CAPITOLO X. Nerone.

Passiamo a Nerone, saltando Tiberio, del quale sarà migliore occasione a discorrere nel capitolo seguente.

Dopo Giuda, per giudizio concorde di tutta la cristianità, l'uomo più empio e scelerato che sia mai vissuto al mondo è Nerone, e la sua trista celebrità vince la buona di Augusto e di Cesare. La memoria di lui nel medio evo doveva tornare tanto più odiosa, quanto più gli spiriti erano allora portati a foggiarsi un tipo di principe perfetto[675]. Ma la prima e più potente cagione della sua infamia era, senz'alcun dubbio, la persecuzione iniqua ond'egli, primo, afflisse la Chiesa nascente. La Kaiserchronik chiama Nerone il più malvagio uomo che nascesse di madre,

der allir wirsiste man

der von muoter in dise werlt ie quam.[676]

Gotofredo da Viterbo dice di lui[677]:

Scandit Nero tronum blasfemus ubique patronus,

Nulla sorte bonus neque dignus honore colonus,

Saccus opum, scelerum signifer, orbis honus.

Ed Enenkel:

. . . er war ein uebel man

Sin gleich wart nie gesehen an.

Tutto si ricorda di lui: i parricidii, le crudeltà raffinate, il lusso insensato, la mostruosa libidine; non v'è quasi cronista che non parli con esecrazione dell'incendio di Roma, e in Roma si mostra ancora una torre, non molto antica, dalla sommità della quale si pretende che l'incendiario sia stato spettatore plaudente dell'opera propria. Egli diventa termine di confronto e paragone di ogni più sformata malvagità. A proposito di un insigne scelerato si dirà:

Pilate, Herode ne Noiron

n'orent plus male entention.[678]

Quando si vorrà con un sol tratto dipingere la iniquità del clero di Roma, si evocherà a riscontro la memoria di Nerone:

Foris Petrus, intus Nero.[679]

Col nome di Nerone si foggerà persino un aggettivo: neronius, sinonimo di scelerato. Neronior est ipso Nerone, dice di Enrico II d'Inghilterra l'anonimo autore di un carme De adventu Antichristi[680].

Quasi che i delitti da lui veramente commessi non fossero abbastanza numerosi, altri gliene sono imputati che non commise, e non poteva commettere. In una cronaca francese manoscritta si legge[681]: «Il tua son pere et sa mere et sa soeur et ses deulx freres». Uno di questi fratelli sarebbe quel Grano che, secondo la leggenda, fondò Acquisgrana, e che talvolta è anche detto cognato, o figlio di Nerone. Giovanni d'Outremeuse racconta che questi lo fece ammazzare da un suo servitore per nome Gapoza, e poscia fece morire anche costui perchè non isvelasse il misfatto[682]. Balduino Ninoviense afferma che Nerone «sororem suam stupro polluit, patrem suum similiter stupravit»[683]. Che veramente avesse fatto sparare la madre per vedere il luogo dov'era stato prima di nascere, si crede e si ripete da tutti durante tutto il medio evo[684]. Giovanni d'Outremeuse, a cui piace sempre di rincarare la dose, dice che per la stessa mostruosa curiosità fece sparare anche la sua seconda moglie, e narrato l'eccidio materno, soggiunge che il parricida, sdegnato della viltà del luogo ond'era uscito, sclamò: «Je suy venus de unc ort vasseal. Et puis avalat ses braies, si ordat en ventre de sa mere»[685].

Non è cronista che non ispenda qualche parola a ricordare il lusso stravagante e la insensata prodigalità del tiranno, gli splendori favolosi della Casa Aurea, le reti d'oro e di seta, le feste in cui si dissipavano le ricchezze di una intera provincia, le teatrali ed istrioniche pazzie. Queste notizie derivano la più parte, ma quasi sempre indirettamente, da Svetonio.

Il noto amore di Nerone per le pietre preziose trova, benchè fortuitamente, una curiosa attestazione nel Lapidario che va sotto il nome di Marbodo, e poscia in altri parecchi. Marbodo dice nel Prologo:

Evax rex Arabum legitur scripsisse Neroni

Qui post Augustum regnavit in urbe secundus,

Quot species lapidum, quae nomina, quive colores,

Quae sit his regio, vel quanta potentia cuique.[686]

Se non che qui Nerone usurpa un luogo che non è il suo: quelle parole: Qui post Augustum regnavit in urbe secundus, lasciano intendere che il libro di Evace in origine deve supporsi dedicato a Tiberio, e a costui veramente si trova ancora dedicato in parecchie versioni. Ma lo scambio si spiega facilmente quando si ricordi che i tre nomi del secondo imperatore furono: Tiberio, Claudio, Nerone. La più parte delle versioni francesi in prosa, e la versione metrica[687], recano il nome di Nerone[688]. Nelle scritture del medio evo lo smeraldo si trova qualche volta denominato lapis neronianus, e ciò probabilmente perchè si ricordava che Nerone aveva fatto uso di uno smeraldo per veder meglio le pugne dei gladiatori nel circo. Parlando degli smeraldi Marbodo dice:

His usum speculis testatur fama Neronem,

Cum gladiatorum pugnas spectare liberet[689].

Per ogni altro rispetto l'epiteto di neroniano non si addiceva allo smeraldo, che era tenuta gemma amica della castità.

Quasi ricordo delle magnificenze della Casa Aurea, Ranulfo Higden descrive nel Polychronicon il cielo di bronzo che Nerone si fece costruire, e il quale altro non è che una copia del cielo di Cosroe, di cui è un'altra copia quello del Colosseo[690].

Le dissolutezze e le lascivie di Nerone sono quelle che più offendono la coscienza cristiana e più attraggono l'attenzione nel medio evo. Non si dimentichi che secondo una credenza assai antica, giacchè si trova riferita da San Girolamo, la notte che Cristo nacque morirono subitamente tutti i sodomiti sparsi sulla faccia della terra, e ciò perchè non fosse insozzata di tanta turpitudine la umana natura il giorno in cui, di essa rivestito, nasceva il figliuolo di Dio. Si ricordava che Nerone era stato marito del giovane Sporo e moglie dei due liberti Pitagora e Doriforo; si ricordava aver egli promesso onori e premii singolari a chi potesse convertirgli in femmina l'amasio; si sapeva essere egli stato di così focoso temperamento e di tanta libidine, che, per moderarsi alquanto, gli conveniva fare uso di unguenti refrigeranti[691]. Di nessun altro imperatore si narrano tante particolarità quante di Nerone. Il vizio di lui più appariscente e più caratteristico, la lussuria mostruosa, finisce per inspirare una leggenda assai strana, ma nella sua stessa stranezza significantissima; la leggenda, cioè, della gravidanza di Nerone. Nerone, non sapendo oramai che altro immaginar di nuovo, da chetare alquanto la stravolta sua fantasia, vuole impregnare e partorire; chiama i suoi medici, e ingiunge loro, sotto pena della morte, di appagare il suo desiderio. I medici, per torsi d'impaccio, gli fanno trangugiare in un beveraggio una piccola rana, che gli cresce in corpo, e ch'egli vomita dopo certo tempo. Questa è la sostanza della favola che si trova narrata con varianti di poco conto da molti. La Graphia e Martino Polono ne fanno ricordo, ma senza insistervi sopra. Forse il più antico monumento letterario in cui essa si trovi narrata è la Kaiserchronik, che vi spende intorno una quarantina di versi[692]. Giacomo da Voragine la riporta molto distesamente, dicendo di trarla da una storia apocrifa, della quale non so che si abbia altrimenti notizia. Ecco le sue proprie parole[693]: «Rursus Nero nefaria mentis insania ductus, ut in eadem hystoria apocrypha reperitur, matrem occidi et scindi jussit, ut videret, qualiter in ejus utero fovebatur, physici vero eum de matris perditione arguentes dicebant: jura negant et fas prohibet, ut filius matrem necet, quae ipsum cum dolore peperit, et cum tanto labore et sollicitudine enutrivit. Quibus Nero: faciatis me puero impraegnari et postea parere, ut, quantus dolor matri meae fuerit, possim scire. Hanc insuper voluntatem pariendi conceperat eo, quod per urbem transiens quandam mulierem parientem vociferantem audiverat. Dicunt ei: non est possibile quod naturae contrarium est, nec est facile, quod rationi non est consentaneum. Dixit ergo iis Nero: nisi me feceritis impraegnare et parere, omnes vos faciam crudeli morte interire. Tunc illi eum impotionantes ranam sibi occulte ad bibendum dederunt, et eam artificio suo in ejus ventre excrescere fecerunt, et subito venter ejus naturae contraria non sustinens intumuit, ita ut Nero se puero gravidum aestimaret, faciebantque sibi servare diaetam, qualem nutriendae ranae noverant convenire dicentes, quod propter conceptum talia eum observare oporteret. Tandem nimio dolore vexatus medicis ait: accelerate tempus partus, quia languore pariendi vix anhelitum habeo respirandi. Tunc ipsum ad vomitum impotionaverunt, et ranam visu terribilem, humoribus infectam et sanguine edidit cruentatam, respiciensque Nero partum suum ipsum abhorruit, et mirabatur adeo monstruosum, dixerunt autem quod tam difformem fetum protulerit, ex eo, quod tempus partus noluerit expectare. Et ait: fuine talis de matris egressus latibulis? Et illi: etiam. Praecepit ergo, ut fetus suus aleretur et testudini lapidum servandus includeretur. Haec autem in chronicis non leguntur, sed apocrypha sunt». Detto come i Romani cacciassero Nerone, Giacomo da Voragine soggiunge: «Redeuntes igitur Romani, ranam in testudine latitantem invenerunt, et ipsam extra civitatem projicientes, combusserunt. Unde et pars illa civitatis, ut aliqui dicunt, ubi rana latuerat, Lateranensis nomen accepit».

Matteo di Westminster inserisce nei Flores historiarum l'intero racconto del Voragine, mentre lo abbrevia nel Polychronicon[694] Ranulfo Higden, che malamente cita a questo proposito Martino Polono. Dal Voragine attingono inoltre Giovanni da Verona nella Historia Imperialis, e lo Scozzese Barbour (c. 1316 — c. 1395) nella sua Leggenda di S. Paolo[695]. Enenkel, diluendo, com'è da credere, il succinto racconto della Kaiserchronik, narra in 380 versi, con l'aggiunta di molte particolarità, e collegandovi da ultimo la morte di Nerone, tutta la strana avventura[696]. Secondo Enenkel, Nerone chiama a sè settantadue medici e fa intendere loro il suo desiderio. Questi da prima si scusano, ma minacciati di morte, e rinchiusi in un carcere, ricorrono all'espediente del beveraggio e della rana, poi, liberati e largamente premiati, se ne fuggono. La gravidanza facendosi assai tormentosa, Nerone chiama altri medici, e con l'ajuto dell'arte loro vomita il mal concepito figliuolo, al quale tosto provvede una nutrice perchè lo allevi, e dà per compagni i figliuoli di tutti i principi che si trovano in Roma. Celebra poscia una festa solenne a cui intervengono settantadue re, e fa girare per Roma la nutrice e la rana in un carro di argento con le ruote d'oro, tempestato di gemme, adorno di un magnifico baldacchino, e tirato da un cervo addomesticato. Nel passare un ponte la rana salta nell'acqua e sparisce. Nerone, furibondo, fa mettere a morte la balia e quindici giovanetti, figli di principi. Allora i padri si ribellano, segue una gran battaglia, e Nerone, vinto, si fa uccidere da uno de' suoi capitani. I principi vincitori edificano il Laterano. Nel Libro Imperiale si dice che Nerone volle impregnare perchè dubitava della fedeltà della moglie: «et chomandò a' filosofi che lo fesono ingravidare acciò che partorisse uno figliuolo maschio che si rassomigliassi a lui, perchè dubitava che la donna sua non partorisse figliuoli legittimi. Et questi filosofi per fare il suo mandato li missono in corpo una ranochia»[697]. Giovanni d'Outremeuse dice che Nerone mise a morte i dodici medici che l'avevano fatto ingravidare[698].

Al parto stravagante di Nerone si lega, come abbiamo veduto, l'origine del Laterano. La Kaiserchronik fa derivare il nome di Latarân da lata rana, giacchè, quando Nerone spregnò, i presenti, veduto il feto, gridarono: Lata rana[699]. La Graphia[700], e il Voragine fanno derivare Lateranum da latere e rana, latente rana, latitante rana. Martino Polono, o dalla situazione del palazzo, o dalla rana secretamente partorita da Nerone[701]. La residenza di Nerone si poneva, o in Vaticano, o in Laterano; ma più spesso qua che là; del che poteva forse essere cagione una qualche vaga reminiscenza di relazioni di esso Nerone col palazzo Lateranense. Tacito parla di una congiura contro Nerone, della quale era capo Plauzio Laterano[702], e Giovenale dice che, scoperta la congiura, Nerone s'impadronì del palazzo che Laterano aveva fatto costruire per la sua famiglia[703].

Per ciò non sarebbe senza qualche fondamento la congettura che facesse derivare la intera leggenda della gravidanza di Nerone dalla fantastica etimologia del nome del Laterano, e la conforterebbero esempii senza numero di leggende nate nel medesimo modo. Tuttavia io credo piuttosto che il nome di Laterano altro non abbia suggerito che la rana, e che il fondo stesso di quella finzione, cioè la gravidanza, abbia ragioni meno fortuite e più consistenti. La popolare fantasia non poteva inventare una leggenda che meglio di questa si attagliasse a Nerone, il più insaziabile dei dissoluti, il più pazzo ricercatore di novità mostruose che la storia ricordi; ed io non conosco nessun'altra leggenda che meglio e più opportunamente di questa illustri la storia. Il sovvertimento di ogni ordine di natura, in che colui si compiaceva, è in essa colto e rappresentato al vivo. Lo stesso ridicolo che vi è profuso si conviene mirabilmente all'istrione coronato, che in mezzo alle maggiori atrocità conserva sempre un non so che di melenso e di giullaresco. Nerone, diventato Calandrino, è Nerone perfetto. Del resto, la leggenda stessa poteva trovare occasione ed appiglio nella storia autentica, o tale creduta: narrasi, in fatto, che un soldato, interrogato una volta che cosa facesse Nerone, rispose: Partorisce; giacchè in un'azione scenica simulava per l'appunto un parto. Inoltre si vuol ricordare come in un luogo dell'Apocalisse dicasi che dalla bocca del Drago, cioè Satana, della Bestia, cioè Nerone, e del falso profeta escono tre spiriti impuri somiglianti a rane. Nè fu Nerone il solo che operasse questo miracolo di mettere al mondo una rana. Negli Annales Corbejenses, ad a. 1026, si narra: «Mendica in littore Visarab sub saliceto duos simul peperit filios perfecte sanos, aliquot ranas et grandem lacertum: ipsa etiam valida et sana». Di un tristo che, confessatosi, vomitò sette rospi, narra Tommaso Cantipratense[704]. Di una matrona di Fiandra che inghiottì, bevendo, un serpe, e lo partorì poi insieme con un bambino, racconta Cesario di Heisterbach[705].

Ma, come vive la memoria delle sceleraggini che solo hanno termine con la morte, così vive ancora la memoria de' buoni principii di Nerone, e si giunge anzi a fare di lui un amico di Cristo e quasi un credente, con l'intenzione, oltrechè di mostrare, sin dal principio, un imperatore amico del cristianesimo, forse ancora di rendere più odiosa la mala vita che egli condusse di poi, e darle quasi carattere di apostasia. Racconta Suida che Nerone, essendo ancor giovane attendeva allo studio della filosofia, e parlava di Cristo, il quale credeva fosse ancora tra gli uomini. Saputo che i Giudei l'avevano crocifisso n'ebbe grande sdegno, e fece venire a sè, stretti in catene, Anna, Caifasso e Pilato, e quei due primi, udita in Senato la narrazione dei fatti, assolse, Pilato, per contro, fece decapitare[706]. Ma che Nerone fece mettere a morte Pilato, assai prima che da Suida, si trova barrato da Giovanni Malala[707]. Notisi tuttavia che qui si attribuisce a Nerone quanto la più vulgata leggenda attribuisce, come vedremo nel seguente capitolo, a Tiberio, fatto probabilmente lo scambio per la già notata ragione del nome comune ad entrambi. Il seguente racconto si legge in un Liber de inventione ymaginis salvatoris delato navigio Rome per Velosianum, che manoscritto si conserva in Roma nella Vallicelliana[708]: «Eodem tempore suscepit imperium romanum Gaius cesar, et post hunc Nero cesar. Post aliquantos autem annos venerunt discipuli Jhesu Christi ad urbem Romam. Venit et quidam homo samaritanus nomine Simon, in arte magica nimis eruditus, in quo demonia habitabant multa, qui se deum et dei filium dicebat, et ipse apud Judeos fuisset passus, mortuus et sepultus, et tercia die asserebat se surrexisse. Set dum Neroni Cesari nunciatum fuisset de Jhesu Christo filio dei vivi, et omnia que de eo acta sunt apud Judeos, nunciatum est ei etiam de Pilato. Qui statim direxit milites suos in Amerinam civitatem, et Pilatum ad se accerseri precepit. Et cum ei presentatus fuisset narravit Neroni omnia que de Jhesu Nazareno gesta sunt, presentavitque et discipulos eius Petrum et Paulum. Qui dixerunt Cesari: Bone imperator, omnia ista facta sunt per Jhesum Christum dominum nostrum filium dei. Nam iste Simon magus plenus est mendaciis et diabolicis artibus, in tantum ut dicat se esse deum cum sit homo pollutus, et filium dei se ausus est dicere, in quo nos omnes sumus cultores, per deum et hominem quem assumpsit illa divina maiestas irreprehensibilis, que omnibus hominibus dignata est subvenire. In isto vero Simone duo substantiae esse cognoscuntur, non dei et hominis, set diaboli et hominis, quia ipse seductor per hominem hominibus impedire conatur. His auditis Nero imperator, interrogans Pilatum si vera essent que a Petro audiebantur, respondit Pilatus: Vera sunt omnia que a Petro in vestris auribus sonuerunt. Post hoc autem, propter circumcisionem suam Pilatus, quam a Judeis acceperat in corpore suo, iterum in Amerinam civitatem in exilium a Nerone cesare directus est, ibique animam exalavit. Hec omnia scripta sunt qualiter dampnatus est Pilatus a Tiberio augusto qui credidit in Jhesum Christum dominum nostrum, et baptizatus est atque salvatus, et ab hac luce sublatus est. Nero vero interfector martirum impius et paganus a diabolo percussus interiit, quemadmodum prius a diabolo interemptus fuit Simon».

La leggenda pretende che Nerone fece morire San Pietro e San Paolo per vendicare l'amico suo Simon Mago, che in una gara col principe degli apostoli era rimasto vinto, ed aveva poi perduto la vita nell'ultima prova del volo miracoloso. Tutta questa storia, che io non istarò a riferire altrimenti, è narrata per disteso nell'operetta di un preteso discepolo di San Pietro, per nome Marcello, intitolata De conflictu Simonis Petri et Simonis Magi[709], d'onde passa nei Leggendarii, nelle cronache, e in altre scritture senza numero[710]. I lineamenti principali di essa si trovano già in uno scrittore cristiano del secondo secolo, Egesippo. La leggenda rappresenta Nerone e Simone come amicissimi: «Symon autem magus in tantum a Nerone amabatur, quod vitae ejus et salutis et totius civitatis custos sine dubio putabatur», dice Giacomo da Voragine. Simone faceva trasecolare Nerone coi miracoli più stravaganti. Un giorno, stando dinnanzi a lui, prese a trasmutarsi per modo che, ora vecchio, ora giovane si mostrava. Pregò Nerone lo facesse decollare, perchè sarebbe risuscitato in capo di tre dì, e ponendo in suo luogo un ariete fece credere d'aver mantenuta la promessa. Per questi, e per altri prodigi, Nerone lo teneva veramente, qual egli si spacciava, figlio di Dio. Un giorno, mentr'egli trovavasi in compagnia dell'imperatore, un demonio, assunto il suo aspetto, arringava il popolo, così che questo cominciò ad averlo in grande venerazione, e gli eresse una statua con l'iscrizione: Symoni Deo sancto[711]. Dopo il martirio San Paolo apparisce a Nerone in pien consiglio e gli annunzia la morte eterna: Nerone allora fa liberare San Barnaba insieme co' suoi compagni. Nel mistero francese degli Atti degli Apostoli, composto verso il 1450 dai fratelli Gresban, è San Pietro quegli che, per ben due volte, apparisce a Nerone, il quale cade in profonda melanconia, ed è bastonato dagli angeli[712]. In un altro mistero francese, intitolato Le martyre de saint Pierre et saint Paul[713], tutt'a due i santi appariscono a Nerone, contro a cui il popolo, sdegnato del loro supplizio, si è ribellato.

Narrata la vita sceleratissima del tiranno, se ne narra anche la morte ignominiosa, e, com'è naturale, si aggiunge al vero più di un particolare fantastico. Secondo la più comune opinione il tristo imperatore si uccide da sè, o con una spada, o con un palo che egli stesso ha rabbiosamente aguzzato co' denti[714]. Nel citato mistero dei fratelli Gresban si uccide per consiglio di Satana, e prima di morire invoca i demonii.

Neron tient une espée.

Ha dyables dampnez

De toutes parta vers moy venez,

Venez à ma fin malheureuse:

Espée, soys moy rigoureuse,

Donne tost fin par grand fureur

A Néron le poure empereur,

Le trist infect et douloureux,

Le malheureux des malheureux,

Le sans par des mal fortunez,

Le desespoir des forcenez.

Dyables, puisqu'il fault que je meure,

A vous suis, à vous je me donne (Il se tue.)

Et le corps et l'ame habandonne

A jamais, pour vostre présent.

Altri lo fanno morire altrimenti: il Gorionide fulminato[715], il già citato Liber de inventione ymaginis salvatoris ammazzato dal diavolo, come s'è veduto; Marcello, e poi altri, divorato dai lupi; nè mancò chi disse essersi egli sepolto vivo[716]. Il Chronicon Paschale lo fa morire per una congiura dei Giudei[717].

La Kaiserchronik racconta ch'egli fu dopo morto trascinato pei piedi dal popolo furente, e gettato nei fossati della città, e che i diavoli, in figura di uccelli neri, vennero a prenderne l'anima, mentre i lupi ne divoravano il corpo[718].

Nella Cura sanitatis Tiberii, di cui avrò a dire nel capitolo seguente, Nerone e Simon Mago sono tutt'a due portati via dal diavolo. Nelle Chroniques de Tournay i diavoli portano via Nerone anima e corpo: «et dist on que les anemis l'emporterent en corps et en ame». Nel già citato mistero francese Le martyre de S. Pierre et de S. Paul, è una scena che merita d'essere qui riportata. Nerone è informato che il popolo di Roma, ribellatosi, viene per ucciderlo.

Néron.

Ains qu'ilz viegnent me vueil tuer

A ce pel que je rongeray

Qu'en la pance me bouteray.

Lor ronge .i. baston et le boute en sa pance et chiée mort.

Les dyables.

Ha! ha! ha! ha! Néron, Néron,

Ou puis d'enfer te porteron.

Lors l'emportent et puis le jetent en une chaudière assise un pou haut enmy le champ.

Le premier dyable.

Néron, Néron, mal esploitas

Quant oultredroit or convoitas,

Quant ta propre mère tuas,

Quant d'une royne t'empregnas,

Quant home pour fame espousas,

Quant Rome ardis, la gent grevas,

Quant les apostres martiras,

Quant en tout mal te démenas,

Quant en rez d'or en mer peschas,

Et or vousis et or buras,

En or boullant boulu seras

Et sans durer y dureras.

Tourmente-le moy, Mauferas,

Et fay du pis que tu pourras.

Le second dyable.

Néron, sans mourir tu mourras.

A ce cop qu'est enfer sauras

Ne jamez remède n'auras.

Lors souffle ly uns soubz la chaudière et face .I. pou de fumée, et l'autre face semblant de ly faire boire or guele baée, et bientôt cessent.

Come si vede, qui è inflitta a Nerone anche la pena di Crasso, che già Enenkel inflisse a Claudio. In un altro mistero francese di San Pietro e di San Paolo, composto nel XVI secolo, Nerone è portato dai diavoli all'inferno anima e corpo[719]. Matteo Palmieri è meno severo con lo sciagurato di Nerone, di cui pone all'inferno l'anima fra quelle di coloro che sono passionati per la cupidità de l'honore. Nel capitolo 22 del l. II della inedita Città di Vita, Sibilla dice al poeta (cod. Laurenz, pl. XL, 53):

Nomar porre' tra queste degne sorte

D'anime degne fur nella tua vita

Et son dolenti in questa trista corte.

Ma non dire' d'alcuna più smarrita

Retro a l'opinion che inganna e froda

L'anima che è dal vero honor partita,

Che di Nerone degno sol di broda,

E tanto infuriò de la sua stima

Credecte Augusto superar di loda.

Nel suo triompho ornato nella cima

D'olympica corona et stelle d'oro

Con quella palla in man che più sublima,

Portato ad pompa et risonante choro,

Tra sacrifici orato come idio,

Era in questa miseria con costoro.

Svetonio ed altri fanno ricordo del sepolcro di Nerone[720]. In certe Vite degl'imperatori manoscritte[721], si legge «Lo corpo di Nerone fu sepelito nel sepulcro di suoy mazori Domicii el quale se vede in Campo Marzo». Per contrario in un Liber compositus fratris Johannis Russi de istoriis veteribus et modernis imperatorum et pontificum romanorum[722] si dice: «Nero imperavit annis sedecim cuius corpus iacet propter Lateranum super arcum Basilii». Che cosa potesse essere l'arcus Basilii non immagino. Ma la tradizione più vulgata, e più conforme al vero, poneva la tomba di Nerone a ridosso del Pincio, presso Porta Flaminia, sul luogo appunto dove sorge ora la chiesa di Santa Maria del Popolo e intorno ad essa una leggenda si formava, che io riferirò con le proprie parole di un anonimo commentatore dello Speculum Regum di Gotofredo da Viterbo[723]. «Et dum Nero Romam incendisset, populus contra eum insurrexit, et palatium suum obsidere vellet, ipse solus effugit, et dum extra Romam urbem concurrisset, in proprium gladium irruens se ipsum interfecit, non credens hominem vivere, qui esset dignus tam nobilem interficere preter se ipsum. Mortuo eo, lupi corpus eius dilaceraverunt et Rome extra portam, ubi nunc est ecclesia sancte Marie ad populum, est sepultus. Ubi demones tunc circa corpus suum tam homines quam iumenta pretereuntes iugulabant, quousque ad preces et orationes Pelagii papae beata Virgo sibi in sompnis apparuit et arborem subtus quam Nero sepultus fuit succidere iussit. Papa igitur crastino cum clero processionem illuc fecit, arborem propria manu primus cum securi secari incepit, et ecce demones ululantes fugientes locum reliquerunt, et cessavit periculum ibidem. Populus Romanus vero videns se a demone liberatum, papam rogavit ut ecclesiam ibi in honore Virginis Marie, cuius auxilio essent liberati construeret. Quod et papa fecit una cum populo, et Marie ad populum nominavit, quae antea porta Flaminea dicebatur».

Questo dei diavoli che infestano le tombe di uomini scelerati è un tema che spesso apparisce nelle leggende ascetiche. Ê noto ciò che si racconta di Pilato, che, buttato nel Tevere, richiama tanti diavoli, e suscita così orrende tempeste, che gli abitatori del paese circostante sono costretti ad estrarnelo; buttato nel Rodano, si ripete il giuoco, finchè, tolto anche di là, è precipitato in un lago tra' monti, o in un pozzo, o in un burrone, vicino a Ginevra, o a Losanna. Fra Filippo da Siena racconta negli Assempri[724] la storia d'un mal uomo che morì disperato, el quale essendo sepolto in chiesa venivano i diavoli e menavano grandissima tempesta. Di corpi morti infesti, anche senza che c'entrassero i diavoli, a intere città e borgate, si trovano nelle storie frequenti ricordi. Guglielmo Neubrigense narra d'un malvagio uomo morto impenitente, il quale, uscendo di sepoltura, mise la peste in una borgata, menando grandissima strage, finchè due giovani n'ebbero abbruciato il cadavere[725]; Gualtiero Mapes racconta la storia di un morto che spopolò un villaggio[726]. Finalmente è da ricordare che vicino a Porta del Popolo si mostrava una torre dove, secondo la popolare credenza, appariva l'anima di Nerone, e si chiamava la Torre di Nerone, da non confondere con l'altra Torre di Nerone, o delle Milizie, che ancora si vede accosto alla chiesa di Santa Caterina da Siena, non lunge dal Foro Trajano, e dalla quale si dice aver Nerone assistito allo spettacolo dell'incendio di Roma. In una delle tavole topografiche pubblicate dal De Rossi la figura della torre è accompagnata dalla leggenda: Torre dove stette gran tempo il spirito di Nerone[727].

Le uccisioni a cui la leggenda accenna si potrebbero facilmente spiegare senza miracolo ammettendo che una banda di malandrini, giovandosi dell'antica superstizione, avesse scelto a teatro delle sue gesta il luogo reso infame dalla tomba di Nerone.

Qual meraviglia, se lo scelerato che fu tanto amico del diavolo in vita[728], e che i diavoli si portarono via dopo morte, finisce per diventare un diavolo egli stesso nella fantasia popolare? In parecchie chansons de geste Noiron comparisce fra le altre diaboliche divinità adorate dai Saracini e dai pagani in genere, Apollo, Giove, Baratron, Tervagante. Ma la immaginazione più bizzarra a tale proposito si legge in un racconto francese in versi, senza titolo, contenuto in un manoscritto della Nazionale di Torino[729] e pubblicato dal Comparetti[730]. Nerone, il quale altro non è che un diavolo incarnato, edificò già, insieme con altri due demonii, la città di Babilonia, e fece costruire la Torre di Babele; poi, prevedendo la venuta di Cristo, fondò Roma e un castello, il quale rovina nell'ora che Cristo nasce. Ciò è in parte raccontato dallo stesso Nerone in una disputa che ha con Virgilio, dal quale è da ultimo decapitato e rimandato all'inferno[731].

È noto che per lungo tempo fu creduto dal popolo in Roma che Nerone non fosse morto, ma fosse solamente sparito, e dovesse tornare, o prima, o poi, a vendicarsi de' suoi nemici. Quest'era quel popolo, che, perduto l'uso e l'amore della libertà, e cattivato dalle largizioni e dalle feste, era andato giulivo ed acclamante incontro al parricida il giorno in cui, dopo aver compiuto il più atroce de' misfatti, questi rientrava in Roma. Di tale credenza ebbero a giovarsi parecchi che si spacciarono per Nerone[732], come parecchi poi vi furono nel medio evo che si spacciarono per Federico II, anch'egli creduto non morto e prossimo a ritornare: ai tempi di Trajano essa era ancor viva, come appare da una esplicita testimonianza di Dione Crisostomo[733], che appunto sotto Trajano fioriva. I cristiani, che delle stragi dell'anno 64 serbarono lungo e doloroso ricordo, cominciarono a credere che Nerone, il primo persecutore della Chiesa, sarebbe anche l'ultimo, e tornerebbe prima della fine del mondo. La Bestia, τὸ θηρίον, dell'Apocalissi è certamente Nerone, e Neren è ancora il nome dell'Anticristo in Armenia. Nerone avrebbe preceduto l'Anticristo. Di questa credenza fa ricordo, nel bel mezzo del terzo secolo, Commodiano nel suo Carmen apologeticum.

La fine dei tempi sarà annunziata dalla settima persecuzione. I Goti allora conquisteranno Roma, e libereranno i cristiani dall'oppressione pagana. Ma la pace di Roma sarà di breve durata, giacchè improvvisamente riapparirà Nerone e si farà padrone di Roma, e si associerà altri due Cesari. Sorgerà allora contro di lui il vero Anticristo a capo dei Persi, dei Medi, dei Caldei e dei Babilonesi, il quale lo sconfiggerà e ucciderà insieme co' suoi compagni. Nel IV secolo Lattanzio ricorda, biasimandola e schernendola, questa opinione[734], e molti la ricordano dopo di lui, fra gli altri San Girolamo[735], Sant'Agostino[736], Sulpizio Severo[737]. Essa passa nel medio evo. San Beato di Liebana, che commenta l'Apocalissi nel 786, sa che la Bestia è Nerone; a mezzo del XII secolo Ottone di Frisinga riporta ancora la strana leggenda[738]. Così Nerone, che era stato il terrore dei tempi suoi, diventa il terrore di tutti i tempi; al nome di colui che aveva tentato di distruggere con le fiamme Roma, si lega la finale conflagrazione e la distruzione del mondo. Anche in questo caso la leggenda non era un giuoco ozioso di fantasie indisciplinate.

Quanto durasse tenace nel popolo la memoria di Nerone è dimostrato, oltrechè dalle leggende esposte, da varii nomi di luoghi e di monumenti, che a ragione o a torto si pongono in relazione con esso. I Prati di Castello, fuori di Porta Angelica a Roma, si chiamarono nel medio evo Prata Neronis, e tal nome avevano già sino dai tempi di Procopio. Nei Mirabilia si trovano ricordati l'obeliscum Neronis, l'aerarium Neronis, il secretarium Neronis, il Pons Neronis, il Terebinthum (o Tiburtinum) Neronis, il templum Neronis, il Palatium Neronis. Nel Filocopo del Boccaccio Florio, giunto in Roma, va a smontare in certa osteria «vicino agli antichi palagi di Nerone»[739]. Ho già ricordato le due torri di Nerone. Un monumento sulla Via Cassia, quattro miglia fuori della città, il quale reca il nome di Publio Vibio Mariano, fu dal popolo attribuito a Nerone[740]. Si ricorda anche una cisterna Neronis «in qua latuit Nero fugiens Romanos insequentes»[741]. In Germania v'era nel medio evo un Neronistein. Nomi di luoghi, come Haye-Noiron, Prés-Noiron, Mont-Noiron, si trovano abbastanza spesso nei poemi e romanzi francesi.

Abbiamo veduto l'infamia di Nerone perpetuarsi nel medio evo. Rodolfo IV, duca d'Austria, gran persecutore dei chierici, fu certamente il solo che osasse vantarsi disceso dalla stirpe di quel massimo fra i scelerati, il quale per trovare un difensore e un panegirista deve aspettare il Rinascimento[742].

Una oscura e compendiosa cronaca latina, così con brevità terribile parla di Nerone, tutta stringendone in poche parole la vita[743]: «Nero successit, matrem eviscerat, sororem stuprat, Romam in .XII. partibus incendit, Senecam interfecit, ranas apud Lateranum evomuit, Symonem magum...... Petrum crucifigit, Paulum decollat, imperat annis .XIII. mensibus .VII., a lupis devoratur»[744].

E un canto della Chiesa trionfante tonava sul nemico vinto e dannato:

Nero frendit furibundus,

Nero plangit impius,

Nero cujus aegre mundus

Ferebat imperium.