CAPITOLO XI. Tiberio, Vespasiano, Tito.
Di quante leggende sacre ebbe il medio evo la più celebre, la più diffusa è senza dubbio quella di cui mi accingo a discorrere della vendetta di Cristo e della distruzione di Gerusalemme. Essa è, in pari tempo, la più complessa ed estesa, giacchè comprende tutto un lungo ordine di fatti, e mette in iscena un grandissimo numero di personaggi, tra cui non meno di quattro imperatori romani: Tiberio, Nerone, Vespasiano, Tito; e poi, con azione varia, e in varii modi intrecciata, Pilato e gli altri giudici di Cristo, Giuseppe d'Arimatea, Nicodemo, la Veronica, testimoni della passione e accusatori dei giudici iniqui; Giuseppe Flavio, storico e guerriero, alcuna volta lo stesso Cristo e la madre sua. L'azione epica e drammatica si svolge in Roma, stanza della nuova fede, e in Gerusalemme, stanza della fede antica. Leggenda e storia ad un tempo, processo e giudizio, dove l'impero fatto anticipatamente cristiano, da una parte, e l'impenitente popolo d'Israele dall'altra, stanno a difesa della ragione e del torto, e dove la divinità di Cristo, e il dritto della Chiesa sono per la prima volta dalle potestà della terra riconosciuti e proclamati. Antica d'origine quasi quanto il cristianesimo stesso, nata di più germi, e come scissa in principio, essa si compone, si costruisce, cresce a poco a poco, si varia, si complica traverso ai secoli, e venuta nel medio evo in piena fioritura, alligna rigogliosa e vivace fra tutti i popoli cristiani, si esprime in tutti i linguaggi, assume tutte le forme: racconto in prosa, poema, canzone sacra, mistero. Lo schema di essa, guardato nei lineamenti principali, dentro a cui poi le immaginazioni secondarie si spostano e si compongono in varii modi, è il seguente: uno, o più principi pagani, l'imperatore di Roma, o alcuno reggente in suo nome la tale o tale provincia dell'impero, sono afflitti da grave infermità della quale guariscono, o per un atto di fede in Cristo, o in virtù della santa immagine della Veronica. Guariti, giurano di vendicare la ingiusta morte del Redentore, passano con forte esercito in Palestina, investono Gerusalemme, e dopo lungo ed ostinato assedio, durante il quale giunge a tal segno la fame tra gli assediati che la madre si ciba delle carni del proprio figliuolo, la espugnano, la distruggono dalle fondamenta, e fatta dei colpevoli esemplare giustizia, tornano trionfanti alle lor sedi.
Non v'è leggenda meno arbitraria, meno fortuita di questa. Passati appena settantadue anni dalla morte di Cristo, Gerusalemme, e tutto il popolo d'Israele soggiacciono alla più spaventosa sciagura, che, non pure la storia loro, ma la storia dei popoli tutti di Europa ricordi. Comincia allora la dispersione e la dura cattività di quella razza infelice, che per secoli non avrà più patria, nè diritto, nè umana dignità, odiata, perseguitata, per poco non cancellata dal numero dei viventi. E chi sa quanto la leggenda che cresceva sull'orme degli esuli e dei proscritti, e che dava voce e figura alla esecrazione di una intera umanità di credenti, contribuì a rendere contro di essi più dispettoso l'odio e la persecuzione più cruda. Non era possibile che la coscienza cristiana non iscorgesse nella gran ruina il terribile giudizio di Dio: il sangue del Giusto ricadeva sul capo di chi l'aveva iniquamente versato, e il Tempio che aveva serrate le porte alla verità e alla salute, precipitava nella polvere per non risorger più mai[745]. Le profezie di Geremia e di Ezechiele, che si riferivano alla distruzione di Gerusalemme compiuta dai Babilonesi, facilmente potevano essere trasportate a quella ben più formidabile compiuta dai Romani[746], e questa distruzione, risalendo a una profezia di Daniele[747], si poteva, senza sforzo, mettere in relazione con la morte di Cristo, come fa Tertulliano[748].
Ho accennato alla celebrità della leggenda: prima di procedere oltre gioverà mostrarne un qualche esempio. Dante la ricorda in più luoghi:
Nel tempo che 'l buon Tito con l'ajuto
Del sommo Rege vendicò le fora
Ond'uscì il sangue per Giuda venduto.[749]
. . . . . . . . . . Ecco
La gente che perdè Jerusalemme
Quando Maria nel figlio diè di becco.[750]
Poscia con Tito a far vendetta corse
Della vendetta del peccato antico.[751]
Pietro Alfonso, l'autore famoso della Disciplina clericalis, Ebreo di nascita, ma fattosi battezzare l'anno 1106, rinfaccia a' suoi antichi compagni di religione, nel Libellus contra perfidiam Judaeorum, la punizione caduta sopr'essi. Brunetto Latino ricorda come gli Ebrei furono da Tito venduti trenta a denaro[752], e Busone da Gubbio come la fame spinse le madri a commettere alla sorte la vita dei proprii figliuoli, per sapere di quale si dovessero cibare[753]. Nel secondo libro dell'Africa il Petrarca fa predire dal padre di Scipione la distruzione di Gerusalemme, e nel trattato De otio religiosorum si conforma in tutto alla popolare credenza, dicendo che Gerusalemme fu distrutta, e il suo popolo disperso, in punizione della morte di Cristo. Se egli avesse condotto sino a Tito, come si era proposto, il libro De viris illustribus, che fu poi continuato da Lombardo da Serico, non avrebbe certamente mancato di dare della leggenda più ampia notizia. Fazio degli Uberti la ricorda nel Dittamondo, quando fa dire a Roma:
Vespasian dieci anni tenne il mio,
Lo qual con Tito suo fe la vendetta
Contro i Giudei del figliuol di Dio.[754]
Alessandro Neckam dice di Tito:
Hunc decuit mortis ultorem numinis esse,
Dum deleta fuit gens mala, digna mori.[755]
Nelle recensioni più antiche dei Mirabilia non è fatto cenno della leggenda; ma in altre, più moderne, si dice che i corpi di Tito, di Vespasiano e di Volusiano riposano nel monastero di San Saba, lo che prova che essi erano universalmente tenuti cristiani[756]. Giovanni Sarisberiense, parlando nel Polycraticus[757] dell'assedio e della espugnazione di Gerusalemme, non fa parola della leggenda; ma poi, in altro luogo di quella stessa opera[758], ricorda come, stando alla testimonianza di alcuni scrittori, Vespasiano avrebbe operato miracoli in segno della missione a lui affidata. Sono ben pochi i cronisti che, come Ottone di Frisinga, non ne facciano menzione. Inoltrato già il secolo XV, Teodorico Engelhusio nella sua Cronaca la rammenta ancora con piena fede[759]:
Tiberii lepram divina Veronica sanat,
Rosa nimis facies sanatur Vespasiani.
Esempio, se non unico certo assai raro, può essere citato Francesco da Buti, che commentando i versi testè riferiti del c. XXI del Purgatorio, dice senz'altro che causa della distruzione di Gerusalemme fu l'avere i Giudei, i quali presumevano dover essere signori del mondo, ucciso il governatore romano e cacciato il legato di Siria. Fra Niccolò da Poggibonsi ricorda anch'egli nel Libro d'Oltremare, che contiene la relazione di un viaggio fatto in Terra Santa nel 1345, la distruzione di Gerusalemme per opera di Vespasiano e Tito, ma non accenna in nessun modo alla tradizione[760]. La presenza della sacra immagine in Roma, alla quale traevano numerosissimi i pellegrini, acquistava credito alla leggenda, e la leggenda era da quei pellegrini medesimi sparsa su tutta la faccia d'Europa, e ripetuta in tutte le lingue[761].
Ma facciamoci oramai a rintracciarne le origini e a dire delle forme in cui si raccolse da prima. Ho già detto che essa s'imponeva in certo modo naturalmente agli spiriti, e che la sua genesi era in tutto spontanea. Si può tener per sicuro che quando si sparse pel mondo romano l'annunzio della espugnazione di Gerusalemme, nelle catacombe, dov'era viva e cocente ancora la memoria della persecuzione neroniana, nelle chiese tutte d'Asia, d'Africa e d'Europa, si glorificò Dio punitore, e si celebrò il primo grande trionfo della fede. Allora Vespasiano e Tito e l'impero e le legioni romane furono certamente considerati come ciechi strumenti della giustizia divina, la quale solo si rivelava a chi era in grado d'intenderla, e pronto ad adorarla. Origene nel secondo libro del trattato contro Celso dice che la profezia di Cristo circa la distruzione di Gerusalemme si avverò per fatto di Tito, sotto l'impero di Vespasiano. Eusebio di Cesarea, accingendosi a riferire nella Istoria ecclesiastica[762] alcune cose narrate da Filone nella relazione che fece della sua legazione, dice rimaner per esse provato che i Giudei soggiacquero a tante calamità in punizione del misfatto commesso nella persona di Cristo, e ricorda inoltre[763] quali castighi di Dio, la profanazione del Tempio, il tumulto che suscitò Pilato spogliando l'erario sacro, ed altre turbazioni e dissidii. Altrove ancora mostra la espugnazione di Gerusalemme essere stata una vendetta del cielo[764]. Intanto alcuni tratti principali della leggenda nascitura cominciavano a disegnarsi. Il famoso libro di Lattanzio, De mortibus persecutorum, è tutto inspirato e governato dal pensiero che castighi terribili colpiscono o prima o poi i persecutori della Chiesa: a maggior ragione, e in forma più solenne ed esemplare, dovevano essere puniti i persecutori e gli uccisori di Cristo. La leggenda inesorabile andrà a ricercare costoro uno per uno, e li ripagherà come avran meritato, e consacrerà il nome loro all'infamia. Eusebio, narrando, con qualche errore, l'esiglio di Erode, dice, come pare, con intenzione, che questi aveva avuto parte nel supplizio di Cristo[765], e naturalmente suggerisce il pensiero che quella era pena di questo misfatto, sebbene in apparenza sembrasse altrimenti. La leggenda infame di Pilato, per ragioni che vedremo tra breve, si forma piuttosto tardi; ma, ad ogni modo, è costituita nel quarto secolo, e forse prima. Già Eusebio ricorda come Pilato fu mandato in esiglio e si tolse di propria mano la vita[766], e lo stesso narrano poi Orosio[767], Gregorio di Tours[768], Beda[769], altri.
Se non che questa credenza, da cui doveva nascere la leggenda, non è per anche leggenda essa stessa. Considerata nella sua forma piena e perfetta, la leggenda si mostra composta di più parti diverse, che in origine non ebbero fra di loro attinenza nè relazione, e di cui è agevole scoprire le saldature non abbastanza dissimulate. Ad ogni modo le parti principali son due: l'una che riguarda Tiberio e la sua miracolosa guarigione, l'altra che riguarda Vespasiano e Tito, e la guarigione di uno di essi, o di entrambi, e la vendetta da essi compiuta. La prima parte è, fuor d'ogni dubbio, più antica della seconda, e a questa non si congiunge, se non quando comincia a farsi sentire negli spiriti il bisogno di tramutare i distruttori di Gerusalemme d'inconsci in consci ministri della giustizia divina, senza il quale tramutamento una vera e propria leggenda della vendetta non poteva formarsi. Cominciamo a ricercare quali possano essere state le origini della prima parte, o diciamo a dirittura, della prima leggenda.
Morto Cristo, un desiderio doveva spontaneamente nascere nell'animo de' suoi seguaci, contro de' quali stava, non pure l'opinione pubblica, ma ancora il pubblico giudizio che, nelle forme, se non nella sostanza, fu certamente legale. Alla causa dei cristiani importava moltissimo che questo giudizio si potesse dimostrare illegale ed iniquo; ma, per mostrarlo tale, bisognava trarne fuori Pilato, giacchè scagliare una accusa d'illegalità e d'iniquità contro l'uomo che governava in nome dell'imperatore non sarebbe stato nè utile, nè prudente. Anzi bisognava far vedere Pilato ammiratore ed amico di Gesù, e relatore a Cesare della vita esemplare e dei miracoli di lui; separare il più possibile, in tutta la questione, i Romani dagli Ebrei, rappresentar questi come soli interessati alla morte del Maestro, severo censore dei loro depravati costumi e delle corrotte loro dottrine, far ricadere sopra di essi tutto il peso e la odiosità della scelerata sentenza, e renderli, in certo qual modo, ribelli, oltre che a Dio, anche allo stesso Cesare. Un accorgimento sì fatto, forse più istintivo che altro, favorito dall'animosità che di giorno in giorno cresceva tra Romani ed Ebrei, era inoltre, se non promosso, almeno non impedito dagli Evangeli, dove Pilato è descritto, non già come un uomo malvagio, ma come un uomo di poco animo, che vorrebbe per parte sua salvare Cristo, di cui ha riconosciuta l'innocenza, ma non osa contrastare ai sacerdoti. Nei famosi Atti di Pilato, a cui fu solamente più tardi dato il nome di Evangelo di Nicodemo, si narra che l'uffiziale di Pilato al quale era stato commesso di tradurre Cristo davanti al tribunale del Procuratore romano, mostrò all'accusato il suo ossequio, che davanti a costui s'inchinarono sulle insegne le immagini dell'imperatore, che Procula, moglie di Pilato, ammonì il marito di non rendersi reo d'ingiusta sentenza, che Pilato rimproverò agli Ebrei la loro perfidia.
Poi si cominciò a dire che Pilato era fautore di Cristo; che anzi, già prima, aveva scritto a Tiberio (altri diranno Claudio) una epistola in cui si dava conto di Gesù, si encomiavano l'opere sue, si proponeva di tributargli divini onori; che Tiberio aveva favorevolmente accolte le proposte del suo vicario, ma che il senato le aveva respinte. Nel secondo secolo questa leggenda capitale è già formata. Tertulliano la ricorda nell'Apologeticum, composto intorno al 198, e se ne giova come di valido argomento contro i persecutori. Egli anzi afferma che Pilato era già in sua coscienza cristiano[770]. Bisogna credere che queste tradizioni avessero allora molta autorità, e fossero note anche ai pagani, chè altrimenti un apologeta non avrebbe dato loro tanto peso. Giustino Martire, morto nel 166, ricorda certi commentarii scritti sotto Ponzio Pilato[771].
Non è qui il luogo di discutere in qual tempo gli Atti di Pilato, di cui sono due recensioni greche[772], l'una più antica, l'altra più moderna, e una versione latina, per non parlare delle versioni in varie lingue moderne[773], sieno stati composti. Il Tischendorf pone la composizione loro nella prima metà del secondo secolo[774]; ma altri li fanno di molto posteriori, e Adalberto Lipsius li giudica del mezzo circa del IV secolo, sorti in contraddizione di certi Atti pagani di Pilato, composti sotto l'imperator Massimino fra il 307 e il 313, e ricordati da Eusebio[775]. Io non ho competenza da trarmi in mezzo a così fatta controversia; ma tuttavia parmi di poter dire che la tradizione raccolta negli Atti di Pilato, mostra d'essere più elementare, men progredita che non quella di cui fa ricordo Tertulliano. Ora, se gli Atti di Pilato dovessero essere posteriori a questo padre, non s'intenderebbe come il loro compilatore avesse potuto ignorare l'importantissima tradizione che circa i fatti di Pilato è da lui ricordata, o come, conoscendola avesse potuto trascurarla, mentre poteva riuscire di molto giovamento al suo assunto.
Ma checchessia di tale questione, ciò che nel caso presente importa di rilevare si è che, verso il mezzo del secondo secolo, erasi già formata e diffusa una tradizione, tanto vigorosa oramai da poter esser fatta valere come argomento contro ai persecutori, e secondo la quale un imperatore romano aveva giudicato Cristo degno degli onori divini. Questa tradizione ricordata, oltrechè da Tertulliano, anche da Eusebio[776], da San Giovanni Crisostomo[777], da Orosio[778], da altri, passa nel medio evo ed è universalmente conosciuta, tanto che non accade far qui citazioni particolari. Ma più strano deve sembrare che anche fra gli Ebrei Pilato sia stato creduto amico di Cristo. Secondo un racconto giudaico riferito nel trattato De judaicis superstitionibus, che Agobardo vescovo di Lione (779-840) compose in compagnia di due altri vescovi, il corpo di Cristo sarebbe stato sepolto presso un acquedotto e travolto da una innondazione. Pilato lo fece ricercare per lo spazio di dodici mesi, e non avendolo ritrovato, proclamò Cristo risorto, e volle che gli Ebrei lo adorassero come Dio.
A poco a poco Pilato si trasforma in un santo, anzi in un martire[779]; lo stesso Tiberio diventa cristiano. Tertulliano non osa ancora affermarlo risolutamente, ma dice già che Tiberio minacciò dell'ira sua chiunque si facesse ad accusare i cristiani[780]. Non potendosi dissimulare le molte sceleraggini di cui la sua vita è ripiena, si dirà ch'egli di mansueto agnello si mutò in efferatissimo lupo, appunto per quel rifiuto del senato[781].
L'epistola di cui fa ricordo Tertulliano non deve essere identica nè con l'αναφορὰ Πιλάτου[782], nè con la lettera di Pilato a Claudio, che si trova incorporata negli Atti greci di San Pietro e San Paolo[783], nè con l'Epistola Pilati ad Tiberium[784], giacchè in tutte queste scritture Pilato si mostra già quasi colpevole e timoroso dell'ira di Tiberio, il quale in una sua risposta severamente lo biasima, e lo cita davanti al suo tribunale. Quella deve avere avuto un riscontro nell'altra epistola apocrifa di Lentulo, predecessor di Pilato, epistola dove si fanno molte lodi di Cristo e si descrive minutamente la sua persona. L'epistola di Lentulo presuppone l'epistola di Pilato, giacchè essa altro certamente non è che una di quelle anticipazioni arbitrarie di cui spesso la leggenda si giova per allargare la sua presunta base storica. Ricorderò a tale proposito che si ebbe anche una supposta lettera di Erode al senato[785]. La leggenda segue il suo razionale svolgimento. Impegnato Tiberio nella causa di Cristo, si poteva trarne fuori Pilato, e ridargli un carattere più confacente con la parte ch'egli aveva avuto negli avvenimenti. Pilato non è ancora lo scelerato che la leggenda rappresenta più tardi; ma è già un uomo debole, poco fervido difensore della verità che pur riconosce, colpevole di non aver riferito a Cesare ciò che, per ufficio, non avrebbe dovuto tacere, inteso a rovesciare tutta sugli altri la colpa di cui deve in parte egli stesso rispondere. Parmi che la leggenda abbia dovuto fare questa prima variazione passando di Giudea in Roma, giacchè è da credere che nella stessa Gerusalemme essa avesse nascimento. In Giudea importava poter mostrare dissenziente dai sacerdoti e dal popolo, e quasi cristiano, chi governava in nome di Roma; ma più importava poter mostrare cristiano in Roma, e persecutore dei nemici di Cristo, lo stesso imperatore, e massimamente poter mostrare questo imperatore farsi, per amor di Cristo, giudice inesorabile del proprio vicario. Chiunque, sia Giudeo, sia Romano, ha avuto parte nella condanna di Cristo dev'essere punito. A questo supremo interesse della coscienza cristiana, il quale riempie di sè la leggenda, si sacrifica Pilato.
Nelle epistole che vanno sotto il suo nome Pilato parla dei miracoli di Cristo, dei prodigi che ne seguirono la morte, e tenta di far ricadere tutta la colpa sugli Ebrei, dalle cui menzogne dice di essere stato tratto in errore. Tiberio in una sua risposta[786] muove a Pilato acerbi rimproveri, e minaccia la morte a lui e a tutti gli altri colpevoli. Ordina sia condotto n Roma per essere giudicato insieme con Archelao, figlio di Erode, Filippo, Caifa ed Anna. Gli accusati giungono nell'isola di Creta; la popolazione si solleva e vuol seppellir vivo Caifa, ma la terra rifiuta di riceverlo, e i suoi punitori a stento riescono ad opprimerlo sotto una gran pietra. Gli altri proseguono il viaggio, e giungono a Roma, dove tutti, in varii modi sono messi a morte. Poi Tiberio infierisce contro tutto il popolo d'Israele, e debellatolo in guerra, lo disperde.
Così comincia a fermarsi il concetto di una vendetta, che si fa sempre più larga e più formidabile. Nella Paradosis Pilati[787] l'imperatore fa venire Pilato a Roma per giudicarlo. Il giudizio ha luogo nel Campidoglio. Al pronunciare che l'imperatore fa il nome di Cristo i simulacri degli dei precipitano, ἅπαν το πλῆθος τῶν θεῶν συνέπεσαν, e si disfanno in polvere. Pilato cerca scusarsi facendo ricadere tutta la colpa sugli Ebrei. L'imperatore, senza che a ciò lo spinga nessuna grazia miracolosamente ottenuta, risolve di punire gli Ebrei del loro misfatto. Nella lettera che egli scrive a Liciano governatore della provincia di Oriente, τῆς ανατολικῆς χώρας, per significargli il suo volere, si nomina Cristo quale Dio, e si comanda di disperdere gli Ebrei e di ridurli in ischiavitù fra tutti i popoli. A Pilato fa troncare il capo. Nella sua risposta a Pilato, Tiberio dice d'aver saputo tutta la verità dei fatti da una donna che era andata a Roma a trovarlo, e secondo il racconto di certi cronisti bizantini, Maria Maddalena sarebbe andata a Roma per accusare i giudici di Cristo a Tiberio, il quale fece decapitare gli scribi, i sacerdoti e Pilato[788]. Qui abbiamo già un addentellato per la leggenda della Veronica, leggenda che apparisce nella Cura sanitatis, nella Vindicta Salvatoris, e in tutte le versioni e redazioni posteriori.
Sin qui abbiamo veduto Tiberio operare disinteressatamente, per semplice amore della verità e della giustizia, e per una specie di fede inconscia; ma anche nelle ragioni del suo operare doveva avvenire una trasformazione, consentanea all'indole della leggenda, e richiesta dalla ingenua fantasia dei credenti. Importava che la fede di Tiberio fosse fondata, non sul semplice sentimento, ma su prove irrecusabili di fatto; importava di lasciar compiere in benefizio dell'imperatore un miracolo che tornasse in benefizio della causa cristiana, e che si potesse citare come luminoso esempio della misericordia divina. Se il miracolo veniva a legarsi ad una qualche reliquia insigne, non solo si rendevano più intelligibili alla comune degli uomini i fatti meravigliosi narrati nella leggenda, ma si procacciava ancora a quella reliquia una riputazione incomparabile; e chi sa quanta parte le reliquie abbiano avuto nel culto cristiano, e come esse abbiano profondamente influito sul temperamento della coscienza religiosa, non istimerà certo di poca importanza questo nuovo motivo di variazione ed amplificazione della leggenda. Ed ecco come la favola della malattia di Tiberio e della guarigione miracolosamente ottenuta mercè la immagine della Veronica, viene nella leggenda a prender posto. Entrata che vi sia, essa fa naturalmente dimenticar le ragioni che nella tradizione più antica movevano Tiberio a far vendetta di Cristo.
La Cura sanitatis raccoglie questi incrementi e queste mutazioni della finzione. Pubblicata primamente dal Foggini di su un codice del secolo XI[789], il racconto in latino barbarissimo che s'intitola Cura sanitatis Tiberii, fu ristampato dal Mansi di su un codice dell'VIII[790]. I due testi presentano qualche diversità, anche di sostanza: nel più antico la narrazione procede nel modo che segue. Tiberio, afflitto da gravissima infermità, manda Volusiano (Volusano) a Gerusalemme a cercare di Gesù, de' cui miracoli ha udito parlare. «Si deus est», dice Tiberio, «praestare [nobis] potest [salutem]; si autem homo est, amare nos potest, et rempublicam gubernare per eum possumus[791]». Dopo un anno e tre mesi di navigazione Volusiano giunge a Gerusalemme. Pilato gli muove incontro, ma, saputa la ragione del suo venire, si turba. Informato della morte di Cristo, Volusiano fa venire a sè Giuseppe d'Arimatea, dal quale apprende in breve tutta la storia di quello, i miracoli, la passione, la sepoltura, la risurrezione. Credendo che Cristo risorto possa ancora trovarsi in Giudea, egli manda i suoi messi a rintracciarlo; ma confermatagli da molti testimoni l'ascensione al cielo, ordina che Pilato sia chiuso in un carcere. Interrogatorio di Pilato che cerca invano scolparsi. Un Marcio parla a Volusiano della Veronica. Costei, sanata da Cristo, fece dipingere la immagine di lui, poi si ritrasse a vivere in Tiro. Condotta al cospetto del messo imperiale, la Veronica nega da prima di possedere la preziosa immagine; ma quegli ne fa fare ricerca, e avutala l'adora; poi con Pilato e la Veronica insieme si parte, e giunge a Roma dopo soli otto mesi[792]. Tiberio condanna Pilato alla interdizione dell'acqua e del fuoco[793], e lo relega in Ameria, città di Toscana[794]. Segue la guarigione di Tiberio[795]. Sotto il regno di Nerone suo successore i discepoli di Cristo vengono in Roma, e ci vien anche Simon Mago, che si spaccia pel Salvatore. Volendo conoscere la storia di Cristo, Nerone fa venire a sè dal suo luogo di relegazione Pilato, il quale gliela racconta, e gli presenta i due apostoli Pietro e Paolo. Nerone si fa leggere inoltre la epistola che esso Pilato scrisse a Tiberio; ma da tutto ciò non segue poi nulla. Pilato se ne torna in Ameria a scontar la sua pena; Nerone e Simon Mago sono portati via dal diavolo.
Ecco la leggenda trasformata, arricchita, appoggiata a motivi nuovi, frequentata da nuovi personaggi. Volusiano non ha in sè nulla di storico; ma, entrato nella leggenda, non ne esce più, sebbene muti a più riprese di nome. La introduzione di Giuseppe d'Arimatea fu suggerita probabilmente dagli Atti di Pilato, dove, al c. 12, gli si pongono in bocca parole che accennano a una vendetta divina, provocata dai Giudei crocifiggendo Cristo. Nei racconti posteriori egli andrà mano mano acquistando importanza. La Veronica comparisce per la prima volta, e con parte molto cospicua, che poco potrà essere accresciuta in seguito. Noi abbiamo ora, a parlar propriamente, l'incontro e la fusione di due diverse leggende: la leggenda di Tiberio cristiano, e la leggenda della Veronica, e nel composto unico che se ne forma, quella, che è anteriore di tempo, si subordina a questa e la presuppone. Discoste nei loro principii, diverse d'intendimenti, esse, poichè si trovano l'una in presenza dell'altra, reciprocamente si attraggono e si compongono insieme. In tale composizione v'è guadagno e perdita a un tempo: la leggenda di Tiberio perde la sua bella idealità, e non riesce più, come prima, dimostrativa della virtù intima ed essenziale della verità cristiana, sentita, proclamata, vendicata da un imperatore non battezzato; ma la leggenda della Veronica, che aveva pur essa profonde radici nella coscienza religiosa, se ne avvalora, allargando la sua base storica, moltiplicando i suoi legami col mondo. Chiusa, nel primo suo nascere, entro gli angusti termini di una società di discepoli, essa diventa poi leggenda imperiale, romana, cattolica. E il tutto che di queste parti si forma ha un carattere più umano e più poetico, ed è più atto a cattivare le fantasie, e a trovare nelle letterature popolari varia e durevole rappresentazione.
Fermiamoci alquanto, prima di proceder oltre, sulla Veronica e sulla sua leggenda[796]. Passato alcun tempo dalla morte di Cristo, doveva nascere spontaneo nei seguaci il desiderio di possedere alcuna immagine che rappresentasse ai loro occhi le fattezze del venerato maestro, di cui rimaneva negli animi incancellabile ricordanza[797]. Sebbene la Chiesa, tutta rivolta nei primi secoli a consustanziarsi la dottrina e lo spirito del suo institutore, poco pensiero si desse delle sembianze corporee di lui, per modo che lasciava agli artefici ogni più ampia libertà di ritrarle come più loro piacesse[798], pure non poteva passare gran tempo senza che si pretendesse di spacciare per autentica alcuna delle immagini che l'amorosa devozione veniva moltiplicando. Tale è la origine della famosa immagine di Edessa, del crocifisso creduto opera di Nicodemo, della immagine celeberrima della Veronica. Due statue nella città di Paneade, rappresentanti, secondo si può ragionevolmente congetturare, l'imperatore Adriano con la città inginocchiata ai piedi, furono credute immagini di Cristo e di quella emorroissa di cui parla Matteo (9, 20), e che gli Atti di Pilato (c. 7) annoverano fra i testimoni di Cristo[799]. Qui costei comparisce col nome di Βερονίκη. Da Βερονίκη potrebbe venire Veronica; ma negli Atti non si fa cenno di una immagine di Cristo posseduta dall'emorroissa, e della Veronica non si dice ordinariamente che l'infermità di cui Cristo la guarì fosse flusso di sangue. Fra queste due donne vi è somiglianza di nome, ma non altro. Tuttavia si finisce anche per fare di esse una stessa persona[800]. Notisi ora che Veronica è pure il nome della santa immagine[801], e che, secondo una ipotesi molto plausibile, quel nome potrebbe essere una storpiatura di vera icon. La leggenda si sarebbe formata a questo modo: una immagine di origine ignota si spaccia per autentico ritratto di Cristo sotto il nome di vera icon[802]. Questo nome, non inteso, si cangia in un nome di donna, e col procedimento ordinario la finzione comincia a lavorargli dattorno. La Βερονίκη degli Atti di Pilato è lì per venire in soccorso alla fantasia, e la Veronica diventa tutt'uno con l'emorroissa.
Dire precisamente in qual tempo si cominciò a venerare in Roma la reliquia che tuttodì con gelosa cura si custodisce nella chiesa di San Pietro, non è guari possibile, e qui del resto non importa gran fatto. Sopravvenuto il fanatismo per le reliquie che contraddistingue il settimo e l'ottavo secolo, e cominciando già forse a levarsi la fama di altri Volti Santi, che con pretensioni eguali di autenticità si conservano ancora in altre città dell'Europa[803], si dovette sentire in Roma il bisogno di procacciare, a quello che quivi si venerava, una precedenza ed una superiorità incontestata. E certo il modo più ingegnoso e migliore di provvedere a ciò si era di legarne la leggenda con la leggenda di Tiberio cristiano e punitore dei persecutori di Cristo. Tale congiungimento era già fatto nel secolo VIII.
Ma qui ci si para dinnanzi un'altra leggenda che ha con quella di Tiberio e della Veronica la più stretta attinenza, e di cui non posso dispensarmi dal dir qualche cosa, la leggenda cioè della immagine di Edessa. Costantino Porfirogenito, che fiorì nel secolo X, la riferisce in un'apposita narrazione. Un re di Edessa per nome Augaro (più comunemente Agbaro) è afflitto da gravissima e ributtante malattia. Un suo ministro, per nome Anania, recandosi in Egitto, passa per la Palestina, s'imbatte in Cristo ed è spettatore de' suoi miracoli. Testimone, al ritorno, di nuovi prodigi, riferisce fedelmente ogni cosa al suo signore. Questi allora scrive una lettera a Cristo, pregandolo di venirlo a visitare, e commette allo stesso Anania di recapitarla, il quale essendo pittore, deve, quando altro non possa ottenere, riportare una immagine di Gesù. Anania trova Cristo predicante fra le turbe e comincia di nascosto a ritrarlo; ma questi, che del tutto si avvede, lo fa venire a sè, e letta la lettera, scrive una risposta, in cui dice di non poter compiacere il desiderio del re, ma promette di mandargli un suo discepolo che gli recherà la salute del corpo e dell'anima. Poscia, lavatosi il volto, si rasciuga con un panno in cui rimane la sua immagine impressa, e quello porge ad Anania. Questi fa ritorno ad Edessa. Per via succede un miracolo, per cui una copia della immagine rimane impressa sopra una tegola. Anania consegna ad Augaro la immagine; ma non si dice che questa lo guarisca. Le due epistole, di Agbaro a Cristo e di Cristo ad Agbaro, vanno famose tra gli apocrifi, specie quest'ultima, che sarebbe l'unico documento scritto lasciatoci da Gesù, e si ritrovano in manoscritti innumerevoli, e in tutte le lingue. Lo stesso Costantino riferisce anche un'altra versione della leggenda, secondo la quale la immagine sarebbe stata recata a Edessa da Taddeo apostolo, e Agbaro avrebbe per essa racquistata la sanità. Agbaro avrebbe poi detto che volentieri si sarebbe fatto vendicatore della morte di Cristo, se non avesse temuto di contraddire, così facendo, alla intenzione di lui, che volonteroso sofferse la morte. Qui vi è il pensiero della vendetta, ma non la esecuzione.
Si vede quanti riscontri questa leggenda, considerata nelle due versioni riferite da Costantino, ha con la leggenda della Cura sanitatis. In ambedue è un re infermo, in ambedue una immagine miracolosa di Cristo; Anania somiglia molto a Volusiano e Taddeo tiene in qualche modo il luogo della Veronica. Tiberio punisce Pilato, ma lascia in pace gli Ebrei; Agbaro concepisce il pensiero della vendetta, ma non lo eseguisce. Se non che la leggenda di Agbaro non è nemmen essa tutta di un pezzo, ma si è venuta successivamente formando ed accrescendo. Eusebio nella Istoria ecclesiastica[804] ha un racconto molto più semplice, dove non entra ancora nessuna immagine. Agbaro (Ἄγβαρος) scrive una lettera a Cristo, che gli risponde, promettendo di mandare un discepolo. Dopo la morte di Gesù Taddeo va in Edessa e compie molti miracoli, sì che Agbaro n'è informato, e lo fa venire a sè. Quando questi gli si presenta Agbaro crede di scorgere nel suo volto un non so che di divino e lo adora, con grande meraviglia degli astanti che nulla vedono di straordinario. Agbaro fa la sua professione di fede, e Taddeo lo guarisce con la imposizione delle mani. Eusebio si riporta a documenti siriaci che sarebbero stati conservati nei tabularii di Edessa. Le cose che narra si suppongono avvenute nell'anno 340 della cronologia edessena, quindicesimo dell'impero di Tiberio. Giovanni Damasceno della guarigione miracolosa non dice ancora nulla[805], e il primo che faccia menzione della immagine è Evagrio[806]. Eusebio dice che Agbaro credette di scorgere alcun che di divino nel volto di Taddeo, Costantino Porfirogenito che Taddeo nel presentarsi al re si pose in fronte, come un segno di riconoscimento, la immagine che aveva recata con sè. Si scorge il passaggio, e si vede d'onde e come la leggenda tragga le fila del suo tessuto.
Ritorniamo per un momento ancora alla Cura sanitatis. Il testo, se pure non è sincrono col manoscritto dell'ottavo secolo che lo contiene, non può nemmeno farsi molto più antico. Quanto al luogo della sua composizione io credo si possa risolutamente dire che fu l'Italia, e più particolarmente Roma. Anzi tutto, Roma posseditrice della preziosa reliquia, era più di ogni altra città interessata alla creazione di così fatta leggenda, e poi accennano a origine italiana quella città di Toscana dove Pilato è mandato in esilio, e quella reminiscenza della interdictio aquae et ignis. Mentre il diritto romano era dimenticato in tutto il rimanente d'Europa, in Italia si continuava a studiare e a praticare, e Roma può vantarsi d'avere avuto scuole di diritto nei secoli stessi di maggior barbarie.
Che le leggende di Agbaro e della Veronica sieno riuscite così simili senza che l'una abbia influito sull'altra, mi par difficile di ammettere; e che l'influsso sia stato esercitato da quella, incontestabilmente più antica, sopra questa, mi par difficile di negare. Gioverà ricordare ad ogni modo che la immagine di Edessa fu, se s'ha a credere alla tradizione, recata ancor essa in Roma, dove si conserva nella Chiesa di San Silvestro[807]. Checchessia da credere di quegli influssi, certo si è che la leggenda di Tiberio e della Veronica, la quale, essendo essa stessa composta di due parti distinte, può considerarsi ora come la prima parte della leggenda complessa della Vendetta di Cristo, è già formata nel secolo VIII: dobbiamo vedere ora come essa si componga e si fonda con l'altra, dove si discorre di Vespasiano, di Tito e della distruzione di Gerusalemme[808]. Dal momento che ci furono due leggende sopra questo stesso tema della vendetta di Cristo, la composizione e la fusione loro diveniva inevitabile; esse s'incontrano nella Vindicta Salvatoris[809].
In questo racconto Tiberio, affetto dalla lebbra e da altri mali, non è più solo; Tito, regulus sub Tiberio in regione Equitaniae, in civitate Libiae quae dicitur Burdigalla, è afflitto ancor egli da gravissima infermità. Un Nathan Ebreo, che doveva recarsi a Roma, spinto dai venti nel porto di Libia, racconta a Tito i miracoli e la morte del Salvatore. Tito si duole della ingiusta morte e di non poterne fare vendetta in quell'ora medesima. Appena ha egli espresso questo suo rincrescimento che incontanente si trova guarito di una piaga cancerosa che aveva nel volto. Allora giura di porre ad effetto il suo proposito di vendetta, e da Nathan si fa dare il battesimo. Poi chiama a sè Vespasiano suo fratello, passa con un poderoso esercito in Giudea e comincia a distruggere quel regno. Il re Archelao di propria mano si uccide. Il figliuolo di lui, con altri principi soggetti, si rinchiude in Gerusalemme, e per sette anni sostiene l'assedio dei Romani. Ridotti per fame alla disperazione, dodicimila Giudei si danno la morte; gli altri si arrendono, e sono, parte uccisi, parte distribuiti come servi tra i vincitori, parte venduti a ragion di trenta a denaro. Tito e Vespasiano, occupata la città, trovano la Veronica, chiudono Pilato in un carcere, e spediscono messi a Tiberio. Da Roma viene Volusiano (Velosianus), il quale, udito ciò che di Cristo narrano Nicodemo, Giuseppe d'Arimatea, la Veronica, si fa consegnar da costei, non senza usare di qualche violenza, la sacra immagine, e questa rinchiusa e suggellata in uno scrigno prezioso, fa ritorno a Roma. La Veronica, che non vuole staccarsi dalla cara reliquia, lo segue. Giunto a Roma, Volusiano corre a trovar Tiberio, e succintamente gli narra i miracoli, la morte, la risurrezione di Cristo, e l'operato di Tito e di Vespasiano. Alla vista della immagine Tiberio è incontanente sanato di ogni sua infermità, e si fa dare il battesimo da Nathan, che ancor esso si trova in Roma. Si vede chiaramente in questo racconto come le due leggende, di Tiberio e la Veronica, e di Tito e Vespasiano, siensi intrecciate insieme. La malattia di Tito altro non è che una duplicazione poco ingegnosa di quella di Tiberio.
Il Tischendorf sostiene la Cura sanitatis essere più recente della Vindicta Salvatoris[810]; ma non si vede su quali prove egli fondi la sua affermazione. Dopo le cose sin qui discorse io credo di poter seguire risolutamente la contraria opinione.
Ma qui altri influssi, altre derivazioni cominciano a farcisi palesi. L'incerto autore del libro De bello judaico, che va sotto il nome di Egesippo, libro fatto interamente sulle Antichità e sulle Istorie di Giuseppe Flavio, e scritto nel quarto secolo, rappresenta la distruzione di Gerusalemme come una vendetta della morte di Cristo[811]. Nella Vindicta Salvatoris, ove se ne tolga appunto il concetto generale di quella vendetta, del libro di Egesippo non è passato gran che. La Vindicta sorpassa assai lievemente sull'assedio e sulla espugnazione di Gerusalemme; ma nei racconti posteriori che da essa, come da fonte principale derivano, questa parte si va sempre più allargando, e alcuna volta diventa a dirittura preponderante. Ciò incontra in più particolar modo nei racconti francesi in versi, i quali, o perchè opera di quegli stessi troveri che componevano le chansons de geste, o perchè da queste medesime chansons de geste prendevano l'intonazione, mostrano un'assai spiccata tendenza a far primeggiare gli elementi epici ed eroici della leggenda. Allora comincia a manifestarsi l'influsso diretto di Giuseppe Flavio.
Giuseppe Flavio partecipò, com'è noto, alla guerra di cui narra la istoria; ma nel suo racconto non si trova nulla che possa dare immediato appiglio alla leggenda. Vespasiano va a combattere gli Ebrei ribelli perchè ordinatogli da Nerone. Sin dai tempi di San Gerolamo si credeva, sulla testimonianza di un passo famoso delle Antichità Giudaiche[812], il quale è fuor di ogni dubbio una interpolazione, che Giuseppe Flavio avesse riconosciuta la divinità di Cristo, mentre è noto che lo storico adulatore applicò a Vespasiano le profezie che si riferivano al Messia[813]. Ma quella credenza serviva a porre in nuova luce i fatti narrati nella Istoria, e poteva porgere anche alcuna volta di questi fatti medesimi una interpretazione consentanea al presupposto della vendetta già altrimenti fermato.
Fatta tradurre, secondo si dice, da Tito, e ritradotta, poichè fu perduta quella prima versione, da Rufino d'Aquilea, o da chi altri si fosse, la Storia della guerra giudaica ebbe sin dal principio una grandissima celebrità, la quale andò mano mano crescendo col favore che, naturalmente, le dava la Chiesa. Di tale celebrità abbiamo parecchie testimonianze, fra l'altre una di Cassiodoro[814]. Il libro fu tra i più noti e divulgati durante tutto il medio evo; già sino dal secolo XIV se ne faceva una versione italiana[815]. In uno dei parecchi poemi francesi che si hanno sulla Vendetta di Cristo, di Giuseppe si dice:
Il fu moult sages clers, ceste estoire escrite a;
e altrove:
Il ert moult sages clers, cortois et bien saçans,
Il sout moult bien parler et latin et romans;
e in fine:
Icis fist ceste estoire et le mist en memoire,
Puis fu il baptisies et fu el pretatoire,
Plus sages clers ne fu ne mais que ss. Grigoires,
De chou qu'il vit as iex ne le doit nus mescroire.[816]
Nel racconto di Giuseppe Flavio si trovano i fatti e le narrazioni che vanno poi mano mano ad impinguare la leggenda: la storia degli Ebrei che trangugiarono gioielli per trafugarli[817], quella della madre che si ciba delle carni del proprio figliuolo[818], la distruzione della città[819], ecc.
Nella Vindicta Salvatoris troviamo già tutti i principali personaggi della leggenda, pervenuta oramai all'ultimo grado di suo svolgimento. Tito è qui re di Burdigala; altrove re di Burdigala è Vespasiano[820], detto ora fratello, ora padre, ed anche alcuna volta figlio di Tito. L'infermità è di solito attribuita a Vespasiano nei racconti posteriori, ed è prodotta da certe vespe o anche da certi vermi che gli annidano nel naso. Questa inaudita infermità fu certamente suggerita dal nome del supposto infermo, ma da quella invece si fa venire il nome di questo[821]. Nathan diventa qua e là Annatan, Adriano, Adrano, Albano. Volusiano si muta in Albano, Gajus, Gais. Giuseppe di Arimatea diventa personaggio sempre più importante nella leggenda[822]. Alcuni fatti si alterano passando d'uno in altro racconto, e fra le molte versioni e redazioni della leggenda sono spesso discordanze notabili. L'anno della espugnazione di Gerusalemme è incertissimo anche nelle Cronache. Secondo alcuni Gerusalemme sarebbe stata espugnata il giorno di Pasqua; e dice Eusebio a tale proposito, che fu giusto giudizio del cielo compiersi la vendetta nel giorno in cui fu consumato il delitto. Il numero degli Ebrei morti di fame e di malattia, uccisi, venduti, varia moltissimo[823]; ma è quasi costantemente e senza variazione ripetuta la notizia, che molti dei superstiti furono venduti trenta a denaro, in memoria di Cristo che fu venduto per trenta denari. Il fatto degli Ebrei che trangugiarono oro e furono sparati dai soldati romani, è anch'esso ricordato assai spesso.
Fuse insieme le due leggende, della guarigione di Tiberio e della distruzione di Gerusalemme, e avvenuta la già accennata duplicazione della malattia, quale motivo, non dirò capitale, ma iniziale della favola, la seconda leggenda, sostenuta da Vespasiano e da Tito, poteva novamente scompagnarsi dalla prima, e star da per sè. Di questa separazione sono parecchi esempii. Poteva ancora la seconda leggenda, arricchita di quel motivo tolto alla prima, mutilarsi dell'ultima parte, che riguarda la distruzione di Gerusalemme, e ridursi al miracolo della guarigione operata dalla santa immagine. Così nel poema latino De vita Pilati[824] di Tiberio non si fa parola. Tito e Vespasiano infermi guariscono, ma non si dice nulla della distruzione di Gerusalemme.
Notisi inoltre che in alcune narrazioni la Vendetta di Cristo diventa come un episodio della storia di Pilato; così nel poema latino testè citato, nel racconto francese pubblicato dal Du Méril e ricordato di sopra, e nella Vita di Pilato inserita nell'Alte Passional.
Del resto la leggenda va assumendo qua e là, in questa e in quella letteratura, forme speciali, qualche volta abbastanza remote da quelle che si hanno nei racconti primitivi. Di alcune di tali forme farò cenno nella nota che segue in appendice al presente capitolo[825].
Prima di lasciare l'argomento gioverà ricordare che anche gli Ebrei inventarono sulla distruzione di Gerusalemme la loro leggenda, la quale, come s'intende di leggieri, è di spirito in tutto contrario alla leggenda cristiana. Io non istarò a riferire per intero questa strana immaginazione[826]; ma ricorderò solo come si narri in essa che a Tito, appena approdato in Palestina, entrò nel naso un tafano che vi rimase poi sette anni interi. Esso era grosso quanto una rondine, anzi, secondo alcuni, quanto una colomba, ed aveva becco di rame e artigli di ferro[827]. Ma può anche darsi che fra gli stessi Ebrei qualcuno considerasse la distruzione di Gerusalemme come una punizione della ingiusta morte di Cristo. Giuseppe Flavio racconta[828] essersi creduto da alcuno di essi, che l'esercito di Erode fosse stato sconfitto da Areta re dell'Arabia, in punizione della morte di Giovanni Battista. Gli Ebrei fanatici in Roma evitano ancora al presente di passare sotto l'arco di Tito, che perpetua la memoria della rovina d'Israele[829].
Di altre finzioni aggiuntesi ai nomi di Vespasiano e di Tito v'è poco da dire. Nei Gesta Romanorum si narra[830] che Vespasiano, non avendo prole, sposò in lontane contrade una fanciulla, la quale lo rese padre. Dopo alcun tempo egli fece pensiero di tornare a Roma, dove si richiedeva la sua presenza, ma la donna si oppose a tale divisamento, minacciando di togliersi la vita. Allora l'imperatore provvide due anelli che avevano virtù, l'uno di far ricordare, l'altro di far dimenticare, e il primo tenne per sè, l'altro diede alla donna, dopo di che potè partire liberamente. Ma questa storia medesima si narra, invece di Mosè, da Pietro Comestore nella Historia scholastica[831], da Gervasio di Tilbury negli Otia imperialia[832], dal Berchorio nel Reductorium morale[833], da Giovanni Bromyard nella Summa praedicantium[834].
Di Tito narrano parecchi che, avendo fatto morire ingiustamente un cavaliere, si diede da sè in mano della vedova. Cedreno racconta[835] che Tito essendo un giorno, dopo lungo cammino, caduto in deliquio, fu ucciso dal fratello Domiziano, che, fingendo di volergli recare soccorso, lo chiuse in una cassa piena di neve.