APPENDICE A.

Nota sulle versioni e redazioni che della leggenda della Vendetta di Cristo si hanno nelle varie letterature d'Europa.

Non è, nè può essere intendimento mio di parlare in questa nota di tutte le numerosissime versioni e redazioni che, manoscritte e a stampa, si hanno nelle letterature del medio evo; ma solo di ordinare alcuni appunti, accompagnandoli di qualche breve considerazione, come corredo non inutile alla trattazione che precede.

Redazioni latine. — Le redazioni latine sono quelle di cui si è già discorso, la Cura sanitatis Tiberii, la Vindicta Salvatoris, la Mors Pilati, il poema De vita Pilati, ecc. Il racconto passa, com'è naturale, nei Leggendarii latini. Giacomo da Voragine lo riporta due volte, nel c. LIII(51) De passione Domini, e nel c. LXVII(63) De sancto Jacopo apostolo. Nel primo egli attinge da una storia di Pilato che potrebb'essere il poema latino già ricordato; nel secondo da un racconto forse andato perduto, nel quale il principio era tolto dalla Vindicta Salvatoris, ma era soppressa poi tutta quella parte che riguarda Tiberio e la Veronica, aggiunte invece molte altre cose, tolte dalle Storie di Giuseppe Flavio e d'altronde. La leggenda passa anche nelle Cronache latine, delle quali mi basterà ricordare il Liber de temporibus et aetatibus ad perpetuam rei memoriam di Sicardo, dove la narrazione, derivata dalla Vindicta, occupa quasi dieci colonne del manoscritto in folio dell'Estense VI, H, 5. Sotto varii nomi si trovano qua e là per le Biblioteche non pochi racconti latini che forse sono tutt'uno coi precedenti, forse, in parte, sono da quelli diversi. La Bodlejana possiede una Punitio Pilati et revelatio imaginis Christi. Tra i manoscritti della Biblioteca di Sant'Albino Audegavense erano due narrazioni, De morte Herodis sub quo Christus natus est, De morte Pilati sub quo Christus passus est. Tra i codici della regina di Svezia era un Liber de partibus mundi et de destructione Jerusalem, passato probabilmente nella Vaticana.

Redazioni francesi. — Redazioni francesi, in verso e in prosa, si trovano in gran numero in molte biblioteche di Europa. Nel Joseph d'Arimathie, altrimenti Petit Saint Graal, di Giuseppe di Boron, composto verso il 1160 o 1170 (pubblicato dal Michel, Bordeaux, 1841), di Tiberio non si parla; l'imperatore infermo è Vespasiano, la posseditrice della santa immagine si chiama Verrine. Gerusalemme non è assediata; gli Ebrei sono fatti prigioni con uno stratagemma e tutti trucidati, ad eccezione di un solo, che messo insieme colla sua famiglia in una nave è abbandonato in balia delle onde. Chi converte Vespasiano è Giuseppe d'Arimatea (v. 1000-2300). Roberto di Boron avrebbe attinto in parte dalla Vindicta; ma la sua fonte più diretta sarebbe il poema latino di Pilato. (V. Birch-Hirschfeld, Die Sage vom Gral, Lipsia 1877, p. 217). La liberazione di Giuseppe di Arimatea per fatto di Vespasiano sembra immaginata dal poeta, ma suggerita certamente da quanto dello stesso Giuseppe di Arimatea si narra nel c. 12 degli Atti di Pilato; essa passa poi in alcune delle narrazioni posteriori. Nel primo capitolo del Grand Saint Graal si narra del pari la storia della vendetta; ma il Grand Saint Graal deriva in parte dal Joseph d'Arimathie. In un manoscritto della Bibl. Nat. di Parigi segnato Fr. 413, f. 26 v. a 30 r., si contiene un racconto in prosa che deriva dalla Cura sanitatis. Tiberio è afflitto da una grave malattia per cui gli marciscono gl'intestini. Tornate vane tutte le cure dei medici, egli chiama i senatori e li prega di eleggere un degno e saggio uomo che vada a Gerusalemme e riconduca Cristo con sè. I senatori lodano il desiderio dell'imperatore e scelgono Volusiano, qui prestre estoit du temple et avoit este queux de l'empire. Volusiano giunge a Gerusalemme dopo sette anni e tre mesi di viaggio. La storia seguita come nella Cura sanitatis. Ma per la più gran parte i racconti francesi lasciano in disparte Tiberio, e non parlano che di Vespasiano e di Tito, traendo moltissimi fatti dalle istorie di Giuseppe Flavio. Essi aggiungono spesso agli altri personaggi San Clemente discepolo di Cristo. San Clemente viene a Roma e converte il siniscalco di Vespasiano. Questa forma della leggenda si trova già in un poema del XII secolo che ha tutti gli andamenti e i caratteri di una chanson de geste. (V. Histoire littéraire de la France, t. XXII, pag. 412 segg.). Nel cod. L, II, 14 della Nazionale di Torino un poema della Vendetta in circa 3400 alessandrini, è preceduto da una specie di prologo (f. 79 r., col. 2ª a f. 83 r., col. 1ª), che, come alcuni altri componimenti di quello stesso codice, intesi a dare una introduzione a taluni poemi, o a collegarne insieme parecchi, non credo si abbia altrove. Davide, re di Grecia, sposa Elena, figlia dell'imperatore Vespasiano, e la porta a Troja. Fra i loro discendenti è anche Carlomagno. Un sogno fatto da Elena muove il re a fare una spedizione contro gli Ebrei per conquistare la croce. In una città per nome Aussit, presa a viva forza dal re, si trova chiuso in un carcere Giuseppe di Arimatea con un Josaphus, un Cosma ed altri due, tutti fratelli. Essi vi stavano da trent'anni senza prender cibo. In una battaglia contro gli Ebrei Elena si mesce alla pugna, e, ferita, uccide Asillans, uno dei figliuoli di Erode, e gli toglie un bariletto pieno del famoso balsamo che servì ad ungere il corpo di Cristo, e di cui si parla nel Fierabras. Nicodemo figura anch'egli tra i personaggi. Sul Monte Oliveto si ritrova la croce, la cui autenticità è provata da miracoli. Qui il poeta caccia in mezzo la narrazione di un miracolo avvenuto a Lucca, che non ha nulla che fare col resto. Tutta la paganità si converte alla fede cristiana; ma allora Maometto va a Roma e con un falso miracolo induce Vespasiano e Tito a rovesciare gli altari appena eretti. Dio punisce Vespasiano mandandogli la lebbra. In mezzo alla confusione di questo pazzo racconto si possono riconoscere gl'influssi della nota leggenda di Sant'Elena, di cui esistono versioni in tutte le lingue, del Fierabras o della Destruction de Rome per quella novella del balsamo, del Romans de Mahomet, e della stessa Vengeance, o del Joseph d'Arimathie per la storia di Giuseppe d'Arimatea. Il poema che segue si scosta qua e là dalla tradizione comune. La storia di Pilato, per esempio, mostra qui alcune particolarità nuove. Battuto con le verghe in Gerusalemme, condotto a Roma, chiuso a Vienna in un pozzo, finisce per muovere a compassione Vespasiano che gli fa grazia, e lo chiama a sè; ma in Roma la terra s'apre sotto i suoi piedi e l'inghiotte (f. 96 r., col. 2ª). Nel codice L, IV, 10, pure della Nazionale di Torino, scritto da un Jean Orry de Chaumont nel 1426, un racconto in prosa, dove l'imperatore infermo è Vespasiano e di Tiberio non si parla, tien dietro a una storia della Passione di Cristo. Comincia: Apres quarente ans que Jhesucrist fut mis en croix en Jherusalem, Vaspasien, filz d'August Cesar, estoit empereur de Romme et d'Alemaigne et de toute Lombardie. Finisce: Puis apres les chevaliers s'en retournerent et deirent a l'empereur les nouvelles et a toutes les gens, et Jaffet du consentement de Jacob et de Joseph d'Arimatie escript la destruccion de Jherusalem, car ilz la savoient, et la justice et la mort de Pylate par le dit des chevaliers qui leur avoient dit, car ilz l'avoient vehue. Questo racconto, abbastanza lungo, si scosta in modo notabile dalle redazioni in verso. Qualche particolarità presenta anche il racconto che Giovanni d'Outremeuse introduce nel t. I, p. 424 segg. del Myreur des histors, sebbene derivi in sostanza dalla Vindicta. Per altri Mss. v. Stengel, Mittheilungen, ecc., p. 23-4. Per le stampe v. il Brunet, Vª ed., t. II, col. 654-6.

Redazioni italiane.[836] — La leggenda della vendetta di Cristo ebbe molta diffusione in Italia, e diede argomento a racconti in verso e in prosa. Parlando di essa leggenda dice Paolo Meyer nel Bulletin de la Société des anciens textes, n. 3 e 4 (1875), p. 52: La forme la plus ancienne de ce récit paraît se rencontrer dans un apocryphe, dont on a deux rédactions: la Vindicta Salvatoris publiée par Tischendorf, et la Cura sanitatis Tiberii, publiée par Mansi. Dans cette légende c'est Tibère, qui est malade puis guéri. Une autre forme infiniment plus répandue au moyen âge, est celle où Vespasien et non plus Tibère, est atteint de la lèpre et miraculeusement guéri entreprend la vengeance de Jésus mis à mort par les Juifs. Cette forme de la légende a eu un succès énorme, attesté par des rédactions en toutes les langues romanes. Veramente, considerare la Vindicta Salvatoris e la Cura sanitatis Tiberii quali due redazioni dello stesso apocrifo, è un assimilarle troppo, nè, assimilatele a quel modo, si sarebbe dovuto poi dire che l'infermo nella leggenda è Tiberio, mentre nella Vindicta comparisce infermo anche Tito; ma sorpassando su ciò, quanto qui si dice della maggior diffusione della seconda forma della leggenda è più propriamente vero delle redazioni francesi, mentre le redazioni italiane, per lo più, derivano dalla Vindicta. Così la Leggenda della vendetta della morte di Cristo, racconto in prosa composto probabilmente nel XIV secolo, e pubblicato insieme con l'Etica di Aristotile compendiata da Brunetto Latino, per cura e a spese della Società dei Bibliofili in Venezia, nel 1844. Tuttavia ciò che vi si narra di Giuseppe di Arimatea trovato vivo nelle fondamenta di una gran torre, ed altre particolarità, accennano a fonti francesi. Una versione veneziana di questo racconto si trova nel Cod. Marciano It., cl. I, XXX, f. 69 r. a 75 v. Dalla Vindicta derivano pure, un poemetto in ottava rima, più volte stampato, che comincia:

O degli eterni lumi e chiara lampa,

il quale conta 174 ottave distribuite in quattro cantari, nel già citato cod. dell'Universitaria di Bologna N. 157 (Aula II, A), e 182 ottave distribuite in tre cantari, nel cod. Marciano It. cl. IX, CCCXXIV; e un altro poemetto, similmente in ottava rima in dialetto veneziano, contenuto nel cod. Marciano It. cl. I, XXXVI. Questo rozzo poema che, per quanto mi fu possibile di accertarmene, è diverso da tutti gli altri, principia così:

Io prego el padre eterno dio con amore

che me dia gracia de saper ben dire

e doname inzegno dentro dal mio core

la bella istoria io possa seguire

de la vendeta de Xº salvadore

la quale fo fata con grevi martire

sopra gerusaleme aspra e forte

Gran quantità de zudei receveno la morte.

E la cita fo desfata tuta e mesa a terra

non de romase nesuna habitanzia

tito e vespasian fe lor guera

do imperadori che aveano gran posanza

costoro meseno li zudey a stretura serra

non valeria de loro nula amistanza

e como cani loro fermavano e dano facevano

e como schiavi li vendeno a l'altra zente.

In lo tempo de tiberio imperadore

che fo signore de roma la grande

iera iuda disipulo e fatore

de iesu cristo como el dir spande

e tradilo ali zudei con falso cuore

pillato ed ana li dieno tormento grande

e in quel tempo fo un altro imperadore

de l'india grande lui iera signore.

Chi manda Natan è, non Pilato, ma Erode. Giunti appena davanti a Gerusalemme Tito e Vespasiano impegnano la battaglia:

tito dise a onor de santo piero

e la so lanza si ave arestato

chi me vole bene me debia seguire

broco el destriero e si trase a ferire.

Pilato è crocifisso in Gerusalemme stessa. Deriva similmente dalla Vindicta un altro poema in ottava rima che nel cod. Riccardiano 1705, si trova insieme coi poemi della Passione e della Risurrezione attribuiti a varii. Comincia:

O padre nostro del cielo sommo etterno

in tre persone unito vivo e vero

o padre di quel choro sempiterno

visto co lustro mangnio e altero

o chareia o salvatore o inpero

ch'en sull'altare li consagri pane o carne

per nostra fe chattolica salvarne.

I codd. Riccardiani 1388, 1661, 1680, 1717, 2622 contengono varii racconti in prosa, l'uno diverso dall'altro, ma che tutti fanno capo alla Vindicta; e lo stesso dicasi di una narrazione contenuta in un cod. della Corsiniana, fra i mss. di Nicola Rossi segnato col n. CCXII, e di un'altra contenuta nel cod. Magliabacchiano P, II, 83. Il Farsetti registra nella sua Biblioteca manoscritta, v. II, p. 91-2: Leggenda del Battesimo di Tiberio, la quale dal titolo parrebbe essere stata piuttosto una versione della Cura sanitatis che non della Vindicta. Nel cod. E, 5, 1, 31, della Nazionale di Firenze è un frammento di narrazione in prosa dove il racconto della Vindicta si fonde con una Vita di Pilato. Assai diverso da tutti i precedenti è un altro poemetto in ottava rima che incomincia (cod. Bodlejano Canoniciano 58):

O glorioso in ciel padre e signore

Principio de l'angielica fatura

Che tanto crebbe in te l'ardente amore

Che te formanti simil creattura

La qual mangio po il pan del suo sudore

E dannosse l'umana nattura

Onde per lui mandasti il tuo figliolo

A redemerci con gravoso duolo;

ancor esso più volte stampato e d'incerto autore (V. Gamba, Serie dei testi di lingua, p. 347; Brunet, Manuel du libraire, Vª ed., t. IV, col. 963-4; Graesse, Trésor, t. V, p. 506). Ma anch'esso, come gli altri, si lega alla Vindicta. Vespasiano re di Siviglia (Sibilia), aveva fatto un voto

Di non mangiar o bere insino a tanto

che qualche cosa nova non sentisse.

Un giorno si vede arrivare nel porto di Siviglia una nave. L'imperatore co' suoi baroni va a bordo, e trova una donna piangente e un uomo ignudo e sanguinoso; quella è Maria, questi è Cristo, quale apparve in croce. Interrogata da Vespasiano Maria non risponde;

La Vergine niente rispondia

di lacrime e sospir gli occhi bagna,

Vespasian alla Donna dicia

le lagrime, el dolor omai ristagna,

e dà quiete alla pena ria,

che se io dovessi metterci la Spagna

contenta ti farò viso giocondo,

alhor tremò la Nave e tutto il mondo.

Il racconto, seguitando, si raccosta alla Vindicta. Vespasiano guarito e battezzato, manda un messo a Tiberio, chiedendo licenza di fare la vendetta di Cristo. Tiberio consente, e intanto manda per Pilato, che si presenta a lui con la veste di Gesù indosso, ma senza che questa produca l'effetto, del quale altrove si narra, di rabbonire Tiberio. Spogliatone, e gettato in un carcere, Pilato si uccide. Vespasiano parte da Siviglia con trecento navi e più di centomila cavalieri, che tutti recano sul petto una croce vermiglia in campo bianco. La spedizione diventa una vera crociata. Segue una grande strage degli Ebrei, alla quale prendono parte, come alleati dei Romani, o cristiani che si vogliano dire, aquile, astori, griffoni, serpenti, draghi. Un ebreo negromante, di cui si tace il nome (Giuseppe Flavio), annunzia a Vespasiano l'impero. L'episodio della madre che mangia il figliuolo non manca. Espugnata la città, Vespasiano va, come Goffredo di Buglione, a pregare sul sepolcro di Cristo. Giuseppe d'Arimatea è tratto fuor della torre, gli Ebrei prigioni sono venduti trenta a denaro, la città è distrutta dalle fondamenta. (La Vendetta di Christo che fecero Vespasiano, e Tito contro a Gierusalemme. In Firenze, et in Pistoia, per Pier Antonio Fortunati s. a.). Non so se questo poemetto sia mutato, come spesso incontra, l'esordio, tutt'uno con quello che registra il Zambrini, Le Opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV, IVª ed., col. 1043, anch'esso di 96 ottave, e che in una stampa senza nessuna nota tipografica incomincia:

O eterno dio che el mondo sostene

Che fo preso el nostro Salvatore.

Un poemetto di 96 ottave stampato nel quattrocento registra anche il Molini, Operette bibliografiche, p. 193. Del resto la distruzione di Gerusalemme inspirò molti poeti in Italia, e sino a tempi molto prossimi ai nostri. Ricorderò il poema latino De eversione Urbis Hierusalem di Pietro Appollonio Collazio o Collatino, stampato in Milano nel 1491, e in Parigi nel 1540; la Gerusalemme distrutta dell'Arici, la Gerusalemme desolata del Lalli, il Tito, o la Gerusalemme distrutta di Daniele Florio. In tutti questi componimenti della leggenda non si ha più traccia, e non si ha nemmeno in un poemetto latino di Alessandro Donato, che pure s'intitola Mortem Christi Domini sequuta Hierosolimae ruina. Finalmente ricorderò ancora un curioso libretto che, pel soggetto trattato in esso, non è estraneo al nostro tema. Il titolo suona in una ristampa così: Nuovo Libretto | Portato da un Giovane, che viene da | Gerusalemme, | Che vi dà Ragguaglio di quello, che diede la Guanciata | al Nostro Signor | Gesù Cristo | Ove si trova, e che penitenzia faccia, Cosa molto curiosa, e divota, | Data in luce dal M. Rev. Sig. D. Gio: Francesco Alcarotti | Canonico nella Catteerale (sic) Città Novara. — Parma, Milano, & In Bologna, per Carlo Alessio, e Clemente | M. Fratelli Saffi 1723 Con lic. de' Sup. e Privilegio. È un opuscoletto di quattro carte in tutto: al verso dell'ultima carta una rozza incisione rappresenta il soldato che diede lo schiaffo. La storia si suppone narrata dal Conte Penalio Bianzo, Gentiluomo Vicentino, a un banchetto in Venezia, dov'erano presenti molti nobili signori e prelati. L'uomo che diede lo schiaffo a Cristo è condannato a passeggiare su e giù con tutte l'arme indosso, senza posar mai, nè mangiare, nè bere, in una sala sotterranea dimenando sempre la mano scelerata. Questo racconto altro non è che un pallido riflesso della leggenda dell'Ebreo Errante, quale si trova narrata da Matteo Paris. Nello stesso libretto si aggiunge narrare Francesco Alcarotti nel suo Libro del viaggio di Terra Santa, stampato in Novara nel 1590, che nella casa di Pilato si ode sempre grande rumore di flagelli, onde sono puniti, e saranno sino al dì del Giudizio, gl'iniqui flagellatori di Cristo in essa rinchiusi.

Redazioni provenzale, catalana, spagnuola, portoghese. — Una redazione provenzale in prosa contiene un codice della Bibl. Nat. di Parigi (fonds Gaignières 41) scritto nel XIV secolo, e tuttora inedita. (V. Bartsch, Grundriss zur Geschichte der provenzalischen Literatur, Elberfeld, 1872, p. 57). Di una redazione catalana, derivata probabilmente da originale provenzale, fa cenno il Milà y Fantanals, De los trovadores en España, Barcellona, 1861, p. 482, in nota. Un racconto che si lega alla Vindicta trovasi nella già citata cronaca catalana della Bibl. Nat. di Parigi (Esp. 46). Una redazione spagnuola, col titolo Historia del rey Vespasiano, fu stampata in Siviglia nel 1498. In fine vi si dice: Esta istoria hordenaron yacop et josep abarimatia que á todas estas cosas fueron presentes, e jafet que de su mano la escribio. Mostra d'avere stretta attinenza col racconto francese in prosa ricordato di sopra. Una redazione portoghese col titolo Estoria do muy nobre Vespasiano emperador de Roma, fu stampata in Lisbona nel 1496.

Redazioni tedesche. — Anche delle redazioni tedesche, le quali sono abbastanza numerose, parecchie si legano alla Vindicta. Citerò i racconti contenuti nei codd. germ. 299, 640, 4865 della Biblioteca Regia di Monaco, e quello che si trova nel Marienleben in versi di Fra Filippo Certosino. Anche un racconto del Regenbogen deriva dalla Vindicta, ma con alcune variazioni degne di nota (Cod. germ. 4997 della Biblioteca Regia di Monaco, f. 255 r. a 266 v.). La prima notizia dei miracoli di Cristo è recata in Roma da una schiava pagana. Fanno testimonianza per Cristo, Giuseppe di Arimatea, Nicodemo, Luca, Cleofas, Longino, la Veronica. Tiberio guarisce e si fa battezzare, e di una sua infermità guarisce anche Vespasiano, che trovasi alla corte di Tiberio. Della vendetta si parla assai brevemente. Di Tiberio è detto:

Der selbe keiser waz so gar ein frümmer mann

daz sit noch vor gein ny waiser keyser kam.

Il poemetto del Regenbogen fu stampato due volte, prima senza note tipografiche, poi a Norimberga nel 1497. In un seguito che si trova nella prima stampa si narra più diffusamente di Vespasiano, di Tito, e della distruzione di Gerusalemme. Il lungo racconto della Kaiserchronik (v. 693-1134) può dividersi in due parti, delle quali la prima (v. 693-888) corrisponde alla Cura sanitatis, mentre la seconda, che narra la distruzione di Gerusalemme accenna a fonti francesi, o al Voragine. Il racconto dell'Alte Passional è quello stesso della Legenda aurea. I due poemetti di Wernher vom Niederrhein, intitolati: l'uno, Veronica, l'altro Vespasianus (V. W. Grimm, Wernher vom Niederrhein, Gottinga, 1839), si scostano in modo notabile dalla tradizione comune. Nel primo la Veronica prega San Luca di dipingerle sopra una tela l'immagine del Salvatore. San Luca si pone all'opera, e dipinge una immagine, a suo credere, somigliantissima, ma quando vanno per farne il confronto trovano Cristo trasfigurato. Questi permette a Veronica di tenersi la immagine. Qui si può riconoscere l'influsso dei Gesta de vultu Lucano. Il resto del poema contiene un racconto della passione e della risurrezione. Nel Vespasianus non si fa parola di Tiberio. Un Ebreo narra di Cristo a Vespasiano, che è divorato vivo dalle vespe. Questi manda Tito a Gerusalemme a cercare di Cristo; ma Cristo è già morto. Tito riconduce con sè la Veronica. Vespasiano guarito compie la vendetta. La storia della vendetta porge inoltre argomento a tredici canzoni del Meistersänger Sebastiano Wild. A un poema della distruzione di Gerusalemme, contenuto in un Leggendario del XII secolo porge il fondamento della narrazione Gioseffo; ma si scopre facilmente che il poeta non conobbe direttamente lo storico (V. Busch, Ein Legender aus dem Anfange des zwölften Jahrhunderts, Zeitschrift für deutsche Philologie, v. I, p. 17-20). Anche qui probabilmente la fonte diretta è francese. Frammenti della leggenda della Veronica, narrata separatamente dal resto, pubblicarono il Roth nei Denkmäler der deutschen Sprache, Monaco, 1840, e lo Schade Fragmenta carminis theodisci veteris, Königsberg, 1866. Un'assai curiosa versione della leggenda indica il Massmann, Kaiserch., v. III, p. 589-90.

Redazioni neerlandesi. — Un racconto della distruzione di Gerusalemme registra il Mone, Uebersicht der niederlaendische Volks-Literatur aelterer Zeit, Tubinga, 1838, p. 94. Esso deriva da alcuna delle redazioni francesi dove di Tiberio non si fa più parola. Jacob van Maerlant nella Rymbybel, composta fra il 1270 e il 1280, narra la distruzione di Gerusalemme, molto attingendo da Giuseppe Flavio. (Ed. di Bruxelles, 1858-9, parte III, c. XVIII-CXIV).

Redazioni anglosassoni e inglesi. — La leggenda anglosassone di santa Veronica pubblicata dal Goodwin (Publications of the Cambridge Antiquarian Society. Octavo Series. No I. Anglo-Saxon Legends of St. Andrew and St. Veronica. Cambridge, 1851, p. 26-46) deriva, con qualche variazione, dalla Vindicta, e lo stesso dicasi della Nathanis legatio ad Tiberium, pubblicata da L. C. Mueller nei Collectanea anglosaxonica, Kopenaghen, 1834, p. 5-18. Dalla Vindicta similmente deriva un frammento di poema inglese in versi allitterativi, contenuto nel cod. Cottoniano Vespasiano E, XVI. f. 70 r. a 75 v. Il cod. 2021 della Bodlejana contiene: The legend of Nicodemus, Christi descent into Hell, Pilatus exile.

Misteri. — La leggenda della Vendetta diede argomento a misteri in varie lingue. Parecchi se ne hanno francesi, alcuni inediti, altri stampati, fra cui uno impresso da Antonio Vérard in Parigi, nel 1491. Il cod. 625 della Biblioteca di Arras contiene La vengeance Jhesu Christ di Eustachio Marcadé. Per altri che si hanno a stampa v. il Brunet, Vª ed. s. v. Vengeance, anche nel Supplemento. Un mistero gallico della Presa di Gerusalemme ricorda il Du Méril, Origines latines du théâtre moderne, p. 34, n. 3.