lo re Farnacie con tutti gli Ermini furono vinti in meno di quattro hore. In questo quarto trionfo siedè nella sedia de' dittatori, perchè li pretori aveno scritto a Farnace chonfortandolo contro a di Cessare.

Del quinto et ultimo triunfo inchominciato in Cha[n]po di marzo. C. 13.

Lo quinto et ultimo trionfo si chominciò in Cha[n]po di marzo, perchè nel detto luogho Ponpeo avea più volte neghato a Cessare il trionfo. Quivi salse in un charro choperto di porpora, choperto d'un gram padiglione ad oro con aquile nere, ed intorno al padiglione pendevano molte charte bianche. Nel mezo n'era una a lettere d'oro, la quale dicieva: chomanda, et chome singnore sarai ubbidito; et chon gli detti honori andò in Chanpidoglio; ed al passare della strada Apia di Chanpidoglio gli fu messo sotto el charro, lo quale tirava correnti destrieri, uno giughante, el quale avea presso Cessare nelli stormi, el quale morì del peso del charro. Giunto in Chanpidoglio siedè nella sedia inperiale. Et usanza era in Roma che quando alchuno ricevea trionfo hogni persona gli potea dire quanta villania voleva, et questo si facieva perchè niuno si levassi in superbia. Per tema niuno ardiva questo dire a Cessare; ma uno si levò et disse: Iddio ti salvi, reyna. Questo disse perchè Nichodemo re di Belchime[523] lo tenne, quando era giovane, chome moglie. Di questo Cessare si rise. Allora gli fu posta la chorona inperiale a dargli ad intendere ch'egli era singnore de Roma et de' chomuni del mondo. Et allora chominciorono a trovare per lui quello parlare che dicie vos, che insino a quel dì giammai e Romani non arebbon detto a persona altro che tu; hora inchominciorono a dire chon Cessare vos. Poi lo stabilirono a tutti gli ufici et feciono gienerale singnore Cessare del tutto, et chome a singnore gli portavano riverenza, dimentichando ogni loro fatto passato; et in questa quinta sedia tenne l'onore de' tribuni, sicchè Cessare honnia erat, et ongni honore et ongni singnoria ricevette[524].

Fatto imperatore, Cesare riforma le leggi, gli ordinamenti, i costumi, edifica, apre strade[525] e porti, tutto governa, a tutto provvede. Dice Armannino Giudice che Cesare fermò la gerarchia dei re, duchi, marchesi, conti, principi, cattani e valvassori[526]. Che il mese di luglio prese il nome da lui non si dimentica[527]; ma la gloria militare offuscò alquanto la gloria letteraria del gran capitano. Benchè conosciuti, i Commentarii non sono tra i libri più frequentemente citati nel medio evo.

Una leggenda italiana, anzi fiorentina, attribuisce la fondazione di Firenze a cinque signori di Roma, Cesare, Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Marzio, che tutti insieme avevano combattuto contro Catilina. Che Giulio Cesare non fu in tutto estraneo alla congiura di Catilina è noto; ma in questa leggenda si assume il contrario e si costituisce Cesare campione e tutore di Roma. Giovanni Villani, narrata, sulla fede di Sallustio, la congiura, la disfatta e la morte di Catilina sotto Fiesole[528], passa a dire della guerra che seguì tra i Fiesolani, i quali avevano seguita la parte del ribelle, e Quinto Metello e Fiorino, nobile cittadino di Roma della schiatta de' Fracchi, ovvero Floracchi. Questo Fiorino è, come ben s'intende, personaggio tutto fantastico. L'assedio di Fiesole dura molti anni, sinchè i Fiesolani disperati, una notte, danno l'assalto al campo romano, da cui erasi partito Metello con le sue genti, e uccidono di sorpresa Fiorino e quasi tutti i suoi. Allora muove alla espugnazione di Fiesole, mandatovi dai consoli, dai senatori e da tutto il comune, Giulio Cesare insieme con Rainaldo conte, Cicerone, Tiberino, Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Camertino, Sezio conte Tudertino. «Cesare si pose a campo in sul monte che soprastava la città, che è oggi chiamato Cecero, ma prima ebbe nome monte Cesaro per lo suo nome, ovvero per lo nome di Cicerone. Ma innanzi tengo per Cesare, però che era maggiore nell'oste. Rainaldo pose suo campo in sul monte allo incontro della città di là da Mugnone, e per suo nome insino a oggi è così chiamato; Macrino in sul monte ancora nominato per lui; Camertino nella contrada, che ancora per li viventi e per lo suo nome è chiamata Camerata. E tutti gli altri signori di sopra nominati, ciascuno pose per sè suo campo intorno alla terra, chi in monte e chi in piano. Ma di più non rimase proprio nome, che per lo presente ne sia memoria». Dopo alcun tempo, partitisi gli altri, Cesare si rimane solo all'assedio, e ordina che nella villa di Camarti, presso al fiume d'Arno, fosse edificato un parlatorio per potere in quello fare suo parlamento, e per una sua memoria lasciarlo[529]. In capo di due anni, quattro mesi, sei dì, Fiesole si arrende, e Giulio Cesare, distruttala, scende al piano, e comincia a edificare una nuova città, acciò che Fiesole non fosse mai più rifatta[530]. Sopravvennero gli altri quattro signori nominati di sopra, e fu da essi a gara costrutta la città, cinta di buone mura, provveduta d'acquedotti, insignita di un Campidoglio al modo di Roma; e questa fu poi Firenze[531]. Ma a raccontare tale storia non fu primo Giovanni Villani; già altri l'aveva raccontata prima di lui, raccogliendola, senza dubbio, dall'antichissima tradizione[532]. Poi lo Pseudo-Ricordano la ripete[533], ma con qualche diversità. Distrutta Fiesole, Catilina fu vinto da Cesare presso Pistoja, e rimase morto sul campo: cinquecento anni dopo Attila, ovvero Totila[534], volendo vendicare la morte di Catilina, distrusse Firenze e riedificò Fiesole. A questo racconto si mesce la storia romanzesca di Bellisea e di Teverina, moglie l'una, figliuola l'altra di Fiorino, re dei Romani, e degli amori di Catilina e del Centurione. Di questa storia in Giovanni Villani, e negli altri più antichi non si trova vestigio. La leggenda della fondazione di Firenze è ricordata anche nell'Ameto del Boccacio, la guerra combattuta fra Romani e Fiesolani nell'Avventuroso Ciciliano di Busone da Gubbio. Brunetto Latino ne parla nel Tesoro, e Dante accenna alla leggenda quando in bocca di Brunetto pone aspre parole di biasimo per

. . . quell'antico popolo maligno

Che discese da Fiesole ab antico,

E tiene ancor del monte e del macigno[535].

Del resto, nelle tradizioni popolari Giulio Cesare passa per fondatore di molte città, come, per esempio, di Siviglia, di Merseburg, di parecchie sul Reno[536], persino di Parigi.

Ma il fatto che sopra tutti gli altri si ricorda e si rinarra è la morte violenta di Cesare; questa morte è nel medio evo vivamente deplorata, e gli autori di essa sono fatti segno alla universale esecrazione. Nelle cronache si registrano diligentemente, seguendo gli antichi scrittori, i prodigi che precedettero ed annunziarono al mondo la grande sciagura; ma altri ancora, nuovi e maggiori, se ne inventano. Giovanni D'Outremeuse dice che Virgilio profetizzò il fatto ai senatori un anno prima che accadesse[537]. In molte cronache si ricorda come alcun tempo prima della morte fosse scoperta in Capua la tomba del Trojano Capus (Capys), fondatore di quella città, e come ci si trovasse dentro uno scritto, che annunziava alla fatta scoperta dover seguire la morte del più gran principe del mondo. Nel Libro Imperiale questa meraviglia è narrata con alcune particolarità che altrove non si hanno[538]. «Una città [è] in Terra di Lavoro, la quale è chiamata Chapoa, tenendo el nome dal suo edifichatore Chapus, lo quale fu Troiano, e fu grande agurio. Egli nel suo tenpio fece fare uno sepolcro, el quale chollocò braccia dieci sotto al monte chapoano. Disopra la pietra scrisse lettere greche messe a oro: Io Chapus lascio questo segnio al mondo che giamai questo sepolcro non debba essere schoperto per insino a tanto che 'l primo imperio del mondo non fornisse la sua vita; e chome cholui per chui si pone questo segnio sarà ripieno d'infinito tesoro, chosì dentro da questo monte, lo quale naturalmente produce argento e oro e stagnio questo segnio in forma di sua sepultura». Un giullare pazzo conferma a Giulio Cesare il significato della scritta[539]. Ma i più numerosi e più strani prodigi si trovano descritti nel già citato poema di Antonio Cornazzano De viris illustribus[540].

La nocte oscura circa l'hore sei,

Ordinata la fraude si sentiro

Horribil voci in ciel gridare oimei.

La terra come tracto un gran sospiro

Fe terremoti, et con sanguinea chioma

Faci per l'aria combattendo giro.

Parlon le fiere, et uno agnel si noma,

Carne, carne, gridò: nascendo un putto

Disse a voce alta: Oimè, guai a te, Roma.

Un bove al suo arator disse: A che frutto

Tanto mi pongi, che el gran non pure uno,

Ma in breve el seme uman mancherà tutto?[541]

Piobber sassi di cielo, e in color bruno

Tre dì pel Tevre andar saltando draghi:

Lì non rimase navarolo alcuno.

Mille altri mostri et errabondi e vaghi:

Par ch'ogni specie in drieto si ritorcha

Coma mutata per versi di maghi.

Viva col capo human naque una porcha,

Un putto colla testa d'elefante;

Un ladro morto pianse in sulla forcha.

Sulla moneta ben stampita errante

Mutonsi i volti imperiali allegri,

E dolorosi si guardon le piante.

Cambionsi i lupin bianchi in lupin negri,

El messor della biada spiche accolse

Rosse e piene di sangue i grani integri.

La terra in certe parti si disciolse,

E fe profondo abisso, ove una voce

Sempre gemendo trenta dì si dolse.

Visto fu il ciel da sè schiapparsi in croce,

Spargendo foco, onde temè el iudicio

Del sommo padre la turba ch'el noce.

Che dirò delle fiere al sacrificio

Morte, che tracte le ventraglie fuore

Diè ognuna più di lui cattivo indicio?

Cesar proprio alcun giorni anzi ch'el more,

Ucciso uno agno per augurio d'esso,

Cerchò gran tempo e non gli trovò il cuore[542].

Nel Libro Imperiale si dice che la congiura fu tramata in luogo sotterraneo, che così si descrive[543]: «Quello luogho dove era el chonsiglio ragunato era sotto terra, sotto el palagio della ragione, ed era uno luogo fatto in tondo. Lo suolo di sotto era tutto lavorato a porfido, chosì erano le sedie d'intorno fatte a molte poste. Di sopra avea una volta a musaico lavorata, nel mezo della quale era scolpita la 'magine del sommo Giove. Apresso d'intorno stavano scolpite le imagine di tutti gl'iddei e iddee; e 'l detto luogo stava sì per ragione e achoncio che giamai non s'udiva di fuori chosa alchuna che dentro si facesse o dicesse». Poscia si riferiscono per disteso i discorsi di Bruto e di Cassio.

La uccisione è narrata e spiegata in varii modi. Nelle Chroniques de Tournay si legge a tale proposito la narrazione che segue[544]: «Souveraine envie quy ne peut estre estainte esmeut Cesar envers les senateurs d'une chose qu'il fist, pourpuoy ilz le hayrent a merveille. Il se seoit un iour devant un temple de Veneris, la ou tous les senateurs vindrent pour parler a luy; mais il ne se leva point contre eulx, dont les aulcuns quy dient que Cornille le barbe le retint ad fin que il ne se levast, ainsy qu'on fait a un homme de coustume quant il se voelt lever contre un aultre. Et les aultres dient qu'il ne fist nul semblant de se lever. Il advint une aultreffois que un grant senateur, que on nommoit Ponce l'esgle, estoit avec grant plente d'aulcuns senateurs, quy tous se leverent contre Cezar, fors ce Ponce, dont Cesar eut sy grant despit que moult de iours aprez il n'otroya chose qu'on lui demandast qu'il ne desist tousiours: Ie le feroie s'il me loisoit pour Ponce l'esgle; qui estoit un des enfans bastars de Tournus, lequel par ce despit il le demist et osta du nombre des senateurs. La conmune voix courut a Romme que Cezar s'en devoit aler a Troyes l'anchienne, ou en Alixandrie, a tout la ricesse de l'empire et la iouvente de Romme et du pays environ, et baillier a procurer en la main de ses amis, et feroit de Troyes, ou d'Alixandre, le siege de l'empire. Pour toutes ces choses, et pour plusieurs aultres, fut Cezar mult hays, si que ilz furent bien quarante senateurs, ou plus, tant des bastars du roy Tournus, comme de ceulx de leur lignage, et mesmement aulcuns des pares de Cezar, lesquelz tous pourchasserent sa mort. En especial Cassius et Bructus furent les principaulx de ceste trayson, et moult penserent ou ce pourroit estre fait. Les ungz disoient au pied du pont du champ Marceau, car la il passeroit oultre pour partir les honneurs, et que illec le sacheroient ius et occiroient, et les aultres disoient qu'il vauldroit mieulx de le prendre quant il yroit ou theatre des gieux scenicques. Ne demoura puis guere que l'en cria le iour du senat remuer, ainsy qu'on le faisoit chascun an. Le iour fut assigne au XVe iour du mois de marcz ensuivant en la cour qui fu Pompee. Quant les coniures l'oyrent ilz dirent que ceste place estoit bonne pour adcomplir leur euvre, et que bien povoient attendre iusques adont, et que la sans nule faulte il seroit occis». Segue il racconto dei segni precursori e della morte.

Nel Perceforest[545] la uccisione di Giulio Cesare è rappresentata come una vendetta della vinta Bretagna. La difficoltà dell'impresa sta nel saper cogliere il momento opportuno: Zephir, essere soprannaturale, così dice a Durseau, uno dei vendicatori: «Touttefoys ie te advise que tant est bien fatalize que fortune ne sera contre lui que ung iour et une nuyt et s'il eschappe ce terme sa bonne fortune croistra toute sa vie et pource te convient scavoir quant fortune se partira de luy. Ce sera que a son departement les huys et les fenestres de son palais meneront telle noyse de clorre et ouvrir que toute Romme en sera espoventee». In una Chronique des Evesques de Liege compilata nel XV secolo, e conservata fra i manoscritti della Biblioteca di Berna, si narra come Giulio Cesare fu ucciso dagli amici di Virgilio, il quale dalla figliuola di lui era stato, secondo che narra la nota leggenda, ingannato, sospeso in un canestro, ed esposto agli scherni di tutto il popolo di Roma[546].

Il misfatto si compie nella casa o nel teatro di Pompeo, oppure nel tempio di Achille sulla rupe Tarpea, come si trova scritto in qualche testo dei Mirabilia, o nel palazzo di Campo Marzio dove si teneva ragione[547], o più spesso nel Campidoglio. Ranulfo Higden dice[548] che Cesare fu ucciso con pugnali da gladiatori, e che nel corpo suo non si vide segno di ferita. Secondo il Libro Imperiale, Cesare, prima di soccombere, uccise sei degli aggressori, i corpi dei quali furono poi gettati dal popolo in piazza in pasto ai cani.

I funerali sono così descritti per disteso nel Libro Imperiale[549].

Dell'honore hordinato sopra el chorpo di Cessare. Cap. 30.

Per volere et potere più abilmente honorare el chorpo di Cessare, prima l'achonciorono per modo potesse aspettare el tenpo; e bene che ci fussi assai da fare, però che gli furono trovate ventidue fedite, pure cho gli arghomenti del balsimo e d'altre nobili et chare unzioni l'achonciorono per modo ch'el tennono venti dì. In questo tenpo mandorono messi et imbasciate alli baroni et alli re più pressimani, bene che allora per cierto parllamento che Cessare avea fatto in Roma, si ritrovorono in Roma trentadue re di chorona di diverse parte del mondo, e quali un anno innanzi erano istati richiesti, et anchora non era el tenpo loro spedito. Gli Romani feciono gran pianto, però che sechondo l'usanza anticha lo piansono quaranta dì, venti prima che fussi seppellito, et venti dì dopo la sua sepoltura; et non vi fu niuno el quale avessi da poterllo fare, che non si vestissi a nero, ho a seta, ho a sciamiti, e chi di più comuni vestiri. Tutti e sacierdoti et maestri de' tenpli che poterono al tenpo venire trassono a Roma, et tanta era la giente che v'era venuta che l'abitazione di Roma non bastavano; anche facievano tende et padiglioni per giardini et per le piazze di Roma. Ora assenbrato tanto popolo diliberano et re et duchi che non si indugiassi più, però che per la strettezza della giente non si poteva andare per Roma, et già chominciava la roba a manchare. Et ragionando el luogho della sua sepoltura, ho doue el dovessono ispolvereczare, alchuno dicieva: Facciasi in quello luogho dove e' fu morto; altri dicieva che si faciessi in Chanpidoglio.

Del pianto prima ch'el traessino del palagio, et chome el portorono al tenpio di Minerva. Cap. 31.

Venuto el deliberato giorno tutti i baroni[550] la mattina all'alba furono chongreghati intorno al palagio di Cessare chon sì gran pianto, che se iddio avessi tonato non si sarebbe udito. O chi non arebbe pianto vedendo tanto popolo vestito a nero, et vedere e chavalieri chonpagni di Cessare, et gli altri e quali erano stati cho lui alle battaglie farsi spesso alle finestre gittando bandiere schuartate, et gittando e vestiri festerecci apresso, tutti vestiti a seta oschura, chon visi arossichati di sanghue, e quali gridavano sotto una boce: Morto è il singnore nostro! morto è er rettore del mondo! perduto abbiamo te, Cessare, padre de' Romani! El popolo stava tutto trafitto, et facieva gran romore per vedere el chorpo di Cessare. E baroni apparecchiorono uno nobile cataletto di gran misura, lo quale era d'avorio lavorato ad oro et a perlle, fornito d'infinite pietre preziose, sopra al quale posono uno riccho letto di seta, apresso un palio lavorato ad oro cho pietre preziose, lo quale avea rechato Cessare d'Erminia, che era il più sottile e 'l più riccho maestero che giammai fusse veduto ho trovato al mondo. A chapo gli posono ghuanciali di Turchia, fatti nel loro lavoro d'abisso chomessi, changiando el cholore, lo quale panno riluscie come specchio. Poi hornarono quello mirabile chorpo chon vestimenta inperiale, nell'abito, quanto a tanto fatto si chonviene, d'una porpora chandida lavorata tutta chon perlle et margherite, chalzato d'un drappo vermiglio, et in chapo gli posono una chorona inperiale, tutta choperta era di puro et fino horo d'Arabia chon dodici rocche a somo d'intorno rilevate. Nella sommità loro era per ciaschuna uno riluciente charbonchio al quale lume si sarebbero armati diecimila chavalieri. Poi presono quello venerabile chorpo et posollo nella bara sopra di quello magnificho letto, et chon grandissimi pianti, et chon infinita luminaria [el portorono] al tenpio di Minerva, dinanzi al quale nella piazza el posono sotto uno mirabile padiglione.

Del pianto della inperadrice el delle altre donne di Roma. Cap. 32.

Le donne di Roma erano tutte al tenpio raghunate cholla inperadrice vestita a bruno per aspettare il chorpo di Cessare. Quando la donna vide chome el chorpo era nella piazza, uscì del tenpio a seta nera vestita, achonpangniata da molte donne et da baroni et da tutte le Romane. Quivi fecie smisurato pianto, gittandosi più volte sopra el chorpo, et molte volte era dalle donne richolta da terra chome morta; ma quando prendeva tenpo di lena[551], parllava et dicieva nel pianto: o alto singnore, et dove si riposa la tua infinita potenzia, et chome ti vegho morto stare? O singnor mio, el songnio delle cholonne, et chome in propria forma m'è il vero adivenuto! O Bruto traditore! Chi si sarebbe dalle tue lusinghe guardato? O non eri tu singnore della chorte? O Cessare, o Cessare! chome giamai t'abandonassi alle parole di Bruto! Singniore mio, hor fuss'io stata techo morta, che almeno non vedrei tante morti! Et a chui, singniore mio, mi lasciasti, che n'avesti tenpo di potere parllare? Ho, padre de' Romani, ho, chonsorto degli afflitti, chi sarà homai difesa delle vedovelle et de' pupilli abbandonati? Fiore di provedenza, cholonna di giustizia, splendido lume di piatà et di miserichordia! Et chon queste parole facieva siffatto pianto che facieva piangere hongni creatura che quivi era presente, et spesse volte chadeva sopra el chorpo tranghosciata, et re et baroni, che stavano d'intorno, ciaschuno piangeva chon amaro duolo. Lo re Antonio d'Egitto, lo quale negli stormi fu suo sinischalcho stava cho gli altri baroni d'intorno anchor esso piangendo, et dicieva: Singnore mio, chome vegho el chapo fiero adorno già di mirabili cimieri, et chome negli stormi dimostravi tua potenzia! Dove sono le braccia di tanta achortezza, harmate di schudo et di riluciente spada? Dov'è quel chorpo tanto virtuoso, che sì bene vestiva di splendido sbercho? Ora lo vegho morto stare. Et non sarà però che l'anima non vegha lo spirito volare de' traditori che ebbono ardire di mettere mano a sì fatto singnore. Gli altri re et baroni et donne facievano sì grande el pianto che pareva ch'el mondo dovessi finire per pianto. Et già era passato il mezzo dì; ma li maestri a chui era dato l'ordine a chonducere l'onore, vedendo che l'ora era tardi, ritrassono in drieto gli re e le donne et gli altri, per fare al chorpo l'uficio di Minerva. Et prima presono el chataletto hotto re di chorona, vestiti in abito reghale colle chorone in testa; e fu dinanzi posto lo re d'Ungheria et lo re d'Inghilterra; gli altri due apresso fu lo re di Portoghallo e lo re di Schozia; gli altri due apresso fu lo re d'Erminia e lo re di Spangna; gli due che seguitorono drieto furono lo re di Francia e lo re di Buemia. E levorono el chorpo chon grande riverenzia, et portorollo dentro nel tenpio dove s'assenbrorono solamente e re et baroni cholli pontefici maggiori de' tenpli; et sopra el chorpo posono tavole d'oro, sopra le quale feciono a Minerva solenne sagrificio, rachomandandogli con solenni chanti et uficio l'anima di Cessare. Intorno al chorpo ardeva tanti lumi che pareva ch'el tenpio ardessi. E fatto questo, et tutto l'uficio, presono la statua di Minerva, et tolsono la chorona dello alloro che aveva in chapo, e posolla a Cessare sopra el petto; et questo fu el più singhulare honore che mai si faciessi a nessuno chorpo morto. Poi e detti re adoperorono el loro uficio, presono el chorpo et riportorollo nella piazza sotto l'onorato padiglione.

Chome Cessare fu tratto del tenpio cholla chorona di Minerva, et dell'onore de' chavalieri choperti a bruno. Cap. 33.

La giente che stava di fuori ad aspettare, vedendo tornare nella piazza el chorpo di Cessare cholla chorona di Minerva sopra il petto, dicievano che Minerva avea parllato con Ciessare, et in sengnio di ciò gli avea donato la chorona della sapienza. Apresso le donne, e chavalieri e tutto el popolo ricominciorono amarissimo pianto, tanto che impedivano molto gli ordini degli honori et fattori degli onori. Aparecchiorono apresso agli onori, intorno alla piazza, tutte luminarie atorno, sicchè pareva che Roma ardessi. Apresso tutti gli pontefici parati choll'ufficio, chantando. Prima s'aviorono innanzi per andare a Chanpidoglio mille chavalieri, hornati di chavalleria, a chavallo in chorrenti destrieri, vestiti a seta nera, e chavagli coperti insino a terra; et portavano parte di loro bandiere in mano, chon amare strida et pianti; altri portavano spade cholle punte rinchinate a terra; altri portavano elmi, e chi schudi, e chi strali, [e ohi] chonfaloni acquistati nelle battaglie. Nel mezo di tutti erano sei chavalieri vestiti a nero, chogli destrieri choverti. El primo dinanzi portava un elmo choperto a nero, sopra el quale era el chapo e 'l collo d'un cieciero d'ariento[552]; el sechondo portava una spada et speroni ad oro; el terzo portava uno schudo ad aquila nera nel chanpo d'oro a ritroso[553]; el quarto portava tutta sua armadura di dosso, cholla quale avea senpre chonbattuto; el quinto portava la sua lancia chol pennone ad aquila; el sesto portava libri e quali Cessare avea scritti di sue vittorie.

Della chericieria e luminaria e chompagnia de' re et principi andando in Cha[n]pidoglio. Cap. 34.

Apresso a' chavalieri veniva tutta la chericieria, hordinati cho lunghissima schiera, tutti cho luminare accese in mano; poi veniva tutt'altra luminaria. Apresso furono hordinati e re, e duchi et principi di grande affare. Intorno al chorpo venivano tutti e proposti delle città sogioghate a Roma, e tutti gli uficiali di Roma; e fatto el lamento, le donne furono tutte rimesse nel tenpio di Minerva, et quegli hotto re presono el chorpo cho molta riverenzia, et di questo modo et di questo hordine n'andorono in Cha[n]pidoglio.

Come e' fu spolverezzato e posto nella gullia. Cap. 35.

Giunti che furono in Chanpidoglio e chavalieri si trassono tutti da parte, e baroni cogli re feciono largho cierchio intorno alla bara, et nel mezzo della piazza posono el chorpo, et acchonciorono intorno tutta la luminaria[554], et tutta giente si fece adrieto, et chominciorono un sì grande pianto che mai non fu simile a quello; et rimaso alquanto el grido aspettavano nel pianto l'uno l'altro; et prima chominciorono e re a uno a uno, hognuno chomendandolo di Sua virtù, et chosì seghuitorono e baroni, et gli altri chavalieri; e fatto fine a questo dire richominciorono tutti insieme a fare dirotto pianto; poi ristette el pianto; e' pontefici de' tenpii presono quel chorpo et posollo sopra gientilissime legne, fra quali missono pietre preziose et di soma valuta, et sechondo el chostume anticho arsono et spolverezorono la charne di quello nobilissimo chorpo, poi la richolsono cho molta riverenzia, presente tutto il popolo, e si tolsono l'ossa insieme choll'altra polvere, et missolla in una chassetta d'oro; e fatto questo, chon tutti questi honori la portorono al tenpio di Marte, nel quale primamente posono in alto tutte sue armi, apresso tutte insengnie et bandiere, et infra queste chose apicchorono quegli stocchi et quegli stili che furono trovati nel luogo del chonsiglio, et dinanzi alla statua di Marte posono el libro che trovorono nell'armario, dov'era la chongiura iscritta. A' sacierdoti del tenpio di Marte assengniorono e libri scritti per mano di Cessare, et fatto questo, tolsono una gran palla di grosso metallo, tutta messa ad oro, sopra la quale era una aquila nera, sicchome portava per arme Iulio Cessare, nella quale missono quella chassetta de l'oro, et fatto al tenpio solenne sacrifizio, sì la puosono in sun una e lungha pietra, et alta, che hoggi si chiama la gullia di santo Pietro. Alla quale in quel tenpo gli stava d'inchontro el[555] tenpio di Marte, et fra l'uno e l'altro era grandissima piazza, dove s'assengnavano et rapresentavano tutti e chavalieri, quando tornavano da niuno stormo[556] ho d'alchuno chomune bisongnio; et questo era nel martedì, a chui, cioè a Marte, è dedichato el detto dì. Hor eccho raghunati tutti e chavalieri: si facieva al tenpio solenne sacrificio, poi si levava el somo pontefice in cierto luogho alto et chontava a tutto el popolo per nome e morti nelle battaglie; apresso chontava per nome choloro che s'erano me' portati a loro chomendazione; et però che Cessare fu armigero et bellichoso, fu posto el chorpo suo nel detto luogho, e fu chiamata quella alta pietra lungha per lo maestro che fu hoperatore di tale ufizio, lo quale fu grecho, et ebbe nome Lugolo; ma poi che vi si pose la polvere di Cessare, per chagione dell'aquila sua arme, la quale v'era di sopra, fu chiamata l'aquila di Cessare. Gli Toschani dicono aguglia, et indi è discieso gullia[557], honde si dice la gullia di santo Pietro.

Contrariamente a quanto si narra nel Libro Imperiale, e attingendo a non so quali fonti, Jacopo della Lana dice nel suo Commento[558]: «Morto Cesare secretamente la notte lo seppellinno, e costituinno Ottaviano Imperadore»[559].

Nei Mirabilia si descrive il sepolcro di Cesare accosto al Vaticano: «iuxta quod est memoria Caesaris id est agulia, ubi splendide cinis eius in suo sarcophago requiescit, ut sicut vivente totus mundus ei subiectus fuit, ita eo mortuo usque in finem saeculi subiciatur. Cuius memoria inferius ornata fuit tabulis aereis et deauratis, litteris latinis decenter depicta. Superius vero ad malum ubi requiescit auro et pretiosis lapidibus decoratur, ubi scriptum est:

Caesar tantus eras, quantus et orbis,

Sed nunc in modico clauderis antro.

Et haec memoria sacrata fuit suo honore, sicut adhuc apparet et legitur»[560]. Questa descrizione si trova ripetuta infinite volte in libri d'ogni maniera. Nella Kaiserchronik si dice che le ossa di Cesare furono poste in cima a un irmensûl;

sîn gebeine ûf ein irmensûl sie begruoben[561].

L'Holkoth si scosta dalla comune tradizione, dicendo[562]: «Legitur in Chronicis, quod anno ab urbe Roma condita XXIII. (sic) populus Romanus columnam in foro Romano statuit: et ibi statuam quoque Julii Caesaris statuerunt, et super caput statuae nomen IULII scripserunt et sub ipsa statua eum sepeliverunt». Giovanni Beleth chiama l'agulia piramide nel Liber de ecclesiasticis officiis[563]: «Pyramis dicitur a Pyr, quod est ignis. Sicut ignis a lato incipit et tendit in altum, sic et pyramis, et est altissimum genus sepulture. Talis est Rome, in qua fuerunt positi cineres Julii Cesaris, et vocatur acus sancti Petri». In una breve storia francese degli imperatori, che si conserva manoscritta nella Nazionale di Torino[564], il nome dell'agulia diventa il nome di una piazza: le ceneri di Giulio Cesare riposano «en une pomme d'ereen doree sor une haulte colombe de marbre ou marchiet qu'on dist Julie a Romme». Enenkel sembra confondere l'agulia con la colonna Antonina o Trajana[565].

Che la tradizione riportata nei Mirabilia si leghi per qualche parte a quanto della colonna di Cesare narra Svetonio mi sembra innegabile. Dice Svetonio[566] che il popolo eresse in onore di Cesare morto una colonna alta venti piedi: «Solidam columnam prope XX. pedum lapidis numidici in Foro statuit scripsitque Parenti Patriae, apud eandem longo tempore sacrificare vota suscipere, controversias quasdam interposito per Caesarem jurejurando distrahere perseveravit». Sebbene Svetonio non fosse nel medio evo tra gli scrittori più conosciuti, non era però tra gl'ignorati, e questo passo deve avere contribuito a far nascere la leggenda dei Mirabilia. L'Anonimo Magliabecchiano ritorna in parte alla tradizione classica. Egli sa che la guglia in Vaticano non è il sepolcro di Cesare, ma asserisce invece che vi erano state poste le ceneri di Ottaviano e di Tiberio. Nel capitolo delle agulie egli dice: «Alia vero minoris longitudinis posita fuit in Vaticano cum cineribus duorum imperatorum, scilicet Octaviani et Tiberii[567].» Poi soggiunge: «Alia vero fuit posita in Foro maiori, sub Capitolio, a latere sancti Adriani, unde per Viam Sacram intrabatur per eam, et ibi cum cinere et ossibus Iulii Caesaris posita fuit, et fuit quadraginta pedum cum stella in vertice, propter quod in illis diebus mortis Caesaris apparuit stella comata que visa fuit ab omnibus, ut Suetonius ait animam Caesaris esse in coelum ascensam». E più oltre dice ancora: «..... cadaver Iulii Caesaris fuit combustum iuxta tumulum Iuliae praedictae, et postea positum in agulia in Foro publico, ut vult Suetonius particulariter narrando de vita, morte, virtutibus et viciis ipsius»[568]. Ma la storia francese anonima di Giulio Cesare si raccosta ancor più a Svetonio quando dice[569]: «Puis fist fere li pueples a Cesar une piramide numidienne quarree sor .III. colombes de cuivre haute et masseice; en son fu mise la poudre dou cors Cesar en un pomel de cuivre dore. Li cors de la colombe disoit: Ci gist li peres dou pais. Lonc tens fist hom illec sacrefices et veuz et iuroient illec de leurs quereles par Cesar ainsi et ainsi».

Ma non piccola parte nella formazione della leggenda medievale ebbe probabilmente il nome stesso di agulia. Il Massmann pone innanzi, ma senza risolverlo, il dubbio se mai agulia non derivi da Julia, e ricorda come in Roma ci fosse la basilica Julia, la curia Julia, la porticus Julia, ecc.[570]. Ma non vi può essere luogo a così fatto dubbio quando l'etimologia di aguglia (agulia è forma latinizzata) è conosciuta e manifesta: acus, acucula, agucchia-aguglia, come speculum, specchio-speglio. Nel medio evo si credette che guglia altro non fosse che una corruzione di giulia, e su questo epiteto (Colonna giulia, o, a dirittura, la Giulia) si fabbricò, secondo il vezzo dei tempi, la leggenda[571]. Molti scrittori affermano che in origine la guglia si chiamò Julia, e Gervasio di Tilbury la chiama Julia Petra[572]. A tale proposito si hanno nel Pantheon[573] di Gotofredo da Viterbo questi versi:

Mira sepultura stat Caesaris alta columna,

Dicta fuit Julia, sed populus dicit Agullam,

Aurea concha patet, qua cinis ipse jacet[574].

Nelle già citate croniche latine da Noè sino all'anno 625 dell'era volgare si dice[575]: «Eius vero Iulii cadaver fuit incineratum et positum in cacumen cuius-[dam] columne mirabilis altitudinis, que longo tempore dicta fuit Iulia, modo vulgari sermone dicitur Agugia»[576]. E in certe cronache francesi[577]: «Et fut intimules a Romme ou marchie, en la columpne laquelle est nommee Iule». Più esplicitamente ancora Honoré Bonnor[578]: «Mais apres sa mort les rommains le firent mettre en ung moult riche tombel sur une columpne de marbre, en la plus belle place du marchie de Romme..... Et fut appellee la colonne iulienne, et est encores». Nella Cronaca di Alfonso il Savio si legge[579]: «..... è metieron los polvos del en una mançana de oro, y fizieron un pilar mucho alto à maravilla è muy fermoso de muy fuerte piedra, è pusieron aquella mançana eu somo, è pusieron nombre aquel Pila Iulla, por honra de Iullo Cesar, è agora es llamada el Aguja de Roma». E Francesco da Buti[580]: «..... il corpo suo fu incenerato e messo in uno vasello di metallo in su una pietra altissima che oggi è chiamata la Giulia, e che comunemente si dice la Guglia». Persino il Boccaccio, parlando di Cesare nel De casibus illustrium virorum, dice che il vero nome di quella che il volgo chiama Agulia è Giulia.

A far sì che la leggenda si legasse piuttosto all'obelisco vaticano che non ad altro può avere anche contribuito l'iscrizione riportata di sopra, e le parole dei Mirabilia lo farebbero credere.

Circa l'altezza della guglia discordano molto le indicazioni. I venti piedi assegnati da Svetonio alla colonna eretta in onor di Cesare ricompariscono qua e là, ma sono più spesso oltrepassati di molto. Enenkel parla di 6 klafter, ossia 36 piedi; una versione tedesca di Martino Polono, citata dal Massmann[581], di 120 piedi, e così ancora Honorè Bonnor; Ranulfo Higden di 250. La meraviglia che un monumento sì fatto inspira nel medio evo si palesa in due versi, che compajono in alcune recensioni dei Mirabilia e in molte altre scritture:

Si lapis est unus dic qua fuit arte levatus,

Si lapides multi dic ubi contigui[582].

Ma Alessandro Neckam è il solo che spieghi il miracolo[583]:

Julia stat cinerum servatrix fida tuorum,

Juli, materiam consulis, error adest.

Marmoreus pulvis contritus, aquae sociatus,

Trullam commendat artificisque manum.

Sic surrexit opus, sic est erecta columna,

Basi bis bino fulta leone sedet.

I due versi che nel passo dei Mirabilia riportato più sopra formano l'epitafio di Giulio Cesare, si ritrovano anch'essi in molti luoghi, o semplicemente ripetuti, oppure variati, parafrasati, tradotti. In una cronaca francese manoscritta si leggono i seguenti[584]:

Cesar, tu voulsis tout le monde.

Et tu es en boullecte ronde:

Saiche chascun qu'il morra;

Ia la mort gloire ne tendra.

Talvolta la iscrizione si riduce di un verso solo, come:

Vase sub hoc modico clauditur orbis heros[585].

Secondo la già citata versione tedesca dei Mirabilia sulla guglia era scritto:

Roma caput mundi tenet orbis frena rotundi,

Roma caput mundi super omnes esse novisti.

I versi: Caesar, tantus eras, ecc., fanno parte di un lungo epitafio, che appartenne, o ad Enrico III (m. 1056), o a Lotario II (m. 1137)[586]. Una poesia di Benzone nel VI libro del suo scritto Ad Heinricum IV imperatorem[587] comincia col verso:

Tantus es, o caesar, quantus et orbis.

All'epitafio di Giulio Cesare possono fare riscontro questi due versi di un epitafio di Alessandro Magno riportato nel Libro de los Enxemplos[588]:

El mundo non me bastava a mi todo sometido;

Tiéneme logar breve que en el mundo non era cabido[589].

Il sepolcro di Giulio Cesare, creduto anche da taluno opera di Virgilio[590], ebbe diffusa e durevole celebrità. Nel Dittamondo Roma lo fa vedere tra l'altre meraviglie al poeta:

Vedi là il pome ove il cener fu miso[591]

Di colui che già fe' tremar il mondo

Più ch'altro mai, secondo il mio avviso.

Nel secolo XVI la tradizione doveva essere ancor viva, giacchè nel Capitolo a M. Daniello Buonriccio Lodovico Dolce ricorda:

. . . la Guglia, ov'è il pomo, ch'accoglieo

Il cener di chi senza Durlindana

Orbem terrarum si sottometteo.

Il valore e la sicuranza di Cesare sono dagli scrittori del medio evo ricordati e celebrati assai spesso. Ma Giovanni Fordun narra[592], citando un Riccardo (Cluniacense?)[593], cosa che non parrebbe troppo onorifica all'eroe, nè consona col disprezzo ch'egli soleva mostrare dei pericoli. Dice questo cronista che Cesare si portava dietro nelle sue spedizioni una piccola casa, fatta di grandi pietre lisce, le quali facilmente si potevano scommettere e ricommettere. In essa usava Cesare di ripararsi, per istarvi più sicuro che non sotto la tenda: «ut in ea singulis diebus qualibet statione reedificata, securius quiesceret quam tentorio».

Bruto e Cassio, uccisori, come si diceva, per invidia, ne vanno durante tutto il medio evo coperti d'infamia. Guiraut de Calanson li considera come traditori del loro signore; nel Fioretto di Croniche degli imperadori si dice che essi per astio e per invidia uccisero Cesare a grande tradizione in sul palazzo del Campidoglio dove si teneva la ragione. Dante li condanna alla pena più fiera insieme con Giuda Iscariotto, nell'ultimo fondo dell'inferno[594]. In un poemetto in terza rima di Manetto Ciaccheri su tutti i traditori del mondo è la seguente terzina[595]:

Conobbi cierto che questo era Bruto,

Che vedova fe' Roma del suo figlio,

Iniquo traditore e disoluto.

Perchè la riputazione di Bruto e di Cassio si risollevi alquanto bisogna aspettare il Rinascimento: nel Trionfo della Fama[596] il Petrarca trova luogo ai due Bruti.

Della famiglia di Giulio Cesare poco si parla. Il Libro Imperiale ricorda ch'egli amò Cleopatra ed ebbe un figliuolo da lei. «Ma Chreopatra amò egli sopra tutte l'altre, la quale egli fece venire a Roma, e tennela gran tempo, et di lei ebbe un figliuolo che si chiamò Ceserano (altrove Cesario); poi la rimandò in Egitto chon grandissimi doni. Cessare fu molto lussurioso, e pocho innanzi che egli morisse avea fatto una legge che ongni uomo et donna fusse lecito a usare charnalità per cresciere et multiplichare il popolo, et questo faceva per levare da se el biasimo magio»[597]. Di questi amori con Cleopatra Giovanni di Tuim narra molto diffusamente; ma non è da esso per certo che attinge l'autore del Libro Imperiale. In Germania si diede a Cesare una sorella per nome Germana. Giovanni d'Outremeuse nomina Evia sua moglie, e Felibia sua figliuola, quella che fece la burla del canestro a Virgilio. Nell'Huon de Bordeaux[598] Giulio Cesare sposa la fata Morgana, sorella di Artù, e diventa padre del nano Oberon. In alcuni romanzi in prosa derivati dall'Huon de Bordeaux Oberon nasce dalla Signora dell'Isola Nascosta, cioè dell'isola di Cefalonia, la quale Signora aveva ricevuto Giulio Cesare e se n'era innamorata. Nel Prologo di quel poema Giulio Cesare è fatto figliuolo di Cesario, imperatore di Roma, e di Brunehaut, figliuola di Giuda Maccabeo e regina delle fate. Nella Saga islandese di Helis, il Cavaliere del Cigno, questi è detto figliuolo di Giulio Cesare, e figliuolo di Giulio Cesare è il buon cavaliere Tronc nel romanzo d'Isaie le Triste, e persino San Giorgio. Abbiamo veduto i Colonnesi ed altre famiglie illustri di Roma gloriarsi di discendere da Giulio Cesare: nella storia francese anonima, e nella versione italiana di essa, si dice che del suo lignaggio nacquero quattordici papi, diciannove imperatori, molti re, quaranta senatori, molti consoli. Il Fioretto di croniche degl'imperadori dice ventiquattro papi.

Giulio Cesare, che conquistò tutto il mondo, que tot lo mon conques, come dice il trovatore Bertran de Paris, è agli occhi degli uomini del medio evo la più grande e nobile personificazione della potenza. Jacot de Forest, giunto in fine del suo poema, esclama:

Ensi fu emperere Cesar li combatanz

Et si fu dedenz Rome à son vouloir regnanz;

Si fu plus que nuls homs en ce siecle puissanz

Que des trois parz du siecle qui molt est lez et granz

Fu en sa poesté la plus granz parz tenanz,

Que totes ot conquises li bers entreprendanz,

Si conquist en sa vie plus que nus hom vivanz,

Ne rois, ne empereres, ne fu ainc conqueranz,

Et portant s'en doit estre prisiez li ber vaillanz;

Ensi ert il tosjorz tant comme Rome ert duranz[599].

La gloria di Giulio Cesare oscura quella di Alessandro Magno.

Ma tanto più doloroso e formidabile a fronte di questa gloria si affaccia alle menti il pensiero dell'intima vanità, della irreparabile ruina di ogni umana grandezza. Nelle lodi e nelle celebrazioni onde il medio evo esalta i grandi della terra si sente fremere sempre, come una nota sorda, il Memento homo, quia pulvis es. Al Trionfo della Fama, dove Giulio Cesare tiene il luogo più degno a fianco della dea[600], segue il Trionfo del Tempo, che canta ai mortali:

Passan vostri trionfi e vostre pompe,

Passan le signorie, passano i regni;

Ogni cosa mortal tempo interrompe[601].

E la vera, inesorabile regina degli uomini è la Morte. Gran tempo prima che Amleto almanacasse sulla polvere di Giulio Cesare, usata forse a ristoppare le fenditure a un tugurio, un ignoto poeta del medio evo aveva detto:

Quo Caesar abiit celsus imperio?[602]

A questa dolorosa domanda rispondono rozzamente, ma recisamente, i seguenti versi[603].

Verba Cesaris in sepultura sua.

Guardate a me, o voi che al mondo sete,

Guardate[604] ben et ben mi contemplate;

In me sol vi specchiate,

O voi che non sperate il ben secondo.

Io son colui cho dominai lo mondo,

E 'l gran Pompeyo, et la mia patria Roma;

Non fu sì alta chioma

Ch'a me non ubidisse per timore.

Cesar io son, che per humano amore

Tucto mi diedi a l'arte bellicose:

Cagion ne fu due cose:

Vedermi di persona bello e forte.

Ma[605] crudel doni a quanti detti morte

Eterna, et anche al mondo corporale.

O quanto, quanto male

Escie di questi corpi forti e belli.

Ne' illustri vasi stanno ascosi i fel[l]i

Mortal veneni più che ne li brutti:

Gran doni han color tucti

Che de' corpi son brutti[606] e de buon senso.

Che mi giova hora havuto fama e censo

De l'universo, et che mi valse il vivere,

Et anco il farmi scrivere

De tucto il mondo imperatore e duce?

Che hor mi giova la mondana luce?

Che giova l'esser stato triumphato?

Et anco l'haver dato

A tucto quanto il mondo norma e lege?[607]

Sì come fa colui che non correge

Da prima il morso del caval domato,

Di che è facto sboccato,

Insieme col patron traripa e pere;

Cossì ho facto io sfacciato nel volere

Thesor nel mondo, fama, honor e gloria:

Che havesse pur victoria

Del mio voler credeva esser felice.

Ma dove voluntà tien la radice

Ivi convien ch'el vit[t]o (e) il sceptro tenga[608],

Et che nel fine havenga

Sì come a me che l'alma e il corpo ho perso.

Ai, mercè, pietà! ch'io son somerso

In tante crudel pene, in tanti guai!

Ai, quanto mal pensai

Con dar piacere al corpo anzi che a l'alma[609].

Contempla, o tu che legi, se l'è palma

De ulivo o lauro che me vidi in testa,

Che ne portavo in festa

G[h]irlanda in capo sopra li capilli.

La fronte guarda e gli ochi si son quilli

Ch'el mondo fece[r] già tanto tremare;

La lingua demenare

De guarda se la vidi in fra la bocca.

Per tucto è da topi cossì tocca.

De mio volere[610] e quanto fui gagliardo!

Mai fu in selva pardo

Com'io sì destro et orso sì robusto.

Raguarda adonque il pecto, i fianchi e il busto,

E dimi un poco quel che a te ne pare,

Et se ad armegiare

Te pareno apti come far solieno.

O huom caduco, vedi che sei fieno

Quale in un'hora verde e secco il vidi.

O miser(o), che far cridi!

Specchiati in me che fui signor de loro.

Che hor mi vale havuto il nobil choro

De' cavalieri e de' varii famigli,

Li qua(l)i tucti eran figli

De excelsi ri, potenti e singulari?

De animal, cani, uccielli mai fu pari

Nel mondo a me che più perfecti havessi,

Nè più ne retenessi

D'ogni maniera e d'ogni chaccia instructi.

De varii suoni e d'instrumenti tucti,

De balli, canti et d'ogni melodia

Più n'ebbi in vita mia

Ch'altri che fusse mai dal cielo influso.

De donne, de fanciulli e d'ogni luso

In copia n'ebbi, et hora ho questi vermi,

Li quai non stan mai fermi,

Servendomi de crudo et aspro morso.

Ai, mondo ladro, e che non dai soccorso

Al Cesar tuo? non odi che te chiama?

O gloria, o pompa, o fama,

O regno, o stato, o auro, o monarchato!

O gente tante a cui ho comandato

Al mondo, hor dove sete voi andate?

Perchè non agliudate

El duca vostro e il vostro sol signore?

Io son pur Iulio, il vostro imperatore.

O tu, vulgare, o tu, phylosophante,

Artista, o mercatante,

O tu cossì gentile e dilicato;

Ay, riconosci il misero tuo stato,

E quanto la tua vita è curta e breve:

Tanto più el colpo è greve

Quanto si è huom calcato de più pesi.

O crudel piaga a quilli c'hanno spesi

I lor dì male, eterno a lor martire!

Conviensi pur morire!

Oimè ch'el mondo non me ne campone!

Si recto adunque, huom, che quel ch'io sone

E tu sarai, putrida carogna:

Adonque, hor che bisogna

Fama e robba può ch'el fine è questo?

Soffia un gran vento, e mette presto presto

La polver su le torri, e pur è polvere;

Resofia el vento e volvere

La fa cum furia in terra ov'era prima.

Se danna l'huom per figli e no fa stima

Che lui et essi convien pur morire.

S'el non se può fugire,

A che fermare in terra la sua speme?

Non mi bastava tucto 'l mondo inseme,

Hor m'è d'avanzo questo picol sasso;

E a questo simil passo

Ogni huom che nasce per natura subiace.

O vera povertà in te è pace,

In te quiete, in te ogni dilecto:

Per che t'ebbi in dispecto?

E pur è forcia che se lassi el tucto.

O huom terren, se non te se' reducto

A Dio servire fi(n)gi in me la mente,

E sapi certamente

Che com'io sono il simil tu serai,

Nè più ch'el bene e il mal ne porterai.