CAPITOLO IX. Ottaviano Augusto.

La potenza di Augusto è pari a quella di Giulio Cesare; a lui, come a questo, tutto il mondo è soggetto. Enenkel così ne parla[611]:

Er waz dar gewaltigist man

Von dem ich gehort han,

Des nam Augustus hiez,

An gewalt er da nyemant liez,

Im was die weltg gar

Undertan, das ist war.

Lo stesso Enenkel, frantendendo un passo della Kaiserchronik[612], da lui spesso copiata, dice che Augusto nacque incestuosamente dalla propria sorella:

Man list von künege daz maere

daz er geborn waere

von sîner rehten swester.[613]

Nelle già citate Chroniques abregées des empereurs romains[614], per non so quale strano equivoco, Enea diventa madre di Augusto: «Et sa mere fut appellee Enea». Massudi confonde Augusto con Cesare, il quale, come abbiamo già veduto, era stato confuso col fondatore della famiglia, e dice che Augusto fu il primo a prendere il nome di Cesare, perchè estratto a forza dal ventre materno[615].

La celebrità di Augusto nasce di due cagioni principalmente: l'avere egli levata Roma al più alto grado di prosperità; l'esser nato sotto il suo reggimento il Redentore del mondo. Anzi questi due fatti nel pensiero cristiano si compongono in uno. Dopo cent'altri che avevano con altre parole espresso lo stesso concetto, Alessandro Neckam dice a tale proposito[616]:

Salvator voluit sub tanto principe nasci;

Nam pax sub pacis principe nata fuit.

Con Augusto cominciava l'impero, con Cristo cominciava la Chiesa, con tutt'a due la sesta età del mondo. Ma su questo argomento dovrò tornare più oltre.

Nessuna leggenda pertanto è più spontanea, anzi più necessaria logicamente, di quella che mi accingo ad esporre della visione di Augusto e della origine di Ara Coeli. La coscienza cristiana non poteva ammettere che il gran fatto della nascita di Cristo, da cui aveva principio il rinnovamento del mondo, si compiesse senza che il supremo reggitore civile, il quale era stato prescelto appunto a preparare il mondo al grande avvenimento, ne avesse un qualche sentore. Importava inoltre che, sino dai principii suoi, l'impero fosse avvertito ed ammonito che una potestà superiore ad ogni potestà terrena, proponeva nuovi cómpiti al genere umano e tracciava le nuove vie della storia. Una leggenda intesa a figurar ciò nacque forse sino dai primi secoli in Roma, fra la plebe cristiana; e se negli apologeti, che cercavano in ogni banda argomenti e prove in sostegno della causa loro, noi non ne troviamo per anche fatto ricordo, ciò non vuol dire ch'essa non fosse già nata e diffusa, ma dimostra forse solamente l'avvedutezza ed il senno di quegli strenui campioni di una fede che doveva lottare con potenze formidabili, i quali non volevano, con produr prove troppo facili ad essere impugnate, porre a rischio la lenta, ma sicura vittoria.

La leggenda dovette avere per primo germe questo semplice concetto, che, nato Cristo, a cui nelle persone dei Magi s'inchinavano le potestà della terra, non era più lecito a nessuno, nemmeno all'imperatore di Roma, fregiarsi del superbo titolo di signore del mondo; e questo concetto noi troviamo categoricamente espresso nei primi anni del V secolo da Paolo Orosio. Detto come Cristo nascesse quando, sotto il reggimento di Augusto, tutto il mondo era in pace, lo storico soggiunge: «Eodemque tempore hic, ad quem rerum omnium summa concesserat, dominum se hominum adpellari non passus est; imo non ausus, quo verus dominus totius generis humani inter homines natus est»[617]. Ma noi sappiamo per testimonianza di Dione Cassio, che il Senato decretò s'inserisse il nome di Augusto fra quelli degli dei nei canti sacri.

Se non che la leggenda, unica probabilmente in principio, si spartì in due diverse versioni, delle quali l'una fu più particolarmente diffusa in Oriente, l'altra, per contro, in Occidente; e questa è quella che più risolutamente s'appoggia al concetto espresso nelle parole di Orosio, mentre la prima sembra intesa a significarne un secondo, certo a giudizio dei cristiani non meno importante, anzi assai più, e cioè che nato, o stando per nascere Cristo, i falsi oracoli ammutolivano, finiva il regno delle false divinità. Nella versione orientale la stessa religione pagana confessa la propria disfatta; nella versione occidentale la stessa potestà civile confessa la sua soggezione: le due versioni s'integrano a vicenda, e tutt'a due fanno capo a un medesimo centro, l'ara primogeniti Dei, l'ara coeli.

Il tema della versione orientale, che nelle scritture è la più antica, è il seguente. Augusto, volendo sapere chi regnerebbe dopo di lui, consulta la Pizia. Questa da prima non risponde, ma interrogata novamente, ingiunge ad Augusto di partirsi dalle are sue, giacchè un fanciullo ebreo, il quale ha soggetti i numi, le impone di disertare il tempio e di tornarsene all'Orco. Udito tale responso Augusto alza sul Campidoglio un'ara su cui fa scrivere: Ara del primogenito di Dio. Questo racconto si ha già in Giovanni Malala[618], poi in Cedreno[619], in Suida[620], in Niceforo[621]. Giovanni Malala cita un Timoteo, Cedreno cita un Eusebio, che non dev'essere il noto storico, nel quale non si trova traccia della leggenda.

La versione occidentale comparisce nelle scritture molto più tardi. I Mirabilia così la riferiscono: «Tempore Octaviani senatores videntes eum tantae pulchritudinis, quod nemo in oculos eius intueri posset, et tantae prosperitatis et pacis, quod totum mundum sibi tributarium fecerat, ei dicunt: Te adorare volumus, quia divinitas est in te: si hoc non esset, non tibi omnia subirent prospera. Quod renitens indutias postulavit; ad se sibillam Tiburtinam vocavit, cui quod senatores dixerant recitavit. Quae spatium trium dierum petiit, in quibus artum ieiuniun operata est; post tertium diem respondit imperatori:

Judicii signum tellus sudore madescet,

E celo rex adveniet per secla futurus,

scilicet in carne presens ut iudicet orbem.

et cetera quae secuntur. Ilico apertum est celum et maximus splendor irruit super eum. Vidit in celo quandam pulcerrimam virginem stantem super altare, puerum tenentem in brachiis: miratus est nimis et vocem dicentem audivit: Haec ara filii dei est. Qui statim in terram procidens adoravit, quam visionem retulit senatoribus, et ipsi mirati sunt nimis. Haec visio fuit in camera Octaviani imperatoris, ubi nunc est ecclesia sanctae Mariae in Capitolio. Idcirco dicta est ecclesia sanctae Mariae ara celi». Armannino Giudice trova un'altra ragione del nome. Secondo lui la chiesa si chiama dell'Aere Cielo, «così decta per la vergine qual quivi nell'aere aparve». La Graphia al racconto dei Mirabilia, che riproduce con varianti di poca importanza, ma senza far cenno della chiesa d'Ara Coeli, aggiunge, attingendo certamente da Orosio[622]: «Alia vero die, dum populus dominum illum vocare decrevisset, statim manu et vultu repressit. Nec etiam a filiis dominum se appellari permisit dicens:

Cum sim mortalis dominum me dicere nolo.»

I versi qui posti in bocca della Sibilla Tiburtina sono i primi tre della profezia attribuita alla Sibilla Eritrea. Le lettere iniziali dei trentaquattro versi che la compongono formano in greco, riunite, le parole: Ιησοῦς χρειστὸς Θεοῦ ηιὸς Σωτὴρ σταυρὸς, e nella versione latina: Jesus Christus Dei filius Servator Crux[623]. Quanto si dice della bellezza di Augusto, dimostrata più particolarmente negli occhi, deriva da Svetonio[624].

Dai Mirabilia e dalla Graphia la leggenda si diffonde e passa in un grandissimo numero d'altre scritture, ma non senza riceverne qualche variazione. Invece della Sibilla Tiburtina s'introduce qua e là la Sibilla Eritrea, come, per citare un esempio, nella Fiorita d'Italia di Armannino. Che nè l'una, nè l'altra poteva essere vissuta ai tempi di Augusto, non si badava[625]. Nel Libro Imperiale, per uno scambio curioso, Ara Coeli, diventa il nome della Sibilla. Qualche volta ancora Sibilla diventa nome proprio, come nella narrazione inserita da Heinrich von München nella Weltchronik di Rudolf von Ems da lui continuata, in un poemetto italiano della vita di Maria e di Cristo[626], e altrove. Il già citato Giovanni da Verona nella Historia Imperialis fa che Augusto chiami, non soltanto la Sibilla, ma ancora i sapienti a consiglio. La ragione che muove Augusto a rifiutare il culto dei Romani, ora è un naturale sentimento di modestia, e la retta cognizione della umana fragilità, ora il timore che, dovendo succedergli nell'impero alcuno maggiore di lui gli onori divini non sieno per tornargli in vergogna. Questo è il sentimento che gli attribuisce Gotofredo da Viterbo nello Speculum Regum[627]. Come è noto, Augusto fu richiesto di permettere gli si tributasse un culto nell'Asia, e ciò egli concedette in parte[628].

Nella Vita di Maria di Walter von Rheinau, Augusto prima vede la immagine in cielo, poi consulta la Sibilla[629]. Nel Breve Chronicon Magdeburgense, attribuito ad Eike von Repgau, si dice semplicemente, che la notte in cui nacque il Redentore, Augusto vide in sogno un cerchio che cingeva tutto il mondo, e dentro al cerchio una vergine levata sopra la luna, coronata di soli, e con un bambino in braccio[630]. Nella Leggenda aurea[631] e nell'Alte Passional[632] il cerchio che la Sibilla fa vedere ad Augusto cinge il sole. Anche per questa parte la leggenda si appoggia ad Orosio[633].

Nella più parte di questi racconti si fa ricordo della bellezza di Augusto, la quale è insieme con la prosperità grande di cui Roma fruisce sotto il suo reggimento, una delle ragioni per cui i Romani lo vogliono adorare. A questo proposito dice Giovanni d'Outremeuse[634]: «Chis emperere fut le plus beais hons de monde de corps et de tous ses membres, et tenoit x piés de hault, et astoit gros et reons, et si bien fait qu'ilh n'y falloit riens; et tout sa plus grant bealteit li gisoit en ses yeux, car quant alcuns le regardoit ès ses yeux, ilh ly sembloit que chu fussent raez de soleal qui issoient de ses yeux».

Dopo la visione Augusto diventa adoratore del vero Dio[635]. Ciò non toglie tuttavia che si faccia ricordo anche de' suoi vizii, e di quello della lussuria principalmente. Nella già citata Cronica degl'imperatori romani si legge[636]: «Tutol mondo el redusse in una monarchia, zoe in uno volere, ne homo de tanto prexio fo senza vicii, chel serviva a la libidine, zoe a la volonta carnal, e intra XII comare e altre tante donzelle ello soleva zacere[637]».

Nel Libro Imperiale si dà di questo fatto una più onesta ragione: «Ottaviano resse il mondo in molta pacie, et divenne in tanta vecchiezza, che, per conservare meglio sua vita teneva nel letto dodici vergini con dodici vergine».

Un esempio formidabile di crudeltà ricorda la Kaiserchroink[638]: Augusto fece uccidere trentamila schiavi ch'erano fuggiti dalle case dei loro padroni[639]. Ma ricompra ogni colpa la cristiana umiltà di cui la leggenda fa testimonio.

La leggenda della visione è riportata, o ricordata, oltre che dagli scrittori, e nei libri già citati, da Martino Polono, da Heinrich von München[640], da Gervasio di Tilbury[641], da Bartolomeo da Trento[642], da Sicardo, dal Petrarca[643], da Fazio degli Uberti[644], nello Speculum humanae salvationis[645], da Andrea Ratisbonense[646], e da molti altri. Essa porse inoltre argomento ad una sacra rappresentazione[647]. Le arti figurative non mancavano di rappresentarla. Nella chiesa stessa di Santa Maria Araceli un mosaico, probabilmente dei tempi di Anacleto II (1130-1138), rappresenta il mistico agnello sopra un altare, a destra la Vergine col bambino, a sinistra Augusto in atto di adorazione. Accompagna il tutto l'iscrizione seguente:

Luminis hanc almam matris qui scandis ad aulam

Cunctarum prima que fuit orbe sita:

Noscas quod Cesar tunc struxit Octavianus

Hanc Ara[m] Celi, sacra proles dum patet ei[648].

Qui la Sibilla non comparisce, e l'intera rappresentazione, e i versi che la illustrano, pajono accennare piuttosto alla versione orientale della leggenda, che non alla occidentale: ma anche questa fu poi più tardi, nel secolo XIV, figurata da un discepolo di Giotto, Pietro Cavallini, in un dipinto a fresco, che, sotto il pontificato di Paolo IV, sparve insieme con la tribuna su cui era stato condotto. Inoltre l'edificante soggetto si trova rappresentato in parecchie miniature di codici, in molti dipinti dei secoli XV e XVI, nei Livres d'Heures, su vetri dipinti, su arazzi[649].

Le due versioni, orientale ed occidentale della leggenda, accennano evidentemente ad origine comune. Così nell'una, come nell'altra, si ha Augusto che interroga; così in quella, come in questa, si ha una veggente, Pizia, o Sibilla, che risponde, e la risposta è fatta in tre versi; l'ara figura in ambedue. Che l'una sia derivata dall'altra sarei meno disposto a credere; ma ad ogni modo la leggenda dovette nascere in Roma, dove l'Ara Coeli le serviva in qualche modo di caposaldo. Giacomo da Voragine riporta ambedue le versioni, citando, per la prima, Timoteo, per la seconda, Innocenzo III papa[650].

Ma la leggenda non si appaga della visione; essa attribuisce ancora ad Augusto la edificazione di quel tempio della Pace che rovinò la notte del nascimento di Cristo. Giacomo da Voragine dice, sulla testimonianza d'Innocenzo III, che durando in Roma già dodici anni la pace, i Romani costrussero un tempio bellissimo, e vi posero dentro la statua di Romolo. Consultato l'oracolo di Apollo circa la sua durata, fu da questo risposto che durerebbe insino a che una vergine partorisse. I Romani intesero che il tempio dovesse durare in eterno, e se ne rallegrarono; ma la notte in cui nacque Cristo esso rovinò improvvisamente[651]. Qui di Augusto non si fa ancora parola, ma la costruzione del tempio si pone sotto il suo regno: la statua di Romolo, che non si vede che cosa ci stia a fare, è quivi migrata da un'altra leggenda, o per dir meglio da un'altra versione della stessa leggenda. Armannino Giudice invece dice espressamente nella Fiorita che chi costruì il tempio fu Augusto[652]. Nella già ricordata Rappresentatione et festa di Ottaviano imperatore l'azione procede nel seguente modo. Costruito il tempio, l'imperatore domanda quanto abbia a durare.

Parla l'imperadore a' maestri.

Quanto potrà questo tempio durare

che sì mirabilmente è edificato?

in che modo potrà mai rovinare

che sì perfettamente fu fondato?

Vn maestro di murare.

Di questo non bisogna ragionare

però che 'l durar suo è [in]terminato

ne mai sarà per rovina finito

se vna vergin non ha partorito.

Il popolo vuole adorare Augusto, che consulta la Sibilla. Segue la visione, e la rovina del tempio. In una scena interposta si rappresenta l'adorazione dei pastori. Fatto certo della venuta del Redentore Augusto ordina pubbliche feste.

Nei Mirabilia si narra che Romolo pose nel tempio della Concordia la propria statua d'oro, dicendo: Non cadrà insino a tanto che una vergine non partorisca; e subitamente precipitò come la Vergine ebbe partorito. Si ricordi a tale proposito ciò che la leggenda racconta degl'idoli di Egitto che tutti precipitarono nei templi, come appena Gesù che fuggiva la persecuzione di Erode, fu entrato nel paese dei Faraoni. Gotofredo da Viterbo parla della statua e del vaticinio alquanto diversamente[653]:

Maxima tunc Romae Capitolica stabat imago,

Cujus in hoc titulo lectoribus acta notabo,

Atque Sibyllino dogmate dicta dabo.

Grandis imago nimis, potuit vix recta levari,

Saepe levata satis, nulla valet arte juvari,

Quin cadat ulterius, nam recidiva cadit.

Unius vitulae tandem datur arte levari,

Cujus et ingenio potuit sic ipsa locari,

Ne cadat ulterius, stetque vigore pari.

Sed nec ad huc populus stabat sub imagine tutus,

Spiritus a statua sic est in plebe locutus:

Cum virgo pariet, tunc et imago cadet.

Giovanni Sarisberiense[654] e Ranulfo Higden[655] dicono che fusa la statua, le gambe parvero insufficienti a sostenerne il peso, e che essendo ciò rimostrato all'artefice, questi rispose la statua avere a durare finchè una vergine partorisse. Alcuna volta è il tempio di Pallade (Panadis) quello che precipita[656]; alcun'altra è la Salvatio, come abbiamo già veduto[657]. In un racconto francese di un manoscritto di Torino l'edifizio che rovina è un palazzo magnifico innalzato da un fantastico Nerone in onor dei suoi numi[658].

Fra i molti segni annunziatori della venuta di Cristo che si ricordano, uno dei principali è la fonte d'olio che si pretende scaturisse in Trastevere, nella Taberna meritoria, allorchè seguì il venturoso nascimento. Se ne parla nei Mirabilia e in altri libri senza fine; ma il primo che le attribuisca il significato che serba di poi è Orosio[659]. Qui ci si presenta un altro caso di usurpazione fatta da cristiani in pro della loro fede. Una vecchia leggenda pagana raccontava che il giorno in cui, dopo aver vinto Lepido, Ottaviano entrò in Roma, scaturì dalla Taberna meritoria una fonte d'olio. Orosio dice essere stato quello un segno e un avvertimento della nascita di Cristo. Il Voragine ne parla come un segno della nascita già avvenuta, e cita una profezia: «Prophetaverat enim Sibylla, quod quando erumperet fons olei, nasceretur Salvator[660]». L'Anonimo Magliabecchiano alla Taberna sostituisce il Templum Ravennanum in quo remanebant omnes servientes in senatu. Battista Fulgoso fa scaturire la fonte in una casa privata[661]. Lo Pseudo Ricordano Malespini confonde cose disparatissime e dice[662]: «..... al tempo di Attaviano Cesere Augusto in Roma si fondò la maggiore di tutte le Chiese, cioè la Casa di mess. Santo Piero Apostolo di Cristo, e tutto quello dì rampollò olio di sotto terra in segno di divina grazia, dopo la morte di messere Santo Piero». Walther von Rheinau dice che la notte in cui nacque il Salvatore fu veduto nascere in Roma un albero, e scaturire da quello un rivo d'olio[663]. Del resto le fonti d'olio sono frequenti nelle leggende, specie ascetiche: di una che scaturì nel mezzo della città di Sorrento fa ricordo Gioseffo Gorionide[664].

Molti altri segni della venuta di Cristo si ricordano, su' quali non mi tratterrò. Onorio Augustodunense nell'Elucidarium ne registra sette; ma altri va sino a ventiquattro[665]. Inoltre uno stesso segno si faceva servire ad annunziare l'impero e la nascita di Cristo: Vincenzo Bellovacense dice sulla fede di Pietro Comestore, nello Speculum historiale[666]: «. . . . . . apparuerunt tres soles in oriente, qui paulatim in unum corpus solis redacti sunt, significantes quod dominium Lucii Anthonii et Marchi Anthonii et Augusti in monarchiam rediret, vel pocius quod noticia trini Dei et unius toti orbi futura imminebat».

Ma il cristianesimo si voleva annunziato di più lunga mano in mezzo alla paganità, e se ne ricordavano antichissimi vaticinii e presentimenti. Che la Sibilla Eritrea, sino dai tempi della fondazione di Roma, avesse profetata la venuta del Messia si credeva comunemente, e dell'altre Sibille si credeva il medesimo[667]. Nel trattato De Disciplina scholastica, falsamente attribuito a Boezio, si narra che nella tomba di Platone fu trovata una lamina d'oro con suvvi incise le parole: Credo nel figliuolo di Dio, il quale deve nascere di una vergine, patire per il genere umano, e risuscitare il terzo giorno dalla sua morte. Parecchi cronisti, e Vincenzo Bellovacense fra gli altri[668], fanno ricordo di una tomba trovata presso Costantinopoli e contenente in una scritta l'annunzio del Redentore. Martino Polono racconta che nella città di Toledo, ai tempi di Federico II, fu trovato da un Ebreo, dentro una pietra che non mostrava segno di commessura, un libro in tre lingue, ebraica, latina e greca, nel quale si narrava in parte, in parte si prediceva tutta la storia del mondo, da Adamo all'Anticristo, facendo nascere Cristo in sul principio del terzo mondo, divisa in tre mondi, o in tre età, tutta la storia del genere umano. Nella prefazione al trattato De octo partibus orationis di Virgilio Marone grammatico[669], si ricorda, sulla testimonianza di non so quali storie greche, un poeta Tarquinio, il quale annunziò fra i Persiani la venuta di Cristo[670].

Circa la morte di Augusto nulla si racconta di particolare, salvo che Massudi la lega in istrano modo con la morte di Cleopatra. Secondo questo storico, Augusto perì morso da quello stesso serpe che aveva già tolta la vita alla disprezzata regina, e improvvisò, prima di morire, alcuni versi, che diventarono poi famosi. Ben più si parla del sepolcro, che era uno dei maggiori monumenti di Roma. I Mirabilia così lo descrivono: «Ad portam Flammineam fecit Octavianus quoddam castellum quod vocatur Augustum, ubi sepelirentur imperatores, quod tabulatum fuit diversis lapidibus. Intus in girum est concavum per occultas vias. In inferiori giro sunt sepulturae imperatorum; in unaquaque sepultura sunt litterae ita dicentes: haec sunt ossa et cinis Nervae imperatoris[671], et victoria quam fecit; ante quas stabat statua dei sui, sicut in aliis omnibus sepulchris. In medio sepulchrorum est absidia ubi sedebat Octavianus; ibique erant sacerdotes facientes suas querimonias. De omnibus regnis totius orbis iussit venire unam cirothecam plenam de terra quam posuit super templum, ut esset in memoriam omnibus gentibus Romam venientibus». Per questa ragione Giovanni d'Outremeuse chiama il Mausoleo di Augusto ly temple de tout terre[672]. Ma in alcune recensioni dei Mirabilia, come in quella pubblicata dal Grässe, Augusto ordina che ciascun suddito porti al suo Mausoleo, non un guanto pieno di terra, ma uno scatolino di mirra. L'Anonimo Magliabecchiano dice che Augusto volle essere seppellito nel Mausoleo con una tavola di bronzo in cui erano descritte le sue gesta, ma che più tardi Tiberio fece porre le sue ceneri nella palla dell'obelisco vaticano, e quivi ordinò fossero poste anche le proprie[673]. Ma secondo il Libro Imperiale Augusto fu sepolto nel tempio di Minerva.

In molte scritture del medio evo si ricorda come la festa solita a celebrarsi in Roma alle calende di Agosto in commemorazione della vittoria d'Azio riportata da Augusto, fosse per gli ufficii dell'imperatrice Eudossia e del papa Pelagio convertita nella festa di San Pietro in Vincoli[674].