NOTE:

[1]. Questo nome di Romania appare da prima nella letteratura greca, nel IV secolo, poi nella latina in sul principiare del V. Orosio è il più antico scrittore latino in cui esso si trovi. V. Gaston Paris, Romani, Romania, lingua romana, romancium, nella Romania, v. I, p. 1-22.

[2]. Gotofredo da Viterbo dice nella Memoria saeculorum, particola VII:

Summa fuit ex minima sub Martis sydere Roma.

(Cod. lat. 4896 della Bibliothèque Nationale di Parigi).

[3]. Denique quemcumque librum his temporibus scriptum percurres, usque quaque in locos veterum poetarum atque oratorum incides, neque unam quidem perleges paginam, quin nomina Catonum, Numae Pompilii, Fabriciorum, Scipionum vel simile aliquid tibi obviam veniant. Giesebrecht, De litterarum studiis apud Italos primis medii aevi saeculis, Berlino, 1845, p. 43.

[4]. Praeloquia, l. IV, 10.

[5]. Dei Memorabilia di Rodulfo Tortario, monaco Floriacense, si fa ricordo nella Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis del Fabricio, ed. del Mansi, Padova, 1754, v. V, p. 115. Il Leyser nella Historia poetarum et poematum medii aevi, Halae Magdeb., 1721, non li registra. Si trovano manoscritti nella Vaticana Cristina, cod. 1357.

[6]. Vita Karoli Magni, c. 33, ap. Jaffé, Monumenta Carolina, Berlino, 1867, p. 540. Opina il De Rossi, Piante icnografiche e prospettiche di Roma, Roma, 1876, p. 73, che tanto questa tavola, quanto le altre due che recavano la pianta di Costantinopoli, dovessero appartenere ai tempi di Arcadio e di Onorio.

[7]. De rebus gestis Ludovici imperatoris, L. II, v. 79.

[8]. Ovidio chiama Roma caput immensi orbis, Livio, Tacito, Ausonio, la chiamano caput rerum; Marziano la saluta col nome di caput gentium, e Rutilio Numaziano con quello di mater mundi; Prudenzio la chiama saeculi summum caput, ecc., ecc.

[9]. Questo verso era pure scritto in giro della corona ed in due ruote ai capi dello scudo imperiale. Graphia aureae urbis Romae, ap. Ozanam, Documents inédits pour servir à l'histoire littéraire de l'Italie, Parigi, 1850, p. 174-5.

[10]. De rerum humanarum vicissitudine et clade Lindisfarnensis Monasterii, Opera, ed. del Froben, v. II, pag. 238, col. 2ª.

[11]. Bibliothek des literarischen Vereins, v. XVI, Stoccarda, 1847, p. 16, e The latin poems commonly attributed to Walter Mapes, collected and edited by Thomas Wright, Londra, (Cambden Society), 1841, De ruina Romae, p. 217-22.

[12]. Golias in Romanam curiam, The latin poems, ecc., p. 37.

[13]. Duemmler, Auxilius und Vulgarius, Lipsia, 1866, p. 152.

[14]. Ed. dell'Andresen, Heilbronn, 1877-9, vol. I, p. 26, v. 462-5.

[15]. La Cronique des Veniciens, parte 1ª, c. 1, Archivio storico italiano, t. VIII, 1845. Lo stesso dice nel c. 2.

[16]. L. I, c. 28.

[17]. Otia imperialia, Decis. III, c. 9, De situ Romae.

[18]. Manipulus Florum, ap. Muratori, Scriptores, t. XI, col. 539 e 588. La forma di Roma è ricordata anche nella Image du monde, l. II, c. 12. Nel testo che accompagna un atlante catalano del 1375, è detto a questo proposito: «Hedificaven les ciutats seguns les meios feres o besties salvatges; per que Roma ha forma de leo, loqual senyoreya cent bestias. Aquesta Roma es cap de totes les ciutats. Los seus hedifici son de reyola e teula, pero es dita laternis, que vol dir reyolencha». Notices et Extraits des manuscrits, t. XIV, parte IIª, p. 8-9.

[19]. Il Cuento muy fermoso del enperador Ottas de Roma et de la infante Florençia su fija, et del buen cavallero Esmere pubblicato da Amador de los Rios in calce al vol. V della sua Historia critica de la literatura española, p. 391-468, comincia così: «Bien oystes en cuentos et en romançes que de todas las cibdades dei mundo Troya fuè ende la mayor, et despues fuè destroida et quemada, asy que el fuego andò en ella siete años».

[20]. Il primato di Roma si addimostra ancora nelle carte geografiche del medio evo per le figure che servono a rappresentarla e per certi contrassegni o motti che ne accompagnano il nome. Nell'antichissima Tavola Peutingeriana Roma è rappresentata da un cerchio in cui campeggia l'immagine di un imperatore; in una mappa dell'XI secolo esistente fra i manoscritti Cottoniani del Museo Britannico e pubblicata dal Santarem nel suo Atlas composé de Mappemondes, de Portulans et de Cartes hydrographiques et historiques depuis le VI jusqu'au XVII siècle, Parigi, 1849, da un edifizio munito di sei torri, distintivo non accordato a nessun'altra città, tranne Babilonia, della cui grandezza e sontuosità durava viva la memoria nel medio evo; in uno schizzo di carta geografica posto in fronte a un manoscritto della Bibliothèque Royale di Bruxelles (n. 3899; scritto nel 1119) da una gran torre con un portico sotto, dal quale esce il Tevere, e altrove, nello stesso codice, da un grande edifizio in figura di chiesa; in una carta d'Europa assai rozza dell'anno 1120, pubblicata nell'Anzeiger für Kunde des teutschen Vorzeit del Mone, anno 1836, da un edificio maggiore degli altri. In due mappe, l'una probabilmente del XIII secolo, conservata nella cattedrale di Hereford in Inghilterra, l'altra disegnata nel XIV da Riccardo di Haldingham, Roma è contrassegnata dal motto: Roma caput mundi regit orbis frena rotundi. (V. Wright, Essays on archaeological subjects, Londra, 1861, V. II, p. 16). Ma in una carta aggiunta a un codice delle Grandes chroniques de Saint Denis, scritto fra il 1364 e il 1372, e conservato nella Biblioteca di Santa Genoveffa in Parigi, l'edifizio più cospicuo spetta a Gerusalemme.

[21]. La Chanson des Saxons, ed. di Fr. Michel, Parigi, 1839, str. I.

[22]. Jubinal, Nouveau recueil de Contes, Dits, Fabliaux et autres pièces inédites des XIIIe, XIVe et XVe siècles, Parigi, 1839-42, v. I, p. 88.

[23]. Itinerarium, V. 63. Questo concetto fu del resto familiare ai Latini. Cicerone e Seneca chiamano Roma patria comune, e tale pure è detta nel Digesto. Ulpiano e Callistrato sostengono che il relegato non può dimorare a Roma, essendo Roma patria di tutti. Teodorico dice per bocca di Cassiodoro (Variarum, II, 39): «Nulli sit ingrata Roma quae dici non potest aliena».

[24]. Liber Pontificalis, § XVIII.

[25]. Fozio nelle Quaestiones ad Amphilochium dice che Roma aveva tre nomi, uno mistico, amor, uno sacro, Flora, uno politico, Roma. Il mistico, sotto pena della vita, non si poteva divulgare. Mai, Scriptorum veterum nova collectio, t. I, p. 283. Cf. Solino, Polyhistor, I.

[26]. Papia, Elementarium, s. v. Romani.

[27]. Distinct. V, v. 181-98, edizione delle opere, curata da Tommaso Wright, Londra, 1863 (Rerum Britannicarum medii aevi scriptores).

[28]. L. IV. Duemmler, Aus Handschriften, Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde, v. IV, p. 182.

[29]. Come autore è indicato un Guido che non si sa chi sia. V. Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde del Pertz, v. VII, p. 537-40.

[30]. Epistolae de rebus familiaribus, ed. del Fracassetti, l. II, 9.

[31]. Op. cit., l. X, 1.

[32]. Roma, vinta dai barbari, occultò nella terra quanto più potè delle proprie ricchezze. V. Zappert, Ueber Antiquitätenfunds in Mittelalter, nei Sitzungsberichte dell'Accademia imperiale di Vienna, classe stor.-fllosof., 1850, v. II, p. 752-98.

[33]. Teodulfo, soprannominato Pindaro, che fu il migliore poeta della corte di Carlo Magno, ricorda nella sua Paraenesis ad judices le rovine romane di cui andava superba la città di Beziers. Del resto molte rovine passarono per romane che tali veramente non erano.

[34]. Roma stessa si chiamò Nova dopo che fu rinnovata in certo qual modo dal cristianesimo.

[35]. Non dimentica di così chiamarla in una sua ecloga il poeta Nasone della corte di Carlo Magno. I carmi di questo poeta furono pubblicati dal Duemmler nella Zeitschrift für deutsches Alterthum, nuova serie, v. VI, p. 58 segg. Angilberto detto Omero, nel Carmen de Karolo Magno, l. III, v. 94-100 (ap. Pertz, Scriptores, t. II, p. 395), dice, parlando della città di Aquisgrana:

. . . . . . . . . . . . . . Roma secunda

Flore novo, ingenti, magna consurgit ad alta

Mole, tholis muro praecelsis sidera tangens.

Stat pius arce procul Carolus loca singula signans,

Altaque disponens venturae moenia Romae.

Hic iubet esse forum, sanctum quoque iure senatum,

Ius populi et leges ubi sacraque iussa capessant.

Si noti la imitazione di Virgilio. Non si dimentichi inoltre che Carlo Magno chiamò col nome di Laterano il palazzo che fece costruire in Aquisgrana. Parlando di esso Eginardo dice: «Ad cuius structuram cum columnas et marmora aliunde habere non poterat, Roma atque Ravenna devehenda curavit». Più tardi la leggenda racconterà che le colonne e i marmi furono trasportati in una notte dai diavoli.

[36]. Tolgo questi versi, che anche altrove s'incontrano, da una curiosa compilazione storica, anonima, contenuta nel Cod. H, V, 37 della Biblioteca Nazionale di Torino. Essi stanno al f. 42 r. Al f. 43 r. si trova il seguente passo:

Quod insignia urbium Romae et Mediolani erant equalia.

Crevit autem hec inclitissima urbs Mediolani in tanto honore in tantaque potentia quod Roma voluit eam in suam habere sororem et (vocabolo indecifrabile). Insignia ipsarum duarum civitatum erant in totum equalia, quid plus ista inclitissima civitas Mediolani semper in bello primam aciem pugne habuit.

[37]. Commentarius de laudibus Papiae, c. XXI, ap. Murat., Script., t. XI, col. 44.

[38]. Vita Caroli Magni, l. V, v. 653-8, ap. Jaffè, Monumenta Carolina, p. 625-6.

[39]. Lettere, Roma, 1775, p. 40.

[40]. Impresa di Siena era la lupa. Fazio degli Uberti nel Serventese ai Signori e popoli d'Italia:

Volgo alla lupa vana i tristi versi.

[41]. Dico forse, giacchè tutti sanno quanto oscure e dubbie sieno le origini dei comuni italiani. V. Savigny, Geschichte des römischen Rechts, 2ª ed., Eidelberga, v. I, c. V, e l'Appendice, p. 484-6; Leo, Entwickelung der Verfassung der lombardischen Städte bis zu der Ankunft Kaiser Friederich I in Italien, Amburgo, 1824.

[42]. V. Bryck, Holy Roman empire, IVª ed., Londra, 1873, p. 258.

[43]. Proemio al l. II, ap. Pertz, Script., t. XXII.

[44]. Di ciò si discorrerà più distesamente nel c. XXI.

[45]. Notisi che già Lucano nel I della Pharsalia, v. 427-8, ricorda come gli Arverni osassero fingersi fratelli dei Latini,

Arvernique ausi Latio se fingere fratres,

Sanguine ab Iliaco populi.

Anche gli Edui si gloriarono di cotal fratellanza.

[46]. Gregorii Turonensis historia Francorum epitomata per Fredegarium scholasticum, ap. Bouquet, Recueil des historiens des Gaules et de la France, t. II, p. 394.

[47]. Bouquet, Recueil, t. II, p. 542. Secondo i Gesta, i Franchi furono così chiamati dall'imperatore Valentiniano, dopochè ebbero espulsi gli Alani dalla palude Meotide. «Tunc appellavit eos Valentinianus imperator Francos attica lingua, quod in latinum interpretatur sermonem, hoc est feros a duritia vel ferocitate cordis». Circa le origini della leggenda franca varie opinioni si misero innanzi. K. L. Roth, Die Trojasage der Franken (nella Germania del Pfeiffer, I, 1, 1856) e il Braun, Die Trojaner am Rhein (Vinckelmanns, Programme des Vereins von Alterthumsfreunden im Rheinlande, 1856) fanno la origine della leggenda anteriore alle relazioni dei Franchi coi Romani, mentre il Loebell, Gregor von Tours und seine Zeit, Lipsia, 1839, p. 479 segg., sostiene la leggenda essere passata dai Romani ai Franchi. L'opinione del Roth e del Braun fu impugnata dallo Zarncke (Sitzungsberichte der sächsischen Gesellschaft der Wissenschaften, 1866) il quale afferma la leggenda essere di origine puramente letteraria, e sorta soltanto nel secolo VII. Dello stesso parere è il Wattenbach (Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter, Berlino, 1877-8, v. I, p. 89-90), ma il Wormstall (Die Herkunft der Franken von Troja, Münster, 1869) ammette una fonte storica della leggenda e alla tradizione franca subordina le versioni greco-romane. A tale opinione si raccosta pressochè intieramente il Dederich (Der Franckenbund, Annovria, 1873). Il Lüthgen (Die Quellen und der historische Werth der fränkischen Trojasage, Bonna, 1876) prende novamente ad esaminare la questione e giudica anche egli la leggenda essere di origine erudita. Questa opinione è la più probabile.

[48]. Così racconta Nennio, Historia Britonum, § 7. Goffredo di Monmouth aggiunga qualche particolare. Sbandito dall'Italia per avare ucciso involontariamente suo padre, Bruto va in Grecia, dove trova la posterità di Eleno, figliuolo di Priamo, tenuta in ischiavitù dal re Pandraso. (Pietro di Lantoft dice più disavvedutamente nella sua Cronaca in versi francesi [pubblicata dal Wright nella collezione dei Rerum britannicarum medii aevi scriptores] che Bruto vi trovò lo stesso Eleno ed Anchise le sené). Bruto libera i suoi concittadini, vince un po' per tradimento, un po' per forza, il re Pandraso, e sposatane la figliuola, passa in Bretagna. Ma nel Livere des Reis de Brittaine, compilato dopo il 1274 (edito da J. Glover, Rerum britann., m. ae. script.), si dice soltanto (p. 2): «Devant la nativite nostre Seigneur mil e deus cens ans, Brutus, le fiz Silvii, ou Ynogen sa femme e ou ses treis fiz, vint de la bataile de Troye en Engletere, ki estoit dunkes si cum un desert». La storia di questo Bruto si trova distesamente narrata sulle tracce di Goffredo di Monmouth nel Brut di Wace, pubblicato dal Le Roux de Lincy, Parigi, 1836-8, v. 118 segg. Cfr. il Münchener Brut, pubblicato da Corrado Hofmann e da Carlo Volmöller, Halle s. S., 1877, v. 375 segg.

[49]. Veggasi il Libro ditto el Trojano, Venezia, 1491 (2ª ed., ibid., 1509) e la inedita Fiorita d'Italia di Armannino Giudice, specialmente nei conti IV, V, XXX, XXXIII.

[50]. Armannino Giudice racconta altrimenti nel conto XXXIII della Fiorita l'origine del nome di Perugia (Cod. Mediceo Palatino 119 nella Nazionale di Firenze): «Al tempo di Totyle, lo quale, chome io dissi, veramente fu flagello d'idio, furono destructe in Ytalia molte ciptadi, tra le quali fu Perugia et Agobbio, et molte altre, delle quale sarebbe lungo a dire. Iustinianus imperator, del quale io dissi, habiendo in prigione molti baroni et re di gente gocta et vandula et longobarda, comandò loro che rifacessero Perugia et Agobbio et molte altre terre alle loro spese. Due furono li re che alle loro spese rifeciono Perugia; lo uno fu lo re di Persia et l'altro fu lo re di Roscia, et però fu mutato lo nome a Perugia, che imprima avea nome Tyberia, Dei due nomi di quelli re ne fu fatto uno, cioè Perugia, che viene a dire Persia et Roscia».

[51]. Molto spesso la leggenda della origine è suggerita dal nome stesso della città, nel quale, per una certa etimologia a ritroso, si scopre il nome del fondatore, o la memoria di un fatto che diede luogo alla fondazione, o che avvenne in essa. Qualche altro esempio, tolto di fra le città d'Italia, non sarà qui fuor di luogo. Papia viene da Papa o da Papae via, o da Pauperibus pia, o anche da unione di lettere, o sillabe iniziali di più parole (Commentarius de laudibus Papiae, c. XXI, ap. Murat., Script., t. XI, col. 44). Ravenna trae il nome a RAtibus VENto et NAvibus, essendo Tubal, nipote di Noè, e suo fondatore, venuto per mare in Italia (Giovanni da Cermenate, Historia de situ, origine et cultoribus Ambrosianae urbis, c. I, ap. Murat., Script., t. IX. col. 1225-6). Arezzo si chiamò prima Aurelia, e mutò nome dopochè Totila l'ebbe fatta arare e seminare di sale (Giovanni Villani, Istorie fiorentine, l. I, c. 47). Lucca si chiamò prima Fidia, e poi mutò il nome, perchè molto lucente nella fede (Id., ibid., c. 49). Siena fu così chiamata perchè vi si posarono i più vecchi dell'esercito franco, al tempo che Carlo Martello venne in Italia in soccorso della Chiesa (Id., ibid., c. 50). Lo Pseudo-Ricordano Malespini ripete, copiando, queste e altre favole. Veggansi anche i luoghi citati della Fiorita di Armannino.

[52]. Siami conceduto di recar qui, come un saggio della semplicità di così fatte immaginazioni, il suo racconto, Ly myreur des histors, pubblicato dal Borgnet, t. I, p. 87: «Item l'an David IIIe et XCIX, fondat li emperere Nyma Pompilius une citeit en Alemagne, et le nommat solonc son nom Nymay». P. 94-5: «Item l'an XLIII, avoit 1 gran prinche a Romme qui estoit uns senateur, liqueis fut appelleis Tarquinus li Orgulheux. Chis se contencha à l'emperere Tullus tant que ilh le tuat de unc cuteal, et, quant il l'oit ochis, se fist tant par son sens et par les grand dons qu'ilh donnat aux altres senateurs ses compagnons, qu'ilh fut eslus à emperere, et fut coronée à Romme: chis Tarquinius fut le VIIe emperere de Romme et regnat XXXV ans. — Item, l'an XLV, prist li emperere de Romme à femme Helyodes, la filhe l'emperere Odeles de Greche, qui dedens le terme de III ans oit I fis de l'emperere de Romme, et fut nommeis Saldones. Et l'an XLIX, oit ladit emperes I filhe, laquelle oit nom Wierbel; mains de celle filhe fut la damme si travelhist de maladie, que les saiges dammes disoieot que elle en moroit. Quant Tarquin entendit chu que sa femme moroit, si fut mult esmayés, et vowat a son Dieu Venus que il vowist sa femme delivrer, et ilh feroit fondeir en plusors lieu de son empire une conteit. Adont soy delivrat la damme de la filhe Wierbel desus dite, et li emperere tantoist fist sa conteit. Enssi que je vos dis, mandat l'emperere à planteit d'ouvriers, puis eu allat en Allemagne, portant qu'ilh savoit bien que ilh y avoit asseis de leis lieu; car illuc estoient les palus et lais lieu plus que altre part. Et fondât là V citeis qui furent nommées: la promier, Saldelle; li altra, Bella; la tierche Atroppa; li quarte, Ansel; li Ve, Cesaine; mains puisedit ont-ilh estait changiés de nommes par les saingneurs qui ont là regneit».

[53]. Vedremo più oltre che vi fu nella leggenda una Roma anteromulea.

[54]. Manipulus Florum, c. VII, ap. Murat., Script., t. XI, col. 543. Ma nel Chronicon Astense (ibid., col. 139) si dice che Milano, Pavia, e molte altre città d'Italia, furono edificate da Brenno. Milano e Subria sono tutt'uno, e Subria, secondo Giovanni da Cermenate, l. c., sarebbe stata fondata da Subre, figlio di Tubal, fondatore di Ravenna.

[55]. Giacomo Malvezzi, Chronicon, dist. I, c. 1, ap. Murat., Script., t. XIV, col. 784.

[56]. Antonio Astigiano, De ejus vita et varietate fortunae, l. I, c. 7, ap. Murat., Script., t. XIV, col. 1015.

[57]. Giovanni Villani racconta nelle Istorie fiorentine, l. I, c. 7, che Atalante, con la moglie Elettra e con Apollino suo astrologo e maestro, venne in Italia e fondò la città di Fiesole, «Et nota che fu la prima Città edificata, nella detta terza parte del Mondo chiamata Europa, et però fu nominata Fia Sola, cioè prima sanza altra Città habitata». Lo Pseudo-Ricordano Malespini ripete, amplificandolo, il racconto di Giovanni Villani.

[58]. La leggenda circa l'origine di Treveri è alquanto mal ferma. Ordinariamente se ne fa fondatore un Trebeta (Treberi, Troletum), nipote di Semiramide, il quale, fuggendo l'avola, che voleva sforzarlo a sposarla, giunse sin sulle rive della Mosella. Così Gotofredo da Viterbo nella terza parte del Pantheon, e molti altri. (V. anche un commento in prosa allo Speculum Regum di Gotofredo, ap. Pertz, Script., t. XXII, p. 36). Secondo Giovanni d'Outremeuse (Myreur des hist., t. I, p. 11) fu Trebeta a volere sposare la madre (non più l'avola), che lo cacciò. La prima versione è più conforme alla riputazione di Semiramide, ed è, senza dubbio, una reminiscenza delle nozze di costei col proprio figliuolo Nino. Nel Chronicon Engelhusii si dice: «Ante Romam Treveris fuit annis mille trecentis»; ma la cronaca tedesca di Luneburgo si contenta di minore antichità; «Treer is gebuwet do Abraham VII. jar alt was up dat water Mosele und was CXX. jar eer Rome gestichtet was». Nei Gesta Treverorum (ap. Pertz, Script., t. VIII), Treveri,

Quae caput Europae cognoscitur auctoritate,

si dice fondata 1250 anni prima di Roma, e Trebeta cacciato da Semiramide bramosa di maggior dominio. Altri fece derivare Treveri da Triumvir, perchè Eucario, Valerio e Materno vi avevano predicato la fede. Alberto Stadense, nel Chronicon, dice senza più Treveri essere stata la prima città d'Europa.

[59]. Ma intorno a costoro e ad altri è grande disparità e arruffio di opinioni. V. Benedetto Pucci, Genealogia degl'illustrissimi signori Frangipani. Venezia, 1621.

[60]. G. Villani, Ist. fior., l. I, c. 42.

[61]. Leggasi ciò che Lodovico Monaldesco racconta negli Annali (ap. Murat., Script., t. XII, col. 530) parlando della venuta di Lodovico il Bavaro in Roma, «Habitao allo palazzo granne delli Colonnesi, e si riposao VIII. giorni; e allo Palazzo di Messer Pietro della Colonna non si sentiva se no suoni e canti pe dare gusto allo Imperatore; e si vedea quasi onni mattina Misser Agabito, o Misser Fabritio, e Misser Stefano, figli di Pietro della Colonna tutti vestiti di bianco, e no cavallo bianco peduno. Joro gridando pe Roma: Gloria in excelsis Deo; e dello granne Imperatore sumus liberi a peste, fame et bello, et a tirannide Pontificia liberati siamo, o Popolo mio. Ci ivano direto tutto lo Popolo, e gridava: Viva Dio, lo Imperatore, e Casa Colonna, che rimette la Cittade in libertade; ben si conosce che succedono dalli Imperatori antichi loro antecessori; veramente è vero, che la razza vostra discenne da Giulio Cesare. Viva dunque o Colonna, o Zagarola, li signuri sui, che toccò tanto bene a nui». Veggasi anche ciò che negli stessi Annali è detto un po' più oltre, col. 532-3. Narrasi che un principe Colonna, interrogato ironicamente da Napoleone il Grande circa questa discendenza, rispose: Maestà, sono mille anni che ci si crede nella nostra famiglia. Ma intorno alla discendenza dei Colonna si ebbero anche altre opinioni, e chi li fece venire da Ercole, che sulle coste dello stretto Gaditano rizzò le due famose colonne, chi da Cajo Mario, chi da Trajano, chi da Franco che diede il nome ai Franchi. V. Domenico De Santis, Discorso genealogico della nobilissima famiglia Colonna, Venezia, 1675.

[62]. Historia delle Fameglie antiche e nobili romane, codice della Vaticana Cristina. Ma notizie simili a queste si trovano in molte altre opere così impresse come manoscritte.

[63]. Arnoldus Wionus, Lignum vitae, Venezia, 1595. V. anche il citato opuscolo di Benedetto Pucci sui Frangipani, dove si parla pure delle origini della Casa d'Austria.

[64]. Ap. Meibomius, Rerum germanicarum scriptores, t. II, p. 3.

[65]. Ottone di Frisinga, Gesta Friderici Imperatoris, l. II, c. 21, ap. Pertz, Script., t. XX, p. 404-5. Dei diritti e dei privilegi di Roma, non troppo bene specificati, a dir vero, si fa continuo ricordo. Narrasi che, partito Lotario II da Roma, dopo avervi ricevuto dalle mani del Pontefice la corona imperiale, fosse fatta in Laterano una pittura col distico:

Rex venit ante fores, iurans prius Urbis honores;

Post homo sit papae, sumit quo dante coronam.

Papi e Imperatori, Senato e Plebe invocano a gara i diritti di Roma. Roma è la fonte di ogni diritto perchè sede naturale della suprema potestà; ond'è che chi nel medio evo vuol fabbricarsi un qualche privilegio bisogna si studii di dargli origine romana. Il Petrarca in una epistola a Carlo IV (Ep. sen., l. XV, 5) combatte e mostra chimerici certi privilegi austriaci che si facevano risalire sino a Giulio Cesare e a Nerone.

[66]. Hubatsch, Die lateinischen Vagantenlieder des Mittelalters, Görlitz, 1870, p. 23.

[67]. Homeliae in Ezechielem, l. II, 6.

[68]. Questo carme fu pubblicato più volte: nel Supplementum Patrum dell'Hommey, nel v. IV dei Poetae minores del Lemaire, nel Codex Urbis Romae topographicus dell'Urlichs, che lo trae dal De rebus gestis Regum Anglorum di Guglielmo di Malmesbury. L'Hauréau in una Notice sur les mélanges poétiques d'Hildebert de Lavardin, inserita nel t. XXVIII, parte 2ª dei Notices et Extraits des Manuscrits, le ristampa più correttamente che non siasi fatto sinora. Io riproduco la sua lezione.

[69]. Not. et Extr. des manus., t. XXVIII, parte 2ª, p. 334-5.

[70]. Comincia:

Quella virtù che 'l terzo cielo infonde.

È stampata nel volume delle Rime di M. Cino da Pistoja e d'altri del secolo XIV, ordinate da G. Carducci, Firenze, 1862, p. 334-42. In sul principio del Paradiso degli Alberti, composto nel 1389, Giovanni da Prato ricorda i fatti capitali della storia di Roma, e i Romani più insigni, che finge rappresentati da vaghe pitture, insieme con fatti ed uomini d'altre storie, nel teatro d'amore. Scelta di curiosità letterarie, disp. 85-88, Bologna, 1867.

[71]. Il Comparetti (Intorno al libro dei Sette Savii di Roma, Pisa, 1865, p. 10, segg.), attribuisce la grande diffusione del libro al male che vi si dice delle donne, ma anche la connessione con Roma deve avere avuto in ciò la sua parte.

[72]. L. cit., v. 325-44.

[73]. De contemptu mundi, in The anglo-latin satirical poets and epigrammatists of the twelth century edited by Thomas Wright, Londra, 1872, v. II, pag. 92-3.

[74]. Ibid., p. 97.

[75]. Trascrivo questi versi come furono pubblicati dall'editore, ma, senza dubbio, essi andrebbero scritti,

Fas mihi dicere,

Fas mihi scribere,

«Roma, fuisti,»

Ecc.

[76]. Historia Sicula, l. III, c. 38, ap. Murat., Script., t. V, p. 588.

[77]. Du Méril, Poésies populaires latines du moyen âge, p. 89. Il manoscritto da cui il Du Méril trasse questo poema è probabilmente del XII secolo. Altre poesie si trovano nello stesso volume a pag. 231 e 407, nelle quali Roma, accusata d'ogni maggior turpitudine, è apostrofata coi nomi più ingiuriosi.

[78]. Questa infamia finisce per involgere tutta Italia nel concetto degli stranieri. In certe sentenze aforistiche riguardanti varii popoli, pubblicate dal Wright e dall'Halliwel nelle Reliquiae antiquae, Londra, 1845, v. I, p. 127, si ricorda la rapacitas romanorum, mentre in altre, che le precedono, (p. 5) è detto:

Italici quae non sacra sunt et quae sacra vendunt.

Tali sentenze sono tratte da codici del XIII e XIV secolo.

[79]. Flacio Illirico, Varia doctorum piorumque virorum de corrupto ecclesiae statu poemata, 2ª ediz., 1754, pag. 28, Carmina Burana, p. 65.

[80]. Brinckmeier, Rügelieder der Troubadours gegen Rom und die Hierarchie, Halle, 1846.

[81]. In un racconto di un Zaccaria (Metropolita?), tradotto di siriaco in latino, e pubblicato dal Mai, Scriptorum veterum nova collectio, t. X, p. XIII-XIV, si descrivono le ricchezze e le maraviglie di Roma, e si dice, tra l'altro, che c'erano nella città ottanta statue di dei tutte d'oro, e sessanta d'avorio. Questo racconto è del VI secolo; ma, sebbene parli di tali statue come tuttavia esistenti, si riferisce evidentemente a tempi anteriori. Il Curiosum Urbis e il De Regionibus dicono: Dei aurei LXXX, eburnei LXXIIII (o LXXXIIII).

[82]. Cassiodoro, Variarum, II, 34, ed. delle Opere, Venezia, 1729.

[83]. Id., ibid., I, 21.

[84]. Id., ibid., IV, 51. Cf. II, 39; III, 9, 10, 30, 31, 49. Leggasi inoltre ciò che Cassiodoro dice nel Chronicon: «Dominus Rex Theodoricus Roma cunctorum votis expetitus advenit, et Senatum suum mira affabilitate tractans, Romanae plebi donavit annonas, atque admirandis moenibus deputata per annos singulos maxima pecuniae quantitate subvenit, sub cuius felici imperio plurimae renovantur urbes, munitissima castella conduntur, consurgunt admiranda palatia, magnisque eius operibus antiqua miracula superantur». Nè questa sollecitudine si limita a Roma. In Ravenna Teodorico fa ricostruire la basilica di Ercole (Var., I, 6); essendo stata rubata a Como una statua di bronzo, ordina se ne faccia diligente indagine (ibid., II, 35, 36). Le parole con cui comincia la prima delle due epistole dove di ciò si ragiona sono caratteristiche: «Acerbum nimis est nostris temporibus Antiquorum facta decrescere, qui ornatum urbium quotidie desideramus augere».

[85]. De Rossi, Piante icnografiche e prospettiche di Roma, Roma, 1879, p. 76.

[86]. La popolazione di Roma si mantenne a questo livello circa per tutto il medio evo. Nel XIV secolo essa non doveva passare i 60,000 abitanti. Papencordt, Cola di Rienzo und seine Zeit, Amburgo e Gotha, 1841, p. 14-15. Cf. Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter, v. VI, p. 710-1.

[87]. Procopio, De bello gothico, III, 26, 36.

[88]. Jaffé, Regesta pontificum, ad a. 556, n. 623, 557, n. 629.

[89]. Non so su quali prove si fondi il Lancisi per dire (De adventitiis Romani coeli qualitatibus, parte 2ª, c. IV, n. 10) che il Campo Marzio si prese ad abitare solamente ai tempi di Leone X.

[90]. Questi versi non fu primo il Muratori a pubblicarli, sebbene così comunemente si creda. Essi trovansi già in calce al t. I delle Opere di Beda, ed. di Basilea, p. 558. Il Muratori li inserì nel t. II, p. 148 delle Antiquitates italicae, traendoli da un antichissimo codice modenese, e facendoli del VII, o dell'VIII secolo. Li ripubblicò il Migne nel t. 122, p. 1194 della Patrologie latine, e poi il Jaffé nei Monumenta Bambergensia, p. 457-8. Che non possano essere posteriori al X secolo dimostra un codice Bambergense che li contiene, come pure il trovarsene citati gli ultimi due in una Invectiva in Romam, che è di quel secolo appunto. Alcuno ne fece autore Ratranno, ma senza buon fondamento.

[91]. V. Giesebrecht, De litterarum studiis apud Italos, ecc., p. 5.

[92]. Id., ibid.

[93]. Guntero, descrivendo nel Ligurinus la triste condizione di Roma durante la canicola, quando le pestilenziali esalazioni del suolo ammorbano l'aria, dice:

Adde quod antiquis horrens inculta ruinis,

Parte sui maiore vacat, generisque nocentis

Plurima monstriferis animantia Roma cavernis

Occulit: hic virides colubri, nigrique bufones,

Hic sua pennati posuerunt lustra dracones.

Il poema di Ligurinus, tenuto apocrifo sino a questi ultimi tempi, fu dimostrato autentico dal Pannenborg, Forschungen zur deutschen Geschichte, t. XI, p. 163-300, e da Gaston Paris, Dissertation critique sur le poème latin de Ligurinus, attribué à Gunther, Comptes Rendus de l'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, gennajo e dicembre 1871 (pubblicata anche a parte nel 1872). Il poema fu composto nel 1186 o 1187. V. anche Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellen, 4ª ed., vol. I, p. 218-22. Si può trarre a riscontro dei versi testè citati ciò che narra Gregorio di Tours (Historia Francorum, l. X, in principio) di una piena del Tevere, che, nell'anno 590, trascinò con sè grandissima moltitudine di serpenti e un drago enorme, i cui corpi, corrompendosi poi sulla riva del mare, generarono una micidialissima peste. I serpenti dovevano ancora infestare la campagna intorno Roma in pieno secolo XVI, giacchè l'Ariosto dice nell'Epithalamion:

Flexipedes surgunt ederae, fructicesque maligni,

Et turpes praebent latebras serpentibus atris.

Curiosa e degna d'essere riportata è la ragione che della insalubrità di Roma e delle città di maremma e di marittima reca Giovanni Villani nelle Istorie Fiorentine, l. I, c. 50: «Et la cagione perchè hoggi sono disabitate quelle terre della marina et inferme, et etiandio Roma è peggiorata, dicono i grandi maestri d'astrologia, che ciò è per lo moto della VIII. sphera del Cielo, che in ogni C. anni si muta uno grado verso il polo di Settentrione, et così farà LXXV. gradi in 7500 anni, et poi tornerà adrieto per simile modo, se fia piacere d'Iddio che 'l mondo duri tanto; et per la detta mutatione del Cielo è mutata la qualità della terra et dell'aria, et là dove prima era habitata et sana si è hoggi dishabitata et inferma, et e converso». Il fenomeno a cui allude Giovanni Villani è quello della precessione degli equinozii.

[94]. Fabio Pittore ricorda i pascoli a piè del Clivo Capitolino, e Porcio Catone dice nelle Origini: «Roma principio sui pascua bobus erat». Virgilio, narrando la visita dei Trojani alla città di Evandro, dice (Aeneid., VIII, 360-1):

. . . . . . . passimque armenta videbant

Romanoque foro et lautis mugire Carinis.

Il Mascheroni andò più in là, dicendo nell'Invito a Lesbia:

Che qui già forse italici elefanti

Pascea la piaggia e Roma ancor non era.

Il Poggio, ricordando in pieno Rinascimento, nel libro I De varietate fortunae, gli antichi onori del Colle Capitolino, dice che Antonio Losco, favellando un giorno con lui, mutò il verso virgiliano (Aeneid., VIII, 347):

Aurea nunc, olim silvestribus horrida dumis.

in quest'altro:

Aurea quondam, nunc squalida spinetis vepribusque referta.

[95]. Circa la condizione di Roma nel X secolo, vedi Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter, vol. III, l. VI, c. 7, e circa la condizione sua ai tempi di Dante, lo stesso Gregorovius, vol. V, p. 640-58, e Alfredo di Reumont, Rom in Dante's Zeit, Jahrbuch der deutschen Dante-Gesellschaft, vol. III, p. 369-422. Sulla distruzione dei monumenti in Roma a cominciare dal V secolo, v. Jordan, Topographie der Stadt Rom im Alterthum, vol. I, parte 1ª (Berlino, 1878), p. 60-8.

[96]. Gregorovius, Op. cit., vol. IV, p. 640-1.

[97]. Id., ibid., p. 642.

[98]. Petrarca, Canzone a Stefano Colonna.

[99]. Epist. de reb. famil., II, 14, ed. del Fracassetti.

[100]. Muratori, Antiq. ital., t. III, col. 399.

[101]. L. X, 30, ap. Martene et Durand, Amplissima collectio, t. III, col. 341.

[102]. Itinerarium, edito dal Mehus, Firenze, 1742, pag. 21-2.

[103]. De varietate fortunae libri quatuor, Parigi, 1723.

[104]. Cf. Burckhardt, Die Cultur der Renaissance in Italien, (3ª ed., Lipsia, 1877-8, vol. I, parte 3ª, c. 2, p. 224-33) e Voigt, Die Wiederbelebung des classischen Alterthums, 2ª ed., Berlino, 1880-1, vol. I, p. 268 segg. Gianantonio Campano, il poeta di Pio II, descrive molto al vivo, in una epistola a Matteo Ubaldo, lo stato miserando delle rovine di Roma. Non sarà fuor di proposito riportarla qui per intero, sebbene un po' lunga: «Campanus Matteo Ubaldo suo salutem. — Magna me libido incesserat videndi Romam, cum propter rerum antiquarum magnitudinem, quam adhuc extare cogitabam, qualem plurimi rerum scriptores posteritatis memoriae mandaverunt, tum ut summum Pontificem, quem antea numquam conspexeram, adorandi et mea expiandi gratia convenirem. Sed o utinam numquam accessissem! Omnia etenim longe aliter evenere quam fueram opinatus. Primum magnitudinem vidi nullam. Urbs magna sui parte diruta, multisque in locis funditus deleta, vim mihi lachrimarum excussit. Quadrati enim lapides antiquis litteris incisi jacentes ubique conculcantur. Edificiorum reliquiae paucissimae, et quas vetustas ex omni parte exedere non potuit. Columnae passim occurrunt eximiae magnitudinis, longe lateque disjectae, quaedam pro aliquo impetu confractae vel consumptae vetustate. Gens ipsa barbaris multo quam Romanis similior, aspectu foeda, sermone varia, disciplinis inperita, cultu agrestis rusticaque videtur. Nec mirum: quae ex omni parte orbis terrarum in eum locum tamquam in vivarium servile confluxerit. Nam, si ad cives respicias, paucissimi sunt qui specimen illud priscae nobilitatis retineant. Nam gloriam et splendorem militarem, magnitudinem imperii, severitatem morum, integritatem vitae, tamquam vetera et aliena despicientes, in luxum, mollitiem, egestatem, insolentiam, atque in effractam libidinem proruperunt. Dignitas omnis in sacerdotibus, quos aut claritudo generis in eum gradum, aut virtus eximia provexit. Hi sunt qui Romam esse faciunt qualem, non Romuli fortitudo, sed Numae Pompilii sanctitas fecisse fertur. Sed nec omnes sacerdotes esse possunt. Exteros servorum turbam judicandam putes: quorum alios coquos, alios fartores, alios lenones, alios scurras nebulonesque censeas. Hi sunt qui arcem obtinent capitolinam. Hi Catulorum, Scipionum, Caesarum domos habitantes, clarissimas illorum statuas atque imagines pedore, vinolentia, fumo, culina, et omni denique spurca, coenosa foeditate deturpant, obscurant, delent. Quis animo tam duro, tam ferrea mente, ut illa clarissima gesta recensens, summos atque repetens honores, a populo, a Senatu, ab exercito decretos, maximas atque amplissimas cogitans dignitates, non eorum miseram vitam, et fortunae imbecillitatem damnare accusareque cogantur, cum videant in tantam spurcitiem, tantum squalorem et foeditatem clarissimas eorum imagines obduxisse, domos illustrissimorum hominum, ducum, imperatorum, a sicariis, coquis, lenonibus possideri, titulos earum, aut fumo culinarum obscuratos et foedissimarum rerum pedore funditus esse delelos, aut partim contemptu deletos, partim negligentia et vetustate consumptos?» Sebbene la distruzione degli antichi monumenti fosse cotidiana e continua, pur tuttavia sembra estera stata opinione di taluno che Roma non potesse essere interamente disfatta per le mani degli uomini. Nelle note marginali che accompagnano la tavola icnografica del Cod. Vaticano 1960 (XIII sec.), pubblicata prima assai imperfettamente dall'Hoefler (Die teutschen Päpste, vol. I), poi dal De Rossi (Piante icnografiche, ecc., tav. I), ai leggono, secondo la trascrizione dello stesso De Rossi, le seguenti parole: «Roma suos cineres vidit sub duce Breno, incendium suum oruit sub Alarico et minore filio Galaonis regis Britanie. Successivos atque cotidianos ruinarum destructus deplorat et more senis decrepiti vix potest alieno baculo sustentari: nil habens honorabilis vetustatis praeter antiquatam lapidum congeriem et vestigia ruinosa. Ex gestis beati Benedicti antistiti Canusie, dum Roma per Totilam destrue(re)tur ait: Roma a gentibus non exterminabitur, sed tempestatibus coruscis et turbinibus ac terremotu fatigata marcescet in semetipsa».

[105]. Epist. de reb. famil., l. VI, 2.

[106]. Cf. Comparetti, Virgilio nel medio evo, Livorno, 1872, vol. II, p. 66-7.

[107]. Parecchi Itinerarii Romani ci sono rimasti del medio evo. Negli Annales Stadenses (ap. Pertz, Scriptores, t. XXVI, p. 335-8) uno ce n'ha che muove dalla città di Stadio (Stade, nel ducato di Brema). Vi si dice, tra l'altro, che il tempo migliore per andare a Roma era «circa medium Augustum, quia tunc per temperatus est, viae siccae sunt, aque non abundant, dies longi satis ad ambulandum».

[108]. Raynald, Annales ecclesiastici ad a. 1300. Cf. Dante, Inferno, c. XVIII, v. 28-33. Si fu in quella occasione che Giovanni Villani, considerando che Firenze «era nel suo montare e a seguire grandi cose disposta, siccome Roma nel suo calare», concepì il pensiero di scrivere la Cronaca (Ist. Fior., l. VIII, c. 36).

[109]. Daniel, Thesaurus hymnologicus, vol. IV, p. 96.

[110]. V. l'Ordo Romanus di Benedetto, canonico, pubblicato dal Mabillon nel vol. II dell'Iter italicum.

[111]. Ranulphi Higdeni monachi Cestrensis Polychronicon, edito da Churchill Babington (Rer. brit. m. ae. script.), v. I, l. I, c. 24. «Est etiam ibi pyramis Romuli, ubi sepeliebatur juxta ecclesiam beati Petri; quam peregrini qui semper frivolis abundant, dicunt fuisse acervum segetis beati Petri, quem cum Nero rapuisset in lapideum collem pristinae quantitatis ferunt fuisse conversum». Un po' più oltre chiama i pellegrini mendosi.

[112]. Jordan, Topographie der Stadt Rom im Alterthum, v. II (Berlino, 1871), p. 315-28.

[113]. Id., ibid., p. 329.

[114]. Il codice di Einsiedeln che contiene l'anonimo fu fatto conoscere primamente dal Mabillon, Analecta Vetera, p. 358. Il testo fu pubblicato dall'Haenel nell'Archivio del Seebode e del Jahn, t. suppl. V, p. 115 segg., e dall'Urlichs, Codex urbis Romae topographicus, p. 59-79. Vedi inoltre la già citata opera del Jordan, v. II, p. 329-56.

[115]. Documents inédits pour servir à l'histoire littéraire de l'Italie, Parigi, 1850, p. 155 segg. Fu ripubblicata dall'Urlichs, op. cit., p. 113-25.

[116]. La opinione dell'Ozanam, che la Graphia sia anteriore al ristabilimento dell'impero d'Occidente, fu accolta e sostenuta da T. H. Dyer, A History of the city of Rome its structures and monuments. Londra, 1865, p. 388-9, il quale si fonda sui molti nomi greci che si trovano nell'ultima parte del libro, e sul carattere delle cerimonie ivi descritte, le quali sono in tutto conformi agli usi della corte bizantina, come pure sul nome stesso di Graphia.

[117]. Geschichte der deutschen Kaiserzeit, 3ª ed., v. I, p. 866-8.

[118]. Roma sotterranea, vol. I, p. 157-8.

[119]. Op. cit., vol. II, p. 387.

[120]. Op. cit., vol. IV, pag. 609-11. L'Höfler, nell'opera già citata, poneva la compilazione dei Mirabilia ai tempi di Arnaldo da Brescia.

[121]. Geschichte der Stadt Rom, vol. II, p. 270. Vedi anche una notizia dello stesso Reumont sui Mirabilia Romae del Parthey, nell'Archivio storico italiano, serie IIIª, vol. XI, parte 2ª, p. 149.

[122]. Op. cit., vol. II, p. 386-7.

[123]. Roma sotterranea, vol. I, p. 158.

[124]. Op. cit., vol. II, p. 362.

[125]. Archaeologischer Anzeiger, 1851, p. 6.

[126]. Nel Theologisches Literaturblatt di Bonna, col. 344-54.

[127]. È il c. 24 del l. I nella edizione citata.

[128]. Auctores tradunt quod in Tuscia, quae pars est Italiae, situata est urbs Romana, de cujus fundatione et regimine multa et varia scripserunt auctores, potissime tamen frater Martinus de conditione ejus, magister vero Gregorius de urbis mirabilibus perstrinxit digna memoratu.

[129]. Piante icnografiche, ecc., p. 77-8. Sulla fede di questo Gregorio, Ranulfo pone in Roma, tra l'altre meraviglie, le terme di Apollonio Tianeo, la statua di Bellerofonte e il famoso teatro di Eraclea, dei quali si parla in parecchi di quegli opuscoli che, sotto il titolo di Mirabilia mundi, furono tanto diffusi nel medio evo. Un error così fatto, togliendo ogni autorità a Gregorio, il Bock cercò di scagionarnelo, imputandolo, senz'ombra di ragione, allo stesso Ranulfo. È a desiderare che il De Rossi faccia di pubblica ragione le molte ricerche e i lunghi studii da lui proseguiti per più e più anni sui codici dei Mirabilia in tutte lo principali biblioteche d'Europa. Il Papencordt morì mentre attendeva a un'edizione critica del testo. Il Grässe, che or son trent'anni, lasciò sperare una critica compiuta del libro (Beiträge zur Literatur und Sage des Mittelalters, Dresda, 1850, p. IX), ne smise poi, a quanto sembra, il pensiero.

[130]. De Rossi, Le prime raccolte d'antiche iscrizioni, Roma, 1852, p. 7-8.

[131]. Monumenta historiae patriae, Scriptores, tom. III, col. 1021-6.

[132]. Ed. di F. Scott Haydon, Londra, 1858-63 (Rer. brit. m. ae. script.), vol. I, p. 410-4.

[133]. L. I, c. 125.

[134]. T. I, p. 58-85.

[135]. Si trova anche scritto Estodius ed Escodero. Notisi a tale proposito che Esodero, Esidero, in luogo di Isidoro (di Siviglia) si trova spesso nei codici.

[136]. Decis. II, c. 9.

[137]. Murat., Script., t. XI, p. 1 segg. Anche Atene ebbe i suoi Mirabilia, ma meno antichi e meno famosi d'assai. Vedi Gregorovius, Mirabilien der Stadt Athen, Sitzungsber. d. philos.-philol. u. ist. Cl. d. k. k. Akad. d. Wissensch. zu München, 1881, p. 348 segg.

[138]. Pubblicato dal Nibby nelle Effemeridi letterarie di Roma, t. I, 1820, di su un codice del XIII secolo appartenente alla Biblioteca Colonna.

[139]. In fine nel Liber censuum di Cencio Camerario, in principio in un testo della Marciana, cod. lat., cl. XIV, CCLIX. Nel l. II della Historia Langobardorum, Paolo Diacono dà l'elenco delle province d'Italia in numero di diciotto, ma egli stesso lo trae da altri. V. una nota di G. Waitz inserita a p. 188 del volume degli Scriptores rerum langobardorum (Monumenta Germaniae), 1878.

[140]. Nel Liber politicus di Benedetto canonico, in un testo dell'Angelica in Roma, cod. Q, I, 14, in uno della Biblioteca di Corte in Vienna, cod. 609.

[141]. V. nella già citata pubblicazione del Parthey i capitoli aggiunti, p. 47-62.

Nel già citato cod. Marciano lat. cl. XIV, CCLIX (XIV sec.) si contiene dal f. 53r. al 66v. un testo ampliato dei Mirabilia. Dopo una specie d'introduzione abbastanza lunga, dove si descrivono le diciotto province d'Italia o si dà ragione de' varii nomi di questa, vengono i seguenti capitoli (i titoli in corsivo sono da me suppliti): Muri, — Portae, — Arcus triumphales, — Montes, — Thermae, — Palatia, — Theatra, — Loca quae inveniuntur in passionibus sanctorum, — Pontes, — Cimiteria, — De visione Octaviani, — Caballi marmorei, — Varia de primicerio, secundicerio, nomenculatore, defensore, arcario, bibliothecario, protoscriniario, referendario, — De columna Antonini, Colosseo, columna Trajana, — Caballus Constantini, — Quare inventa est solemnitas omnium sanctorum (Pantheon), — De nece Jordani et Philippi imperatorum et qualiter Decius adeptus est imperium et quare idem Decius sanctos Abdon et Senen Sixtum et Laurentium interfecit, — Quare imperator dicatur Augustus et quare dicatur sanctus Petrus ad Vincla, — De palatio Neroniano ubi nunc est basilica sancti Petri et de agulia, — De paradiso sancti Petri, — De meta sancti Petri, — Ubi terra manavit oleum, — De tribus altaribus qui sunt in ecclesia sancti Laurentii in Palatio, — De festivitatibus in quibus papa coronari debet, — De stationibus nocturnalibus, — De stationibus diurnis, — De constitutionibus pontificum romanorum. — In fine sono i due versi:

v a

Expetit. uotis. reficit. reguit. apricus.

— ç

Integer. r. depto. t. pulso. utice. rapto,

[142]. Veggasi, per un esempio, l'opuscolo intitolato: Le Cose | Meravigliose | dell'alma citta | di Roma, | Dove si tratta delle Chiese, Stationi, et Reliquie | de' Corpi Santi, che vi sono. | Con la Guida Romana, che insegna facilmente a' forastieri di | ritrovare le più nobili cose di Roma; e i Nomi de' | Sommi Pontefici, Imperatori, et altri Principi | Christiani, adornati di bellissime figure. | Con le Poste d'Italia. | Di nuovo corretto et ampliato con le cose notabili fatte da Papa Sisto V. Per Flaminio Primo da Colle. | In Roma, Con licenza de' Superiori, Per Nicolò Mutii. 1596 | Ad istanza di Camillo Franceschini. Confrontisi con Le cose maravigliose di Roma per Giacomo Mascardi, Roma, 1619. Sulle stazioni si ha un vecchio poemetto inglese pubblicato da F. J. Furnivall. Early English Text Society, Londra, 1867. Non vi si trova più nulla che ricordi le descrizioni dei Mirabilia.

[143]. Traduzioni dei Mirabilia si ebbero, come era naturale, in tutte le lingue, e molte se ne trovano manoscritte per le biblioteche. In italiano essi dovettero essere tradotti assai presto. Un codice Gaddiano della Laurenziana, segnato CXLVIII, e scritto nel secolo XIII, contiene una versione in dialetto napoletano, nella quale l'ordine delle materie è alquanto diverso dal consueto. Eccone il titolo e le rubriche dei capitoli: Queste sono le miracole de Roma, — Delo palazo de Nerone, — Dela Dulia, — Delo cantaro de sancto Pietro, — Delo terebinto de Nero, — Delo castiello Adriano. — Delo Agoste (Augusteo), — De Capitolio, — De sancta Balbina, — Delo ioco de Circo, — Dele cose ke foro in Circo, — De templis, — Quanno resorse l'olio, — Dele Cartalarie, — Dele agulie, — Dele mercatora, — Dele basilike, — Dele vie de Roma, — Deli cavalli, — De colopna antonina, — De colopna adriana, — De Coliseo, — De sancta Maria Rotunda, — Quanno fo facta ecclesia sancta Maria Rotunda, — Delo Caballo Constantino, — Quanno vide la visione Octabiano in celo. — Deli caballi marmorei, — Deli monti de Roma, — Deli campi de Roma, — Dele arcora triomphale de Roma, — Deli termini (terme) de Roma, — Dele palaza de Roma, — De theatris de Roma, — Dele mura de Roma, — Dele porte de Roma, — Dele porte principale de Roma, — Dele cimiteria de Roma, — De primicerio, — De secundicerio, — De numenculatore, — De primo defensore, — De archario.

[144]. Cf. Graesse, Lehrbuch einer allgemeinen Literärgeschichte, t. II, parte 2ª, p. 784.

[145]. Pubblicato dal Mercklin, ma scorrettamente, nel Programma della Università di Dorpat, 1852, poi dall'Urliohs, Codex, pag. 149-66. Dell'Anonimo si hanno anche due versioni italiane (V. Jordan, Novae quaestiones topographicae, Festprogramme der Universität Königsberg, 1868). Il Gregorovius (Gesch. d. St. Rom., vol. IV, p. 662) dice il libro dell'Anonimo una compilazione fatta sul Regionario e sui Mirabilia, con l'ajuto di altre notizie topografiche. Il Jordan (Topographie, ecc., vol. II, p. 398) nota che l'autore si giovò anche della raccolta d'iscrizioni del Signorili.

[146]. Due manoscritti se ne conoscono, l'uno conservato nella Biblioteca Capitolare di Novara (n. XXIV), l'altro conservato nella Guelferbitana (Gudiano, n. 47), tutt'a due membranacei del sec. XIV. Del primo diede notizia l'Andres nella lettera al Morelli sopra alcuni codici delle Biblioteche capitolari di Novara e di Vercelli, Parma, 1802, p. 29-39, riportando tutti i titoli dei libri e dei capitoli. Dal secondo l'Urlichs trasse alcuni frammenti che pubblicò nel Codex, p. 140-7. Il cod. Gudiano non può essere, come afferma l'Urlichs, un apografo del Novarese da lui non veduto, giacchè troppe e di troppo rilievo sono le differenze che, per quanto si può giudicare dal confronto coi pochi frammenti pubblicati di quello, passan fra i due; ma il novarese è esso stesso un apografo, scritto a richiesta di Giovanni di Capogallo, che fu poi vescovo di Novara. Ad ogni modo a Roma nessun codice si trova più di quest'opera che a Roma e da un Romano fu scritta. Il codice Novarese, tuttochè di faticosa lettura, sembra inoltro assai più corretto che il Gudiano non sia, ed io traggo da esso i varii passi che mi avverrà di riportare in seguito. Ivi il testo è preceduto dalla tavola dei libri o dei capitoli, appiè della quale è una miniatura che rappresenta Roma sotto specie di una donna incoronata, seduta in un trono, e reggente nella mano destra lo scettro, nella sinistra la palla d'oro. Ai due lati del trono in alto, sono due stemmi, l'uno con le lettere S. P. Q. R., l'altro con un gallo, impresa dei Capogalli.

[147]. Il titolo pieno nel cod. Novarese suona così: Incipit prologus polistorie Joannis Caballini de Cerronibus, de urbe, apostolice sedis scriptoris, ac Canonici sancte Marie Rotunde de eadem urbe. De virtutibus et dotibus Romanorum ipsorumque imperatoris et pape, singularibus monarchiis, de aliis incidentiis eorundem. Il titolo messo innanzi alla tavola dei capitoli è: Polistoria Joannis Caballini de Cerronibus de urbe de dignitatibus Romanorum. Dal titolo del cod. Gudiano trasse il Fabricio il brevissimo cenno inserito nella Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis (1ª ed., v. IV, p. 170-1; 2ª, v. IV, p. 61, col. Iª).

[148]. Quando Giovanni di Capogallo fece trar copia della Polistoria era ancora, secondo nei codici è detto, professore di Sacra Scrittura e abate di San Paolo in Roma, il che, come fu giustamente osservato dall'Andres a pag. 37 della citata Lettera, rimanda a un tempo anteriore al 1398, a cominciare dal quale anno, sino al 1402, che passò alla diocesi di Novara, Giovanni fu vescovo di Belluno e di Feltra. L'Urlichs congettura non senza buon argomento, che il libro sia stato scritto fra il 1345 e il 1347 (Codex, p. 139).

[149]. La distribuzione dei capitoli è molto disuguale; così il III non ne contiene che tre, mentre il VI ne conta quarantuno.

[150]. Roman de Flamenca (pubblicato da Paolo Meyer, Parigi, 1865), V. 619-24:

L'autre comtava d'Eneas

E de Dido consi remas

Per lui dolenta e mesquina;

L'autre comtava de Lavina

Con fes lo bren el cairel traire

A la gaita de l'anzor caire.

Cf. Alexandre Pèy, Essai sur li romans d'Eneas, Parigi, 1856; Joly, Benoît de Sainte-More et le roman de Troye, Parigi, 1870-1, vol. II, p. 318-56; Comparetti, Virgilio nel medio evo, v. II, p. 8 segg.

[151]. Cf. Niebuhr, Römische Geschichte, Berlino, 1853, vol. I, p. 118-24. Circa il carattere mitico di alcune di esse, v. J. L. W. Schwartz, Der Ursprung der Stamm — und Gründungs — Sage Roms unter dem Reflex indogermanischer Mythen, Jena, 1878.

[152]. L. XV, c. l.

[153]. Chronographia, ed. di Bonna, 1829 (Corpus scriptorum historiae byzantinae), vol. I, p. 361-7.

[154]. Innanzi alla Cronaca nell'edizione di Basilea, 1559.

[155]. C. IV, ap. Murat., Script., t. XI, col. 540-1.

[156]. Historia de situ, ecc., c. I, ap. Murat., Script., t. IX, col. 1227. Giovanni Cavallino nel l. VI, c. 8-20 della Polistoria parla di tredici fondatori di Roma, che sono, Noè, Giano, Nembroth, Italo, Giove, Fauno, Evandro, Ercole, Cimpro, Enea, Latino, Aventino, Romolo, a cui si aggiunge Remo.

[157]. L. I, c. 24.

[158]. V. I, p. 409.

[159]. Cod. della Bibl. Nat. di Parigi, Fr. 730, sec. XV.

[160]. Inedita. Cod. dell'Universitaria di Bologna, n. 431, f. 18 v.

[161]. Venezia, 1517, l. II, c. 70.

[162]. Documents inédits, p. 155, n. a.

[163]. Non ispiacerà al lettore ch'io trascriva qui per la sua curiosità un passo del commento inedito che Guglielmo Capello fece al poema, passo che appunto si riferisce al luogo testè citato. Lo traggo da un codice del Dittamondo, scritto nel 1437, e conservato nella Nazionale di Torino, sotto la segnatura N. I, 5: «Si come dice Esiodo, e altrove non credo si lega, dopo i figliuoli di Noè ebbero edificata la torre de confusione, Noè con alchum entrò in nave in furia et arrivò presso al luocho ove è Roma, e li edificò una terra e chiamola dal suo nome Noè, in la quale finì le sue fatiche e la vita. Poi Jano, figliuolo di Jafet e nipote di Noè, e Camese paesano edificarono lo Janicolo. Poi Saturno fugì da Creti per pagura di Jove suo figliuolo et arrivò a le parti ove adesso è Roma, et edifichò in lo monte del Capitolio. Italo era venuto poco tempo inançe et edificata una cità a riva a l'Albula che poi fu chiamato Tebero. Hercules, figliolo de Italo, come dice Varrone, venendo da Argos de Grecia a quelli medesmi luochi edifichò in lo monte Palanteo. Successu temporis venne Evandro da Archadia et edificone un'altra lì vicina. Dopo questo venne Roma figliola de Enea con gran moltitudine di Troiani, secondo dice Solino, et edifichone un'altra. Aventino, re degli Albani, tenne drieto et edifichò in monte Aventino. Glauco, figliolo iuniore di Jove, venne apresso, e pur in lo terreno vicino edifichò una cità. Dopo questi venne da levante il re Tibri con molti di suoi, et edifichò una cità a la riva del Tevero, e in lo Tevero se anegò, e 'l fiume però mutò nome, ove prima se chiamava Albula, poscia se chiamò Tebris. Roma ogie comprende tutti septe questi monti in li [quali] forono edifichate le cità soprascripte da ditti signori, sì che è da credere che fossono picholi riducti.

Janicolo |
Tarpeio |
Aventino |
Palanteo > Montes Romae».
Quirinale |
Celion |
Viminale |

[164]. Giovanni Cavallino, narrata nel l. VI, c. 8, la venuta di Noè in Italia, soggiunge: «Civitatem construxit nominis sui, et dicitur hodie a romanis archa Noe, ubi habetur hodie macellum prope turrim comitum, in qua et laboribus et vite terminum dedit». Quel nome non si comincia dunque ad usare soltanto nel XV secolo, come il Jordan crede. Esso pare sia una corruzione di arcus Nervae, nome con cui fu designato il tempio di Minerva (le Colonacce) nel Foro di Nerva. Il Signorili ricorda l'ephitaphium scriptum in oratorio Nervae, in loco qui dicitur corrupto vocabulo arca Noe ad honorem Nervae. De-Rossi, Le prime raccolte d'antiche iscrizioni, p. 48. Cf. Jordan, op. cit., v. II, p. 469, 503-4.

[165]. Chronicon, dist. I, c. 1, ap. Murat., Script., t. XIV, col. 783.

[166]. Liber Genesis, c. 37.

[167]. Manipulus Florum, c. IV. In certe Cronache latine, le quali si stendono dal diluvio sino all'anno 625 dell'èra volgare, contenute in un codice della Nazionale di Torino, segnato H, V, 37, si legge (f. 13 v., 14 v.) quanto segue.

Quod Noe post diluvium genuit quartum filium qui vocatus fuit Jonatus Astrologus.

Post Diluvium enim prefatus Noe genuit alium filium qui recto nomine dictus fuit Jonitus, et alio nomine dictus fuit Ynay, et fuit iste Jonitus magnus Astrologus et Propheta.

Quod ante quam Roma esset prophetizatum fuit de Imperio Romano.

Qui Jonitus Astrologus multa prophetavit et dixit de quatuor Imperiis mundi et maxime de Imperio Romanorum, dicendo quod Imperium Romanorum debebat esse de semine Japhet. Similiter Noe predixit de Imperio Romanorum, tunc temporis quando Noe benedixit filio suo Japhet, dicens ei: Tu vocaberis Japhet, quod interpretatur latitudo, et deus dilatabit dominium filiorum tuorum, quia tu dominaberis in Europa, et de te nascentur Imperatores et Populi Romani, qui in temporibus erunt domini tocius mundi. Et similiter nascentur Sanctissimi Pontifices Romani, etc.

Quod Cameses gigans filius Nemroth gigantis ex precepto ipsius patris sui intravit partes Italiae.

Cum enim Nenroth gigans decem cubitorum in longitudine audivisset et per seriem bene intellexisset propheciam et dictum ipsius Joniti, et item benedictionem ipsius Noe ad filium suum, accensus et incitatus mirabiliter et ultra modum amore et desiderio dominandi, habens XI filios probissimos, in quibus erat unus secundogenitus, nomine Cameses, similiter gigans undecem cubitorum in longitudine, precepit ipsi Camesi filio suo ut Italiam intraret et ibidem civitatem hedificaret, sperans ipsam esse illam civitatem que deberet toto mundo dominari. Sed nota quod Italia non habebat adhuc aliquod nomen, quia nulla habitacio erat, ymo fuit primo dicta provincia Camesena ab Camese gigante, qui primo intravit sine mora post preceptum patris et ibi habitavit.

Quod Italia accipit nomen ab Italo Rege.

Postea dicta fuit Italia ab Italo Jullio rege Siciliae qui fuit filius supradicti Nenroth et fuit terciogenitus et regnavit in Italia post ipsum Camesem. Et sic de cetero dicta fuit Italia a ipso Italo.

Quod Noe intravit Italiam.

Tunc Noe, audiens introitum illius Camesis filii Nenroth, assumptis secum Japhet, dicto Jano bifronte, filio suo, et Jano bitorporco (sic), filio ipsius Japhet, et magna populorum multitudine, Italiam intravit anno mundi MDCCCLXII.

Quod Noe in Italia civitatem construxit quam ex nomine suo Noecam appellavit.

Et iusta locum ubi nunc est Roma ipse Noe civitatem construxit quam ex suo nomine Noecam appellavit, in qua diem suum clausit extremum anno mundi duomillia et sex anni.

Quod Noe in fine vite sue fecit quoddam notabile exemplum.

Ipse idem Noe cum laboraret in extremis videns quod non poterat plus vivere, quia senes erat annorum DCCCCL, fecit quoddam notabile ad exemplum aliorum, videlicet quod vocavit ad se Japhet filium suum pro ut habetur in libro Bede, et dixit ei: Fili mi, fac mihi sepulcrum marmoreum ex utraque parte foramina habens talliter quod stent manus mee extra sepulcrum extense et vacue in signum et memoriam quod fui dominus tocius mundi, et nihil de ipso mundo attuli.

[168]. Egidio da Viterbo dice nella Historia viginti seculorum (cod. dell'Angelica in Roma, segnato C, 8, 19, f. 1 r.): «Noe qui primo secolo finem sequenti initium faciens duos se facies, habentem sculpi iussit».

[169]. Origine della lingua fiorentina, ed. di Firenze, 1549, p. 17 segg.

[170]. Op. cit., t. I, p. 6, 9.

[171]. Altre leggende ebbero corso in Europa le quali si rannodavano a Noè, o ad alcuno della sua famiglia. Secondo l'antichissima tradizione, nella divisione del mondo dopo il diluvio, l'Europa toccò a Jafet, ma si credette pure nel medio evo che Cam avesse regnato in Bretagna. Armannino Giudice dice nel IV conto della Fiorita d'Italia che Jafet, andato in Inghilterra, fondò Londra e Chamelot, e che poi le sue genti vennero in Italia, dove Corinto fondò Fiesole, Trusco fondò Arezzo, Sutri fondò Sutri «e questa fu la prima città che fosse mai nel paese di Roma». I Bavari pretendevano d'essere venuti dall'Armenia,

dà Nòë üz der arke gie

und daz olezwi von der tüben intphie.

(Kaiserchronik, ed. del Massmann, v. 318-9). Giraldo Cambrense narra nella Topographia Hibernica, dist. III, c. I (Opera, vol. V, p. 139-40; Rer. brit. m. ae. script.), la seguente istoria: «Juxta antiquissimas igitur Hibernensium historias, Caesara neptis Noe, audiens diluvium in proximo futurum, ad remotissimas occidentis insulas, quas necdum quisquam hominum habitaverat, cum suis complicibus fugam navigio destinaverat; sperans, ubi numquam peccatum perpetratum fuerat, diluvii vindictam locum non habere. Amissis itaque quae in comitatu habebat naufragio navibus, una qua cum viris tribus et quinquaginta mulieribus vehebatur, nave superstite, primo ante diluvium anno ad Hibernica litora forte devenit. Sed licet acute satis et laudabili in femina ingenio, fatalitatem declinare statuerit, communem tamen interitum et fere generalem nullatenus potuit evitare. Litus igitur in quo navis illa primum applicuit, navicularum litus vocatur, et in quo praefata tumulata est Caesare, usque hodie Caesarae tumulus nominatur».

[172]. V. Eisenmenger, Entdecktes Judenthum, Königsberg, 1711, vol. I. p. 736-7, 778. Questa leggenda è riportata anche da G. G. Bredow, Rabbinische Mythen, Erzählungen und Lügen, 2ª ed., Weilburg, 1833, p. 119-20.

[173]. Chi vuol sapere chi fosse questo re Rocas veda il c. XI di questa medesima parte Iª.

[174]. Cf. Des Gervasius von Tilbury Otia Imperialia, in einer Auswahl neu herausgegeben und mit Anmerkungen begleitet von Felix Liebrecht. Annovria, 1856, p. 78, Anm. 14. La narrazione di questo ritrovamento è frequente nei cronisti del medio evo, ma non nei cronisti soltanto. Heinrich von Weldeke ricorda il fatto nella sua Eneide (ed. di L. Ettmüller, Lipsia, 1852, p. 225), ponendolo ai tempi della spedizione di Federico Barbarossa in Lombardia. Felice Faber lo pone ai tempi di Enrico II (Evagatorium in Terrae Sanctae peregrinationem, V. III, p. 52, ed. di Stoccarda, Bibliothek des literarischen Vereins).

[175]. L. I, c. 17.

[176]. Op. cit., t. I, p. 52-54.

[177]. De illustrium virorum principiis, l. II, c. 1.

[178]. Bologna, 1866-74 (Collezione di opere inedite e rare dei primi tre secoli della lingua), vol. I, p. 38. È noto che questo commento, per la massima parte, è tutt'uno con quella di Jacopo della Lana.

[179]. Circa il mito v. Liebrecht, Romulus und die Welfen, nel volume intitolato Zur Volkskunde, Heilbronn, 1879, p. 17-25, oppure nella Germania del Pfeiffer, vol. XI, p. 166 segg.

[180]. Tito Livio dice, l. I, 4: «Sunt qui Laurentiam vulgato corpore lupam inter pastores vocatam putent: inde locum fabulae ac miraculo datum».

[181]. Basti un esempio. Nel Chronicon Sancti Petri si narra di un fanciullo rapito, nutrito, e, cosa ben più meravigliosa, educato dai lupi. Ap. Menckenius, Script., t. III, col. 313-4.

[182]. Li Livres dou Tresor, ed. dello Chabaille, Parigi, 1863, p. 43.

[183]. Historiarum Compendium, ed. di Bonna, 1828-9 (Corpus script, hist. byzant.), vol. I, p. 257.

[184]. Chronicon, ap. Pertz, Script., t. III, p. 712, 720-1.

[185]. In certa storia de Troia et de Roma, scritta in dialetto napoletano, e contenuta in un codice Gaddiano della Laurenziana, segnato CXLVIII (sec. XIII), si dice a proposito del nome di Roma: «Vole homo dicere ka Roma fo una femina nobilissima Troiana ke fugio de Troia et venne a questo loco lo quale se dice Roma. Et ad li Romani sappenno rio de Roma ke era capo de lo munno avesse nome da femina dissero soppena de lo capo ke Roma magi se non clamasse da nome de femina e da tucti li Romani fo tacuto».

[186]. Op. cit., vol. I, p. 56.

[187]. Fiorita d'Italia, conto XXVIII, cod. della Laurenziana, pl. LXII, 12 (scritto nel 1325), f. 212 v., 213 r.

[188]. Histor. Compend., p. 259. Lo stesso si narra nel Chronicon Paschale, ed. di Bonna, 1832, vol. I, p. 206, e da Michele Glica negli Annali, ed. di Bonna, 1836, p. 266.

[189]. Compendium chronicum, ed. di Bonna, 1837. v. 1623-30.

[190]. Martino Polono altera ed abbrevia: «Et in ea (scil. urbe Roma) Sabinenses, Albanenses, Thusculanenses, Policanenses, Celenenses, Citanenses, Camerinenses, Campenati, Lucani et omnes pene nobiles ex Italia, cum uxoribus et filiis convenerunt ibi habitaturi». Giacomo da Acqui si scosta e dalla Graphia e da Martino Polono: «Convenerunt autem ibi septem reges palatia et diversas urbes edificantes, videlicet: sabinensis, albanensis, turbanensis, ypolitanensis, celanensis, cameranensis et campanensis et omnes nobiles de Ytalia. Vnde Romulus anno aetatis sue XXIX. videlicet vel VIº kalendas madii et anno IIIIº et liiii, post eversionem Troye omnes predictas urbes regales et eorum palatia muris percingere cepit, et ex suo nomine Romam vocavit».

[191]. Josippon, sive Josephi Ben-Gorionis Historiae judaicae libri sex. Ex Hebraeo Latine vertit, Praefatione et Notis illustravit Johannes Gagnier, A. M. Oxonii, MDCCVI, l. I, c. 3.

[192]. Cf. Tito Livio, l. I, 7. Martino Polono si contraddice a questo proposito nel già citato Libellus, giacchè prima dice che Roma fu fondata da Romolo e Remo ed ebbe da essi il nome, poi, che Romolo prese a cingere di muro le città costruite dai suoi predecessori quando Remo era già morto; finalmente, citando Livio, riferisce tutt'a due le tradizioni antiche.

[193]. Thoms, Early English Prose Romances, 2ª ed, Londra, 1858, vol. II, p. 21-4.

[194]. Cod. della Bibl. Nat. di Parigi Fr. 375, f. 120 v., col. 2ª — 4ª. Questo racconto manca al frammento tedesco dell'Athis e Prophilias pubblicato da Guglielmo Grimm negli Atti dell'Accademia di Berlino, 1844, 1852.

[195]. Op. cit., vol. I, p. 54-5.

[196]. Ed. del 1586, moralitas XI.

[197]. In un codice Marciano delle Moralizationes (lat. cl. III, LXXV, f. 27 v.) non si dice che il competitore di Romolo sia Remo, nè che Romolo abbia avuto parte alcuna nella fondazione della città: «Narratur in gestis Romanorum quod cum Romulus intravit civitatem Romanorum voluit in ea regnare et voluit de ea habere dominium; sed fuit ibi unus qui maximam partem civitatis habuit per se et sibi contradixit et resistit quod non regnaret in civitate, nec haberet dominium, ita quod maxima discordia orta est. Ex hoc tandem, ex mutuo consensu utriusque partis ordinatum fuit quod (per) tres milites ex parte Romuli intrarent campum ad pugnandum et tres ex alia parte, et cuius milites haberent victoriam ille regnaret in civitate et haberet dominium ipsius. Quo facto, Romulus misit tres milites in campum et alter etiam misit tres alios milites. Et in primo progressu (I. congressu) istorum militum occisi fuerunt duo milites ex parte Romuli, et tercius fugam peciit, et dum sic fugeret post se perspexit et vidit alios insequentes, ipse rediit, et primum eorum occidit, postea 2m et 3m, et sic dominium restabat Romulo et postmodum civitatem in pace possedit».

[198]. Ed. cit., p. 258.

[199]. Ed. cit., vol. I, p. 204-5.

[200]. Ed. cit., p. 266.

[201]. Maxima Bibliotheca veterum patrum, ed. di Lione, t. III, p. 727. Circa l'autore di questo scritto e il tempo in cui fu composto si disputò lungamente. Chi l'attribuì a Metodio Patarense, che fu martire nel 311 o 312, chi a Metodio il Confessore, Patriarca di Costantinopoli, morto nell'846, chi a Metodio di Tessalonica, apostolo degli Slavi, vissuto anch'egli nel IX secolo, e chi ad altri Metodii, vissuti nel XIII e XIV. Il Gutschmid lo giudica della prima metà del secolo VIII, il Riezler e il Döllinger credono appartenga all'XI. Chi più forse s'approssima al vero è lo Zezschwitz, che lo stima del IX (Vom Römischen Kaisertum deutscher Nation, Lipsia, 1877, p. 8, 68, 70-73). Io ebbi tra mani un codice unciale della Barberina (segnato XIV, 44), certo non posteriore al IX secolo, il quale contiene le Revelationes mutile in fine.

[202]. Cito direttamente dal manoscritto che si conserva nella Nazionale di Firenze, F. 33 v.: «In almachia idest iuxta sanctam manam cosmedinam: et est meta, quae ut dicitur fuit sepulchrum Remuli: qui mandato Romuli in Jano mortuus fuit: et de meta praedicta: sicut iam dixi, dubito quod non fuit Remuli per Romulum facta: quia illis temporibus Romulus et sui non erant tantae potentiae: aliam ethimologiam sibi non invenio de qua quidem tacere poposci: sed sit quod vult, mirae pulchritudinis fuit in lapidibus marmoreis tabulata. De quibus tabulis ornatum et constructum fuit ornamentum sancti petri per Constantinum consistentem Imperatorem». La forma Remulus invece di Remus, foggiata per assimilazione su quella di Romulus, s'incontra frequentemente nel medio evo. Del sepolcro di Remo così si dice in un codice Cottoniano dei Mirabilia (Faustina, A, VIII, f. 149 v.): «Prope portam Capenam, que vocatur porta sancti Pauli, iuxta murum urbis, inter portam predictam et montem testarum, sepultus est Remus, frater Romuli. Sepulcrum vero suis lapidibus magnis tabulatum est in altitudine magna, quod in muro coniunctum est. Quia statutis Romuli, quibus consenserat, voluit subiacere, et quia idem Remus incidit in statutum, capite truncatus, sub muro sepultus est. Sepulcrum vero eius ad perpetuam rei memoriam, tum quia frater Romuli erat, tum quia contra statutum fleri non licebat, solempniter constructum est».

[203]. Epist. famil., VI, II.

[204]. Parad., c. XV, v. 124-6.

[205]. Carmen de Karolo Magno, l. III, v. 542-3, ap. Pertz, Scriptores, t. II, p. 399.

[206]. Parad., c. XV, v. 109-10.

[207]. Zeitschrift für deutsches Alterthum, Neue Folge, v. IX, p. 471.

[208]. Ap. Pertz, Script., t. IV, p. 478.

[209]. Landulfo, Historia Mediolanensis, ap. Pertz., Script., t. VIII, p. 74. E notisi che con quel dire Roma in aedificiis, e poi subito Ravenna in ecclesiis, pare che per Roma si voglia non far conto delle chiese, e accennare solamente agli avanzi di antichi monumenti.

[210]. Le sette meraviglie erano, secondo l'elenco più antico: le Piramidi d'Egitto, le Mura e i Giardini pensili di Babilonia, il Tempio di Diana in Efeso, il Giove Olimpico di Fidia, il Mausoleo, il Colosso di Rodi, il Faro di Alessandria. V. lo scritto attribuito a Filone Bizantino (III secolo av. l'E. V.) Περὶ τῶν ἐπτὰ θεαμάτων, pubblicato primamente da Leone Allaci in Roma, 1640, poi dall'Orelli, Lipsia, 1816. Questo scritto è mutilo. Cassiodoro (Var., l. VII, 15) enumera le sette meraviglie secondo gli antichi, prisci saeculi narratores; ma poi, venendo a parlar di Roma, esclama: «Sed quis illa (miracola) ulterius praecipua putabit, cum in una Urbe tot stupenda conspexerit? Habuerunt honorem, quia praecesserunt tempore; et in rudi saeculo quicquid emersisset novum, per ora hominum jure ferebatur eximium. Nunc autem potest esse veridicum si universa Roma dicatur esse miraculum». In progresso di tempo la lista fu, ora in un modo, ora in un altro, alterata, pur rimanendo fisso il numero di sette. (Cf. Mexia, Silva de varia lection, Siviglia, 1520, parte 3ª, capitolo XXXII).

[211]. Omelia XLIII, 63. Egli annovera le seguenti meraviglie: Tebe di Beozia, Tebe egizia, le Mura di Babilonia, il Mausoleo, le Piramidi, il Colosso di Rodi, e templi di gran mole e di singolare magnificenza di cui non dice il nome.

[212]. Nel suo trattato De cursibus ecclesiasticis, ritrovato e pubblicato dall'Haase, Breslavia, 1853, Gregorio di Tours enumera: l'Arca di Noè, le Mura di Babilonia, il Tempio di Salomone, il sepolcro del Re dei Persi cavato in una sola ametista, il Colosso di Rodi, il Teatro di Eraclea, il Faro di Alessandria.

[213]. Le meraviglie registrate da Cedreno sono: le Piramidi, il Faro di Alessandria, il Colosso di Rodi, il Mausoleo, il Tempio di Diana in Efeso, il Teatro di Miris in Licia, il Bosco di Pergamo.

[214]. «Quod primum est, Capitolium Romae, salvatio civium, major quam civitas». The complete Works of Venerable Bede by J. A. Giles, Londra, 1843, v. IV, p. 10. Lo scritto De septem mundi miraculis è generalmente tenuto apocrifo; ma ciò poco importa al caso nostro, giacchè l'antichità sua non potrebbe per questo essere contestata. Il passo che si riferisce al Campidoglio fu pubblicato anonimo dal Docen di su un manoscritto del secolo VIII. Il Campidoglio è messo per primo in parecchi altri elenchi manoscritti delle meraviglie del mondo, (V. Gregorovius, Gesch. d St. Rom, v. III, p. 551, n.); è messo per sesto nel citato libro De Roma prisca et nova edito dal Mazochio. Come settima meraviglia lo pone il Panciroli, Res memorabiles, Francoforte, 1660, tit. XXXII. Il Mabillon (Diarium ital., p. 272) ricorda un manoscritto greco del XIII secolo, dove le sette meraviglie sono: Tebe egizia, le Mura di Babilonia, il Mausoleo, le Piramidi, il Colosso di Rodi, il Campidoglio, il Tempio di Adriano a Cizico.

[215]. Anche la Germania volle avere le sue sette meraviglie che si trovano indicate in una iscrizione nel Duomo di Magonza.

[216]. Anon. Magliabecch.: «Palacium maius fuit in monte Palatino, quod hodie palazo majore e dicto». Avvertasi che quando cito i Mirabilia, si deve intendere propriamente la Descriptio plenaria, semprechè non sia indicato altrimenti.

[217]. Polychron., l. I. c. 24.

[218]. Op. cit., v. I, p. 61.

[219]. Nel citare alcun luogo del Dittamondo mi varrò sempre, a correzione delle spropositatissime stampe, della lezione del codice torinese già citato. V. sulla scorrezione delle stampe del Dittamondo uno scritto di R. Renikr, intitolato Alcuni versi greci del Dittamondo, nel Giornale di Filologia romanza, n. 7, p. 18-33.

[220]. L. II, c. 31. Guglielmo Capello nota: «Questo fu palagio magiore del quale hogie si mostra le royne, e l'acqua che lì vicino passa faceva la neumachia (sic), cioè il lago nel quale i romani se exercitavano con le galee per imparare sapere essere in le bataglie navale e anchora vi sono alchuni gradi onde il popolo vedeva questi giochi. E questo palagio fu prima fondato dagli arcadi nel monte Palanteo secondo Solino, poi li Romani forsi lo fenno molto majore».

[221]. Ogniqualvolta mi avverrà di riportare alcun passo del Libro imperiale sappiasi che cito, non dalle stampe, ma da codici di Venezia, di Firenze e di Roma. Tolgo il passo recato nel testo dal cod. Marciano ital. cl. XI, CXXVI, f. 98 v.

[222]. Il cod. ha: di tondo di giro e choltre; il cod. Laurenziano pi. LXIII, 21: ritondo di giro d'uno miglio.

[223]. Meglio il cod. Laurenz.: dieci entrate.

[224]. Il Cod. Laurenz. ha chucine.

[225]. Il Cod. Laurenz.: della follia.

[226]. Intendi le terme di Diocleziano.

[227]. Leggi Traspontina.

[228]. Collectanea, Op., ed. di Colonia, 1612, t. III, col. 483. Cf. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, s. v. Coliseum. Beda scrive propriamente Colysaeus, ma è questa senza dubbio una forma corrotta, sebbene popolare. Benedetto canonico ha Coloseum, e Coloseum la Graphia. Nei varii testi dei Mirabilia, e qua e là per gli scrittori, si trova Colosseum, Coliseum, Colliseum, Coliseus, ecc.

[229]. De vitis Pontificum, ed. di Venezia, 1729, p. 50, col. 2ª. Qui si legge Colloseum.

[230]. Plinio, Hist. Nat., XXXIV, 18: «Moles quippe excogitatas videmus statuarum, quas colosseas vocant, turribus pares».

[231]. L'opinione più comune fu che il Colosseo avesse derivato il nome dal Colosso di Nerone che sorgeva poco discosto. Il Platina dice nella Vita di Giovanni VIII: «Coloseus vocant a Neroni Colosso». Scipione Maffei mise primo innanzi, e sostenne con validi argomenti l'opinione che il Colosseo dovesse il nome non al Colosso di Nerone, ma alla mole ingente per cui era soprattutto ammirato. Egli ricorda come per testimonianza di Erchemperto (Hist. Langob., c. 56) si chiamasse Colossus l'anfiteatro di Capua. V. De amphitheatro, ecc., c. III, nei Supplementa utriusque Thesauri del Poleno, v. V, col. 25, 37, e Verona illustrata, parte IV, I, c. 4. V. anche Mazochio In Campani amphitheatri titulum, aliasque nonnullas Campanas inscriptiones Commentarius, c. VII, nello stesso volume dei Supplementa. L'opinione del Maffei accetta anche il Gregorovius, Gesch. d. St. Rom, v. II, p. 211.

[232]. Conto XXX (Cod. Laurenziano, pl. LXII, 12, f. 233 v.). Quivi erano gli molti altari, i quali facti erano all'onore degli dei, in mezzo degli altri era quello Giove gli cui ornamenti valeano smisurato tesoro. Quivi erano preti, i quali per incanti piovere, nenguire (altri codici hanno: nevichare) grandinare e serenare faceano a loro posta. Gli forestieri erano menati in quello luogho ove si facea tante maraviglie che la gente gli davano grande fede. Allora diceano quegli maligni preti a coloro che questo vedeano: Colis eum? la qual cosa volgarmente viene a dire: Coltivi tu dio per sommo dio? e quegli rispondea: Sì. E per questa risposta battezzato aveano in quello errore. E per questo cotale domandare fu poi quello tempio Colliseo chiamato. A contare gli ornamenti di quello Colliseo maraviglia parrebbe a udire: non è quasi cittade di tanta valuta quanto valeano gli ornamenti di quello falso tempio.

[233]. Cod. dell'Universitaria di Bologna, n. 431, f. 36 v.

[234]. Il Gregorovius (Gesch. d. St. Rom., v. VII, p. 638), non so perchè, mette in dubbio il fatto di Paolo II, il quale è attestato da parecchi.

[235]. Di questa profezia fa ricordo Beda nel luogo testè citato: «Quamdiu stat Colysaeus stat et Roma: quando cadet Colysaeus, cadet et Roma; quando cadet Roma cadet et mundus». L'idea di collegare le sorti di una città o di un popolo a quelle di un edificio è tutt'altro che nuova; ma qui può far meraviglia vedere stretto un cotal nesso fra Roma cristiana ed un monumento pagano, bagnato dal sangue dei martiri. Più ragionevole sembra una leggenda affine, sparsa fra i Longobardi, secondo la quale quel popolo non poteva decadere mentre durasse la basilica innalzata dalla regina Teodolinda in Monza e dedicata a S. Giovanni Battista. V. Paolo Diacono, Historia Langobardorum, IV, 22; V. 6.

[236]. Publio Vittore, De urbis Romae regionibus, regione IV. Cf. Marangoni, Delle memorie sacre e profane dell'anfiteatro Flavio volgarmente detto il Colosseo, Roma, 1746, p. 12-13; Maffei, De amphitheatro, c. III. Secondo una diversa tradizione Nerone stesso si sarebbe fatto effigiare in figura del Sole. Commodo fece porvi un altro capo a immagine propria, ma poi vi fu rimesso quello di prima. Il Colosso, opera di Zenodoro, esisteva ancora intero nel V secolo.

[237]. L. cit.

[238]. Vol. I, p. 414. Alcuni manoscritti del Polychronicon di Ranulfo da me veduti hanno anch'essi in insula Herodii.

[239]. L. XXXI, c. 125.

[240]. Questi è probabilmente Aldelmo, monaco Baldunense o Malmesburiense, detto anche Adelino, morto nel 709. Per le opere di costui v. Fabricio, Bibl. lat. m. et inf. aet. ed. del Mansi, Padova, 1754, v. I, p. 54-55, e Leyser, Hist. poet. et poem. m. ae., p. 198-203.

[241]. Nelle redazioni più antiche dei Mirabilia del Colosseo si fa cenno appena, il che è veramente assai strano. «Ante Coloseum templum Solis, ubi fiebant cerimoniae simulacro quod stabat in fastigio Colosei», dice la Descriptio plenaria totius urbis. La Graphia ripete queste stesse parole, soggiungendo che il simulacro aveva una corona d'oro ornata di gemme, e che il capo e le mani di esso si trovavano allora davanti al Laterano. Martino Polono ha le stesse parole della Graphia. Qui dunque il tempio del Sole si trova davanti al Colosseo, ma non è il Colosseo. La descrizione riferita di sopra si trova solo in testi più recenti.

[242]. V. Parthey, Mirabilia Romae, p. 20-27. Cf. con un testo molto simile pubblicato dal Massmann, Kaiserchronik, v. III, p. 413. Andrea Ratisbonense dice il medesimo nella sua Cronaca, e lo stesso racconto si trova nei Mirabilia pubblicati da Stefano Planck. L'Anonimo Magliabecchiano ha: «Colliseum idest colossum graece, latine rotundum amphitheatrum nominatur; idest templum solis fuit altitudinis pedum centum et octo, in longitudine rotunditatis fuit passum mille, arcorum fuit centum quinquaginta, positoque Svetonius dicat maioris situs fuisse, et a Nerone imperatore costructum bis, primo transitoriam et postea auream nominatum, et mirifice constructum cum miris ornamentis intus et extra, et in medio fuit una ymago aerea deaurata, cuius caput et manus cum palla nunc stat in Laterano, et supra coperto (sic) coelo aereo deaurato et arte mathematica compositus (sic) cum cursu omnium stellarum astronomiae facentium sicut in coelo naturaliter stellae solent. Et tantum formam praedicti idoli erat grandis que mirifico pede lapis numi (lapidis numidici?) dicitur supra posita, capite tangebat coelum praedictum, ornata mirifice omnibus ornamentis, precipue coronata nobilissime, quia sic totum orbem representabat, sic ornamentum suum habebat simile cum palla praedicta in manu; quae beatus Silvester iussit frangi, et ea dirupta fecit poni in palatio suo in Laterano». Il testo Marciano dell'Anonimo (lat. cl. X, CCXXXI) è più spropositato ancora. Là dove si parla della grandezza della statua la versione italiana dice: «et era la forma del decto Idolo tanto grande che uno non haria il suo piede abbracciato». L'Anonimo confonde il Colosseo con la Casa aurea.

[243]. Al tempo di Bernardo Oricellario gli avanzi del Colosso si conservavano nel Campidoglio. In Publium Victorem, ap. Rerum italicarum Scriptores ex florentinarum Bibliotecarum codicibus, t. II, col. 979.

[244]. Kaiserch., v. III, p. 413-4.

[245]. Cod. della Bibliot. di Corte a Vienna, n. 2906. I due testi sono quasi identici, ma probabilmente la versione dei Gesta attinse dalla versione dei Mirabilia. In quella, confondendosi il Colosseo con la Mole Adriana, si dice: «... der tempel ist also nv genant von den pilgraimen die Wunderpurck; nor hiez sie die Engelpurck»: nella seconda semplicemente e senza con fusioni: «vnd ist der tempel nue genant von den pilgreymen dye Wunderpurck». E il nome di Wunderpurck, ossia Castello delle meraviglie, ben si addiceva al meraviglioso edifizio.

[246]. L. II, c. 31.

[247]. Questa del cod. torinese è, senza dubbio, la lezione corretta, e non quella delle stampe:

Coperto fu di rame e d'alti seggi

[248]. Op. cit., t. I, p. 70. «Chis temple fist Virgile de grant bealteit et de mult grandeche, et diverses cavernes convenables, ecc.».

[249]. Cod. Marciano cit., f. 99 r.

[250]. Il cod.: et alte.

[251]. Il cod. Laurenz, già citato ha: choperto a chappello con lastre di piombo.

[252]. Il cod. Laurenz.: e tutto il luogho era i musaico lavorato.

[253]. Anche nella Kaiserchronik, v. 139-54, il Colosseo è il tempio di Giove. Vedi nello stesso poema, v. 75-190, le strane cose che si narrano della religione dei Romani, e che si ritrovano, ma con qualche diversità nella Cronica Universale di Enenkel. Cf. Massmann, Kaiserchronik, v. III, p. 407-21.

[254]. Le cose maravigliose di Roma, p. 51. Anche l'Arena di Verona, costruita come il Colosseo, ebbe le sue leggende. Vedi Maffei, De amphitheatro, ecc., c. VII. In una descrizione ritmica della città di Verona, composta nel secolo VIII, son questi versi che appunto riguardano l'Arena:

Habet altum Laberyntum magnum per circuitum,

In quo nescius ingressus nunquam valet egredi

Nisi cum igne lucernae, vel cum fili glomere.

Così nel testo ricostituito dal Maffei, Istoria diplomatica, Mantova, 1727, p. 178. Questo ritmo fu pubblicato primamente dal Mabillon negli Analecta vetera, poi dal Muratori, Scriptores, t. II, parte 2ª, p. 1095. Similmente ebbe le sue leggende l'anfiteatro di Treveri. V. la leggenda di Catoldo narrata nei Gesta Treverorum, ap. Pertz, Script., t. VIII, p. 132-3. Cf. Massmann, Kaiserch., v. III, p. 520.

[255]. Vincenzo Bellovacense la riferisce, ma molto in succinto, nello Speculum historiale, l. XXIV, c. 12, attingendo da una storia della Santa Croce. Anche Giacomo da Voragine ne fa cenno nella Legenda aurea, c. CXXXVII, De exaltatione sanctae crucis (ed. del Grässe). Altri scrittori la narrano più distesamente. Il Massmann (Op. cit., t. III, p. 889-93) ne ricorda parecchi, e tocca della origine probabile della leggenda. Avendo egli riportato i versi dell'Eraclius tedesco che vi si riferiscono, io riporterò quelli dell'Eracle francese, che al tedesco servì di modello. Manoscritto della Nazionale di Torino, L. 1, 13, f. 17 t., col. 3ª:

.I. chiel ot fait fuire li folz

A chieres pieres et a cloz

Moult richement l'ot fait ouvrer;

Illec se faisoit sourer,

A la kaitive fole gent,

Ki croit et mescroit pour noient.

Con li peuples le chieu caitif

Tuit i venoient a estrif,

Car par engien, sicon le truis,

Faisoit plouvoir par .I. pietruis

Qu'il ot fait en son chiel amont,

Et si con li escrit du mont

La terre estoit desous cevee,

Et bien planchie et bien pavee.

.I. saint fist faire pour sonner,

Con s'il vosist faire tonner,

Et autressi venter faisoit,

Et plus encor quant lui plalsoit.

[256]. Descriptio plenaria totius urbis: «In paradiso sancti Petri est cantarum quod fecit Simachus papa columpnis porphireticis ornatum, quae tabulis marmoreis cum griphonibus conexae, pretioso coelo aereo coopertae, cum floribus et delfinis aereis et deauratis aquas fundentibus». Così presso a poco anche Giovanni d'Outremeuse, op. cit., v. I, p. 73, salvo che a Simmaco sostituisce «Cornelin, pape premier de cel nom».

[257]. Ludovico Monaldesco, Annali, ap. Murat., Script., t, XII, col. 535-6.

[258]. Per la leggenda qui accennata vedi più oltre, al c. VI.

[259]. V. 171-90.

[260]. Massmann, Op. cit., v. III, p. 410.

[261]. I Mirabilia così lo affermano: «In medio cantari est pinea aerea, quae fuit coopertorium cum signo aereo et deaurato super statuam Cibeles matris deorum, in foramine Pantheon, in quam pineam subterranea fistula plumbea subministrabat aquam ex forma Sabbatina, quae toto tempore piena praebebat aquam per foramina nucum omnibus indigentibus ea, et per subterraneam fistulam quaedam pare fluebat ad balneum imperatoria juxta aguliam». Lo stesso dice press'a poco la Graphia. Nei Mirabilia di tempo posteriore è detto: «In fastigio Pantheon, id est sanctae Marie Rotundae, stabat pinea aerea, quae nunc est ante portam sancti Petri, quae tota cooperta fuit tabulis aereis et deauratis, ita quod a longe quasi mons aureus videbatur, cuius pulchritudo adhuc in parte cernitur». L'Anonimo Magliabecchiano dice che la pigna fu rovesciata da una bufera, Giovanni Cavallino che fu rovesciata da un fulmine. In origine essa ornava il fastigio del Mausoleo di Adriano; il suo diametro è molto minore di quello dell'apertura che avrebbe dovuto coprire. Nel c. XXXI, v. 88 dell'Inferno Dante ricorda la pina di San Pietro in Roma.

[262]. Paolo Diacono, Hist. Langob., l. V, c. II, 13.

[263]. De bello gothico, I, 22.

[264]. Ap. Pertz, Script., t. III, p. 776.

[265]. Muellenhof, Zeugnisse und Excurse sur deutschen heldensage, nella Zeitschrift für deutsches Alterthum dell'Haupt, V. XII, p. 319-20. Nella Chronica regia s. Pantaleonis (Annales Colonienses maximi) ad a. 1001 si dice: «Validissima turris Adriani imperatoris, quae et Theodorici tyranni fuit fabrica, quae sine ulla laesionis iniuria contra omnem impulsionis machinam durare videtur in saeculo». Eccardo Uraugiense ad a. 1083: «Castellum Crescentii quod vulgo domus Theoderici appellatur».

[266]. A proposito di templi Ranulfo Higden nota, e questa volta, come pare, di sua propria autorità: «Hic advertendum est quod in Roma tria tantum templa fuerunt quae flamines habuerunt, id est pontifices idolorum, sic dicti quasi filamines a filo quod ligabant sibi in capite, quando non poterant prae calvitate diebus festivis pileum deferre. Nam in templo Jovis ministrabat flamen dialis, quia Jupiter vocabatur Diespiter, id eat diei pater. Item in templo Martis fuit flamen Quirinalis, nam Romulus dicebatur Quirinus».

[267]. Submissales.

[268]. L. II, c. 125.

[269]. Op. cit., l. V, c. 7.

[270]. Essa si trova nel cod. 1661 della Riccardiana in Firenze, contenente varie leggende in dialetto veneto, ed è quella stessa che porge argomento alla nota Rapprasentazione di Rosana. Ne trascrivo il principio che si lega anche con le leggende del Colosseo. Comincia al f. 36 r.

Una molto bella legenda de una Regina de Roma che have nome Rosane e de lo re Hausterio suo marito.

Al tempo de Rabon imperatore de Roma havea in Roma sexanta re e sesanta regine incoronati, et era lo dicto imperatore lo più crudele e lo pezore che zamai fosse veduto contra li Cristiani amici di dio. Et in ogni parte ove podesse savere che nessuno ge n'avesse tuti li faceva prendere e cum diversi tormenti li faceva morire, imperciò che ello era pagano e adorava le ydole sorde e mute, fatte per mane de homo, i quali non podevano valere nè a loro nè altrui. Et in quello medesimo tempo hauea in Roma una Regina la quale haveva nome la Reina Rosana, et era la più bella e la più savia da scritura e de seno naturale che tute le altre Regine, sì che la fanno donna loro e commandatrice de tute le altre Regine. E questa Regina Rosana haveva uno suo marito lo quale haveva nome lo Re Austerio, e bene li seguitava lo nome, perchè ello era molto crudele e reo contra li Cristiani, et era lo più possente e lo più richo de nesuno de li altri Re de Roma, e non haveva alguno figiolo, nè maschio nè femena, e de zo ne stavano in grande pensamento. E la Regina Rosana ne stava in grande pensamento e diceva: Se io potesse havere figiolo io mi terrei la più graciosa Regina de questo mondo. Or avene uno zorno che la Reina Rosana andoe al Coliseo di Roma, nel quale stava uno ydolo, lo quale haveva nome l'idolo Pantaleo, nel quale stava uno demonio che havea nome Astaroth, e rendeva responsione a chi parlava cum lui, et era lo mazore idolo di tuta Roma, si che tutti i Romani haveva in lui grande divocione a quel tempo. E questa Raina Rosana fo dinnanzo da lui inzinochiata, e pregollo molto divotamente che li desse figiolo, e felli grandissimi doni e grande offerte, e tuta notte si li stete innanzo inzinochiata, et in sua compagnia tenne cento donne, e cento donzelle, mogiere e figiole de conti e de baroni, e fo tanta la cera che si arse in quella notte che valse cento besanti d'oro. E quando venne la matina a l'alba del die questo ydolo Pantaleo rispose a la Reina Rosana e disse a lei: Andarai e tornerai, e farai holochausto e sacrifficio a tuti li altri ydoli di Roma, e grandemente offerirai loro, e quando avrai zo fatto io t'imprometto che la prima volta che tu usarai col tuo marito tu te ingravidarai uno figiolo maschio, lo quale serae conducitore e governatore del popolo Romano. E la Raina Rosana andoe incontenente, et hebe fornito tuto quello che l'idolo Pantaleo havea ditto.

Nella Rappresentazione di Rosana il Re e la Regina vanno a raccomandarsi al dio Marte.

[271]. Photii Bibliotheca ex recensione Immanuelis Bekkeri, v. I, Berlino, 1864, p. 63, col. 1ª.

[272]. Fra gli altri la riferisce anche Ranulfo Higden: «Item Beaneus Apollo confectionem quandam sulphuris et nigri salis inclusit in vaso aeneo, quam candela consecrata incendit, et balneum ibi fecit cum thermis perpetuo calentibus».

[273]. Item juxta palatium Augusti est murus coctilis descendens per portam Asinariam a summis montibus, qui immensis fornicibus aquaeductum sustentat; per quem amnis a montanis fontibus per spatium unius dietae urbi illabitur, qui aereis fistulis postmodum divisus universis palatiis Romae quondam influebat. Fluvius namque Tiberis equis est salubris, sed hominibus noxius; quamobrem a quatuor urbis partibus per artificiosos meatus veteres aquas recentes venire fecerunt; quibus, dum res publica floruit, quicquid libuit consummare licuit.

Vedi ciò che dell'acquedotto romano di Treveri si dice nei Gesta Treverorum, ap. Pertz, Script., t. VIII, p. 132.

[274]. Urlichs, Codex, p. 48.

[275]. Id., ibid., p. 51.

[276]. Id., ibid., p. 52.

[277]. «Hae sunt aguliae que erant in urbe, et ubi, et quomodo et per quam causam, et quorum ornamentis. Duae magnae millae centum duodecim pedum; alia octoginta steterunt in circo Prisci Tarquinii mirifice posita, ubi nunc horti sunt caulium». E la versione italiana: «Due grande di mille cento duo piedi: una altra di octanta stette nel circo di Tarquinio Prisco, mirabilmente posta, dove hora sono gli horti delle erbe».

[278]. Questo racconto si ritrova con qualche leggiera variante nelle redazioni posteriori dei Mirabilia, alle quali si raccosta Ranulfo Higden, che pure, benchè più in succinto, lo riferisce.

[279]. L'edizione veneziana del 1501, la milanese del 1826, la veneziana del 1835 (l'altra, pure veneziana, del 1820 non l'ho potuta riscontrare) leggono concordemente:

Vedi i cavai di marmo e vedi i due

Che gl'intagliaro appunto come leggi;

dove non si capisce più nulla, o si capisce solo che gli editori hanno voluto ridare a Prassitele o a Fidia l'antica e genuina lor qualità. La lezione da me recata è del cod. Torinese, e si accorda in tutto con la leggenda.

[280]. Pertz, Script., t. XXII, p. 388-90. È tratta da un cod. del XIV secolo.

[281]. Equi eburnei septuaginta quatuor dispersi in locis, ubi causa magnificentiae positi erant, ut quos Constantinus Errachii (l. Constans Heraclii, cioè Costante figliuolo di Eraclio) secum tulit per maiori parte, quando ivit in Siciliam Syracusasque, ubi interfectus a suis familiaribus anno eius quinto, Saraceni postea venientes de Damasco in Siciliam et in Syracusas praedicta omnia ista tulerunt portantes. — L'anonimo Einsiedlense, che nell'VIII secolo descrisse Roma qual era, registra solamente il cavallo di Costantino e i cavalli marmorei.

[282]. Fazio degli Uberti:

Vedi l'arco di Plisco onde già tolse

Costantin li cavalli allora ch'ello

Lasciando me a Bisanzio si volse.

Il Jordan (Op. cit., v. II, p, 392) pensa debba leggersi vedi 'l circo di Prisco, e dei cavalli del circo di Prisco dice la Graphia: «portati sunt a Constantino imperatore (intendi sempre Costante II) cum omni ornatu facto ex aere in Constantinopolim, Damascum et Alexandriam». Ma a quei versi di Fazio il Capello fa il seguente commento: «L'archo di Plischo è quel grande presso al coliseo ch'altri dice che fu facto a Tito, e da lì tolse i cavalli Constantino, e mandoli a Constantinopoli onde poi funo tolti, e portati per venetiani, e posti in lo tempio di San Marcho supra la intrata in Venetia». Non ripugna punto il credere che nel medio evo fosse stato dato all'arco di Tito più comunemente conosciuto sotto il nome di arcus septem lucernarum, anche il nome di arco di Plisco o Prisco, derivato dal Circo di Tarquinio Prisco, ch'era lì accosto.

[283]. Erat quoque in domo quadam ferreum simulacrum Bellerofontis pondere quindecim millia librarum, in aere cum equo suo suspensum, nulla catena superius aut stipite inferius sustentatum, sed lapides magnetes in arcubus testudinum, sive fornicibus arcuatis circumquaque ponebantur, et hinc inde proportionali attractione simulacrum in medio servabant, ita ut nullicubi posset dissilire. — Di questo prodigio, che ricorda l'altro simile della tomba di Maometto, si narra anche nel De septem mundi miraculis attribuito a Beda. «Quartum miraculum, simulacrum Bellerophontis ferreum cum equo suo in summa civitate suspensum, ecc.». Qui la città non si nomina altrimenti, ma quella summa civitas potè far credere si trattasse di Roma, e tale fu, credo, la ragione che indusse Ranulfo, o altri che lo precedette, a porre tra le meraviglie di Roma anche il cavallo di Bellerofonte. Se non che summa civitate è, senza dubbio un errore di copista. In un manoscritto della Laurenziana (pl. XX. 48) da me veduto, si legge in Smirna civitate, e questa è la lezione corretta. Plinio racconta (Hist. Nat., XXXIV, 42): «Magnete lapide Dinochares architectus Alexandriae Arsinoes templum concamerare inchoaverat, ut in eo simulacrum ejus e ferro pendere in aere videretur. Intercessit mors et ipsius, et Ptolemaei, qui id sorori suae jusserat fieri». Ciò ripete Isidoro di Siviglia, Originum, VI, 20. Di un simulacro sospeso nel tempio di Serapide parlano S. Agostino, De Civitate Dei, XXI, 6, e Suida, s. v. Μαγνῆτις. Di una statua ferrea di Mercurio sospesa per virtù di calamite nella città di Treveri, parlano i Gesta Treverorum (ap. Pertz, Script.V, t. VIII, p. 132), Giovanni d'Outremeuse (Op. cit., t. I, p. 16) e altri. Ciriaco d'Ancona che viaggiò in Europa, in Africa, in Asia, aveva veduto le sette meraviglie del mondo, fra l'altre anche la statua di Bellerofonte. Almeno così afferma Leonardo Dati:

Vidisti insculptos divos et martia bella

Quae gesserunt, et Bellerophonti equum.

Itinerarium, edito dal Mehus, p. 6.

[284]. Dell'Albeston così parla la Graphia: «Sancta Balbina in Albiston fuit mutatorium Cesaria. Ibi fuit candelabrum factum de lapide albiston, qui semel accensus, ac sub divo positus nunquam aliqua ratione extinguebatur... Qui locus ideo dicitur Albeston quod ibi flebant albe stole imperatorum». Esso è ricordato anche da Fazio degli Uberti:

E guarda l'Albescon e Settesoglio.

Così correttamente l'edizione del 1820; tutte l'altra hanno:

E guarda l'Obelisco e Settesoglio.

[285]. Narra Beniamino Tudelense che nella chiesa di Santo Stefano gli furono mostrate due colonne di bronzo, opera del re Salomone, le quali sudavano tutti gli anni nel nono giorno di luglio.

[286]. L. VIII, c. 3.

[287]. Questo nome è in più particolar modo applicato agl'imperatori romani, ma serve anche a denotare tutti gli Europei. Circa la significazione precisa e circa l'origine di esso si fecero parecchie congetture. Secondo il geografo persiano Al Biruni (m. 1038) i Cesari erano figli di Asfar, cioè Sufar, figlio di Nefar, figlio di Esaù, figlio di Abramo. Ebn-Khallikan racconta a questo proposito una curiosa storia riferita dal Quatremère, Mémoire sur l'ouvrage intitulé Kitab alagâni, Journal asiatique, 1835, p. 388-91, n. V. sulla ragione di quel nome una congettura di Silvestro de Sacy, Notice d'un manuscrit hébreu, ecc. Notices et Extraits des manuscrits, v. IX, p. 437-8, n., ripetuta nel Journal asiatique, 1836, p. 94-6, ma resa superflua da una nota dell'Ascoli, inserita nella Zeitschrift der deutschen morgenländischen Gesellschaft, v. XV, p, 143-4. V. anche Erdmann, Ueber die sonderbare Benennung der Europäer, ecc., nella Zeitschrift suddetta, v. II, p. 237-41.

[288]. Traggo la più gran parte delle favole arabiche seguenti da uno scritto del Guidi, intitolato Roma nei Geografi arabi, e inserito nel v. I, p. 173-218, dell'Archivio della Società romana di Storia patria.

[289]. Il Gorionide (op. cit., l. I, c. 3) dice che i Romani fecero lastricare di rame il Tevere per la lunghezza di diciotto miglia.

[290]. Di una pietra sola, o piuttosto scavato tutto intero nella pietra di un monte, si disse anche il teatro di Eraclea, che figura in alcuni elenchi tra le sette meraviglie del mondo.

[291]. Ibn Khaldun (1332-1406) nel libro I dei suoi Prolegomeni storici si fa beffe di questa favola. Not. et Ext. d. manusc., v. XIX, parte Iª, p. 75.

[292]. Ibid., p. 152.

[293]. V. per esempio Wuestenfeld, Die älteste aegyptische Geschichte nach den Zauber- und Wundererzählungen der Araber in Orient und Occident, v. I, p. 326-40.

[294]. Nel trattato Báva Báthra si dice che nella città di Zippore sono cent'ottantamila vie per i soli venditori di certa derrata.

[295]. Eisenmenger, Entdecktes Judenthum, v. I, p. 411.

[296]. V. 638-9.

[297]. L. III, c. 4, cod. della Casanatense d, I, 4, p. 62, col. 1ª e 2ª, cod. della Laurenziana, pl. XLIII, 21, f. 20 r.

[298]. Questo monte è il Mons testarum, o Monte testaccio, formato veramente di rottami di vasi, ma di cui non si conosce la origine. La favola dei vasi contenenti i tributi trovasi narrata anche altrove. Parlando di Porta Portuense, Giovanni Cavallino nel l. VI, c. 41, del già citato suo libro dice: «Alias huiusmodi dicitur porta erea ab ere, quod est tributum priscis temporibus prestari solitum Romanis a singulis Regibus et provinciis universis per singula quinquennia, et portabatur ad urbem per eos et questorea huiusmodi tributorum per rates et navigia quam plurima vasis terreis plena eris (sic) per mare usque Romam in regione transtiberina ab olim nuncupata Ravenna, eo quod ipsa regio olim erat portus et refugium navium predictarum, et huiusmodi vasa terrea in quibus tributa huiusmodi portabantur frangebantur, ex quibus fragmentis factus fuit quidam acervus sive cumulus elevatus in altum, qui romano ydiomate dicitur hodie mons testacie, idest testarum acervus, positus inter Tyberim et portam Tergeminam, vel Capenam, ubi hodie, singulis annis quibus in pace Romana Civitas gubernatur, ludus maximus celebratur a populo et iuventute Romanorum equestri. Ex alto montis eiusdem emittuntur quadrige, seu currus rotarum, cum tauribus agrestis et aliis silvestribus animalibus precipitantibus dictas quadrigas et rotas currus a ruo dictas». Parlando nello stesso libro VI, c. 27, della porta Metaura (l. Metronia, o Metronis), Giovanni nota: «Porta Metaura dicitur a meta, quod est mensura, quia aurum, idest tributum provinciarum quod dabatur questoribus Romanorum ab hominibus universi orbis, mensurabatur et cumulabatur ibidem. Et postea per custodes erarii, decreto Senatus populique Romanorum sic mensuratum, sub clausura et fida custodia in erario publico servabatur».

[299]. Nel vol. I, dell'opera intitolata: Die teutschen Päpste nach handschriftlichen und gedruckten Quellen verfasst, Ratisbona, 1839.

[300]. Le gemme incise e figurate di cui si parla nei Lapidarii del medio evo, e a cui si attribuiscono virtù meravigliose, altro non sono che gemme antiche, greche e romane.

[301]. V. Wright, On antiquarian excavations and researches in the middle ages. Essays on archaeological subjects, Londra, 1861, v. I, p. 268-93.

[302]. Stimo assai probabile che dal ritrovamento di qualche cimelio antico traesse l'origine la seguente favola narrata da Guglielmo Neubrigense (1136-1208) nella sua storia De rebus anglicis, l. I, ed. di Parigi, 1610, p. 96-8. «In provincia quoque Deirorum, haud procul a loco nativitatis meae, res mirabilis contigit, quam a puero cognovi. Est vicus aliquot a mari Orientali miliariis distans, iuxta quem famosae illae aquae, quas vulgo Vipse vocant, numerosa scaturigine e terra prosiliunt, non quidem iugiter, sed annis interpositis, et facto torrente non modico per loca umiliora labuntur, quae quidem cum siccantur signum bonum est, nam eorum fluxus futurae famis incommodum non fallaciter portendere dicitur. Ex quo vico rusticus quidam ad salutandum amicum in proximo vico commorantem profectus, multa iam nocte minus sobrius remeabat. Et ecce de proximo tumulo quae saepius vidi, et duobus vel tribus stadiis a vico abest, voces cantantium et quasi festive convivantium audivit. Miratus quinam in illo loco solemnibus gaudiis intempestae noctis silentium rumperet, hoc ipsum curiosius inspicere voluit, vidensque in latere tumuli ianuam patentem, accessit et introspexit, viditque domum amplam et luminosam, plenamque discumbentibus, tam viris quam foeminis, tanquam ad solemnes epulas. Unus autem ministrantium aspiciens stantem ad ostium, obtulit ei poculum. Quo illo accepto consulte noluit bibere, sed effuso contento et continente retento concitus abiit, factoque tumulto in convivio pro sublatione vasculi, et persequentibus eum convivis, pernicitate iumenti quo vehebatur evasit, et in vicum cum insigni se praeda recepit. Denique hoc vasculum materiae incognitae, coloris insoliti, et formae inusitatae, Henrico seniori Anglorum Regi pro munere oblatum est, ac deinde fratri Reginae David scilicet Regi Scotorum contraditum annis plurimis in thesauris Scotiae servatum est, et ante annos aliquot (sicut veraci relatione cognovimus) Henrico secundo illud aspicere cupienti a Regem Scotorum Guillelmo resignatum». Il tumulo parrebbe accennare a qualche antico sepolcro dove il vaso sarebbe stato trovato.

[303]. Hist. Franc., epitom., c. LXXXVIII.

[304]. Chronicon, ad a. 585.

[305]. V. Variamandus, Historische Nachrichten von unterirdischen Schätzen, welche in alten Kirchen, Schlössern, Klöstern und Höhlen verborgen gelegen, und theils glücklich gehoben worden, theils ober noch in dem Schoosse der Erden vergraben sind. Francoforte e Lipsia, 1738.

[306]. Regio XIV. Transtiberim. Herculem sub terra medium cubantem, sub quem plurimum aurum positum est. Nel De regionibus non si fa menzione di ciò.

[307]. Unde habent ortum illi de Columpna de Roma sicut invenitur in quadam chronica, Chron. Imag. mundi, in Mon. Hist. pat., Script., t. III, col. 1603-4. Ho racconciata la punteggiatura. Di questa storia non mi venne fatto di trovare vestigio altrove.

[308]. L'arco di Portogallo, così chiamato perchè ivi presso era l'abitazione del cardinale ambasciatore di Portogallo, aveva avuto prima parecchi altri nomi: arco dei trofoli, o dei retrofoli (trofei?), arcus ad tres falciclas, arcus Octaviani. Sorgeva presso San Lorenzo in Lucina e fu demolito l'anno 1662. Probabilmente era quest'arco intitolato a Marc'Aurelio. V. Nardini, Roma antica, ed. del Nibby, Roma, 1818-20, v. III, p. 115-7; Jordan, Op. cit., v. II, p. 415-6.

[309]. Flaminio Vacca narra la storia del Goto e dell'Arco di Portogallo due volte nelle sue Memorie di varie antichità, scritte nel 1594, e cioè nei §§ 11 e 103 (ap. Nardini, op. cit., t. IV, p. 9 e 40). Nel secondo dice di questa maniera: «Mi ricordo che al tempo di Pio IV, capitò in Roma un Goto con un libro antichissimo che trattava d'un tesoro con un serpe, ed una figura di bassorilievo, e da un lato aveva un cornucopio e dall'altro accennava verso terra; e tanto cercò il detto Goto che trovò il segno in un fianco dell'arco; ed andato dal Papa gli domandò licenza di cavare il tesoro, il quale disse che apparteneva a' Romani ed esso andato dal popolo ottenne grazia di cavarlo, e cominciato nel detto fianco dell'arco a forza di scarpello entrò sotto, facendovi come una porta: e volendo seguitare, li Romani dubitando non ruinasse l'arco, a' sospetti della malvagità del Goto, nella qual nazione dubitavano regnasse ancora la rabbia di distruggere le romane memorie, si sollevarono contro di esso, il quale ebbe a grazia andarsene via, e fu tralasciata l'opera». Degli uomini ignoti che cavarono nel circo di Caracalla, dice Flaminio nel § 81 (p. 33): «Questi si tiene fossero Goti, che con qualche antica notizia trovassero questo tesoro».

[310]. Epistola ad Arnoldo di Lubecca, ap. Leibnitz, Script., rer. Brunsv., v. II, p. 698.

[311]. Sarebbe questo barbarus nome proprio?

[312]. Cap. 107, ed. dell'Oesterley, pag. 438-9.

[313]. Si ricordi quanto nella novella di Zobeide delle Mille e una Notte è narrato della città meravigliosa, i cui abitanti sono convertiti in pietra. Di una città consimile, la quale non può essere visitata che dai veri credenti, si narra pure dagli Arabi in Egitto.

[314]. De Gestis regum Anglorum, l. II, ap. Pertz, Script., t. X, p, 462-3: «Erat iuxta Romam in Campo Martio statua, aerea an ferrea incertum mihi, dextrae manus indicem digitum extentum habens, scriptum quoque in capite: Hic percute. Quod superioris aevi homines ita intelligendum rati quasi ibi thesaurum invenirent, multis securium ictibus innocentem statuam laniaverunt. Sed illorum Gerbertus redarguit errorem, longe aliter ambiguitate absoluta. Namque meridie, sole in centro existente, notans quo protenderetur umbra digiti, ibi palum figit. Mox superveniente nocte, solo cubiculario laternam portante comitatus, eo contendit. Ibi terra solitis artibus dehiscens, latum ingredientibus patefecit introitum. Conspicantur ingentem regiam, aureas parietes, aurea lacunaria, aurea omnia, milites aureos aureis tesseris ludentes quasi animum oblectantes, regem metallicum cum regina discumbentem, apposita obsonia, astantes ministros, pateras multi ponderis et pretii, ubi naturam vincebat opus. In interiori parte domus carbunculus, lapis imprimis nobilis et parvus inventu tenebras noctis fugabat. In contrario angulo stabat puer, arcum tenens extento nervo et harundine intenta. Ita in omnibus, cum oculos spectantium ars pretiosa raptaret, nihil erat quod posset tangi etsi posset videri. Continuo enim ut quia manum ad contingendum aptaret, videbantur omnes illae imagines prosilire et impetum in praesumptorem facere. Quo timore pressus Gerbertus, ambitum suum fregit. Sed non abstinuit cubicularius, quin mirabilis artificii cultellum, quem mensae impositum videret, abriperet, arbitratus scilicet in tanta praeda parvum latrocinium posse latere. Verum mox omnibus imaginibus cum fremitu consurgentibus, puer quoque, emissa harundine in carbunculum, tenebras induxit. Et nisi ille monitu domini cultellum reicere accelerasset, graves ambo poenas dedissent. Sic insatiata cupiditatis voragine, laterna gressus ducente, discessum».

[315]. Spec. hist., l. XXV, c. 99.

[316]. Chronica Albrici Monachi Trium Fontium a monacho Novi Monasterii Hoiensis interpolata, ap. Pertz, Script., t. XXIII, p. 777. L'autore dice di non sapere se la statua fosse di bronzo o di oro.

[317]. Reductorium morale, l. XIV, c. 72: «Romae fuit antiquitus statua cuprea cuius scriptura talis erat: Calendis Martii oriente sole habebo caput aureum. Cum igitur nullus sciret interpretari quid hoc esset, post multa tempora quidam astute notavit quo umbra statuae protendebatur in ortum solis Calendis Martii, et fodiens ibi thesaurum auri permagnum invenit.»

[318]. CLXXII. Escritores en prosa anteriores al siglo XV, Biblioteca de Autores españoles del Rivadeneyra, tomo LI, Madrid, 1859.

[319]. Si narra poi come il valentuomo fu degnamente premiato dell'opera sua.

[320]. L. XXVI, c. 17.

[321]. Scelta di curiosità letterarie, dispensa CLVIII, Bologna, 1878, p. 154-6.

[322]. L. III, ed. di Venezia, 1543, f. 60, v. e 61 r.

[323]. Ap. Pistorius, Scriptores, ed. dello Struvio, t. III, pagine 97.

[324]. Vita Leonis IX.

[325]. Rerum Hungaricarum dec. II, l. 2.

[326]. Ed. dell'Oesterley, n. 265, p. 667.

[327]. Cod. dalla Bibl. Naz. di Torino I, II, 15, f. 79 v.

[328]. Rer. Memor., I. III, c. 2, De astutia (Recentiores, Innominatus): Illud quoque satis callidum, si modo verum, quod non multis retro saeculis contigisse quidam memorant. Erat in Sicilia (ut aiunt) ingens statua, quae in loco notissimo, ab extrema hominum memoria intacta permanserat, in qua literis vetustissimis insculptum erat: Calendis Maiis habebo caput aureum. Enimvero id ludicrum commentum quidam credidere, alii nudum verborum sonum secuti, eo vanitatis excesserant, ut in die Cal. statuae caput terebrarent, ubi cum nihil praeter solum marmor invenissent, fabularum ac risus materiam vulgo dederunt. Unus tandem antiquitatem statuae simul atque artificium contemplatus cogitansque in re tam seria aliquid praeter fabulam latere, scripturam ab omnibus conspectam, sed a nemine intellectam, acutiori penetravit ingenio. Siquidem die Cal. redeunte, animo atque oculis intentus, ortum solis operiens, locum ubi caput statuae primis radiis umbram iaceret, diligenter consignavit. Illic postea clam et ex commodo suffodiens magnum auri pondus reperit.

[329]. O chi altri si sia l'autore della Ystoire de li Normant pubblicata dal Champollion-Figeac, Parigi, 1835. V. Wilmans, Ist Amatus von Montecasino der Verfasser der Chronica Roberti Biscardi? nell'Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde, t. X, p. 122-30.

[330]. V. Von der Hagen, Gesammtabenteuer, Stoccarda e Tubinga, 1850, V. II, p. 525-7, dove è riportato il testo.

[331]. Codino, De signis Constantinopolitanis, Excerpta de antiquitatibus Constantinopolitanis, Bonos, 1843 (Corp. Script. Hist. Byzant.), p. 67.

[332]. La traggo dal codice già citato dell'Universitaria di Bologna. Questo medesimo racconto, salvo alcune leggiere varianti, pubblicò di su un codice ravennate, contenente parecchie relazioni storiche della città di Ravenna, il Muratori, Script., l. I, parte Iª, p. 575.

[333]. Traduzione francese di C. Barbier de Meynard e Pavet de Courteille, v. II, p. 297.

[334]. V. la Kaiserchronik, ed. del Massmann, vol. I, v. 651-64, v. III, p. 550-2.

[335]. Polychronicon, l. I, c. 41. Essi sono citati come di un Alfredo.

[336]. Ottaviano Augusto è anche altrove ricordato assai spesso come ricchissimo. Hans von Buehel, Diocletianus Leben, herausgegeben von Adelbert von Keller, Quedlinburgo e Lipsia, 1841, v. 2051-4:

Ze Rome auch ein keiser sasz

Der vast rich und mechtig was

Es hat vil goldes und wite lant

Er was Octavianus genant.

Versione catalana metrica dei Sette Savii edita dal Mussafia, Vienna, 1876, v. 1182-3:

Octovia l'emperador

avia molt gran trezor.

[337]. Ap. Pertz, Script., t. X, p. 463-4.

[338]. Spec. hist., l. XXV, c. 100.

[339]. Reductorium morale, l. XIV, c. 72.

[340]. Ap. Pistorius, Script., ed. dello Struvio, t. III, p. 97.

[341]. Siami lecito di recarne qualche altro esempio. In un'opera manoscritta in più volumi che si conserva nella Bibl. Nat. di Parigi, segnata Fr. 377-379, e intitolata Histoire du monde, si legge nel v. III, f. 44 v., 45 r. la storia seguente, che si spaccia tratta da Plinio. «Comme il nous baille exemple de cellui qui avoit mis son tresor a l'entree de ung petit porche soubz le pavement qui estoit d'arain par dessoubz et estoit concave, et le raemplit tout de vif argent, et leans avoit ymaiges de serpens et de grans villains qui tenoient en leurs poins gros bastons et grosses massues. Et si y avoit des archiers tenans arcs entenduz et flesches encochiees. Et se aucun leans entroit au premier pas qu'il faisoit leans tous le pois du vif argent se enclinoit la pesanteur. Et ainsi esmouvoit toutes les dictes ymaiges selon ycelles diverses proporcions. Et sembloit que les serpens qui avoient la gueulle ouverte deussent devourer touz ceulx qui leans vouloient entrer. Et aussi les archiers gectoient et tiroient leurs fleiches contre ceulx qui leans vouloient entrer. Et les villains de leurs gros bastons se esforçoient de fort ferir. Et ainsi les larrons qui les tresors de leans vouloient ravir et embler s'en retournoient et fuyoient touz esbahis et espoventes de la faerie et des enchantemens dessusdiz sans rien des tresors de leans emporter». Racconta l'Happel nelle sue Gröste Denkwürdigkeiten der Welt, oder sogenannte Relationes curiosae, Amburgo, 1663 segg., parte 1ª, p. 229 segg., che un cavaliere tedesco e alcuni frati napoletani penetrarono una volta nella Grotta della Sibilla, presso Pozzuoli. Uno dei frati che faceva da guida, raccomandò ai compagni di serbare il silenzio, e di non prendere nè toccare nessuna delle cose che si offrirebbero loro alla vista. Passano oltre, e giungono, dopo lungo cammino, in certe cavità, le cui pareti erano d'oro e d'argento misto a pietre preziose e il suolo sparso di gemme. Quivi trovano una immagine gigantesca di donna, di terribile aspetto. Uno dei frati si lascia vincere dalla tentazione, e raccoglie di terra una gemma. Incontanente si spengono i lumi tra le mani degli esploratori, che a grande stento, in mezzo alla più profonda oscurità, e per angusti e malagevoli meati, riescono a ritrovare l'uscita.

[342]. Questa credenza è espressa in molte opere ascetiche e storiche, come pure in parecchi misteri della venuta dell'Anticristo e del Giudizio Universale. Nella testè citata Histoire du monde, v. III, f. 45 r. e v., si trova a tale proposito il seguente passo: «Item dit Plinius que moult de telz tresors sont muciez soubz les montaignes, qui sont la reservez jusques au temps de l'Antecrist. Et nous met exemple de cellui a qui le deable dist: ««Quant tu tel tresor treuves tu ne le puez avoir ne possider, car nostre maistre Lucifer le reserve et garde diligemment pour son grant amy Antecrist, qui brief viendra, qui a ses bons amis lors les departira»». Item dit Plinius que en Appule pres de Naples, comme dit la commune et ancienne opinion, a dessoubz les montaignes grans et nobles palais, ou moult a de grans tresors, qui la sont par enchantement cachiez et muciez par science diabolique, lesquels sont aus hommes impossibles a trouver». In questo curioso libro molte altre strane favole si trovano, riferite sotto il nome di Plinio, o di Solino.

[343]. Nel Dolophatos di Giovanni di Alta Selva, che è il testo primitivo latino, il nome di Ottaviano ancora non comparisce. «Fuit antiquo tempore rex quidam magnus et potens, qui congregandi thesauros maximam curam habens, magne altitudinis turrim auro, argento preciosisque quibusque rebus usque ad summum repleverat». Ed. dell'Oesterley, Strasburgo e Londra, 1873, p. 45. Esso si trova invece nel racconto della Diocletianus Leben di Hans von Buehel, nella versione catalana dei Sette Savii, nel Romans des Sept Sages pubblicato dal Keller, e in parecchie altre versioni francesi, nelle versioni italiane, ecc. Anche qui abbiamo uno dei soliti casi di attrazione. Questa storia ricomparisce, ma molto alterata, nel Pecorone, Giorn. IX, nov. 1ª. Nei Compassionevoli avvenimenti di Erasto, c. XV, il fatto si pone in Egitto, ed è noto che in origine esso è quello stesso della storia del re Rampsinit, narrata da Erodoto, o della storia di Trofonio, narrata da Pausania. V. Altdeutsche Blätter dell'Haupt, 1835, p. 143.

[344]. Li romans des sept sages, pubblicato dal Keller, Tubinga, 1836, v. 2850-3.

[345]. Il Libro dei Sette Savj di Roma, edito dal D'Ancona, Pisa, 1864, p. 27. Il testo francese di cui l'italiano altro non è che una traduzione, nomina qui la tor del Croissant, la quale si trova ricordata pure nel poema intitolato La destruction de Rome, nel Balan e altrove. Gaston Paris crede si tratti del Castel Sant'Angelo, che spesso si trova chiamato Castellum Crescentii (Histoire poétique de Charlemagne, Parigi, 1865, p. 251), ed è probabile congettura. Giova ricordare tuttavia che v'erano ancora in Roma la torre Crescenza, di proprietà dei Crescenzii, fuori Porta Flaminia, e la torre di Crescenzio, altrimenti detta di Cola di Rienzo, o casa di Pilato.

[346]. V. Schmidt, Beiträge zur Geschichte der romantischen Poesie, Berlino, 1818, p. 119-24. Enenkel racconta che a Claudio fu versato in bocca dell'oro fuso. Cf. Massmann, Kaiserchronik, V. III, pp. 632-3.

[347]. Ed. del Grässe, c. CLXII (157).

[348]. Eisenmenger, Entdecktes Judenthum, p. 769-70.

[349]. Giovanni d'Outremeuse dà a Romolo e agli altri re il titolo d'imperatori: sino da allora i Romani signoreggiarono tutto il mondo.

[350]. Alberto da Carrara, De constitutione mundi, trattato XIV, c. 4.

[351]. V. 211-4.

weder ûf der erde noch ûf dem mere

nemohte sich ir nieman irweren,

sie ne wurden in gehörsam

unde ze Rome undertân.

[352]. L. I, ap. Pertz, Script., t. XI, p. 598.

[353]. Capitolium quod erat caput mundi, ubi consules et senatores morabantur ad gubernandum orbem, cuius facies cooperta erat muris altis et firmis diu super fastigium montis vitro et auro undique coopertis et miris operibus laqueatis. Infra arcem palatium fuit miris operibus auro et argento et aere et lapidibus pretiosis perornatum, ut esset speculum omnibus gentibus. Descriptio plenaria totius urbis. — Ideo dicebatur aureum Capitolium, quia prae omnibus regnis totius orbis pollebat sapientia et decore. Id. — Capitolium erat caput mundi ubi consules et senatores morabantur ad gubernandum orbem. Cuius facies cooperta erat muris altis et firmis super fastigio montis vitro et auro undique coopertis et miris operibus laqueatis ut esset speculum omnibus gentibus. In summitate arcis super porticum crinorum fuit templum Iovis et Monete. In quo erat aurea statua Iovis sedens in aureo trono. Graphia aureae urbis Romae. — Est ibi quoddam castellum quod dicitur Capitolium. Fuit caput mundi, ubi consules et senatores morabantur ad consulendum urbem et totum orbem. Cuius facies cooperta fuit muris altissimis, et in sumitate intus ereo et deaurato cooperto infra arcem (sic). Quod dicitur tertiam partem mundi valere, quod fuit permagna parte auro et lapidibus pretiosis perornatum. Giacomo da Acqui, Chronicon. — In un testo dei Mirabilia, che si conserva manoscritto a Stoccarda, si legge similmente: «Dicebatur tertiam partem mundi valere, quod fuit pro magna parte aureum et preciosis lapidibus perornatum». (V. Massmann, Kaiserchronik, v. III, p. 423). Palacii Capitolii adhuc patent vestigia, et posito quod multas conditiones mutaverint, tamen satis representantur: sed templa et alia quae in eo fiunt tacemus per nunc, sed dicam inferius, posito quod in ruina totum iam diu sit, sed volo tacere. Verbum autem per Cassiodorum dictum ubi facit mentionem de septem maioribus aedificiis mundi, qui in fine ponit quae mirifica Romae, et excelsa Capitolii inextimabilia nomina fuisse et in suo conceptu ignorat dare figuram nec terminum. Anonymus Magliabecchianus. — (Numa) fundamenta Capitolii iecit quod postea constructum a Romanis unum de septem mirabilibus mundi fuit. Nam ipsum Capitolium Romae Salvatio civium maior quam civitas. Chronica regia S. Pantaleonis ap, Eccard, Corpus historicorum medii aevi, t. II, p. 695. — Capitolium.... omnium caput arcemque terrarum. Petrarca, Epistola a Filippo di Vitry, dell'anno 1350. Nella Fiorita di Armannino Giudice è scritto: (conto XXX, cod. Laurenz, pl. LXII, 12): «Septe colli a dentro a Roma, ond'ella si chiama ciptà di VII cholli. In su uno di quegli colli, il quale nel meczo di Roma risiede, ivi fu quello deficio che Campo d'oglio si chiama, il quale per lectera viene a dire campo d'Itallia, però che in quello sedeano gli magistrati, i quali rendeano ragione agl'italiani e a tucto il mondo. Ma perchè Ytalia era membro di Roma, decto fu quello luogho d'Italia chapo». — La magnificenza del Campidoglio fu deplorata come eccessiva da alcuni fra gli stessi scrittori latini. I poeti ce lo dipingono sfavillante d'oro, ed è vero che Stilicone si portò via le lamine d'oro che ne vestivano le porte, e Genserico le tegole dorate.

[354]. V. circa questa tradizione Orioli, Caput Toli e la sua leggenda, Annali di corrispondenza archeologica, 1834. Zonara, il quale visse nella prima metà del XII secolo, narra di questo teschio una storia abbastanza stravagante che qui non importa riferire. Comp. Histor., De Romanorum primordiis.

[355]. Joly, Op. cit., v. II, p. 320.

[356]. L. II, c. 31.

[357]. Ciò è ricordato anche da Ranulfo Higden, Polychronicon l. I, c. 24: «Item in Capitolio, quod erat altis muris vitro et auro coopertis, quasi speculum mundi sublimiter erectum, ubi consules et senatores mundum regebant, erat templum Iovis in quo statua Iovis aurea in throno aureo erat sedens».

[358]. Pubblicato dal Preller nel Philologus, v. I, p, 103.

[359]. Ad a. 886, ap. Pertz, Script., t. III, p. 538-9.

[360]. Nel commento al carme CI di San Gregorio Nazianzeno, ap. Mai, Spicilegium Romanum, v. II. parte 2ª, p. 221: ..... οἱ δὲ φασὶ τὸ ̔Ρώμης Καπεῖτώλιον· ἔστι γαρ κτίσμα μέγα περιβόλοις συνεχόμενον ἐν ῷ πλήθη Ζωδίων ἐστίν καὶ σημεῖον ἑκάστω τούτων ῆν ποτὲ· καὶ γαρ φασὶ κώδονας ἐκ χειρός ἀποκρεμασθῆναι τουτών. Ζωδίον δὲ καὶ ἔθνος ῆν ἅπαν, ὅπερ φησὶν ἐσήμαινεν διὰ τοῦ κώδονος τὴν οὕπερ εἰκονίζει κίνησιν ἐσθ’ ὅτε πολεμικὴν ἔθνους· πολλὰ δὲ καὶ αλλα θαύματα ἄξια κατὰ ̓Ρώμην ἐστίν.

[361]. «Quod primum est Capitolium Romae, salvatio civium, major quam civitas, ibique fuerunt gentium a Romanis captarum statuae, vel deorum imagines, et in statuarum pectoribus nomina gentium scripta, quae a Romanis capta fuerant, et tintinnabula in collibus eorum appensa. Sacerdotes autem pervigiles diebus et noctibus per vices ad harum custodiam curam habentes intendebant; si quaelibet eorum moveretur, sonum mox faciente tintinnabulo, ut scirent quae gens romanis rebellaret. Hoc autem cognito, romanis principibus verbo vel scripto nunciabant, ut scirent ad quam gentem reprimendam exercitum mox destinare deberent». — Il testo già ricordato del codice di Wessobrun, fatto conoscere dal Docen (V. Keller, Li Romans des Sept Sages, p. CCVII), suona presso a poco lo stesso: «VII Miracula. Primum: Capitolium Romae, salu[a]tio totius [··], quia civitas civium, et ibi consecratio statuarum omnium gentium, quia [quae] statuae scripta nomina in pectore gentis, cujus imaginem tenebant, gestabant, et tintinnabulum in collo uniuscujusque statuae erat. et sacerdotes die ac nocte semper vigilantes custodiebant. et quae gens in rebellum consurgere conabatur contra Romanorum imperium, statua illius gentis conmovebatur et tintinnabula in collo illius resonabant, ita ut scriptum nomen continuo sacerdos principibus deportaret, et ipsi absque mora exercitum ad reprimendam gentem dirigerent». — Per opportunità di confronto ecco anche il testo pubblicato dal Preller: «Miraculum primum Capitolium Romae, tutius quam civitas civium. Et ibi consecratio statuarum omnium gentium, quae scripta nomina in pectore gentis cuius imaginem tenebant, gestabant, et tintinnabulum in collo uniuscuiusque statuae erat, et sacerdotes die ac nocte semper vicibus vigilantes eas custodiebant et quae gens in rebellionem consurgere conabatur contra romanum imperium, statua illius commovebatur et tintinnabulum in collo illius resonabat ita ut scriptum nomen continuo sacerdotes principibus deportarent, et ipsi absque mora exercitum ad reprimendam eandem gentem dirigerent».

[362]. Nel Pantheon la pone una versione tedesca dei Mirabilia (Manoscritto della Biblioteca di Corte in Vienna, n. 2962): «Der ander tempel waz genant Pantheon; auf dem tempel waz Thybilles (Cibeles), dye solt sein ain muter aller abgoter, zw der fussen waren schilde von allen landen von wan der man choem, so sach er an dem schilde welchen enden sein lant lag do er von waz; und geziret mit golde dye selbige Tbybilles und mit edeln gestaine der under den fussen mit merswein und mit pfaben, dye waren schon und rain verguldet. In dem selben tempel waren also vil sawlen ale rechter fursten tuem und reich waren in der welt, und auf ieglicher seweln waz ain abgot von dem lande, und het ain glocken an seinem hals, und dyenten dem pilde als ain fraw, und welche lande sich wider satezet wyder Rom und wyder romisches reich so wendet sich der abgot des landes und umb cheret den ruecke gegen dem pilde von Rom, und dy glocken dy der abgot an den hals het dy lawlet sich selben. So taten dann dy huter des tempels daz ze wyssen den senatoren und der herschaft zw Capitoli, dy santen dann aues in dy finsternues der ritterschaft daz man daz lant wyder erscrhitte (sic) und erchrieget. Der selbige tempel ist nue genant ad sanctam Mariam Rotundam». Vedi una descrizione in tutto simile a questa, ma tratta da una versione tedesca dei Gesta romanorum, nel v. III della Kaiserchronik del Massmann, p. 423. Giovanni Lydgate, nella sua versione del trattato del Boccaccio De casibus virorum et feminarum illustrium, dice del Pantheon:

Whyche was a temple of old foundacion,

Ful of ydols, up set on hye stages;

There throughe the worlde of every nacion

Were of their goddes set up great ymages,

To every kingdom direct were their visages

As poetes and Fulgens by hys live

In bokes olde plainly doth dyscrive.

Every ymage had in his hande a bell,

As apperteyneth to every nacion.

Which by craft some token should tell

Whan any kingdom fil in rebellion.

E nel Pantheon pone la Salvatio Lodovico Dolce:

Non la Ritonda or sagra, e già profana,

Là dova tante statue erano poste

Che avean legata al collo una campana.

(Il primo libro delle Opere burlesche di M. Francesco Berni e di altri, ed. di Leida, 1823-4, parte 2ª, p. 271). Al trapasso della Salvatio dal Campidoglio al Pantheon diede forse occasione il cap. CLXII(157) della Legenda aurea, in cui quella si descrive senza che sia detto propriamente dove si trovi, di guisa che, trattando il capitolo della consacrazione del Pantheon e della Istituzione della festa d'Ognissanti, facilmente si poteva credere da chi lo leggeva che la Salvatio fosse nel Pantheon, e la Legenda aurea fu, com'è noto, divulgatissima nel medio evo. In quello stesso capitolo Giacomo da Voragine dice inoltre che nel Pantheon «omnes provinciae mirabiliter sculptae erant, ita ut, quicumque Romam venisset, versus quo esset sua provincia scire posset». Si confronti questo passo con l'altro parallelo dei Mirabilia in tedesco testè riferito.

[363]. Nel Colosseo la pone Alessandro Neckam (De laudibus divinae sapientiae, dist. Vª, v. 289-308):

Delicias operum si quaeris, cerne colossum

Et quam tutata est Iuno moneta domum.

A cultu solis nomea sumpsisse colossum

Fertur, materiam nobilem vicit opus.

Gemmas sidereas rutilantes igni micanti

Coelum stelliferum vincere posse putes.

Ars vires experta suas contendere secum,

Si laudes operis consulis, ausa fuit.

Quaelibet hic propria regio signata figura,

At medium tenuit inclita Roma locum.

Reginam decuit vultus, reverentia, sceptrum,

Praefulgens vestis, et diadema decens.

Insidias si gens Romanis ulla parabat,

Vulto detexit ejus imago scelus;

Vertice demisso, defigens lumina terrae,

Sese declarans criminis esse ream.

Et pulsata manu statuae campanula, plebem

Accivit, populus arma fremebat ovans.

Haec opus humanus labor, ars, industria, virtus,

Ingenii laudem censuit esse suam.

Nel De naturis rerum, l. II, c. 174, Alessandro Neckam parla similmente della Salvatio, ma non dice dove fosse. Nel Colosseo la pone inoltre il Ramponi: «Templum namque in urbe Roma factum erat, quod totius orbis existebat caput, mirabili modo constructum pariter et fabricatum, magne latitudinis et immense altitudinis, quod dicebatur Colideus, quia dii ibi colebantur. In hoc vero Collideo erat congregatio statuarum deorum omnium gentium in sublimi parte ipsius templi, in secretissimo loco existentium, tintinnabulum vero ad collum uniuscuiusque statue appendebat, et sacerdotes die ac nocte semper vicissim vigilantes eas custodiebant. Illa vero gens qui rebellis contra Romanum imperium consurgere conabatur, et censum statutum Romano imperio dare recusabat, statua illius gentis, per artem magicam a poeta, scilicet a Virgilio constructa, statim commovebatur, et tintinnabulum, quod in collo eius habebat, illico resonabat. Qualis statua ipsius gentis nomen habens in caput scriptum, sacerdotes vero tintinnabulum audientes ad urbis Romane pretores velocissime proficisci properabant, superscriptionem et ipsius gentis nomen in scriptis eis deferentes, et tunc ipsi pretores exercitum militum et virorum pugnatorum prout res postulabat ad gentem illam subiugandam festinanter mittere properabant». Lo stesso ha Uguccione da Pisa (Hugwitio, Hugutio), il quale chiude la sua breve descrizione dicendo: «Tali arte Romani Trojani mundum subjugabant» (V. Du Cange, Glossarium, s. v. Coliseum). Andrea Ratisbonense nella sua Cronaca copia Uguccione (Ap. Eocard, Corp. histor. m. ae., t. I, col. 1941). Egli chiude la sua breve descrizione dicendo: «Tali arte Romani totum mundum sibi subjugaverunt».

[364]. Nel tempio della Concordia la pone Guglielmo le Clerc de Normandie nel suo poema della Vergine (V. Stengel, Mittheilungen aus französischen Handschriften der Turiner Universitäts-Bibliothek, Halle, s. S., 1873, p. 14-5, n. 18):

Verite fu, que a Rome aueit

Un temple qui mult esteit

Edefie mult richement

E funde ancienement,

Tempie de cuncorde aueit nun,

Si vus dirrai par quel resun,

Si a mei entendre nolez,

Il esteit issi apelez.

Una clers qui out nun Virgile

Fist mainte merueille en la uile

E en cest temple, quit ieo bien,

Qu'il ouera aucune rien.

Li temples ert de grand hautur

Mult aueit ymages entur.

Amont al souerain pignacle,

Autresi come par miracle,

En aueit une merueillose,

Par semblans fiere e orgoillose

E mult richement coronee,

Une grant pelote doree

Aueit en main tute reonde,

Como s'ele peust tut le monde

Justisier a sa uolonte.

L'ymage esteit de grant beaute,

Les autres qui esteiens (sic) pas[365]

Trestut enuiron a compas,

Vers cele ymage s'enclinoent

E aucune feiz se tornoent

Par art et par enchantement,

E ieo uus sai dir coment.

Chescun prince qui apendeit

A Rome sa ymage i aueit.

Quant un des princes revelot,

L'ymage celui tresturnot

De la grant ymage sont uis

E en teneit ses eulz eschis;

E donc saueient li Romain

E bien en eteient certain,

Qu'en cel pais lur surdreit guere.

Gent enueoent en la tere,

E tant qu'il aueient conquise

E a lur poeste suzmise,

Lor prince ert al temple amene

E la li esteit demande,

S'il uoleit plus estriuer

Ou s'il uoleit coltiuer

Cele ymage lasus amont

Qui justisoit trestut le mond.

E il respondeit: «Oil, veir,

Cist deit la signurie aueir».

Por ceo que la se concordouent

Plusors qui vertu i quidoent,

Fu le temple apele issi

Du cuncorde, cum ieo uus di,

Qui mult ert de bele facun.

Del tempio della Concordia si legge nel Libro de los Enxemplos, CXLI: «Léise que en el tiempo de los paganos habie en Roma un templo que fuera fecho á honor del Dios de Concordia, en el cual templo estaba un ídolo que llamaban Dios de Concordia, en tal manera que todos los otros ídolos tenian las caras contra la puerta del templo. E este Dios de Concordia tenia la cara contra la pared de la parte derecha del templo, é volvie el asentamiento á la pared de la parte siniestra del templo, é delante del en la pared estaba escrito de letras de oro esta palabra «Beneficus», e parecie que continuadamente leie aquella palabra é pensaba en ella. Detrás de las espaldas dél estaba en la pared scripta «Injuria», á dar á entender que ningun non puede ser reducido á paz é concordia, salvo si deja las injurias que le son fechas, é tenga en memoria é se acuerde de loe beneficios e bienes que ha recebido á enxemplo de Julio César, que nunca olvidaba cosa alguna, salvo las injurias que le eran fechas».

[365]. Congetturo debba leggersi esteient bas.

[366]. Cod. Marc. it. cl. XI, CXXVI, f. 80 v.

[367]. Men bene il cod. Casanat. d, I, 4: in un luogho alte statue.

[368]. Nel cod. Casanat. mancano le parole aperto — et riguardata.

[369]. Spec. hist., l. VII, c. 61.

[370]. Cap. CLXII (157).

[371]. Polychronicon, l. I, c. 24.

[372]. L. II, c. 174.

[373]. Ed. Oesterley, n. 186, p. 500-1. Si cita Alexander philosophus, che non può essere altri che Alessandro Neckam.

[374]. Nel commento al canto XI del Paradiso Jacopo della Lana dice che gli avvertimenti delle statue davano un gran da fare al dittatore di Roma: «Or per la volontade delle genti e per la diversitade delle contrade continuo tale dittatore stava in esercizio; manda qua, manda là».

[375]. Ms. della Bibliot. di Corte in Vienna, n. 2782, f. 353 v.

[376]. V. 4057-90.

[377]. V. Massmann, Kaiserchronik, v. III, p. 421-2.

[378]. Per Giacomo da Voragine è di Roma, ma per un suo anonimo traduttore francese è di Romolo: «Car comme les romains en temps passe eurent tout le monde subiuguiet a leur seignourie ilz firent faire a Romme un tresgrant temple et mirent ou milieu de ce temple la statue ou l'ydole de Romulus, et tout à l'environ de leur ydole ils mirent les ydoles de toutes les provinces du monde...». (Cod. della Nazion. di Torino, L. II, II, f. 309 r., col. 2ª). Per Giovanni d'Outremeuse e per altri (v. Keller, Li romans des Sept sages, p. CCXII-CCXIII), la statua è dell'imperatore (Myr. d. hist., v. I, p. 69-70; cf. p. 229-30). L'immagine che descrive Guglielmo le Clerc parrebbe dover essere quella di Roma, ma egli nol dice; Jacopo della Lana parla di «una immagine la quale presentava la signoria di Roma».

[379]. Rappresentano i principi nella descrizione di Enenkel, e in quella di Guglielmo le Clerc.

[380]. Non abbastanza chiaramente Uguccione: «.... quia quando aliqua Provincia volebat insurgere contra Romanos, statim imago Romae obvertebat dorsum imagini illius provinciae: vel ubi Dominus, imago illius provinciae insurgebat contra Romae imaginem».

[381]. Fiorita di Armannino Giudice, Cod. Laurenz, pl. LXII, 12, f. 233 v.: «Un'altra cosa maravigliosa era in quel tempo, che in Campidoglio, del quale io o decto, era una grande torre tucta ritonda intorno intorno: in cima della torre erano per arte magicha composte certe statove, le quali per numero erano tante quante erano le principali province del mondo che obidienti erano a' Romani. Ciaschuna avea lo suo archo in mano con le saette, e parea che saettassero. In meczo di quelle ne sedea un'altra molto grande e alta a modo di Reina incoronata. Questa somigliava Roma, e quando alcuna di quelle province si rivellava a Roma, la statova che quella dimostrava con l'archo si volgeva inverso quella grande che Roma presentava».

[382]. Così in Elinando, in Vincenzo Bellovacense, in Giovanni Mansel, ecc.

[383]. In Hermann von Fritstar. V. Massmann, Kaiserchronik, V. III, p. 424, n. 2.

[384]. Alessandro Neckam, De naturis rerum, l. II, c. 174: «Miles vero aeneus, equo insidens aeneo, in summitate fastigii praedicti palatii hastam vibrans, in illam se vertit partem quae regionem illam respiciebat». Così ancora Ranulfo Higden. V. inoltre Keller, Li romans des Sept Sages, p. CCX-CCXIV.

[385]. Immaginazioni affini a questa della Salvatio, d'ingegni cioè, e di artifizii magici, che hanno potenza di custodire una città, di tutelare un popolo, furono molto frequenti nell'antichità e nel medio evo. Ne ricorderò qualcuna a caso. Nel Contes du cheval de fust, attribuito ad Adenes, si parla di una statuetta d'oro che ha in bocca una tromba d'argento. Collocata sopra la porta di una città, nessuno può entrarvi senza che essa ne dia incontanente avviso sonando la tromba. (Keller, Romvart, Mannheim e Parigi, 1844, p. 109-11). Filippo Mouskes racconta nella sua Cronaca rimata (v. 6452-505), di un idolo di rame, in cui Maometto aveva rinchiuso grande quantità di diavoli, e che sorgeva in Cadice a tutela della gente saracina. I cristiani che si accostavano ad esso cadevan morti. In Ispagna fu ancora, nella città di Avila, una campana meravigliosa, che si metteva a sonare da sè ogniqualvolta una sventura stava per incogliere la cristianità (Gaffarel, Curiositez inouyes, 1637, p. 59). Dice Massudi (Les prairies d'or, V. II, p. 433) che sul faro di Alessandria era, fra parecchie altre, una statua la quale volgeva la mano dalla parte del mare quando il nemico non era più che a una notte di distanza, e mandava fuori, quando era in vista, un suono spaventoso, che si udiva due o tre miglia lontano. Napoli aveva il suo famoso fiasco, di cui parlano Corrado di Querfurt (ap. Leibnitz, Script. brunsvic., t. II, p. 096) e altri. Costantinopoli ebbe parecchi telesmi a sua tutela: una catena che teneva indietro i nemici (Banduri, Imperium Orientale, t. I, p. 10-1), certe statue fabbricate da Apollonio Tianeo (Codino, De signis, statuis et aliis spectatu dignis Constantinopoli in Excerpta de antiquitatibus Constantinopolitanis, Bonna, 1843, p. 69) ed altro ancora. Si disse che i Romani avessero posto sul monte Garizim, contro i Samaritani, un uccello di bronzo che gridava: Hebraeus! (Arpe, De prodigiosis naturae et artis operibus, Amburgo, 1717, p. 15). Olimpiodoro narra il seguente fatto (ap. Fozio, Bibliotheca, ed. Bekker, p. 60). Al tempo dell'imperatore Costantino avvenne che Valerio, prefetto di Tracia, volendo cavare un tesoro udì dire dagli abitanti essere il luogo, dove quello si credeva nascosto, inviolabile, per ragione di certe statue che, in tempo antico, v'erano state consacrate. Avendo riferito il caso all'imperatore, s'ebbe in risposta di cavare a ogni modo il tesoro. Dato mano all'opera si trovarono tre statue d'argento che per le fogge del vestire mostravano essere immagini di barbari, e verso la regione dei barbari vedevansi rivolte. Tolte di là, dopo non molti giorni i Goti invasero la Tracia, seguiti poi dagli Unni e dai Sarmati.

[386]. Kaiserchronik, v. III, p. 424-5.

[387]. Theologisches Literaturblatt di Bonna, 1870 col. 351.

[388]. Virgilio nel medio evo, v. II, p. 69.

[389]. V. su Cosma gli Acta sanctorum, Ottobre, IV. (Ott., t. VI, p. 594-610).

[390]. De divinatione, I, 12. Cf. Catilin., III, 8.

[391]. V. 448-9.

[392]. Primo fra tutti il Palladio che Enea aveva portato da Troja (v. Ovidio, Fasti, VI, 421 e segg.), poi l'ancile di Numa, ecc. Si disse in Bizanzio che Costantino avesse portato via secretamente da Roma il Palladio e postolo sotto la colonna di porfido che reggeva la propria sua statua. Chronicon paschale, p. 528.

[393]. Servio, Commento all'Eneide, VIII, 121: «Porticum Augustus fecerat, in qua simulacra omnium gentium collocaverat, quae porticus appellabatur ad nationes». Svetonio racconta (Nero, 46) che da questi simulacri si credeva, sognando, perseguitato Nerone: «modo a simulacris gentium, ad Pompeii theatrum dedicatarum, circumiri, arcerique processu». Plinio ricorda (Hist. Nat., XXXVI, 4 27) che questi simulacri erano in numero di quattordici.

[394]. Di Sem si facevano nascere 27 figliuoli, di Jafet 23, di Cam 22, in tutto 72 capostipiti. Sia qui ricordato che anche Treveri ebbe nella leggenda il suo Campidoglio, simile per più rispetti a quello di Roma. Nei Gesta Treverorum (ap. Pertz, Script., t. VIII, p. 132) si legge: «Fecerunt et ibi Capitolium maximum, templum quoque idolorum, in quo non minus quam 100 statuta idola generaliter ab omni populo colebantur, et per ea miseri responsis daemonum ac variis praestigiis delubebantur». Di questi cento idoli si fa ricordo anche nella Vita S. Eucharii. Acta Sanctorum, Jan., t. I, p. 919.

[395]. Londra, 1845 (Percy Society, n. LIII), p. 1.

[396]. Così nella Historia Septem Sapientum, nelle versioni francesi dei Sette Savii, nella versione catalana metrica, nella Storia di Stefano figliuolo di un imperatore di Roma (Scelta di curiosità letterarie, disp. CLXXVI, Bologna, 1880); se non che nella versione inglese e nella catalana si dice che lo specchio faceva scoprire chi volesse entrare in città con animo di mal fare, mentre nell'italiana si dice che denunziava le province ribelli (canto XIII):

Quando a Roma provinzia o tera alguna

volea rebelar qui se vedea,

e cognoxea la caxon, e a zascheduna

cossa loro de subito si provedea.

Giovanni d'Outremeuse così ne parla (op. cit., v. I, p. 229): «... une thour à Romme, sor laqueile ilh astoit unc myreour sour cent pilers de marbre; et par celle myreour ons veioit bien quant gens d'armes ou aultres venoient sour mere. Se cheaux de Romme ewissent bien gardeit cel myreour, ilhs ewissent esteit à tous jours les soverains del monde; mains ilh leur fuit destruis». Dello specchio di Virgilio si fa inoltre ricordo nella Confessio amantis del Gower, nelle Choniques de Tournay, nel Renart Contrefait, nel Cleomades, nella Chronique rimée di Filippo Mouskes, nella Destruction de Rome, ecc. In questo ultimo poema la torre del Miraour, posta sopra il monte Chevrel, non ha più nulla di magico:

La est li Miraour, dont hom a tante parle:

Ki par le halt estage a son chef hor boute

XXX lieues voit bien et de long et de le:

Cil que l'ost veue sevent bien la verte.

(La destruction de Rome, pubblicata dal Gröber, Romania, v. II, p. 6-48, v. 666-9). Nei Compassionevoli avvenimenti di Erasto (c. XIX) lo specchio, mutato in una lucidissima colonna, è trasposto nell'isola di Rodi. Che si tratti qui veramente dello specchio virgiliano trasformato non si può dubitare, perchè insieme con la colonna si pone in Rodi anche il fuoco inestinguibile, altro miracolo operato da Virgilio in pro di Roma. Autore dell'una e dell'altra meraviglia si credeva un eccellente mago, di cui non si dice il nome. Come la Salvatio di Roma, fu la colonna distrutta da nemici che diedero ad intendere di poter cavare tesori.

[397]. Anche qui recare qualche esempio non parrà ozioso. Davanti al palazzo del famoso Prete Gianni era uno specchio in cima ad una colonna sorretta da altri quattro ordini di colonne sovrapposte. Tutto l'edifizio era fatto di varie, smisurate pietre preziose, e nello specchio si poteva scorgere quanto accadeva nelle circostanti province. Tremila uomini armati lo custodivano, affinchè non fosse da malevoli rovesciato nè infranto (Epistola del Prete Gianni a Emanuele Comneno imperatore di Costantinopoli, ap. Oppert, Der Presbyter Johannes in Sage und Geschichte, Berlino, 1864, p. 175-6). Beniamino di Tudela dice nell'Itinerario (Ed. dell'Asher, p. 155) che nello specchio del faro di Alessandria si potevano scorgere le navi alla distanza di cinquanta giorni di navigazione. Gli abitanti di Brigantium in Ispagna (Coruña) pretendevano che in una torre fabbricata da Ercole nel loro porto fosse stato un tempo uno specchio in cui si potevano scorgere navi anche lontanissime. Eusebio Nieremberg si appone forse al vero quando dice (De miraculosis naturis in Europa, l. I, c. 67) quella favola essere nata dal nome di Specula (quindi lo speculum) che avrà avuto la torre. Lo stesso si potrebbe dire della torre di Roma e di altre; ma badisi che favole al tutto simili sono frequenti tra gli Orientali, a cui la suggestione non poteva venire dal nome, ed oltre a ciò specchi manuali magici in cui si credeva potere scorgere le cose lontane erano usati in molte pratiche di magia minuta. Nel Parzival di Wolfram von Eschenbach si parla di una meravigliosa colonna di cui va adorno Schaste Marveil (Chasteau-Merveille delle versioni francesi). Il suo splendore si spande sei miglia all'intorno, e sulla sua superficie si scorge quanto avviene nel circostante paese. V. anche Il libro dei Sette Savj pubblicato dal D'Ancona, p. 115, e Comparetti, Virgilio nel medio evo, v. II, p. 74-7.

[398]. Nella già citata versione francese della Legenda aurea si dice: «si que par ceste maniere les rommains advertis de la rebellion de celle province y envoyoient une grosse armes qui y estoit venue ancois que ceulz de la province en fussent advertis, et par tant ceulz la estaient incontinent reduis et submis a la seignourie de Romme».

[399]. L. VI, c. 35.

[400]. Nel Virgilius inglese (Thoms, Early english prose romances, v. II, p. 37).

[401]. In alcune versioni dei Sette Savii.

[402]. Nei Seven Sages editi del Wright, e nella versione catalana.

[403]. Storia di Stefano.

[404]. Enenkel e Heinrich von München.

[405]. Li romans des Sept Sages pubblicato dal Keller.

[406]. Il Massmann (Kaiserchronik, v. III, p. 430-2) riferisce a questo proposito il racconto di Enenkel; io riferirò quello di Heinrich von München traendolo da un manoscritto della Biblioteca di Corte di Vienna, n. 2782, f. 329 r., col. 2ª, 330 r., col. 1ª. Descritta la Salvatio, il poeta così prosegue:

Daz wart vil weiten do erchant

Von dem mer vuez an den Rein

Die die fursten solten sein

Die vorchten des vil ser;

Si verluren gar ir er

Von den pilden in den iaren

Die ze Rom gemacht waren

In dem palast reich

Mit weishait maisterleich.

Dovon die heren waren unfro;

In den landen trachten sy do

Wie si funden einen list

Daz si den palast an der frist

Mochten gar zu prechen,

Und daz vil haimleich rechen

Daz die pild zerpresten gar.

Nu waz ein maister zu in dar

Chomen, als ich vernomen han;

Der selb nam sich do an

Daz er die pild zu prechen wolt

Darumb gab man im reichen solt

Und lie in varen zu Rom hin.

Der maister nam do zu im

Zway hundert mark von golt

Die er zu Rom nuczen wolt.

Als ich ew nü sagen wil

Hin für an dem selben czil

Der maister do vil drat.

Do er nü chom in die stat

Do grüb er pey der nacht,

Als er in vor het gedacht,

Vil heimleich ein grub

Und ein vil tiefes lug,

Daz sein niemant wart gewar.

In die grub legt er dar

Des goldes hundert mark

Das er darein verparg,

Also daz fur war

Niemant wart gewar

Wo das lug pegraben was.

Nu macht er such zu dem palas,

Do die pild waren inn,

Des andern nachts mit weisen sinn

Ein grub in chirczer stund,

Do hin er pergen pegunt

Auch hundert mark von golt,

Als er sy haben wolt

Zu dem list dez er gedacht

Daz er damit wurd volbracht,

Und diez also geschach.

Der maister gie darnach

Do er die rat heran vant,

Den tot er do pechant,

Und sprach: «Ich wil ew zeigen und geben

Daz nie man pey seinen leben

Goldes mer so reich wart,

Und wolt ir volgen meinen rat.»

Do sprach ein weiser under in:

«Wil du uns zaigen den gewin

So hab daz auf die trewe mein

Daz dein lon müs güt sein.

Die zehen markch sey ie dein aigen

Wil du uns die schaz czaigen».

Der maister sproch: «Daz sey getan»

Damit fürt er in von dan

Hin an der selben stund

Do er von erst pegund

Daz golt pergen hin.

Er sprach: «Volgt meinen sin,

Und grabt hie ein an disen czil,

Do vint ir an massen vil

Goldes auf mein warhait».

Die heren waren do perait,

Und hiessen ein graben zu hant

Den maister, der do vant

Daz golt das er do liezz.

Die Romer er ez schawen hiezz

Die wurden do von herczen fro.

Zu in sprach er do:

«Des wil ich ew noch zaigen mer,

Welt ir volgen meiner ler».

Si sprachen do: «Vil geren».

Damit pegund der maister keren

Hin zu dem Palas,

Do der ander schacz was,

Den selben er do vant

Wann er mit seiner hant

In het gelegt vor al dar,

Daz sein niemant war gewar,

Als ich ew nü han

Hie vor chunt getan.

Und nü der maister daz golt

Vant als er oz haben wolt,

Do wanten die Consules

All für war das

Ez wer die recht warhait

Als in der maister het gesait.

Si westen nicht der maer

Daz er also waer

Von seinen schulden komen dar.

Do si des goldes würden gewar

Zu dem maister sprachen si do:

«Maister, du solt wesen fro,

Und solt uns gütes mer csaigen:

Ein lant wirt darumbe dein aigen»

Der maister sprach; «Ich zaig ew wol,

Ob ir die warhait habt für vol.

Den grosten schacz von güt

Der ewren augen sanft tüt

Und den kain man ie gesach».

Der heren ainer zu im sprach:

«Wo ist dos selb güt?»

Der maister sprach; «Ob ir ez tüt,

So ist mir vil wol chunt das

Ir under dem Palas

Vindet den reichisten funt,

Daz ist mir von waishait chunt,

Und der under der erd ist,

Das glaubet mir zu diser frist.

Ich wil, als ich tün sol,

Den Palast under seczen wol,

So ich darunder gruben wil,

Daz niemant an dem czil

Chain schad davon mocht geschehen».

Si sprachen: «Daz laz uns sehen

Ob dein list als klug sey».

Waz nü tel der maister frey?

Er hüb do an und grüb

Vil manig weites lug

Under den palast reich,

Den under saczt er meisterleich,

Und grüb ie lenger und ie pas

Hin under den Pallas,

Pis er ez darczu pracht

Als er nü het gedacht.

Daz er die czeit sach

Ans nacht er darnach

Gie er viel heimleich dar,

Daz sein niemant wart gewar,

Die sprewczen czunt er all an,

Davon der Palast müst zergan,

Und mit den pilden nider

Viel; darnach sider

War kain Palast mer,

Der so reich was und so her,

Und mit maisterschaft volbracht,

Ze Rom nymmer mer gedacht.

Als ich es hort sagen,

Der maister floch in den tagen,

Und cham in dewtsche lant,

Do er die herren vant,

Die im den lon gaben,

Als ich ew chund sagen

Daz er den Palas prach nider.

Nel Pecorone, giorn. Vª, nov. 1ª, la storia si trasforma. Il popolo di Roma aveva inimicizia con quello di Velletri. Due Velletrani, Ghello e Gianno, vanno a Roma e danno a intendere a Crasso, cittadino di molta riputazione, ma soprammodo avaro, di saper cavare tesori. Con quell'astuzia fanno cadere la torre del tribuno. «Era nel Campidoglio una torre, che si chiamava la torre del tribuno, nella quale erano intagliati dal lato di fuori di metallo tutti coloro ch'ebbero mai triumfo o fama; et era tenuta questa torre la più degna cosa che avesse Roma». Il popolo uccide Crasso: di specchio, o di statue denunziatrici non si fa parola.

[407]. Ciò non si ammette dallo Schmidt (Beiträge zur Geschichte der romantischen Poesie, p. 129), il quale non isceverò, come dee farsi, le due leggende, quella delle statue e quella dello specchio. Senza voler risolvere la questione, io ricorderò che Beniamino di Tudela narra nell'itinerario (l. cit.) che lo specchio di Alessandria fu distrutto da un greco. Massudi racconta (op. cit., v. II, p. 434-6) che un eunuco, mandato dall'imperatore di Bisanzio, distrusse a metà il faro di Alessandria, facendo credere al re El-Valid che grandi tesori erano nascosti nelle fondamenta della torre.

[408]. Il primo che la riferisce è forse Alessandro Neckam, De naturis rerum, l. II, c. 174: «Quaesitus autem vates gloriosus quamdiu a diis conservandum esset illud nobile aedificium, respondere consuevit: ««Stabit usque dum pariat virgo»». Hoc autem audientes philosopho applaudentes, dicebant: ««Igitur in aeternum stabit»». In nativitate autem Salvatoris, fertur dicta domus inclita subitam fecisse ruinam». Lo stesso dice Ranulfo Higden.

[409]. V. il cap. IX.

[410]. Gesta romanorum, c. 57, ed. dell'Oesterley, cf. Massmann, Kaiserchronik, v. III.

[411]. De expeditione Alexandri Magni, l. VII, c. 15.

[412]. Hist., IX, 16.

[413]. Hist. nat., III, 9.

[414]. Biblioth. hist., XVII, 113.

[415]. De reb. gest. Alex. M., VII, 95.

[416]. Ap. Fozio, Biblioth., ed. del Bekker, v. I, p. 229, col. 1ª.

[417]. L. I, c. 27.

[418]. L. I, c. 29. Cf. Zacher, Pseudocallisthenes. Forschungen zur Kritik und Geschichte der ältesten Aufzeichnung der Alexandersage, Halle, 1867, p. 117-9.

[419]. Così nell'Alexander di Lamprecht, v. 704-19; nel Kyng Alisaunder, dove Roma spedisce il suo tributo dopo che ad Alessandro si sono assoggettate già moltissime città di Lombardia e di Toscana, nell'Alexander pubblicato dal Diemer (Deutsche Gedichte des XI. und XII. Jahrhunderts, Vienna, 1849, p. 200-1); nella Historia de Alexandro Magno, (Venezia, 1477, f. 12 v., 13 r.); in molte cronache (tra l'altre nella Chronographia di Malala); ma non nell'Alexandreis di Gualtiero di Chatillon, nè nel Romans d'Alixandre di Lambert li Tors e Alexandre de Bernay, e nemmeno nel poema spagnuolo di Lorenzo Segura. In un Liber Alexandri a nativitate ipsius usque ad mortem, contenuto nel cod. Marciano lat. cl. X, CXXX, si legge (f. 6 r.) la seguente narrazione che si scosta abbastanza da quella dello Pseudo-Callistene e di Giulio Valerio.

Qualiter Alexander venit in Italia volens Romanorum soberbiam refrenare.

Post aliquot dies, congregatu exercitu, et multitudine preparata, cepit versus Italliam navigare, et veniens Chalcedoniam expugnavit eam. Chalcedones super muris civitatis ascendentes eis fortiter resistebant, quibus Alexander ait: «Vobis dicho, Chalcedones, aut pugnate viriliter, aut pottius subiugamini». Pugnatorum verumtamen Chalcedoniam apreendit. Exiens quo inde, et navigato pellago, ingressus et Italliam, volens romanam superbiam refrenare. Chonsulles vero Romam audientes adventum Allexandri valde sunt timore perterriti, et congregato popullo, auri tallenta LXm. et choronas C aureas direxerant, suplichantes ut eos nulatenus expugnaret. Alexander vero, recepto a Romani tributo, et acceteris abitantibus usque ad mare occidentis, quorum regio vocabatur Europa, relliquit eos in pace, et ex inde, sulchato pellago, Africham properavit, in qua pauchos rebelles inveniens eos suo imperio subiugavit.

[420]. L. I, c. IX, XLIII. In due fra i manoscritti più recenti dello Pseudo-Callistene si narra che i Romani presentarono ad Alessandro, a mezzo di Marco loro capitano, una preziosa corona, e grande quantità di oro, e lo proclamarono loro re, e signore di tutto il mondo. Alessandro prese con sè duemila dei loro arcieri, e promise al popolo di farlo possente. Weismann, Alexander vom Pfaffen Lamprecht, Francoforte s. M., 1850, v. II, p. 36-7.

[421]. Chronicon universale, ap. Pertz, Script., t. VI, p. 64.

[422]. Alexander Geesten, parte 1ª, Bruxelles, 1860, l. I, v. 1040 segg.

[423]. V. Flügel, Beitrag zu den Berichten der Araber über Dû 'l karnain, Zeitschrift der deutschen morgenländischen Gesellschaft, v. IX, p. 796.

[424]. Chronicon, l. II, c. 25, 37, 38, 39.

[425]. L. IV, c. 7.

[426]. Classici auctores, v. VII, p. 82-3, n. 1.

[427]. L. II, c. 6, ed. dell'Eysenhardt, p. 22; cf. il c. 8.

[428]. Così ancora nella Cronaca di Amaretto, nel Polistorio di Niccolò da Ferrara, ecc.

[429]. V. c. III, p. 101.

[430]. Egli allude senza dubbio, esagerando, alla famosa Grotta di Posilipo, creduta più comunemente nel medio evo opera di Virgilio. Racconta invece l'Happel nelle sue Relationes curiosae, parte 1ª, p. 230, che Lucullo fece scavare quella grotta per avere più facile accesso alla sua villa di Baja. Centomila uomini furono adoperati nel lavoro.

[431]. Riferirò qui la narrazione di Beda. «Januarius autem duobus modis nomen accepit, hoc est ex idolo et re. Ex idolo, hoc est ex Jano bifronte, rege Epirotarum, qui fugatus et projectus de sua patria venit ad Romanos, apud eos exul effectus. Contigit autem ut gens multa Barbarorum Romam obsedisset. Erat autem Janus ille homo ingeniosus, qui dedit consilium Romanis quomodo potuissent urbem liberare ab illa obsidione, ita tamen si Romani post mortem suam illum adorarent quasi deum. Haec autem illis promittentibus, ille petebat octo linteamina, oleo et cera et acqua intincta et uncta. Quod cum factum esset, dixit ut involvissent se de illis linteaminibus et igne incendissent, et duos gladios calefactos et ardentes sibi dari postulavit, et postea ascendit super murum et dixit ad Romanos ut cum ille levasset se super murum et clamasset quasi deus, illi totis portis apertis ruissent super hostes et haberent victoriam. Et ita factum est. Romani perferunt victoriam occisis inimicis et fugatis. Janus vero igne consumptus est. Quem post mortem suam Romani quasi deum adoraverunt, et fecerunt ei templum magnum in Roma, quod ex nomine Jani Janiculum vocaverunt, centum portas habens, et in illo templo Jani formam ceream fecerunt duos facies habentem, et ex una parte et ex una facie viri adorabant, ex altera vero facie feminae adorabant. Idemque mensem Janum vocaverunt bicipitis dei respicientem transacti anni finem et prospicientem futuri anni principium: item Janus ex re dicitur, eo quod sit ianua anni, hoc est principium, quia sicut homo ingreditur per ostium, ita anni ingrediuntur per istum Januarium». Notisi che nel De ratione temporum, c. XII, Beda non ricorda più che la seconda etimologia. Questa storia passa, trasformandosi a poco a poco, nel Comput di Filippo di Thaun, composto nel 1119, nella Calumnia novercalis, e in molte versioni dei Sette Savii. Il Benfey (Pantschatantra, v. I, p. 163) aveva fatto notare l'analogia ch'è tra essa e la novella Vª della parte 1ª del Panciatantra; ma Gaston Paris la crede di origine romana, degli ultimi tempi del paganesimo, e d'invenzione cristiana, intesa a mostrare come gli antichi dei altro non fossero stati che uomini (Le recit, Roma dans les Sept Sages, Romania, v. IV, p. 125 segg.).

[432]. Op. cit. v. I, p. 147.

[433]. Per esempio nel Charlemagne di Girard d'Amiens, nelle Enfances Ogier, nella Destruction de Rome, ecc. Vero è che nell'anno 846 i Saraceni presero e saccheggiarono San Pietro e San Paolo: parecchi cronisti parlano anzi della presa della intera città. Di un assedio sostenuto da Costantino in Roma si narra nel Libro delle istorie di Fioravante e nei Reali di Francia.

[434]. Op. cit., v. I, p. 154.

[435]. Ibid., p. 258-9.

[436]. Ibid., p. 218.

[437]. Ibid., p. 242-3.

[438]. Ibid., p. 307.

[439]. Ciò si trova riferito da Damascio, filosofo dei tempi di Giustiniano, nella Vita che scrisse del proprio maestro Isidoro, ap. Fozio, Biblioth., ed. del Bekker, v. I, p. 339, col. 2ª. Basterà ricordare qui di passaggio la divulgata leggenda secondo la quale l'apparizione miracolosa di San Pietro e di San Paolo, oppure di un giovane di soprannaturali sembianze a fianco del pontefice Leone, fece smettere ad Attila il pensiero d'invadere Roma. V. D'Ancona, La leggenda d'Attila flagellum Dei in Italia, in Studj di critica e storia letteraria, Bologna, 1880, p. 363 segg.

[440]. Giovanni d'Outremeuse, op. cit., vol. I, p. 132. Giovanni d'Outremeuse narra un'altra storia che qui viene in acconcio di riferire (v. I, p. 123). «Item l'an IIIIc et XV en moy de may vient li roy Geralant, fis à roy Alarich de Gothelies, à grant gens à Romme, et entrat dedens, se le conquestat que onques ne ly fut defendut, car nuls ne savoit sa venue; si estoit venus tout par nuit, sy furent les Romains tous espawenteis. Mains quant l'emperere Honorius le soit, qui estoit en son palais, ilh fist armeir ses gens, et sy mandat le pape Innocens que ilh ly plaisist, luy et sa clergerie, venir awec ly tous revestis des armes de Dieu contre les paiiens, et aportassent leurs reliques. Et ilh avoit si grant fianche en Dieu que merwelhe, que ilh auroit victoire; enssi fut-ilh fais. Mains tout enssi com ly pape et la clergerie venoient passant par-dechà le Tybre, si astoient jà monteis les mescreans sour le pont pour passeir oultre, car ilh avoient l'autre partie toute gastée, et estoient bien IIIIXX milh hommes; adont chaïrent tous les pons, et là furent-ilhs tous noiez sens cops ferir». I ponti caduti sono in numero di centoventi.

[441]. Ist. fiorent., l. I, c. 29.

[442]. Cod. L, II, 6 della Nazionale di Torino, f. 551 v.

[443]. Cod. L, V, 6 della Nazionale di Torino, f. 177 v., col. 1ª.

[444]. Nella Chronique ascendante des ducs de Normandie, Wace, parlando (v. 14-6) della tristizia dei tempi suoi, esclama:

Ceo ne fu mie el tens Virgile ne Orace,

Ne el tens Alixandre ne Cesar ne Estace.

Lores aueit largesce, vertu e efficace.

I seguenti versi fanno parte di un componimento di Gomez Manrique, zio del famoso Giorgio:

Quando Roma conquistaba,

Quinto Fabio la regia,

Scipion guerreaba

E Tito Livio ascribia:

Las doncellas e matronas,

Por la honra de su tierra,

Desgarnivan sus personas

Para sostener la guerra.

Stefano Hawes dice (Pastime of Pleasure, Londra, 1846, Percy Society, c. XI):

The hygh power, honour and noblenes,

Of the myghty Romaynes, to whose excellence

All the wyde worlde so much of gretenes

Unto they empyre was in obedience;

Such was theyr famous porte and preemynence,

Tyll within themselfe there was a contraversy

Making them luse they worthy signeoury.

E Hans Sachs (Opere, ed. del Litterarisches Verein di Stoccarda, v. VII, p. 353):

Bey Rom und bey der Stadt Athen

Mag men warhafftiglich verstehn,

Das sie nach hoher weisheit lebten

Und nach ehrlichem Leben strebten,

Doch in heydnischem regiment

Noch war bey in an diesem end

Die tugend hoch und werd geacht.

Una specie di Speculum exemplorum, tutto fatto di esempii tratti dalla storia antica, è nel Cod. Marciano ital. cl. XI, LVII, col titolo: Le maravigliose virtù che furo nelli Romani. Sotto il nome di Romani si comprendono tutti gli antichi.

[445]. La storia di Lucrezia è narrata assai per disteso nella Kaiserchonik, v. 4434-854, e più in breve dal Boccaccio (Illustrium mulierum, c. 46), nella Fiorita di Armannino, nel divulgatissimo libro del giuoco degli scacchi di Niccolò da Cessole, dove sono molti altri esempii di storia romana, dal Chaucer (The Legende of Lucrece of Rome) il quale chiama Lucrezia

The wery wife, the wery Lucresse,

e da altri innumerevoli. Una Storia di Sesto Tarquinio e Lucretia è fra le più antiche stampe italiane (Treviso, 1475), e si ha pure La historia et morte di Lucretia Romana, s. l. nè a., ristampata altre due volte. L'esemplare leggenda porse frequente argomento alle arti figurative. Nella vecchia pinacoteca di Monaco di Baviera si conservano due dipinti, di Luca Cranach l'uno, di Alberto Dürer l'altro, che rappresentano la morte di Lucrezia.

[446]. Nella Kaiserchronik, v. 4881-5108, Muzio Scevola si muta in un Odnatus che tenta di uccidere Vitellio.

[447]. Il nome di Marco Curzio si trasforma nelle più strane guise. Esso diventa Marco Curio in alcuni codici del Dittamondo, Marchus Tulcius in certe croniche francesi contenute in un codice della Nazionale di Torino, segnato L, II, l (f. 88 v., col. 2ª), Marcus Tuitius in Giovanni d'Outremeuse, Marchurio in certe Istorie volgari di un manoscritto della Riccardiana (n. 1925, f. 16), Orazio nel Libro imperiale, Jovinus nella Kaiserchronik, ecc. In quest'ultima si dice che Jovinus pose come condizione al suo volonteroso gittarsi nella voragine di poter fare tutto un anno il piacer suo con le donne e le fanciulle di Roma; ma lo stesso offuscamento della gloriosa leggenda si ha pure in altri racconti (Cf. Massmann, Kaiserch., v. III, p. 621-35). Nel Libro Imperiale il fatto si narra nel seguente modo (cod. Marciano ital. cl. XI, CXXVI, f. 108 r., col. 2ª, v. col. 1ª): «... apparve in Roma, quasi nel mezo della terra, uno abisso etterno, dove pareva profondissima et largha chava, della quale usciva teribile fetore. Li Romani per questo spaventati fecero tre dì vestiti di saccho sagrificio solenne; all'ultimo gli aghuri loro dissono: chorrete a li templi, o Romani, perchè li dei v'anno a disdengnio, et none intendono e vostri preghi, et questo avviene per li vostri pecchati. Allora li Romani andarono a li tempi, faccendo sagrifici chon amarissimi pianti, perchè del fetore tutta gente si doleva. Passato li dieci giorni gli auri dissono: Se uno cittadino armato di tutta arme vi si gittasse drento, Roma sarebbe presto libera. Chome la novella si sparse per la terra si mise Orazio, figliuolo del buono Clotes, armato di tutta arme, tanto lo strinse l'amore della repubblicha che insieme col chavallo nella detta chava si gittò. Gli Romani gli gittarono drieto orzo et pane, et chome Orazio fu drento chosì la boccha fu rinchiusa. Chostui fu della chasa de' Profeti (l. Prefetti)». La famiglia di Orazio acquistò il diritto di avere la testa di ogni bestia macellata in Roma; della sua gente fu Giulio Cesare. (Nel codice Casanatense questo racconto forma i cap. 76 e 77 del lib. IV). Nel conto XXVIII della Fiorita di Armannino la leggenda di Marco Curzio sembra confondersi in parte con quella di San Silvestro, di cui parlerò a suo luogo. Cod. Laurenz. pl. LXII, 12, f. 212 v.: «In quella parte di Roma che Septisoglio si chiama, d'una grotta, a certe stagioni, uscia uno serpente che col suo fiato molta gente uccidea, e quanti ne trovava tucti a morte gli mettea. Rimedio alcuno non vi valeva. Dissero allora gli savi indovini che questo adivenia per gli pecchati della romana gente, ma se uno solo trovare si potesse, che per la salute del popolo romano gittare si volesse in quella grotta ove il sepente stava, che questa molestia in tutto cesserebbe. Uno chavaliere che avea nome Metello, savio e costumato tra tucti quegli ch'erano in quello tempo, armato in su uno grande dextriere, in presença di tutta la gente, dentro vi si gittò, nè di lui mai novella si seppe. La peste del serpente del tucto cessoe, nè mai fu poi veduto, nè udito». Il luogo indicato col nome d'Inferno nei Mirabilia e nelle piante topografiche del medio evo, ora è la voragine di Curzio, ora la cavità sotterranea in cui papa Silvestro rinchiuse il drago. Nella Graphia si legge: «Juxta quam (ecclesiam s. Antonini) est locus qui dicitur infernus eo quod antiquo tempore ibi eructabat et magnam pernitiem Rome inferebat, ubi Marcus Curcius, ut liberaret civitatem, responso suorum [deorum], armatus proiecit se. Sic civitas liberata est. Ibi est templum Veste, ubi dicitur inferius draco cubare». Nel Dittamondo (l. II, c. 31) Roma lo addita al poeta:

Là si noma l'inferno, e là già fui

Per Marco Curzio dal fuoco difesa,

Com'hio t'ho detto e puoi saper d'altrui.

Anche il Petrarca nel cap. I del Trionfo della Fama, ricorda Curzio:

Che di sè e dell'arme empiè lo speco

In mezzo 'l foro orribilmente vôto.

Il cavallo di Costantino fu anche attribuito a Marco (Quinto) Curzio, come ricorda Ranulfo Higden. Nei Gesta Romanorum Curzio che si getta nella voragine rappresenta Cristo che chiude l'inferno. Notisi che a dare maggior notorietà ed esemplarità all'azione di Curzio doveva contribuire non poco il fatto che Sant'Agostino ne parla nel De civitate Dei, V, 18.

[448]. Nel l. I della Polistoria di Giovanni Cavallino sono alcuni capitoli dove si parla della clemenza ed umanità dei Romani. Ricordisi a questo proposito ciò che nel Libro de los Enxemplos citato di sopra, si dice del tempio della Concordia e del dimenticare le ingiurie. Nei Gesta Romanorum (c. 98) si dice che i Romani, quando assediavano una città, accendevano una candela, e tanto che questa durava ad ardere, accordavano pace e perdono a chicchessia, quella consumata, soffocavano ogni pietà. Una simile usanza è ivi (c. 96) attribuita anche ad Alessandro Magno. Ma ben diverso giudizio, e per la singolarità sua degno d'essere qui riportato, fece dei Romani Giovanni di Salisbury a mezzo del XII secolo, nel l. II, c. 15 del Polycraticus (ed. del Giles, Oxford, 1848, v. III, p. 86). Detto come Enea, per suggestione dei demonii, ponesse il seme della gente romana in orto di lor gradimento, soggiunge: «Unde si de semine illo genus oritur toxicatum, impium in Deum, crudele in homines, persecutioni sanctorum invigilans, fide rara, solemni perfidia, servile moribus, fastu regale, foedum avaritia, cupiditatibus insigne, superbia tumidum, omnimoda nequitia non ferendum, miraculis non debet adscribi; quum auctor eorum homicida fuerit ab initio et a veritate deficiens invidiae spiculo orbi terrarum infixerit mortem... Sed si quis ab initio urbis conditae totam revolvat historiam, eos ambitione et avaritia prae caeteris gentibus inveniet laborasse, et variis seditionibus et plagis totum concussisse orbem». E sì che per la coltura essenzialmente derivata dagli scrittori latini Giovanni di Salysbury era quasi un umanista. (V. Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis nach Leben und Studien, Schriften und Philosophie, Lipsia, 1862).

[449]. A Roma i vati e i filosofi prevedevano e provvedevano. Nel l. VI, c. 29 della Polistoria di Giovanni Cavallino si legge: «Porta Lavicana. Dicitur ideo Lavicana quia vates, idest philosophi, a videndo dicti, quasi vasa sapientie, futura contingentia in re pubblica caute providebant propter ipsorum sapientiam et experientiam diuturnam». In Roma erano sempre sette savii riscontro manifesto ai sette savii della Grecia. Nel libro che, appunto, s'intitola dei Sette Savii, essi compariscono, oltrechè nella storia che fa da cornice, nei racconti designati dal Goedecke (Orient und Occident, v. III, p. 422) coi titoli Sapientes, Gaza, Roma. Secondo Enenkel, erano consiglieri in Roma, al tempo dei re, Platone, Pompeo, Seneca, la Sibilla, Aristotile, Pitagora, Demetrio (?), Ippocrate, Esora (?) (Cod. della Biblioteca di Corte in Vienna, n. 2921). Notisi che già Tito Livio si ride della leggenda corrente al tempo suo la quale faceva Numa discepolo di Pitagora. Martino Polono e altri cronisti del medio evo fanno morire Pitagora in Roma. La storia del fanciullo Papirio, raccontata primamente da Macrobio nel Somnium Scipionis, è divulgatissima nel medio evo. Nell'ultimo capitolo del Dialogus creaturarum (cod. della Nazionale di Torino H, III, 6: qui il Dialogus è intitolato Contentus sublimitatis et liber de animalibus) si racconta di una fanciulla di Roma, bellissima e da molti amata e ricercata, la quale essendo morta, ciascuno dei sei savii le fece una iscrizione. Giacomo da Voragine dice nella Legenda aurea, c. CXLVI (ed. dal Grässe, p. 628-9): «Dyocletianus autem et Maximianus qui coeperunt anno domini CCLXXVII, volentes fidem Christi penitus extirpare, tales epistolas per omnes provincias, in quibus christiani morabantur, transmiserunt. Si aliquid determinari oportet aut sciri et totus mundus ex una parte congregatus esset, et sola Roma ex alia parte consisteret, mundus totus victus fugeret et sola Roma in culmine scientiae remaneret». Dopo ciò bisogna dire che l'autore dei Gesta Treverorum, o altri da cui egli attinge, si lasci trascinare da un eccessivo ed ingiusto amore di patria quando racconta (ap. Pertz, Script., t. VIII, p. 133-4) di un senatore romano, per nome Arimaspe, che, volendo conoscere meglio le eccellenti virtù dei Trevirensi, lasciò Roma e fermò la sua stanza in Treveri, dove, prima di morire, ucciso a tradimento da un certo Epte, ordinò gli si scrivessero sul sepolcro i seguenti versi:

Exul Arimaspes hac Martis in arce quiesco

Belgica; Roma mei non mea digna fuit.

Jure bono, meritorum nobilitate, triumphis

Dii tueantur; ei par nisi Roma nichil.

Vulneror, Epte reo, consul primusque senatus.

Hic gaudete mei, sic meruisse mori.

[450]. Nei manoscritti il Romuleon va ora sotto il nome di Benvenuto da Imola, ora sotto quello di Roberto della Porta. Ma notisi che sotto lo stesso titolo si ha pure un'altr'opera, da questa diversa (V. Montfaucon, Bibliotheca Bibliothecarum, col. 1194). Contrastando al gusto e alla usanza dei tempi il Romuleon è scevro delle consuete favole, composto com'è tutto intero sopra Tito Livio, Sallustio, Svetonio, Valerio Massimo, Floro, Giustino e parecchi altri antichi. Scritto in latino, fu tradotto in italiano nel secolo XIV e ripetutamente in francese. La versione italiana fu pubblicata da Giuseppe Guatteri nella Collezione di opere inedite o rare dei primi tre secoli della lingua. Le versioni francesi, che spesso si trovano in codici di gran lusso, splendidamente miniati, non ultima prova del favore incontrato dal libro, sono tuttora inedite. Di una versione di Sebastiano Mamerot, scrittore anche altrimenti conosciuto, parla il Leboeuf, Mémoires de l'Académie des Inscriptions et Belles Lettres, t. XX, p. 247. La versione di un Giovanni Melot, ignoto, si conserva nella Laurenziana. Una versione anonima si contiene nel codice L, I, 4 della Nazionale di Torino, in foglio massimo, di bellissima lettera e adorno di elegantissime miniature.

[451]. Canzone a Stefano Colonna.

[452]. Canzone per Azzo da Correggio: Quel c'ha nostra natura in sè più degno.

[453]. De casibus virorum illustrium, II, 2.

[454]. Su questo tema scrisse alcune sensate ed ingegnose pagine il Koerting nel suo libro Petrarca's Leben und Werke, Lipsia, 1878, c. VI. V. anche Burckhardt, op. cit., 3ª ed., v. 1, div. 1ª, c. VI.

[455]. Dante, Paradiso, c. VI, v. 55-6.

[456]. V. oltre alla trattazione del Massmann nel terzo volume della edizione da lui procurata, Welzhofer, Untersuchungen über die deutsche Kaiserchronik, Monaco, 1874, e Gervinus, Geschichte der deutschen Dichtung, Vª ed., v. I, p. 268-82.

[457]. V. Massmann, op. cit., v. III, p. 103-13; Faus, Versuch über J. Enikels Universalchronik, St.-Neresheim, 1793.

[458]. V. Massmann, op. cit., v. III, p. 95-103, Vilmar, Die zwei Recensionen und die Handschriftenfamilien der Weltchronik Rudolfs von Ems, Marburg, 1839.

[459]. Pubblicata da Leone del Prete, Lucca, 1858.

[460]. Pubblicate dal Ceruti nella Scelta di curiosità letterarie, disp. CLVIII, Bologna, 1878.

[461]. Della Historia Imperialis tuttora inedita conosco due manoscritti, l'uno, bellissimo della Vallicelliana in Roma, segnato D, 13, l'altro della Chigiana, mutilo in principio ed in fine, segnato I, VII, 259. Un terzo, che non conosco, ma che sembra essere il migliore, si conserva nella Capitolare di Verona, segnato CCIV, 189. L'opera dovette essere compiuta non molto dopo il 1316, secondo appare da queste parole dell'autore che tengon dietro alla storia di Teofilo: «Fateor verum in Christo ego Iohannes servus Christi ultimus levitarum compilator presentis operis quod nocte precedente scripturam huius rei de Theophylo sub anno domini Mº CCC VIº. die XXIIIº novembris quo celebratur festum beatis Clementis pape et martiris nocte precedente dum in strato positus hora qua pulsabatur prima campana matutini sancte veronensis ecclesie nec plene vigilanti nec plene dormienti apparuit mihi demon in specie iuvenis ore sereno facie iocunda venusto corpore vestibus preciosis indutus». Vedi intorno a Giovanni da Verona, Maffei, Opuscoli ecclesiastici in appendice alla Istoria teologica, Trento, 1842, p. 242-6, e tre lettere del Tartarotti che si hanno tutte insieme nelle sue Memorie antiche di Rovereto, Venezia 1754, p. 131-86.

[462]. Il Libro Imperiale fu probabilmente composto poco dopo i tempi di Enrico VII di Lussemburgo, come si può argomentare dal fatto che solamente sino a costui giunge, nella più parte dei manoscritti, la serie degl'imperatori. Se ne fecero, sino dai primi tempi della stampa, parecchie edizioni, circa le quali V. Zambrini, Le opere volgari a stampa dei secoli XIII, e XIV, IVª ed., col. 607-8. Una ristampa, condotta secondo le norme della buona critica, è da desiderare. Dell'autore di questo libro non si conosce con sicurezza il nome. Alcuni codici non recan nome di sorta, altri nel recarlo discordano. Nel cod. d, I, 4 della Casanatense si ha Can* o Cam* dal Chastello, e Cam da Castello nel cod. Parmense 710, scritto a Napoli nel 1471. Nel cod. Laurenziano pl. XLIII, 21, dei primi del XVI secolo, l'autore è Chanbio da Chastello; nei codd. della Nazionale di Firenze II, IV, 279, II, IV, 281, e nel Marciano ital. cl. XI, CXXVI, l'autore è Giovanni de' Bonsignori. La divisione in quattro libri, e le rubriche dei capitoli fanno molto spesso difetto. È nota la relazione dell'Urbano, attribuito al Boccaccio, con la storia di Selvaggio, narrata nel Libro Imperiale. Il Landau (Giovanni Boccaccio, sein Leben und seine Werke, Stoccarda, 1877, p. 244-6) e il Koerting (Boccaccio's Leben und Werke, Lipsia, 1880, p. 684-5) giudicano l'Urbano opera del Boccaccio, e credo sia questa la più fondata opinione; ma cade in errore il Landau quando dice la prima edizione del Libro Imperiale essere quella di Venezia del 1510. La Fiorita di Armannino Giudice giunge sino a Giulio Cesare, ma non ne contiene tutta la storia. (V. sulla Fiorita un diligente scritto di G. Mazzatinti nel Giornale di Filologia romanza, t. III, p. 1-55).

[463]. Il Liber Augustalis nei codici è attribuito, ora a Benvenuto da Imola, ora al Petrarca. Sotto il nome di Benvenuto da Imola fu pubblicato a Strasburgo nel 1505, e nel v. II degli Scriptores del Freher; in calce alle opere del Petrarca fu stampato a Venezia nel 1501. Il cod. Vatic. Ottob. 1467 lo attribuisce a un Bonaventura. Esso si trova dedicato al marchese Niccolò d'Este, a Mattia re di Ungheria e di Boemia, ad altri. Giovanni Stella lo stampò sfacciatamente sotto suo nome in Venezia nel 1503, dedicandolo ad Alvise Trevisan.

[464]. V. 1233. Così ancora in Heinrich von München.

[465]. V. 1138-1230. Così ancora Enenkel ed altri.

[466]. Kaiserch., 4856-63.

[467]. Ibid., v. 4869-76, 4881-5119.

[468]. Ib., v. 5706-854. Lo stesso si ha in Heinrich von München.

[469]. Ib., v. 6465-6.

[470]. Nella Historia Septem Sapientum Ponziano è l'imperatore, Diocleziano il principe; così pure nei Sept Sages de Romme pubblicati a Ginevra nel 1492. Ma nella più parte delle versioni Diocleziano è l'imperatore. Nel Romans des Sept Sages pubblicato dal Keller l'imperatore è Vespasiano, ecc. Nel racconto di Giovanni di Alta Selva Dolophatos, padre di Luscinius, è re di Sicilia.

[471]. Ed. dell'Oesterley, app., 77.

[472]. Cap. 103. Questa novella si trova in Plutarco, De Garrulitate, e in molti altri. Aggiungasi all'elenco che ne dà l'Oesterley anche il Fiore di Virtù, ove i consigli non sono più tre, ma uno solo.

[473]. The early english versions of the Gesta Romanorum pubblicate la prima volta dal Madden, ripubblicate da Sidney I. H. Herrtage per la Early English Text Society, Extra Series, XXXIII, Londra, 1879, p. XXXII.

[474]. Ib., p. VII. Gesta Romanorum, ed. dell'Oesterley, c. 105. V. Massmann, Kaiserch., v. III, p. 997-1002, e Gaston Paris, Histoire poétique de Charlemagne, p. 354-6.

[475]. V. Landau, Die Quellen des Decamerone, Vienna, 1869, p. 70-1, e D'Ancona, Le Fonti del Novellino in Studj di critica e storia letteraria, p. 279-83, 307-8.

[476]. Nov. XIV del testo Gualteruzzi.

[477]. Parte III, c. 133.

[478]. Von der Hagen, Gesammtabenteuer, v. II, p. 41-8.

[479]. CCXXXI.

[480]. Cap. XXXIX, Della Lussuria.

[481]. Confessio amantis, l. II.

[482]. CCCXXVIII. Comincia: «El mayor sennorío de dignidat del mundo es el imperio de Roma, é esta dignidat muchos rústicos la tovieron é hobieron; ma abasta poner enxemplo de dos que en uno fueron emperadores.»

[483]. X.

[484]. V. 7471-622. Cf. v. III, p. 829-33.

[485]. Von der Hagen, Gesammtabenteuer, v. II, p. 533-47. Cf. v, III, p. CXLVII, CL.

[486]. Marie de France, Fables, Prologue, v. 12-6:

Romulus qui fu emperere,

A sun fill escrit et manda

Et par essemple li mustra

Cum il se puist cuntreguetier

K'hum ne le peust engingnier.

[487]. Nella leggenda italiana che di S. Clemente si ha a stampa (s. l. n. a.) Faustiniano non è imperatore di Roma.

[488]. Questa storia edificante era buon argomento di dramma sacro. V. un Aucto del emperador Juveniano fra gli Auctos sacramentales desde su origen hasta fines del siglo XVII, nella Biblioteca del Rivadeneyra, 1865, p. 26-9. È la stessa storia che porge il soggetto alla nostra rappresentazione del Re Superbo, e a un libretto popolare che, sotto il titolo di Storia del Re Superbo, si ristampa tuttavia.

[489]. Le eccezioni sono rare. Radulfo Colonna, nel suo trattatello De translatione imperii dice, parlando appunto dell'impero: «Quam monarchiam, cum primum Octavianus Augustus deinde successores eius praeferrent, non uniformiter tenuerunt». E quasi subito dopo: «Imperium Romanum a Julio Caesare secundum quosdam, sed verius ob Octaviano Augusto primo Romanorum imperatore inchoatur». Questo ripete con le parole medesime Marsilio Menandrino, che pure scrisse un trattato De translatione imperii, copiando in massima parte quello di Radulfo Colonna, sebbene citi invece le Istorie di Landulfo Colonna. Honoré Bonnor, o Bonet, nell'Arbre des batailles (Parigi, per Antonio Verard, 1493, parte IIª, c. 2) riconosce che Ottaviano Augusto fu il primo imperatore: «Et vraiement il fut le premier empereur qui fut a rommes selon les vrayes histoires». Nel c. 13 dice che Giulio Cesare fu solamente chiamato principe di Roma. Di Cesare dice Giovanni Villani (Istorie Fiorentine, l. I, c. 29): «il detto Cesare levò l'ufficio de' consoli, e dittatori, ed egli primo si fece chiamare imperatore». L'opinione di Dante non appar chiara dal v. 57 del c. VI del Paradiso, dove dice, parlando del sacrosanto segno dell'impero,

Cesare per voler di Roma il tolle;

ma ciò che della pena di Bruto e Cassio narra nel c. XXXIV dell'Inferno fa sospettare che anch'egli avesse Giulio Cesare in conto di primo e legittimo imperatore. Secondo la Kaiserchronik (v. 523-5) quando Giulio Cesare fu divenuto imperatore i Romani cominciarono a dargli del voi. Lo stesso si racconta nel Libro Imperiale. Dante, parlando a Cacciaguida, ricomincia

Dal voi che prima Roma sofferie,

(Parad., c. XVI, v. 10), ma non accenna menomamente a Cesare. Ad esso accenna invece Fazio degli Uberti, quando dice, in un luogo del Dittamondo:

E pensa ancor come perduto visse

Colla sua Cleopatra oltre due anni

Colui a cui 'l Roman prima voi disse.

[490]. V. Birch-Hirschfeld, Ueber die den provenzalischen Troubadours des XII und XIII Jahrhunderts bekannten epischen Stoffe, Halle, s. S., 1878 p. 25.

[491]. Ed. dell'Andressen, v. I, v. 47-52.

[492]. Inferno, c. IV, v. 123.

[493]. Cod. della Nazion. di Torino L, V, 6, f. 203 r., col, 1ª.

[494]. Cod. Casanat., p. 11 r., col. 1ª.

[495]. Vita di Cola di Rienzo, l. II, c. I, ap. Murat., Ant. ital., t. III, col. 399.

[496]. Pubblicata non ha guari dal Settegast, Halle, 1881.

[497]. V. Histoire littéraire de la France, t. XIX, p. 686.

[498]. V. Bartoli, Storia della letteratura italiana, v. III, p. 48-51. Questa versione fu pubblicata da Luciano Banchi nella Collezione di opere inedite o rare, Bologna, 1863. Vedi una critica che di questa pubblicazione fece il Mussafia nel Jahrbuch für romanische Literatur, v. VI, p. 109 segg.

[499]. L'unico manoscritto si conserva a Parigi nella Bibl. Nat., segnato Fr. 1457. V. Joly, Benoit de Sainte-More et le roman de Troje, v. II, p. 383-5; Hist. litt. de la Fr., t. XIX, p. 681; Settegast, Jacos de Forest e la sua fonte, Giorn. di fil. rom., v. II, p. 172 segg.

[500]. Bartoli, St. d. lett. it., v. II, p. 325 segg.

[501]. Fu stampato ad Abbeville nel 1487, a Parigi nel 1507. Ant. Rodriguez ne fece una versione spagnuola.

[502]. CCLIII.

[503]. Cartier, Mémoires de la Société des antiquaires de l'Ouest, 1841, p. 243-5.

[504]. Parte 1ª c. CI. V. le varie opinioni seguitate dagli antichi in Sparziano, Vita Aelii Veri, I.

[505]. Cod. della Bibl. Nat. di Parigi Esp. 46, f. 74 r. e v.

[506]. L. II, c. 3-7.

[507]. V. 255 segg.

[508]. Nel testo più antico di Vorau, pubblicato dal Diemer, Vienna, 1849, si legge il verso:

o v

als ain flut uoren si zerome indaz lant.

Lo stesso si narra nell'Annolied. V. Hoffmann, Fundgruben für Geschichte deutscher Sprache und Litteratur, Breslavia, 1830-7, v. I, p. 251.

[509]. Aulo Gellio poneva gli Sciapodi nell'estremo Oriente, Solino nell'India, Plinio, Esichio, Sant'Agostino, Isidoro di Siviglia li ponevano in Africa. V. Berger de Xivrey, Traditions tératologiques, Parigi 1836, p. 90-2.

[510]. Cod. Casanat., l. II, c. 21, p. 22, col. 1ª.

[511]. Col nome di Turchi si trovano spesso designate molte e varie popolazioni dell'Asia.

[512]. L'Erminia maggiore era l'Armenia maggiore.

[513]. Cod. Laurenz. pl. LXII, 12, conto XXX, f. 236 r.

[514]. Cap. 97.

[515]. Questo medesimo errore si trova nel Liber moralizationum historiarum dell'Holkoth, ed. del 1586, Moralitas III.

[516]. Cod. Casanat., l. I, cc. 8-13, p, 14. col. 2ª, a 16 col. 1ª. Cf. le descrizioni che de' trionfi fa Roma nel l. II, c. 3 del Dittamondo.

[517]. Il cod.: farnanie, ma altrove: fornacie.

[518]. Meglio forse il cod. Marciano: tutti e ballatori e armeggiatori chon gente festereccia chon infiniti strumenti.

[519]. Il famoso Bucefalo di Alessandro Magno è qui usurpato da Cesare.

[520]. Il cod., per errore: sechondo.

[521]. Il cod., chiesa.

[522]. Il cod., che me de.

[523]. Intendi Nicomede e Bitinia.

[524]. Il racconto del Libro Imperiale non deriva da fonti francesi. Cf. quanto dei trionfi romani si dice nella Hystore de Julius Cesar di Giovanni di Tuim, ed. del Settegast, p. 8-10, Jacot de Forest racconta nei seguenti termini il trionfo di Cesare dopo la guerra di Spagna (ap. Joly, op. cit., v. II, p. 390-1, n. 3):

Quant li païs d'Espagne fu trestoz aquitez

Et que Cesar ot touz ses anemis matez

Et as autres se fu si en pais racordez

Que de nului ne fu guerroiez ne grevez

Lors est li ber à Rome en joie retornez;

Si fu donc receuz à Rome et honorez

Del ator du triomphe qui li fu presentez

Li triomphes cest ce qu'ainçois qu'il fust entrez

En Rome la cité contre lui est allez

Et li poeples de Rome et trestouz li ber nez.

Et si li fu un chars contre lui amenez

Qui toz estoit d'argent et d'or enluminez,

Et IIII blanch chevaus i avoit acouplez

Que por traire le char i avoit ajoustez.

Et quant Cesar li ber fu vestus et parez

A vesteure d'or sor le char est montez

Et toz les poeples iert entor lui ajoustez.

Ensi com coustume iert Cesar lor a contez

Les estors qu'il a fais, ces a briement nomez

Les barons et les princes que il avoit matez,

Et les païs aussi qu'il avoit conquestez;

Et quant iço lor ot conté briement assez

Lors fu de tot le poeple hautement saluez,

Et princes et poissans hautement apelez.

S'ot entor lui granz chans et granz deduiz menez,

Si ot timbres, tabors, cors et flaioz sonnez.

Si en est parmi Rome en tel guise passez

Tant qu'au maistre palais de Rome est arestez,

Et lors descent du char, si monte les degrez

Dou palais principal qui de marbre est pavez.

Et quant enz el palais ot trestoz assemblez

Les barons de la cit, granz dons lor a donez

Si a terres et fiez as plusors divisez;

Et adonc fu Cesar esluz et eslevez,

A empereur fu de Rome couronez.

S'ot donc li ber emplies ses pluseurs volontez

Por que de Rome fu emperere apelez.

[525]. In più di un romanzo francese Giulio Cesare è ricordato quale autore dei chemins ferrés.

[526]. Fiorita, conto XXXII. Un libro delle armi e degli stemmi delle famiglie illustri di Francia, stampato a Parigi nel 1645, è intitolato: Le Cesar armorial. In fronte al volume una incisione rappresenta Cesare combattente, sotto a cui le parole: Sed quid contra sonantem Caesaris aegidam possent ruentes.

[527]. Isidoro di Siviglia, Etymol., l. V, c. 33; Beda, De div. temp., De rat. comp., c. 7, De rat. tem., c. X, ecc. Filippo di Thaun dice nel Livre des Creatures (ed. cit., p. 32):

Mais Julius chi puis fud iloc dux

Al sedme mois posat son nom, Juil l'apelat

Pur ço qu'il fud net en nul que ai numet.

Quanto alla significazione dei nomi latini dei mesi, nel medio evo, in generale, si accettano le spiegazioni date già dagli antichi. (V. tuttavia quanto a proposito del mese di Gennajo si è notato nel cap. VI, p. 219). Lo stesso dicasi dei nomi di calendae, nonae, idus, ecc. Filippo di Thaun (p. 33) dice che nelle calende si facevano venire a Roma gli abitanti di tutto il regno,

Trestuz icels del regnet à Rome la citet.

[528]. Ist. Fiorent., l. I, c. 30-32.

[529]. La descrizione che il Villani ne fa (c. 36) ricorda quella che del Circo di Tarquinio Prisco si legge nei Mirabilia (v. cap. VI, p. 135) e si riferisce evidentemente ad un circo od anfiteatro di cui rimanevano ancora gli avanzi. Giulio Cesare, stando ad assedio a Fiesole, comandò ad alcuno dei suoi «che dovessero andare nella villa di Camarti presso al fiume d'Arno et ivi edificassero Parlatorio per potere in quello fare suo parlamento, et per una sua memoria lasciarlo. Questo edificio in nostro vulgare havemo chiamato Parlagio. Et fu fatto tondo et in volte molto maraviglioso con piazza in mezzo. Et poi si cominciavano gradi da sedere per tutto attorno. Et poi di grado in grado sopra volte andavano allargandosi in fino alla fine dell'altezza, ch'era alto più LX. braccia. Et havea due porte, et in questo si ragunava il popolo a fare parlamento. Et di grado in grado sedeano le genti: al disopra i più nobili, et poi digradando secondo le degnità delle genti; et era per modo che tutti quelli del parlamento si vedevano l'uno l'altro in viso. Et udivasi chiaramente per tutti ciò che uno parlava; et capeavi ad agio infinita multitudine di gente, e 'l diritto nome era Parlatorio. Questo fu poi guasto al tempo di Totile, ma ancora ai nostri dì si ritrovano i fondamenti, et parte delle volte presso alla Chiesa di Santo Simeone in Firenze. Et infino al cominciamento della piazza di Santa Croce, et parte de' palagi de' Peruzi vi sono su fondati et la via, che è detta Angiullaja, che va a Santa Croce, va quasi per lo mezzo di quello parlagio».

[530]. Cap. 33-38.

[531]. Cap. 38. «Distrutta la città di Fiesole, Cesare con sua hoste discese al piano presso alla riva del fiume d'Arno, là dove Fiorino fu morto da i Fiesolani, et in quello luogo fece cominciare a edificare una città, acciò che mai Fiesole non si rifacesse; et rimanendo i cavalieri Latini, i quali seco havea arricchiti delle ricchezze de' Fiesolani, i quali Latini, Tuderini erano appellati. Cesare dunque compreso lo edificio della Città, et messevi dentro due ville dette Camarti, et villa Arnina, voleva quella per suo nome appellare Cesaria. Il Senato di Roma sentendolo, non sofferse, che Cesare per lo suo nome la nominasse; ma feciono decreto, et ordinarono, che quegli maggiori Signori ch'era stati alla guerra di Fiesole, et allo assedio, dovessero andare a fare edificare con Cesare insieme, et popolare la detta Città, et qualunque di loro soprastesse al lavorio, cioè facesse più tosto il suo edificio, appellasse la Città di suo nome, o come a lui piacesse. Allhora Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Marzio, apparecchiati fornimenti et di maestri, vennero da Roma alla Città che Cesare edificava, et insieme con Cesare si divisero lo edificio in questo modo: che Albino prese a smaltare tutta la Città, che fu uno nobile lavoro, et bellezza et nettezza della Città. Et ancora hoggi del detto smalto si trova cavando, massimamente nel sesto di Santo Pietro Scheragio, et in Porta San Piero del Duomo, ove mostra che fosse l'antica Città. Macrino fece fare il condotto delle acque in ancora, facendole venire da lungi alla Città per VII. miglia, acciochè la città avesse habondanza di buona acqua da bere, et per lavare la Città; et questo condotto si mosse fino dal fiume detto la Marina a pie' di Monte Morello, raccogliendo in sè tutte quelle fontane sopra Sexto, Quinto et Colomata. Et in Firenze faciano capo le dette fontane a uno grande Palagio, che si chiamava termine caput aquae, ma poi in nostro vulgare si chiamò Capaccio, che ancora hoggi in termine si vede l'anticaglia. Et nota, che gli antichi, per sanità usavano di bere acqua di fontane menate per condotti, perchè erano più sottili et più sane, che quelle de' pozzi, però che pochi, anzi pochissimi beveano vino, anzi acqua beveano di fontane per sanità, menate per condotti. Et pochissime vigne erano ancora. Gneo Pompeo fece fare le mura della Città di mattoni cotti, et sopra le mura della Città edificò torri ritonde molto spesse, per ispatio dall'una torre all'altra di XX. cubiti, sì che le torri erano di grande bellezza et fortezza; et del compreso et giro della Città quanto fossi non troviamo Cronica che ne facci mentione; se non che quando Totile Flagellum Dei la distrusse, fanno le historie mentione che era grandissima. Martio l'altro Signore Romano fece fare il Campidoglio al modo di Roma, cioè Palagio, ovvero mastra fortezza della Città, et quello fu di maravigliosa bellezza. Nel quale l'acqua del fiume per gora con cavata fogna venia, et sotto volte, et in Arno sotto terra si ritornava, et la Città per ciascuna festa dallo sgorgamento di quello era lavata. Questo Campidoglio fu dove è hoggi la piazza di Mercato vecchio, di sotto alla Chiesa, che si chiama Santa Maria in Campidoglio. Et questo pare più certo. Alcuni dicono che fu dove hoggi si chiama il Guardingo, di costa alla piazza del palagio del popolo et de' Priori, la quale era un'altra fortezza. Guardingo fu poi nominata l'anticaglia de' muri et volte, che rimasero disfatte dopo la destruttione di Totile, et poi vi stavano le meretrici. I detti Signori per avanzare l'uno lo edificio dell'altro con molta solicitudine si studiavano, ma in uno medesimo tempo per ciascuno fu compito. Sì che nessuno di loro hebbe acquistata la grazia di nominare la Città per lo suo nome et volontà. Onde fu al cominciamento per molti chiamata la picciola Roma, altri l'appellavano Floria, perchè Fiorino fu quivi morto, che fu el primo edificatore di quello luogo, et fu in opera d'arme et di cavalleria Fiore, et in quello luogo et campi d'intorno, ove fu la Città edificata, sempre nascono fiori et gigli. Poi la maggiore parte delli habitanti furono consentienti di chiamarla Floria, siccome fossi in Fiori edificata, cioè con molte delitie; et di certo così fu, però ch'ella fu populata della miglior gente di Roma, et di più sofficienti mandati per li Senatori di ciascuno Rione di Roma per errata, come toccò per sorte che l'habitassero. Et accolsero con loro quelli Fiesolani, che vi vollono habitare. Ma poi per lo lungo uso del vulgare fu nominata Fiorenza, cioè s'interpreta spada; et troviamo ch'ella fu edificata anni DCLXXXII. dopo la edificatione di Roma, et anni LXX. anzi la Natività del nostro Signore Jesu Christo. Et nota, perchè i Fiorentini sono sempre in guerra et in divisione tra loro, che non è da maravigliare, essendo stratti et nati di due popoli così hora contrarj et nimici, et diversi di costumi, come furono i nobili Romani vertudiosi, et Fiesolani, crudi et aspri di guerra».

[532]. V. i Gesta Florentinorum di Sanzanome, e l'anonima Chronica de origine Civitatis, pubblicati dall'Hartwig, Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte der Stadt Florenz, parte 1ª, Marburgo, 1875. Nulla si sa circa la origine della leggenda. (V. quanto lo stesso Hartwig dice a pag. XV e segg. del suo scritto). Dai Gesta e dalla Chronica attinge il Villani; ma il suo racconto è più diffuso. A proposito della nuova città, che Cesare avrebbe voluto chiamare col suo nome, nella Chronica si legge: «Senatoribus et consulibus Romanorum non permittentibus statuerunt quod unus ex nobilibus civibus Romanorum muros civitatis deberet fieri facere et turres cum depressas per girum murorum civitatis praedictae ad similitudinem urbis Romae. Alius vero deberet fieri facere Capitolium sicut erat in urbe Romana. Alius autem deberet fieri facere docceas unde duceretur aqua a longo per VII miliaria, ut lavaretur civitas per unamquamque diem solemnem. Et alius deberet fieri facere persalium, gardingum et termam sicut erat in urbe Roma».

[533]. Ist. Fior., capp. 14-21.

[534]. È noto come spesso nella leggenda si scambino Attila e Totila.

[535]. Inferno, c. XV, v. 61-3.

[536]. Si enumerano nella Kaiserchronik e nella Veltchronik di Rudolf von Ems continuata da Heinrich von München. Ruperto nella sua narrazione De incendio tiutiensi, dice a proposito della costruzione del castello di Deutz (Tiuze, Diucia, Tiutium): «Porro de constructione castri diversa opinio est, aliis opinantibus fuisse opus Julii Caesaris, aliis asserentibus, quod tempore, quo imperator Constantius et filius eius Constantinus expeditionem in Galliis habuerunt, constructum fuerit ab eodem Constantino, devictis Francis». (Ap. Pertz, Script., t. XII, p. 632). La città dl Julina (Wollin) sarebbe stata anche essa fondata da Giulio Cesare. Ebbone, nella Vita Ottonis episcopi Babenbergensis (l. III, ap. Pertz, Script., t. XII, p. 858) dice che in quella città si vedeva ancora la lancia di Giulio Cesare infissa in una colonna, ob memoriam eius infixa servabatur. Anzi gli abitanti la veneravano ancora al tempo del vescovo Ottone. (Monachi Prieflingensis Vita Ottoni episcopi Babenbergensis, l. II, nel t. cit. del Pertz, p. 691). Magdeburgo fu fondata da Cesare (Annales Magdeburgenses, ap. Pertz, Script., t. XVI, p. 143), e da Cesare ebbe il nome la Dacia (Annales Ryenses, ap. Pertz, Script., t. XVI, p. 392).

[537]. Op. cit., v. I, p. 235. «A cel temps avient à Romme, quant ons fendoit I pain qu'ilh en issoit sanc à fuison; et braioient les biestes mues par les bois et altrepart, ilhs sembloient eistre enragiés. Et durat chu III jours et III nuites. Adont vienrent les senateurs à Virgile, et li priarent qu'ilh leur vosist dire la signifianche que chu signifioit. Et ilh leur dest que ly pains signifioit Julius Cesaire, qui seroit ochis anchois I an acomplis, en temple où ilh devroit faire reverenche a leurs dieux; et les biestes signifioient que III jours anchois sa mort venront diverses signe à Romme, et queli peuple ploroit Julien Cesaire apres sa mort».

[538]. Cod. Laurenz., pl. XLIII, 21 f. II v. Cf. la Cronaca di Alfonso il Savio, parte lª, c. CVI. V. Svetonio, Caes., 81.

[539]. Il terzo segno nel Libro imperiale così si descrive (cod. II, IV, 281 della Nazion. di Firenze, f. 16 r. e v.): «Il quarto giorno stette Cesare in gran solazzo, quasi dimenticando ogni segno a lui apparito. Et aveva Cesare la donna; di chui gente fosse non troviamo. La notte si choricò con lei in gran solazzo, et il tempo era pulito et chiaro. Et eccho nella mezzanotte si levò uno terribile vento; ma non fu solo, che tutti insieme chombatterono li venti, et la mattina segguente doveva essere la morte di Cesare. Udendo Cesare tale tempesta si fu svegliato, et ascoltando el tempo aperse tutte le finestre del palazzo, et parevagli che moltitudine di gente fosse per la sala; onde si levò, et come ardito et francho vighorosamente s'armò et andando per la sala fino alle finestre non trovò persona. Et udiva voci per l'arie dicenti: Domani a morte sarà chi non si ghuarda. Cesare aveva più volte uditi spiriti parlare, perchè era grande negromante, et però non li parve cosa nuova quelle voci. Onde riserrò le finestre, e tornossi a riposare nel letto». Altro segno della imminente sciagura è la morte del cavallo col corno in fronte.

[540]. L. IV, c. 2.

[541]. Ciò che qui si dice del bue e dell'agricoltore ricorda un prodigio consimile che si pone tra i segni annunziatori della venuta di Cristo.

[542]. Ciò che Eginardo racconta dei segni che annunziarono la morte di Carlo Magno somiglia troppo alle favole che, circa la morte di alcuni imperatori, si trovano negli storici latini. Ricorda in più particolar modo uno dei segni precursori della morte di Augusto quanto egli narra di una parola di certo epigramma cancellata nella cattedrale di Aquisgrana. «Erat in eadem basilica in margine coronae, quae inter superiores et inferiores arcus interiorem aedis partem ambiebat, epigramma Sinopide scriptum, continens, qui auctor esset eiusdem templi; cuius in extremo versu legebatur: Karolus princeps. Notatum est a quibusdam, eodem quo decessit anno paucis ante mortem mensibus eas quae princeps exprimebant, litteras ita esse deletas, ut penitus non apparerent» (Vita Caroli, c. 32, ap. Jaffè, Monumenta Carolina, p. 537). È noto del resto che, nello scrivere la vita di Carlo Magno, Eginardo si tenne innanzi come modello le Vite di Svetonio.

[543]. Cod. Laurenz. pl. XLIII, 21, f. 10 r.

[544]. L. II, c. 26, cod. della Nazion. di Torino L, II, 15, f. 120, v., col. 2ª a f. 122 r., col. 1ª.

[545]. Le cinquiesme volume des anciennes Croniques Dangleterre, ecc., Parigi, 1532, c. IV.

[546]. V. Sinner, Catalogus codicum mss. bibliothecae Bernensis, v. II, p. 149-50.

[547]. I Fatti di Cesare, p. 305.

[548]. Polychronicon, l. III, c. 42.

[549]. L. II, capp. 30-35, cod. Casanat., p. 50, col. 2ª a 57, col. 2.

[550]. Il cod. Marciano: tutti li romani.

[551]. Il cod. Laurenz.: punto di lena.

[552]. Il cod. Laurenz.: d'uno cervio.

[553]. Il cod.: el poadoro a ritroso; il cod. Laurenz., a ritroso nel champo d'oro.

[554]. Il cod., et nel messo acchonciorono et intorno; il cod. Marciano: et d'intorno achonciarono.

[555]. Il cod.: al.

[556]. Il cod.: strenuo.

[557]. Il cod.: giulia.

[558]. Parad. c. VI.

[559]. Fra i codici Canoniciani della Bodlejana ad Oxford uno ve n'ha (n. 136) che mi duole di non aver potuto più attentamente esaminare durante un troppo breve soggiorno in quella città. In esso si contiene una storia di Giulio Cesare in dialetto veneto, compilata principalmente sopra Lucano, e divisa in capitoli con le loro rubriche. Il codice fu finito di scrivere Ano dni 1454 die primo setenbris. La narrazione comincia da Romolo e Remo e giunge, come nel Libro Imperiale, sino ad Enrico VII di Lussemburgo, ma dalla narrazione del Libro Imperiale è totalmente diversa. Il titolo suona così: Qui comenza le zesarie batalie Romane e come per suo prodeza se feze primo imperatore. Comincia: «Lo nostro signor dio feze li zielli e poi le acque e tuto l'universo mondo, lo qualle mondo tuto sotomise ad Adamo nostro primo padre. Adamo ebe tutto el mondo prima a suo governo, e poi la sua desendenzia tuti desiderò la signoria de le cosse terene. Non guardando reverenzia l'uno a l'altro perchè fusero de mazor etate». Non so in che relazione questo racconto possa stare coi racconti francesi ricordati di sopra. A proposito della morte di Giulio Cesare al f. 70 v. si legge: «Li Romani pilloro quello corpo e misselo ne la piaza. Lo remor fo grande per la tera. A l'arme corse zitadi[ni], terreri, populari e forestieri. La parte che ozise Zesaro aveano de molti soi amizi armati, i qualli venero a la piaza per suo difesa. Ma li amizi de Zasero soperchiero per forma che li zitadini che l'olzise se convine fugir da la piaza, se no seriano stati morti, e insino fuora de la zitade, sino a che lo remor arquanto se aquietò».

[560]. Lo stesso nella Graphia. Giovanni Cavallino, Polistoria l. VII, c. I: «iuxta quod est agulia Cesaris primi monarche Romanorum, in cuius pinaculo corpus eius interemptum urna sferica speculatur sepultum».

[561]. V. 624.

[562]. Liber moralizationum historiarum, Moralitas III.

[563]. C. 159. Traggo questo passo da un codice; nella stampa veneziana del 1577 esso occorre alquanto diverso. Inoltre l'autore soggiunge: «Similem pyramidem extruxit Cesar Turonis iuxta ripam Liguris, et in ea inclusit cuiusdam sui amici cineres, qui fuit interfectus».

[564]. Cod. L, II, 10, f. 106 v.

[565]. V. Massmann, Kaiserchronik, v. III, p. 537.

[566]. Caes., 85.

[567]. Ciò è poi dall'Anonimo ripetuto anche altrove. A questo suo errore diede certamente origine l'iscrizione seguente che si legge sull'obelisco vaticano: DIVO. CAESARI. DIVI. IVLII. F. AVGVSTO. TI. CAESARI. DIVI. AVGVSTI. F. AVGVSTO. SACRVM. L'Anonimo dice sepolti sotto a guglie anche Trajano ed Antonino Pio.

[568]. Degli avanzi di questa guglia dice inoltre: «Alia quae nunc fracta in sancto Mauro, puto, postquam secundum apparentiam alicuius tituli ibi stat, quod fuit illa in Foro, ubi cinis et ossa Caesaris steterunt, quia longitudo quasi apparet cum illis aliis tribus petiis circa ipsam existentibus, et de loco ubi ipsa nunc stat nullum aliud dicitur, nisi quod vulgariter dicitur schola Bruti».

[569]. Cod. Vatic. 4792, f. 212 v, col. 1ª e 2ª. Cf. il passo corrispondente della versione italiana, c. 67.

[570]. Kaiserch., v. III, p. 538.

[571]. Cf. Gregorovius, Gesch. d. St. Rom., v. III, p. 557.

[572]. Otia imperialia, decis. II, 9.

[573]. Parte XVª.

[574]. Ma nello Speculum Regum (ap. Pertz, Script., t. XXII, v. 837-9):

Mira sepultura stat Caesaris alta columpna,

Regia tructura, que rite vocatur Agula.

[575]. Cod. della Nazion. di Torino H, V, 37, f. 45 v. a 46 r.

[576]. In certe altre cronache manoscritte, conservate ancor esse nella Nazion. di Torino (cod. E, V, 8, f. 2 r., col. 1ª) è detto: «In concha aurea super columpnam que olim Iulia, nunc acus sancti Petri dicitur, sepelitur». Nella cronaca di Giordano (cod. Vatic. 1960, f. 80 v., col. 1ª): «In Foro quoque columna lapidea prope .XX. pedum erecta est, super quam tumulatus est, aiulia dicta est, nunc acus vocatur».

[577]. Cod. della Nazion. di Torino L, IV, 27, f. 117 v.

[578]. L'arbre des batailles, parte II, c. 13.

[579]. Parte 1ª, c. CVI.

[580]. Commento alla Divina Commedia, c. IV, v. 121-9.

[581]. Kaiserch., v. III, p. 538.

[582]. Oppure:

Sed si sint plures dic ubi congeries;

o anche semplicemente:

Si plures dic ubi contigui.

Qualche volta i versi sono tre, come nei Mirabilia di un Codice Harlejano (n. 562, f. 5 r.):

Si lapis sit unus dic qua sit arte levatus,

Si lapides bini dic ubi contigui,

Si lapides plures dic ubi congeries.

Qualche altra volta giungono a quattro, come nei Mirabilia di un codice Casanatense segnato D, V, 13, f. 148 v.:

Mira sepultura stat Cesaris alta columpna

Regia structura quanta non extat in aula:

Si lapis est unus dic qua fuit arte levatus,

Et si sunt plures dic ubi congeries.

Così si ha, presso a poco, anche nei Mirabilia Rome urbis più volte stampati da Stefano Planck. Spesso questi versi vanno a legarsi coi due già riportati di sopra, i quali formano propriamente l'epitafio di Giulio Cesare.

[583]. De laudibus divinae sapientiae, dist. Vª, v. 316-20.

[584]. Cod. L, IV, 18 della Nazion. di Torino, f. 40 v.

[585]. Cod. E, V, 8 della Nazion. di Torino, f. 2 r., col. Iª.

[586]. Come di Enrico III lo riferisce Guglielmo di Malmesbury, De Gestis Regum Anglorum, l. II (ap. Pertz, Script., t. X, p. 468-9). Cf. l'Anthologia del Burmann, v, II, p. 153.

[587]. Ap. Pertz, Script., t. XI, p. 668.

[588]. CCXXV.

[589]. Veggansi a tale proposito le considerazioni che tre, o più filosofi fanno sopra la tomba di Alessandro Magno, in parecchie storie dell'eroe, nei Gesta Romanorum (n. 31, p. 329, ed. Oesterley), nella Summa praedicantium di Giovanni Bromyard (Lett. M, cap. XI, 140), nel Libro de los buenos proverbios que dieron los philosophos (Knust, Mittheilungen aus dem Eskurial, Biblioth. d. Litter. Ver., CXLI, 1879) ecc. Cf. Liebrecht, Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, n. 20, p. 87-8. Il codice Mediceo Palatino della Laurenziana contrassegnato col n. 119, contiene dal f. 140 r. al 141 r. nove sonetti che si pongono in bocca di Salomone, Ettore, Achille, Enea, Sansone, Paride, Ercole, Cesare. Quest'ultimo dice:

Io fui l'ardito Ciesere inperiere,

D'ogni paese volli esser signore;

L'animo mio fu di tanto valore

Ch'a ogni afanno volli essere primiere.

Reggi, singnori e tutte lor bandiere

Per mio chomando s'ivan dentro e fore,

Ed ebbi in me tanto valente chore

Ch'io non temetti di niun suo podere.

Non ebbi mai paura di morire

Nè già temetti un grande stormo; (sic)

Anzi mi confortava, e ringioire

Il cor me ne sentia, abiendo attorno

I franchi chavalier pien d'ongni ardire

Nelle battaglie sanza far soggiorno.

E tutto mio poter morí in un giorno.

[590]. Giovanni d'Outremeuse dice (op. cit., v. I, p. 243) che esso fu fatto a quel modo per consiglio di Virgilio. Secondo una leggenda riferita da Gutierre Diaz de Games e dallo stesso Giovanni d'Outremeuse, la guglia in cima alla quale furono poste le ceneri di Giulio Cesare doveva servire a Salomone. V. Comparetti, Virgilio nel medio evo, v. II. p. 102.

[591]. Così e non

Vedi là il ponte ove il cimier fu miso,

come spropositatamente reca l'edizione milanese del 1826. Il Jordan, non conoscendone altra, confessò (op. cit., v. II, p. 391) di non intendere a che cosa Fazio degli Uberti avesse voluto alludere. L'edizione veneziana del 1501 leggeva ancora

Vidi la el pome ove 'l cenner fu miso.

[592]. Ap. Gale, Historiae britannicae el anglicanae Scriptores, t. XX, v. I, p. 596.

[593]. La cronaca di Riccardo di Cluny fu pubblicata solamente in parte. Nel manoscritto della Bibl. Nation. di Parigi, segnato 5014 nulla trovai che giustificasse la citazione di Giovanni Fordun.

[594]. Inf. c. XXXIV, V. 61-7. Quella compagnia e il silenzio che Dante serba sul loro delitto dicon più di ogni discorso.

[595]. Cod. Laurenz., pl. LXII, 19, f. 47 r., col. 1ª.

[596]. C. I.

[597]. L. 1, c. 23, cod. Casanat., p. 24, col. 2ª. Di un altro Giulio Cesare, imperatore ancor esso di Roma si legge nel Roman de Merlin una storia assai stravagante. Merlino, lasciata la Bretagna e il re Artù se ne andò a stare per alcun tempo nella foresta di Romania, en la forest de Romenie. Era allora imperatore di Roma un Giulio Cesare; mais ce ne fut mie ce Iulius Cesar que le chevalier Mars occist en son pavillon ou royaulme de Persie, mais fut celui que messire Gauvain le nepveu au roy Artus occist en la bataille dessoubs Langres pour ce qu' il avoit desfie le Roy Artus. La moglie di questo Giulio Cesare, la quelle estoit une des belles dames de tout le monde, mais moult fut chaulde et luxurieuse de son corps, tiene con sè dodici giovani scudieri in abito di donzella, coi quali tutti si giace, quando l'imperatore non è in città. Advenable, figliuola di Mathan, duca di Germania, capita a Roma in abiti maschili, si fa chiamare Grisendoles, ed entra nelle grazie dell'imperatore, che la fa cavaliere e siniscalco dell'impero. Una notte Giulio Cesare sogna una troja coronata che si fa montare da dodici piccoli leoni, e che egli dà, insieme con questi, alle fiamme. Turbato del sogno, vuol saperne il significato. Mentre siede a mensa co' suoi baroni, Merlino, trasformato in cervo, entra nella città, mettendola tutta a soqquadro, si caccia nella sala del banchetto, travolgendo ogni cosa, e dice a Giulio Cesare che non isperi di conoscere ciò che desidera finchè un uomo selvaggio non glielo sveli. Poi se ne torna alla selva. Cesare promette la figliuola e mezzo il regno a chi saprà condurgli l'uomo selvaggio, o il cervo. Molti ci si provano invano. Un cignale insegna a Grisendoles il modo di venire a capo della impresa, a cui anch'ella s'è accinta. L'uomo selvaggio, cioè Merlino, condotto dinnanzi all'imperatore scopre la colpa dell'imperatrice, la quale è arsa viva insieme co' suoi dodici drudi. (Ed. di Antonio Verart, Parigi, 1498, v. II, f. XXIII v. a XXX v.). Circa le relazioni di questa storia con racconti di Somadeva e del Çukasapiati, v. Liebrecht, Merlin, e Benfey, Nachtrag zu Merlin, in Orient und Occident, v. 1, p. 341-4, 344-54.

[598]. Ed. del Guessard e del Grandmaison, Parigi, 1860, v. 3492-6.

[599]. Lo stesso, ma un po' più in breve, dice Giovanni di Tuim, Li Hystore de Julius Cesar, p. 245.

[600]. Petrarca, Trionfo della Fama, c. I.

[601]. Id., Trionfo del Tempo.

[602]. The Latin Poems, ecc., editi dal Wright, De mundi vanitate, p. 148, v. 17.

[603]. Li traggo da un codice dell'Universitaria di Bologna, segnato Nº 157 (Aula II, A), dove stanno dal f. 203 v, col. 2ª, al 204 r., col. 2ª. Qua e là, dov'è richiesto dal senso, cerco di emendare il testo, ma pongo in nota la lezione del codice.

[604]. Guardatimi.

[605]. Mai.

[606]. Che de' belli son brutti.

[607]. A tucto il mondo dato norma e lege.

[608]. Forse vuol dire: In cielo, dove voluntà tien la radice, cioè, dov'è la suprema volontà che governa il mondo, il vinto terrà lo scettro, sarà signore.

[609]. onde che l'alma.

[610]. Probabilmente deve leggersi valore e non volere.

[611]. Manosc. d. Bibliot. di Corte a Vienna, n. 2921.

[612]. V. 625-7:

Alse Jûlius wart irslagen,

Augustus daz rîche nâch ime gwan,

von sîner swestir was er geborn,

cioè dalla sorella di Giulio Cesare.

[613]. V. Massmann, op. cit., v. III, p. 547.

[614]. Cod. della Nazion. di Torino L, IV, 17, f. 117 v.

[615]. Op. cit., v. II, p. 296.

[616]. De laud. div. sap., dist. Vª, v. 209-10.

[617]. Historiarum l. VI, c. 22.

[618]. Chronographia, l. X, ed. di Bonna, p. 231-2. Ottaviano interroga l'oracolo nell'anno cinquantesimoquinto del suo impero, dopo aver fatto un'ecatombe.

[619]. Comp. hist., ed. di Bonna, v. 1, p. 320.

[620]. Lexicon, s. v. Αὔγουστος.

[621]. Hist. eccles., l. I, c. 17.

[622]. Hist., l. VI, c. 22. Ma Orosio copiava Svetonio (Oct. Aug., 53) cercando nelle parole dello storico pagano la prova di una intenzione favorevole al Cristianesimo. Si confrontino i due passi:

SVETONIO

Domini appellationem, ut maledictum et opprobrium, temper exhorruit. Quum spectante eo ludos, pronunciatum esset a mimo, O Dominum aequum et bonum, et universi, quasi de Ipso dictum exultantes comprobassent; et statim manu vultuque indecoras adulationes reprossit, et insequenti die gravissimo corripuit edicto, dominumque se posthac appellari, no a liberis quidem aut nepotibus suis, vel serio vel joco passus est: atque huiusmodi blanditias etiam ioter ipsos prohibuit.

OROSIO

Domini adpellationem, ut homo, declinavit. Nam cum eodem spectante ludos, pronunciatum esset in quodam mimo, O Dominum aequum et bonum, universique quasi de ipso dictum esset, exultantes adprobavissent, statim quidem manu vultuque indecoras adulationes repressit, et insequenti die gravissimo corripuit edicto, dominumque se posthac adpellari ne a liberis quidem aut nepotibus suis vel serio vel joco passus est.

Si noti quell'ut homo intercalato da Orosio, e che muta di un subito tutto la intonazione del passo.

[623]. La versione latina è di Sant'Agostino. In un apocrifo Sermo beati Augustini episcopi de Natale Domini, il quale si trova nel cod. Lat. 1018 della Bibl. Nat. di Parigi, scritto nel XII secolo, la Sibilla recita, dopo altri testimoni della divinità di Cristo, non trentaquattro, ma ventisette versi, de' quali i primi quattordici soltanto formano, e malamente, acrostico. V. Sepet, Les Prophètes du Christ, Bibliothèque de l'École des Chartes, serie VIª, t. III (1867), p. 2-8. Nel Mistero del profeti di Cristo, pubblicato di su un codice dell'XI secolo, prima dal Raynouard, Choix des poésies des troubadours, t. II, p. 139-43, poi dal Du Méril Origines latines du théâtre moderne, 179-87, e in altri Misteri dello stesso argomento, la Sibilla recita, come nel racconto dei Mirabilia, i soli tre primi versi della profezia. Di questa, che nel medio evo fu assai celebrata, si hanno versioni e parafrasi in tutte le lingue d'Europa. Una versione francese pubblicò, di su un cod. Laureziano, Paolo Meyer, Bulletin de la Société des anciens textes français, 1879, p. 79-83, alcune versioni provenzali e catalane il Milà y Fontanals, Romania, 1881, p. 356-65.

[624]. Oct. Aug., 79.

[625]. Il Baronio volendo pur salva in qualche modo la leggenda disse che Augusto ebbe la rivelazione, non dalla Sibilla, ma dai libri sibillini. Apparat. ad Annal., ed. del Mansi, p. 447.

[626]. Cod. dell'Universitaria di Bologna N. 157.

Sibilla fe vedere a Octaviano

Una fanciulla nel megio del sole.

[627]. V. 861-84, ap. Pertz, Script., t. XXII.

Urget eum populus, ut deus ipse vocetur;

Ille timet, si maior eo post hoc orietur,

Ne peruat nomen, perdat et ipso decus.

Scire futura volens rex consulit oro Sibillam,

Et petit, ut causas referat. Cui retulit illa:

Maior te veniet, signa futura vide.

Arte Sibillina celi patet eminus ara,

Qua videt angelica divinitus agmina clara,

Que puero soli digna favore parant.

In gremio matris sedit sapientia patris,

Dextra coronati pueri dat dona beatis,

Celitus emicuit gloria multa satis.

Cesar ut obstupuit, vati sua visa revelat,

Mira refert pueri, nec eius miracula celat,

Quippe minor puero numino cesar erat.

Scribe, Sibilla, michi quisquam puer iste vocatur,

Quisve pater suus est, aut que regina putatur,

Quod sibi fit regnum quod diadema datur

Intulit illa: Dei Deus est de flamine natus,

Virginis ex utero sine seminis arte creatus,

Perdita colligere rex sine fine datus.

Desine, cesar ait, deus ammodo nolo vocari,

Iste puer deus est, hunc mundum habet venerari

Cui favet angelicus cetus et unda maris.

[628]. Qui cade in acconcio un passo delle già citate Maravigliose virtù che furo nelli Romani, (cod. Marciano it, cl. XI, LVII, p. 10, col. 1ª) «... Ciecilio, amico di Cesare Augusto, riprendendolo che si lassava ingannare a' lusinghieri, li quali consegliavano che si faciesse adorare come iddio disse: O egregio imperadore, poca prudenzia è in te, però che credendo a' lusinghieri ti fai tenere da pocho senno, però che quando lusinghano, non solamente a te, ma alli dii et al popolo fanno ingiuria; ma non anno la riverentia diciendo che tu se' loro pare, imperò che la tua natura non dà d'essere Iddio, et disonore al popolo fanno, volendo aduciare ad adorare te huomo mortale, invecie delli iddii immortali. Ma sai quando tu mostrami d'avere in te qualche cosa divina? quando tu questi malvagi lusinghieri farai prendere e uccidare, et faciendo ciò potrai mitigare l'ingiuria facta ali dii, li quali malagevolmente perdonano».

[629]. L. II.

Augustus ze den zitten waz

Keyser ze Rome, als ich es las,

Der sach in der selben nacht,

Als er sin war nam und acht.

Ein licht an dem himel stan

Als ein sterne getan,

Und waz gelich, so man sagt,

Einer schöner jungen magt,

Die ein kindelin gemeit

Beslossen an ir arme treit.

[630]. Ap. Menckenius, Script., t. III, col. 352.

[631]. C. VI. De nativitate Domini.

[632]. Das alte Passional herausgegeben von K. A. Hahn, Francoforte s. M., 1845, p. 22.

[633]. Histor., l. VI, c. 20: «Nam cum primo, Caio Caesare avunculo suo interfecto, ex Apollonia rediens Urbem ingrederetur, hora circiter tertia repente, liquido ac puro sereno circulus ad speciem coelestis arcus orbem solia ambiit, quasi eum unum ac potentissimum in hoc mundo solumque clarissimum in orbe monstraret, cujus tempore venturus esset, qui ipsum solem solus, mundumque totum et fecisset et regeret». Questo fatto, che Orosio interpreta a modo suo, è del resto ricordato, oltrechè da Svetonio, Oct. Aug., 95, anche da Seneca, Natur. Quaest., I, 2, da Plinio, Hist. Nat., II, 28, da Dione Cassio, Hist. Rom., XLV, 4, da Vellejo Patercolo, Hist. Rom., II, 59. Che gli scrittori cristiani dei primi secoli volsero spesso in beneficio della propria causa certe narrazioni e certe testimonianze degli scrittori pagani è noto a tutti. V. Mamachi, Dei costumi de' primitivi Cristiani, Roma, 1753-4, t. I, p. 87-9.

[634]. Op. cit., v. I, p. 351.

[635]. Giovanni d'Outremeuse, op. cit., v. I, p. 326. «Depuis celle heure qu'ilh oit la vision vegut, creit Octavian en Dieu, mais ilh ne l'osoit dire». E più curiosamente Armannino nella Fiorita: «E alcuno volle dire che per questo egli fosse credente della fede di Cristo, bene ch'egli pagano rimanesse».

[636]. P. I.

[637]. Giovanni d'Outremeuse, con più discrezione, op. cit., v. 1, p. 325 «... entre XII concubines ou filhes avoit à coustume del dormir».

[638]. V. 645-50; cf. v. III, p. 552.

[639]. Secondo che da alcuni si narrava, espugnato Perusio, Augusto, negl'idi di Marzo del 714, fece morire 300 Perusini in espiazione della morte di Cesare (Svetonio, Oct. Aug., 14). A far nascere la credenza dell'eccidio ricordato dalla Kaiserchronik, può aver contribuito quanto si narrava di certi prodigi occorsi nella nascita del Salvatore. Walter von Rheinau dice, fra l'altro, che nella città di Fridenat morirono diecimila pagani.

[640]. Heinrich von München non fa che copiare il racconto dell'Alte Passional.

[641]. Otia imperialia, decis. II, c. 16.

[642]. Nel Leggendario, De Nativitate Domini.

[643]. Famil. epist. VI, Ad Johannem Columnam. V. anche l'epistola a Clemente VI.

[644]. L. II. c. 31.

Vedi là dove parve ad Ottaviano

Veder lo cielo aperto, ed un bel figlio

Una vergin tener nella sua mano.

[645]. Cap. VIII, Fig. III.

[646]. Chronicon, ap. Eccard, Corp. hist. m. ae., t. I, col. 1934.

[647]. La rappresentatione et festa di Ottaviano imperatore, Firenze, appresso Giovanni Baleni, 1588.

[648]. V. P. Casimiro da Roma, Memorie istoriche della chiesa e convento di Santa Maria in Araceli, p. 161.

[649]. V. Piper, Mythologie der christlichen Kunst, Weimar, 1847-51, v. I, p. 487 e segg. Una leggenda che ha qualche somiglianza con questa di Augusto vive tuttora a Chartres. In essa si narra che un secolo prima della nascita di Cristo i Druidi consacrarono alla Vergine un tempio nel luogo stesso dove ora sorge la cattedrale. La più antica scrittura dove si trovi fatto ricordo di tale tradizione è una cronaca del 1389. V. Morin, Dissertation sur la légende Virgini pariturae ayant cours à Chartres, Parigi, 1864.

[650]. Legenda aurea, c. VI.

[651]. Ibid.

[652]. Cod. Laurenz. cit., f. 260 v. «Quivi, com'io dissi, avea facto fare Ottaviano quello tempio di pace, il quale si chiamava anche il tempio di Vesta, ma tucto era uno nome, però che Vesta in greco viene a dire pace. Allora volle Ottaviano sapere quanto dovesse durare quello tempio. La Rithea rispuose che quello tempio cadere dovea quando la vergine partorisse. La gente per questo intesero che mai cadere dovesse però che non credeano che vergine mai partorire potesse. E chosì quando la nostra salute della vergine nacque quello tempio cadde».

[653]. Pantheon, part. XV.

[654]. Polycrat., l. II, c. 15.

[655]. Polychron., l. I, c. 24.

[656]. Per esempio, nelle Cronache di Sant'Egidio, nell'Alte Passional, ecc.

[657]. Cap. VI, p. 211-3. Nelle citate Cronache di S. Pantaleone dopo descritta la Salvatio in Campidoglio, si soggiunge: «Hujus (Numae) temporibus Sibilla Erictea (sic) claruit, quae ad ipsum veniens Numam Romae plurima futura ei praedixit, et in pariete ipsius Capitolii hunc versum conscripsit: Non cadet ista domus, nisi virgine parturiente. Dicunt etiam quod in ipsa hora nativitatis domini cum omnibus idolis corruerit».

[658]. Comparetti, Virgilio nel medio evo, v. II, p. 89-91.

[659]. Histor., l. VI, c. 20.

[660]. Legenda aurea, c. VI.

[661]. De dictis factibusque memorabilibus collectanea a Camillo Gilino latina facta, Milano, 1508, l. I, c. 4.

[662]. Istor. fiorent., c. XI.

[663]. Marienleben, l. II.

[664]. Historia judaica, l. I, c. 3.

[665]. V. Massmann, Kaiserch., v. III, p. 556-8 e anche Wolf, Lectiones memorabiles, v. I, p. 4-6, 11-12. In una cronaca latina manoscritta che si conserva nel Museo Britannico (cod. Cottoniano Nero, D. II) si legge (f. 29 r., col. 1ª) il seguente racconto: «In illo tempore, regnante in Britannia, ut predictum est, Kembelino rege, vate Teulephinus nomine, medio yeme, maioribus terre vocatis ad regale convivium, quasi in extasi raptus, in aula regia, cunctis coram epulantibus, hinc inde gradiens futurorum prescius, qui requisitus a rege quod de futurorum presagiis quibus intendebat sentiret eis prospera denunciando vaticinaret. Cui ille reapondit dicens:

Cesset errori

Fugiat terror,

Cedat dolor gaudio;

Hodie descendit in humo

Qui nos liberabit ab ymo.

Huius autem vaticinii mentio inter Britones sepius fuerat recitata».

[666]. L. VII, c. 41.

[667]. V. Servatii Gallaei Dissertationes de Sybillis, Amsterdam, 1688; Thorlacius, Conspectus doctrinae christianae qualis in Sibyllarum libris continetur, Kopenhagen, 1816: Ewald, Ueber Entstehung, Wert und Inhalt der 14 Sibyllinischen Bücher, Gottinga, 1858.

[668]. Speculum morale, l. II, dist. III, parte 2ª. Di alcun che di simile si parla nella Historia miscella.

[669]. Ap. Mai, Classici auctoresA, t. V, p. 12.

[670]. Giulio Africano racconta che Cristo fu, prima che in qualsivoglia altra regione, conosciuto in Persia, giacchè gl'idoli stessi d'oro e d'argento che Ciro aveva posti nel magnifico tempio di Giunone, ne rivelarono la venuta. Africani Narratio de iis quae Christo nato in Persia acciderunt, nei Beyträge zur Geschichte und Literatur dell'Aretin, Apr. 1804, p. 52 segg.

[671]. In altri tetti: cinis nerveque imperatarum. La Graphia: cinis enim imperatoris.

[672]. Op. cit., v. I, p. 72. In un commento in prosa alla Speculum Regum di Gotofredo da Viterbo (ap. Pertz, Script., t. XXII, p. 75) ai legge quanto segue: «Sciendum est quod imperator Antoninus Pius erat mitis et benignus, avaritiam non habens nec amans. Ideo ab omni populo romano imperio subiecto tributum accipere noluit, sed terram de omnibus regnis mundi loco tributi apportari iussit in signum obedientie, et montem Rome qui dicitur omnis terre iuxta sepulchrum Remi de eadem terra fecit». Qui al allude evidentemente al Monte Testaccio.

[673]. Del Mausoleo l'Anonimo dice: «Augusta imperatorum, id est Lausca vocabulis corruptis, quam ad portam Flamineam scilicet hodie populi porta, inter ripam et viam Tiberis, Octavianus fecit fieri tempore quarti sui consulatus, ad resecandum expensas maximas sepulchrorum Imperatorum, quod adhuc apparet opus mirifice ornatum et opertum tabulis marmoreis. Multa ibi sepulchra fecit, in quibus nullum erat aliud necessarium nisi scribere gesta funeratorum in sepulchro praedicto; quibus sepulchrum cuilibet erat statua, quae non spectabat nisi denominari nomen defuncti, et scribere gesta per eum, et in medio loci ubi sacerdotes scenici stabant ad eorum pertinendam faciendum, cum cathedra, in qua idem Octavianus quando intrabat posset sedere si vellet, donec sacrificia vel cerimoniae exercebantur; et ut reputaretur locus magnae nobilitatis, iussit per totum mundum portare super illum locum cyrothecam terrae plenam idem Octavianus, et tanta fuit multitudo praedictae terrae ibi iussu praedicto posita, quod mona ibi isto modo factus extitit».

[674]. Ma parecchie opinioni si ebbero circa la origine di questa festa. Anzi tutto, secondo la Descriptio plenaria l'idea di mutare la festa pagana sarebbe venuta ad Eudossia, moglie dell'imperatore Arcadio, in Roma stessa; secondo il Durand, Rationale divinorum officiorum, l. VII. c. 19, tale idea sarebbe venuta a Teodosia, moglie di Teodosio II, in Alessandria. (Cf. Giovanni Beleth, Explicatio divinorum officiorum, c. 141, e Hospinianus, De festis). Altri attribuiscono la istituzione della festa a Silvestro I (314-335). In un racconto francese intitolato: Pourquoy la feste saint Pere ad vincula fu celebree, contenuta nel cod. Fr. 413 della Bibl. Nat. di Parigi, f. 102 r., l'instituzione della festa ha tutt'altri motivi, ed è attribuita a un papa Alessandro.

[675]. I trattati intesi a instituire il buon principe formano nel medio evo una vera letteratura. V. Bartsch, Das Fürstenideal des Mittelalters im Spiegel deutscher Dichtung, Lipsia, 1868.

[676]. V. 4104-5.

[677]. Speculum Regum, v. 906-8; così ancora nella partic. X della Memoria Saeculorum.

[678]. Benois, Chronique rimée, l. II, v. 27836-7.

[679]. V. Flacii Illirici Varia doctorum piorumque virorum de corrupto ecclesiae statu poemata, 2ª ed., 1754, p. 425.

[680]. Ap. Du Méril, Poésies populaires latines du moyen âge, p. 145.

[681]. Cod. d. Nazion. di Torino L, IV, 18, f. 41 r.

[682]. Op. cit., v. 1, p. 458. Acquisgrana (Aquisgranum, Aquae Graniae) fu fondata nel III secolo dell'E. V. dai Romani, e così chiamata probabilmente in onore di Apollo Granus. Granius fu anche nome latino di persona, e la famiglia dei Granii ebbe parecchi uomini illustri.

[683]. Chronicon, p. 592, nella Collection des chroniques belges inédites.

[684]. Del modo tenuto da Nerone per fare uccidere la madre si narra con qualche particolarità curiosa nell'Aquila Volante, l. V, c. 3. Nel mistero francese intitolato Vengeance et destruction de Jerusalem, ecc., stampato da Antonio Verard a Parigi nel 1491, ma rappresentato sino dal 1437, Nerone fa aprire il ventre alla madre ancor viva per instigazione del diavolo. Non so d'onde questa credenza abbia potuto trarre l'origine; ma forse la prima suggestione le venne da quanto parecchi antichi narrano di Nerone, che volle vedere ignuda la madre morta e delle forme materne alcune lodò, altre biasimò. V. Tacito, Annal. XIV, 9; Svetonio, Nero, 34; Dione Cassio, Hist. Rom. LXI, 14. Questa notizia fu raccolta da Boezio, De Consolatione philosophiae, l. II, met. VI:

Novimus quantas dederit ruinas

Urbe flammata patribusque caesis,

Fratre qui quondam ferus interemto

Matris effuso maduit cruore.

Corpus et visu gelidum pererrans,

Ora non tinxit lacrymis, sed esse

Censor extinti potuit decoris.

[685]. Op. cit., v. I, p. 471, 470.

[686]. Marbodi Liber lapidum, Gottinga, 1799, p. 6.

[687]. Ibid., p. 101-2.

[688]. Pietro Diacono, che fiorì nella prima metà del XII secolo, (Marbodo morì nel 1123), tradusse ancor egli il Lapidario di Evace; «Librum Evae regis Arabiae de pretiosis lapidibus ad Neronem imperatorem, quem Constantinus imperator ante annos fere octingentos ab urbe Roma Constantinopolim asportaverat, de Graeco in Romanam linguam transtulit.» Chronica Montis Casinensis, ap. Pertz, Script., t. VII, p. 795. Questa notizia mi par che metta fuori di dubbio l'esistenza di un Lapidario che andava sotto il nome di Evace.

[689]. Questa notizia è tratta da Plinio, Hist. Nat., XXXVII, 5, 16.

[690]. L. IV, c. 9. Item Nero fecit sibi quoddam coelum aereum altitudinis centum pedum, minutis foraminibus pertusum, nonaginta columpnis marmoreis supportatum; quod fecit aqua desuper infundi instar pluviae de coelo cadentis. Fecit etiam de die lampadem ardentem per illud coelum trahi, et ad occidentem instar solis occumbere. Et fecit de nocte speculum gemmis ornatum instar lunae refulgere. Sed haec omnia nutu divino ita repente confracta sunt, ut nec quidem minutiae illorum sunt repertae. Fecit etiam quadrigam super illud coelum trahi, ut quasi sonitus tonitrui audiretur. Sed Deus immisso vento valido quadrigam in flumen traiecit.

[691]. Nelle già citate Storie de Troia et de Roma (cod. Laurenz. Gadd. CXLVIII, f. 33 v. a 34 r.) di Nerone si dice: Et tanto fo lusurioso ke se lavava et vestia si como femine. Et poi se iacque cola matre. Et poi la fece occidere, dove era stato criato. Et poi se admolioe tre soe sorore consobrine. Et fece occidere li mariti. Et foro queste Octavia, Savina et Panopea.

[692]. V. 4132-74.

[693]. C. LXXXIX(89), De sancto Petro Apostolo.

[694]. L. IV, c. 9.

[695]. Barbour's des schottischen Nationaldichter Legendensammlung, pubblicata dall'Horstmann, v. I. Heilbronn, 1881, p. 24-5.

[696]. V. il testo riportato per intero dal Massmann, Kaiserch., v. III, p. 684-9.

[697]. Cod. Marciano cit., f. 110 v. a 111 r.

[698]. Op. cit., v. I, p. 471.

[699]. V. 4170-3.

[700]. Cf. Gregorovius, Gesch. d. St. Rom., v. IV, p. 616, n. 3.

[701]. «Palatium Neronis Lateranense. Et dictum est Lateranense a latere septentrionalis plagae, in qua situm est, vel a rana quam Nero latenter peperit». Onorio Augustodunense pare ignorasse la favola, giacchè, come abbiam veduto, dice nel Liber de imagine mundi: «.... urbs a Romulo constructa, latera (lateritia?) vero aedificia utrobique disposita, unde et lateranis dicitur».

[702]. Annalium XV.

[703]. Satirarum IV, 10. Del palazzo Lateranense fanno ricordo Giulio Capitolino nella vita di Marc'Aurelio, Sesto Vittore nella Vita di Severo, Publio Vittore e Sesto Rufo nei libri delle regioni. San Gerolamo nell'epitafio di Fabiola dice che la basilica Lateranense fu edificata sul luogo ov'era stata la casa di Plauzio Laterano. Beda sa ancora che il nome del Laterano viene dalla famiglia Laterana, e lo nota nel De sex mundi aetatibus. Ma a poco a poco se ne perde la memoria. Il Laterano divenuto sede de' Pontefici, acquista nel medio evo una grande importanza, e si considera, non solo come distinto, ma quasi come indipendente da Roma. Dante, parlando dei pellegrini che dalle plaghe settentrionali d'Europa accorsero alla Città eterna durante il giubileo del 1300, dice (Parad., c. XXXI, v. 34-6):

Veggendo Roma e l'ardua sua opra

Stupefacensi, quando Laterano

Alle cose mortali andò di sopra.

Enenkel lo chiama a dirittura una grande città. Nel Biterolf und Dietlieb si legge:

Rom und Latran

gäb ich darumb.

(Ed. di F. H. von der Hagen e A. Primisser, v. 11109-10). Nell'Appendice all'Heldenbuch si dice che al re Otnit obbedivano, fra molti altri paesi, anche Roma e Laterano. (V. Grimm, Die deutsche Heldensage, Gottinga, 1829, p. 90). Nei Mirabilia Lateranus diventa anche il nome del cavallo di Costantino, ed ivi stesso è detto. «In palatio Laterani sunt quaedam miranda sed non scribenda».

[704]. Bonum universale de apibus, l. II, c. 50, 2. Qui può essere ricordato anche un opuscolo intitolato: Histoire merveilleuse et épouvantable d'un monstre engendré dans le corps d'un homme nommé Ferdinand de la Felme, ou marquizat de Cenete en Espagne, Parigi, 1622.

[705]. Dialogus miraculorum, dist. X, 71. Una storia presso a poco simile racconta anche nel c. 72.

[706]. Lexicon s. v. Νέρων.

[707]. Chronographia, l. X.

[708]. Cod. F. 65, f. 81 r. e v. Sott'altro titolo è la Cura sanitatis Tiberii, pubblicata dal Foggini e dal Mansi.

[709]. V. Fabricius, Codex apochryphus, v. II, p. 778-80, v. III, p. 632-53.

[710]. V. Massmann, Kaiserch., v. III, p. 695-714. Cf. Rydberg, Römische Sagen über die Apostel Petrus und Paulus, traduzione dallo svedese, Lipsia, 1876.

[711]. Di questa statua fanno ricordo Giustino Martire nella Apologia seconda (che propriamente sarebbe la prima), Tertulliano nell'Apologeticus, c. XIII, Eusebio nella Historia ecclesiastica, l. II, c. 14, e più altri.

[712]. Questo mistero contava 494 personaggi e 61908 versi, e per rappresentarlo ci voleva una quarantina di giorni. Se ne fecero parecchie edizioni. V. Douhet, Dictionnaire des mystères, Parigi, 1854, col. 79-107, e L. Petit de Julleville, Les mystères, Parigi, 1880, v. II, p. 461-5.

[713]. Pubblicato dal Jubinal nei Mystères inédits du XV siècle, Parigi, 1837, v. 1, p. 61-100.

[714]. Che si uccidesse con un palo così aguzzato racconta già Orosio, e raccontano dopo di lui Martino Polono, il Voragine e molti altri.

[715]. Hist. jud. l. I, c. 75.

[716]. Niceforo Costantinopolitano nella Chronographia compendiaria (Georgius Syncellus et Nicephorus, ed. di Bonna, v. I, p. 746): φυγὼν Ζῶντα ἑαυτὸν ἔχωσε.

[717]. V. I, p. 459.

[718]. V. 4311-19.

bî den vuezen zôch man in in den burcgroben.

die tiefele kômen dar

mit einir michila scar

in swarzer vogele bilide.

in einem michiln genibele

nâmen sie die sêle.

die helle bûwit sie nimmir mêre.

der lichname was unreine,

die wolve vrâzen sin gebeine.

[719]. Douhet, Dictionnaire des Mystères, col. 832-4.

[720]. Svetonio, Nero, 50: Reliquias Ecloge et Alexandria nutrices cum Acte concubina gentili Domitiorum monumento condiderunt quod prospicitur e Campo Martio impositum colli hortorum.

[721]. Cod. it. 131 della Bibl. Nat. di Parigi, f. 50 v.

[722]. Cod. della Vaticana Cristina 627, f. 3 r.

[723]. Ap. Pertz, Script., t. XXII, p. 906-8. Questa medesima storia è narrata più distesamente da Giacomo de Albericis, Historiarum sanctissimae et gloriosis. Virginis Deiparae de Populo almae Vrbis Compendium, Roma, 1599, p. 3-10, e da Ottavio Panciroli, Tesori nascosti dell'alma città di Roma con nuovo ordine ristampati e in molti luoghi arricchiti, Roma, 1625, p. 448-50. Essa si trova già prima nei Mirabilia Romae pubblicati da Martino Silber nel 1513.

[724]. C. 34.

[725]. De rebus anglicis, l. IV, ed. di Parigi, 1610, p. 646-50.

[726]. De nugis Curialium, dist. II, c. 27.

[727]. Piante icnografiche e prospettiche, ecc., tav. XII.

[728]. Nelle Chroniques de Tournay si narra che Nerone fece riedificare la città di Tournay per comandamento di uno spirito infernale chiamato Hebron.

[729]. Cod. L, II, 14.

[730]. Virgilio nel medio evo, v. II, p. 196 segg. Cf. Stengel, Mittheilungen, p. 13-19.

[731]. In un testo pubblicato dal Du Méril, Mélanges archéologiques et littéraires, Parigi, 1850, p. 429-30, II, 4, Nerone è il padre della fanciulla che fa a Virgilio la burla del canestro.

[732]. V. Svetonio, Nero, 46, 57. Tacito, Histor., II, 8, 9. Zonara, Annales, Imperium Titi.

[733]. Oratio XXI, 10.

[734]. De mortibus persecutorum, II.

[735]. In Danielem, II.

[736]. De Civitate Dei, XX, 19.

[737]. Dialogus, II, 14. Cf. Chronica II, 28, 29. V. intorno all'argomento Döllinger, Christenthum und Kirche in der Zeit ihrer Grundlegung, p. 428-32, e Renan, L'Antéchrist, Parigi, 1873, p. 253-4, 317-9, 458-61.

[738]. Chronicon, l. III, c. 17.

[739]. L. V.

[740]. V. Reumont, Geschichte der Stadt Rom, v. I, p. 390.

[741]. Ottonis Frisingensis Episcopi et Ragewini gesta Friderici imperatoris, l. IV, ap. Pertz, Script., t. XX, p. 481. Ma altri ancora ne fanno menzione.

[742]. Il Cardano compose un Encomium Neronis che nell'edizione del 1585 tiene non meno di 97 pagine in-4. Fu ristampato nel 1640.

[743]. Cod. della Nazion. di Torino E, V, 8, e. II, v., col. 1ª.

[744]. Alla fine del XVI secolo la memoria della crudeltà di Nerone era ancor viva. Narra Flaminio Vacca nelle già citate Memorie di varie antichità, § 112, che cavandosi nelle Terme di Costantino furono trovate certe volte piene di ossa umane. «Alcuni dicevano che fosse qualche gran crudeltà di Nerone, per essere ivi appresso alcuni edifizj di esso Nerone, e che fossero martiri: altri dissero qualche gran peste».

[745]. San Girolamo, De viris illustribus, II, 13, accenna a un passo di Giuseppe Flavio, in cui si diceva essere stata opinione di molti che Gerusalemme fosse distrutta in punizione della morte dell'apostolo Giacobbe. Tale passo non si trova più nei libri di quello storico, e dovette essere certamente una interpolazione. Lo riportano Eusebio, Hist. eccl., II, 23, e Origene, Contra Celsum, l. I e II. Qui abbiamo una credenza affine all'altra, ma assai meno motivata.

[746]. Quest'applicazione fu fatta dagli stessi Ebrei. V. Giuseppe Flavio, Antiquit. judaic., X, 5, 1.

[747]. Daniele, 9.

[748]. Adversus Judaeos, VIII.

[749]. Purgat., c. XXI, v. 82-4.

[750]. Purgat., c. XXXIII, v. 29-30.

[751]. Parad., c. VI, v. 92-3.

[752]. Le livre dou Tresor, l. II, c. 5.

[753]. Avventuroso Ciciliano, Osservazioni al secondo libro, 22. Cf. l'Osservazione 52.

[754]. L. II, c. 6. Guglielmo Capello commenta criticando: «E nota qui che Tito, rimaso in l'assedio di Hierusalem, fe' grande occisione de Iudei, che più de sex cento millia ne morino di ferro e di fame, e Iosepho dice undeci volte centomilia; ma ciò non fe' in vendetta de Christo, però che Tito non fu christiano, ma la summa giustitia li mandò adosso quel flagello in pena de la lor gran colpa che avevano de la morte de Iesù Christo».

[755]. De laud. div. sap., dist. V, v. 215-6.

[756]. V. i Mirabilia pubblicati dal Parthey, p. 61. Lo stesso si dice in alcune stampe antiche, come per esempio in quella del 1513, dove è riportato anche il seguente epitafio:

Conditur hoc tumulo Titus cum Vespasiano

Patre felice, sed eminent prospera Titi

Hierusalem premens dominique emulos fremens

Aper de silva ferus singularis in hostes

Expurgat vineam Sabaoth sternendo laborem

Reddit et congruam vindictam populo nequam.

[757]. L. II, c. 4-7.

[758]. L. II, c. 10.

[759]. Ap. Leibnitz, Script., t. II, p. 1019.

[760]. Cap. 12, Sc. di cur. letter., disp. CLXXXII, Bologna, 1881.

[761]. Questi devoti pellegrinaggi sono ricordati da Dante nel c. XXXI del Paradiso, v. 103-5:

Quale è colui che forse di Croazia

Viene a veder la Veronica nostra,

Che per l'antica fama non si sazia.

In cospetto della venerata reliquia i pellegrini cantavano o recitavano questi versi:

Salve, sancta facies nostri redemptoris,

In qua nitet species divini splendoris,

Impressa panniculo vivei candoris,

Dataque Veronicae signum ob amoris.

[762]. L. II, c. 5.

[763]. L. II, c. 10.

[764]. L. III, c. 5-7.

[765]. Hist. eccles., l. II, c. 4.

[766]. Ib., l. II, c. 7.

[767]. Hist., l. VII, c. 5.

[768]. Hist. Franc., l. I, c. 23.

[769]. De ratione temporum, in principio della sesta età; Opera, ed. del Giles, v. VI, p. 301.

[770]. C. V. XXI.

[771]. Apologia prima.

[772]. V. Le recensioni A e B negli Evangelia apocrypha del Tischendorf, Lipsia, 1853, p. 203-311.

[773]. V. Vülcken, Das Evangelium Nicodemi in der abendländischen Literatur, Paderborn, 1872.

[774]. Ev. apocr., p. LXV.

[775]. Die Pilatus-Acten kritisch untersucht, Kiel, 1871. Eusebio ricorda gli Atti pagani nel l. IX della Historia ecclesiastica.

[776]. Hist. eccl., l. II, c. 2; Chronicon Canonum, ad a. Tiberii 22, ed. del Mai e dello Zohrab, Milano, 1818.

[777]. Omelia 26. San Giovanni Crisostomo dice che la proposta di Pilato fu dal senato respinta per volere di Dio.

[778]. Histor., l. VII, c. 2.

[779]. V. Fabricius, Codex apocryphus Novi Testamenti, parte III, p. 505. Sulla leggenda di Pilato v. Du Méril, Légendes de Pilate et de Judas Ischariote, in Poes. pop. lat. du moy. â., p. 315-68; Creizenach, Legenden und Sagen von Pilatus, Beitr. z. Gesch. der deutsch. Spr. u. Lit., v. I, p. 89-107.

[780]. Apologeticum, c. V. Nel medio evo si aggiungerà che egli fece morire parecchi accusatori.

[781]. Così Orosio, l. cit.

[782]. Pubblicata ultimamente dal Tischendorf, Ev. apocr., p. 413 segg.

[783]. Id., Acta apostolorum apocrypha, p. 16 segg.

[784]. Id., Ev. apocr., p. 411 segg.

[785]. La epistola di Lentulo ebbe ancor essa molta voga. In un codice di Monte Cassino essa si trova unita coi quattro Evangeli. Una versione italiana della epistola di Pilato a Tiberio e di quella di Erode al Senato fu stampata sin dal quattrocento.

[786]. V. Birch, Auctarium, p. 1720, e Fleck, Wissenschaftliche Reise, Lipsia, 1835-7, p. 143-7.

[787]. Ap. Tischendorf, Ev. apocr., p. 426-31.

[788]. Glica, Annales, p. 436-7 (ed. di Bonna); Costantino Manasse, Compendium Chronicon, v. 1986-90 (ed. di Bonna).

[789]. Nell'opera sua De itinere Sancti Petri.

[790]. Nel v. IV della Miscellanea del Baluze, Lucca, 1764, p. 55-7. Il testo del Foggini è quivi riportato per intero.

[791]. Mariano Scoto riferisce quasi queste parole medesime in un racconto da lui inserito nella Cronica, ad a. 39. Egli cita Metodio. Se questi dovesse essere, come opina l'Henschenius, il vescovo di Tiro, bisognerebbe far risalire la leggenda, quale si trova nella Cura sanitatis, almeno sino al terzo secolo. Il racconto di Mariano Scoto deriva certamente da quello della Cura sanitatis: che fede si meritino le attribuzioni che di scritti e di favole si trovano fatte a Metodio è, per altre prove, già noto abbastanza.

[792]. Nelle narrazioni posteriori è serbata sempre, quanto al tempo, una differenza (variabile) tra il viaggio d'andata e il viaggio di ritorno. Dalla presenza della immagine miracolosa si vuole senza dubbio abbreviato il secondo.

[793]. Questo castigo essenzialmente proprio della legge romana va qui notato. Si fece anche morire Pilato della morte dei parricidi. Cedreno ricorda essere stata opinione di alcuni che Pilato, cucito in una pelle di bue, insieme con un gallo, una vipera ed una scimmia, fu fatto morire al sole.

[794]. Altrove Hemeria; nel testo del Foggini Timernia, Cimerina, Arimena. Il luogo di relegazione di Pilato di solito è Vienna in Gallia, ma qualche volta anche Lione, della qual città, per non dire di altre, fu anche tenuto nativo.

[795]. Nel testo del Foggini si dice che Tiberio, guarito che fu, volle imporre la fede a cui s'era novamente convertito, al senato, e che ripugnando questo al suo desiderio, egli fece, in varii modi, morire moltissimi senatori. Qui può essere riportato un luogo del Libro de los Enxemplos (CCLXXXVII), dove si espongono le ragioni che indussero il Senato a rifiutare a Cristo i divini onori. «Es scripto en las storias de Roma que los romanos habian costumbre de haber pur dioses á los hombres que fecieron grandes é maravillosos fechos, e disputando en el consejo si Jhu Xpo debia ser recebido en el numero de los dioses, que tantos é tan grandes miraglos é maravillas habia fecho, á la fin fue determinado que non debia ser recebido porque non tenia quien lo honrase porque predicaba pobreza, la cual todo homme naturalmente aborrece».

[796]. V. su questo argomento la dissertazione dell'Henschenius negli Acta Sanctorum, Febbrajo, v. I, p. 449-57, e inoltre Jablonski, Dissertatio de origine imaginum Christi nel terzo volume degli Opuscula editi dal Te Vater, Leida, 1809; W. Grimm, Die Sage vom Ursprung der Christusbilder, Abhandlungen der königlichen Akademie der Wissenschaften zu Berlin, 1842; Gretser, De imaginibus non manufactis, Ingolstadt, 1622; Reiske, De imaginibus Jesu Christi, Jena, 1685; Majolus, Historia totius orbis pro defensione sacrarum imaginum, Roma, 1585; Molanus, De historia S.S. imaginum, Lovanio, 1594.

[797]. Io non ho bisogno di avvertire, che noi non possediamo di Cristo nessuna immagine autentica. Sant'Agostino dice nel De Trinitate, VIII, 4, 5: «Qua fuerit illa facie nos penitus ignoramus..... Nam et ipsius Dominicae facies carnis innumerabilium cogitationum diversitate variatur et fingitur, quae tamen una erat, quaecumque erat».

[798]. Vedi Piper, Mythologie der christlichen Kunst, v. I, p. 102-3, e Raoul Rochette, Types de l'Art chrétien, p. 9-26. Sino ai tempi di Costantino le immagini di Cristo furono assai rare. Nella Chiesa di Oriente si formò una opinione, sostenuta da Giustino Martire, da Tertulliano e da altri, secondo la quale Cristo sarebbe stato bruttissimo. Cirillo d'Alessandria afferma a dirittura ch'egli fu il più brutto degli uomini. La epistola di Lentulo, nella quale Cristo si dipinge di bello e nobile aspetto, fu composta forse per combattere quella tradizione. V. ancora Didron, Iconographie chrétienne, p. 251-76.

[799]. V. Eusebio, Hist. eccles., l. VII, c. 18; cf. Piper, op. cit., v. II, p. 582-3.

[800]. Gervasio di Tilbury dice a questo proposito (Otia imperialia, decis. III, c. 25): «Porro sunt alii vultus Domini, sicut est Veronica, quam quidam Romae delatam a Veronica dicunt, quam ignotam tradunt mulierem esse. Verum ex antiquissimis scripturis comprobavimus hanc esse Martham sororem Lazari, Christi ospitam, quae fluxum sanguinis duodecim annis passa tactu fimbriae dominicae sanata fuit, propter diuturnam passionem fluxus carnalis curva incedens unde a varice poplitis vena incurvata Veronica, quare incurvata Veronica dicta est».

[801]. Benedetto Canonico dice in un luogo del Liber politicus: «..... postea vadit ad sudarium Christi quod vocatur Veronica»; e Veronica è chiamata la immagine da Dante. La pianta Veronica è al tempo stesso testimonio del nome e della leggenda della santa immagine, giacchè, secondo si narra, essa fu così chiamata per aver guarito dalla lebbra un re di Francia. V. Perger, Deutsche Pflanzensagen, Stoccarda ed Oehringen, 1864, p. 153.

[802]. Questa etimologia fu messa innanzi da parecchi, fra gli altri dal Mabillon. S'inganna il Maury quando afferma (Essai sur les légendes pieuses du moyen âge, Parigi, 1843, p. 210) che Gervasio di Tilbury, di cui ho riportato le parole testè, e Matteo Paris, danno la vera etimologia del nome.

[803]. A Milano, a Parigi, a Lione, a Jaen in Andalusia, ecc.

[804]. L. I, c. 13.

[805]. De imaginibus, l. I; De fide orthodoxa, l. IV, c. 17.

[806]. Historia ecclesiastica, l. IV, c. 27.

[807]. La leggenda, quale Costantino Porfirogenito la riferisce, o poco diversa, si trova anche in testi latini. Il cod. Laurenz. pl. XV, Dext. 12, uno ne contiene, dove di Agbaro, che meditava di vendicare Cristo, si dice: «Scripserat enim idem rex Tiberio imperatori super vindicta mortis deo facienda sicut armenica scriptura testatur». Il Grimm nella citata dissertazione afferma essere la leggenda di Agbaro più antica che non quella della Veronica; ma non fa parola, nè della Cura sanitatis, nè della Vindicta Salvatoris. Per la storia della immagine di Edessa v. Calcagnino, Dell'immagine Edessena, Genova, 1639.

[808]. La prima parte si trova ancora separata nella Mors Pilati, testo latino pubblicato dal Tischendorf di su un manoscritto del XIV secolo, conservato nell'Ambrosiana (Ev. apocr., p. 432-5). Non credo di dovermi qui diffondere sulle relazioni di questo racconto con quello della Cura sanitatis, dal quale deriva.

[809]. Pubblicata dal Tischendorf, Ev. apocr., p. 448-63, sopra due codici, l'uno Marciano, l'altro Ambrosiano. Sotto il titolo Istoria Titi et Vespasiani, il codice della Nazion. di Torino K, V, 37, contiene il testo della Vindicta, mutilo il fine e con alcune varianti.

[810]. Prolegomena, p. LXXXIII: «Neque dubium est quin Cura sanitatis Tiberii, quae inscribitur, quamvis ex codd. octavi et noni saeculi innotuerit, aetate inferior sit quam Vindicta Salvatoris».

[811]. V. la notizia posta in fine al libro nella edizione di Marburgo, 1858. Nella edizione che se ne fece in Milano nel 1513 (unitamente con l'opere di Giuseppe Flavio) il Prologo reca il seguente titolo: Egesippi Inter Scriptores Nobilissimi: In Historiam | De Eversione Iudaeorum: Quae in Vltionem | Dominici Sanguinis a Tito et Ve | spasiano facta est: Prologus.

[812]. XVIII, 3, 3.

[813]. V. su questo argomento gli scolii di Ernesto Tentzel e di Ernesto Salomone Cipriano al c. XIII del De Viris illustribus, di San Gerolamo nella Bibliotheca ecclesiastica del Fabricio; e inoltre, Cave, Scriptorum ecclesiasticorum historia literaria, ed. di Basilea, 1741, p. 32-4; Trithemius, De scriptoribus ecclesiasticis, VII; Ceillier, Histoire générale des auteurs sacrés, t I, p. 565-72.

[814]. Expositio in psalmum septuagesimum tertium: Hoc enim nimis acerrimum bellum Josephi historia septem libris celebrata describit.

[815]. Volgarizzamento della istoria delle guerre judaiche di Josefo Ebreo cognominato Flavio, ristampato dal Calori, ma con inopportune alterazioni, sull'edizione del 1493, nella Collez. di Op. ined. o rare, Bologna, 1878-9.

[816]. Cod. della Nazion. di Torino, L. II, 14, f. 93 v. col. 2ª, 94 r., col. 1ª, 96 v., col. 2ª.

[817]. V, 10, 1.

[818]. VI, 4, 4.

[819]. VII, I, 1.

[820]. Vespasiano si fa regnare anche in Gallizia, o nell'isola Galazia.

[821]. Così nella Vita francese di Pilato pubblicata dal Du Méril, Poésies populaires latines du moyen âge, p. 339-69: «Et icil Vespasiiens avoit d'enfanche une maniere de vers es narines c'on apieloit wespes, et de ces wiespes estoit-il apieléss Vespasianus». Jacopo della Lana dice nel Commento, Purgatorio, c. XXI. v. 82-4: «..... fu uno imperadore romano lo quale ebbe nome Vespasiano, imperquello che le vespe li facevano nel naso nido».

[822]. La storia di Giuseppe di Arimatea è narrata diffusamente e di proposito nel Joseph d'Arimathie di Roberto di Boron. Se ne parla anche nel Grand Saint Graal. Alcune delle favole che vi si raccontano passano poi anche in certe redazioni della Vendetta.

[823]. In uno dei sermoni di Eliseo attribuiti a Sant'Agostino si dice che degli Ebrei centodiecimila furono uccisi, centomila condotti in Roma pel trionfo. Nella edizione delle opere di Sant'Agostino, curata dai Benedettini della Congregazione di San Mauro, quel sermone è attribuito a Cesario. Più spesso il numero dei morti si fa ascendere a un milione centomila. L'Ebreo Petacchia che nel XII secolo viaggiò tutto quasi il mondo conosciuto, dice di non aver trovato a Gerusalemme che un solo ebreo, il quale a forza d'oro otteneva di dimorarvi. Invano gli Ebrei tentarono di ricostruire Gerusalemme. Giacomo da Voragine racconta, a questo proposito, nel c. LXVII(63) della Leggenda aurea: «Post longa tempora quidam Judaei Jerusalem reaedificare volentes, exeuntes primo mane plurimas cruces de rore invenerunt, quas territi fugientes et secundo mane redeuntes, unusquisque, ut ait Miletus in chronica, cruces sanguineas vestibus suis insitas invenit. Qui vehementer territi in fugam iterum versi sunt, sed tertia die reversi vapore ignis de terra prodeuntis penitus sunt exusti». Ricorda Ammiano Marcellino nel l. XXIII delle Istorie, e poi molti ripetono, che volendo Giuliano l'Apostata riedificare il tempio di Gerusalemme, gli artefici furono impediti dalle fiamme che uscivano dalle fondamenta.

[824]. Pubblicato primamente dal Mone nell'Anzeiger für Kunde des deutschen Mittelalters, 1835, p. 425-33, poi dal Du Méril, Poés. pop. lat. du moy. â., p. 343-55. Al poema corrispondono, salvo differenze di poco rilievo, due racconti in prosa, de' quali diede l'estratto il Mone in quello stesso giornale, 1838, p. 526-38. Sulle relazioni del poema latino De vita Pilati con la Vindicta Salvatoris v. Schoenbach, Anzeiger für deutsches Alterthum, v. II, p. 166-212. La Bodlejana possiede una Punitio Pilati et Revelatio Imaginis Christi.

[825]. V. Appendice A.

[826]. V. Ehrmann, Aus Palästina und Babylon, Vienna, 1880, p. 31-5, e Levi, Parabole, leggende e pensieri raccolti dai libri talmudici dei primi cinque secoli dell'E. V., Firenze, 1861, p. 315-35.

[827]. Per contrario vi fu chi tenne Vespasiano in conto di Messia. V. Echard, Dissertatio de Vespasiano pro Messia habito, veri Messiae teste, Eisenach, 1759. Svetonio e Tacito raccontano di alcune miracolose guarigioni operate da Vespasiano. Alcuni degli oggetti preziosi onde Tito spogliò il Tempio di Salomone esistevano ancora nel 507. Procopio (De bello gothico, I, 12) narra che in quell'anno medesimo essendosi i Franchi spinti fin sotto Tolosa, i Visigoti trasportarono i tesori che colà si trovavano, nella città di Carcassona. Tra l'altre cose di gran valore provenienti dal sacco di Roma, alcune ve n'erano che avevano appartenuto al tempio di Salomone. Il piede del famoso candelabro fu un tempo, secondo la tradizione, conservato a Praga, dove da Treveri lo recò il re Vladislao. Da questo candelabro, che ancora si vede scolpito in uno dei bassorilievi interni dell'Arco di Tito, deriva il nome di Arcus septem lucernarum, con cui quell'arco è comunemente designato nel modio evo.

[828]. Antiquit. jud., XVIII, 5, 2.

[829]. Siami conceduto di ricapitolare qui brevemente, e per maggiore chiarezza, le cose dette. La leggenda della Vendetta di Cristo, considerata nella sua forma piena e finale, è molto complessa, e composta di varie parti in varii tempi aggregatesi insieme. In essa si possono riconoscere cinque gradi, che sono i seguenti: 1º GRADO. — Cristo è proposto per gli onori divini da Pilato a Tiberio, da Tiberio al senato. Questo li ricusa: Tiberio minaccia dell'ira sua gli accusatori dei cristiani. Epistola di Pilato (prima redazione ipotetica), Tertulliano, Eusebio, ecc. 2º GRADO. — Tiberio punisce Pilato insieme con gli altri giudici di Cristo, e tutto il popolo d'Israele. Epistola di Pilato (seconda redazione, versioni greche e latine, ἀναφορὰ Πιλάτου, ecc.), epistola di Tiberio, Paradosis Pilati. 3º GRADO. — La leggenda di Tiberio fusa con quella della Veronica; influssi della leggenda di Agbaro. Cura sanitatis Tiberii, Mors Pilati, Mariano Scoto, ecc. 4º GRADO. — La leggenda di Tiberio e della Veronica fusa con quella della distruzione di Gerusalemme. Vindicta Salvatoris. 5º GRADO. — Influssi di Giuseppe Flavio e di Egesippo. Redazioni francesi, ecc. (V. l'appendice A). L'accrescimento e la variazione della leggenda possono essere rappresentati collo schema seguente:

Gius. Flavio. Legg. d. distruz. di Gerusalemme Legg. di Agbaro. Legg. di Veronica. 1º GRADO
Ep. d. Pil. 1ª red. ipot. Tertull., Euseb., ecc.
2º GRADO
Ep. di Pil., 2ª red. Ep. di Tib., Parad. Pil.
Egesippo.
3º GRADO
Cura sanit. Tib.
4º GRADO
Vind. Salvat.
5º GRADO
Red. franc., ecc.

[830]. C. 10.

[831]. Liber Exodi, c. VI.

[832]. Decis. III, c. III.

[833]. L. XIV, c. 71.

[834]. Lett. C, c. II, 14.

[835]. Hist. Comp., v. I, p. 380-1.

[836]. Debbo alcune indicazioni di codici fiorentini alla cortesia del mio caro amico Dott. Rodolfo Renier.

[837]. Il Tournoiement de l'Antechrist d'Huon de Meri comincia (cod. della Nazion. di Torino, L. V, 32):

N'est pas oisenz, ains fait bonne oevre

li troueres ki sa boche oevre

por bonne oeuvre conter et dire.

[838]. Il cod.: dire.

[839]. Il cod.: platerne.

[840]. Il Cod.: deuoir.

[841]. Il Cod.: gent.

[842]. In altri testi separato Dans Gais, o Dans Guy. Dangais, come Da meldeu.

[843]. Il cod.: moult.

[844]. Il cod.: pasmee.

[845]. Il cod.: E

[846]. Il cod.: Accrene.

[847]. Il cod.: biel estre. Barlette, Barlet, si trova in altri testi.

[848]. Il testo del cod. L, II, 14 ha: Par. IIII. fois .C.M. les a on aesmes.

[849]. Il cod.: palmee.

[850]. Il cod.: les.

[851]. Qui il copista saltò probabilmente un verso.

[852]. Il cod.: A.

[853]. Altri testi hanno: en tiesce terre, cioè in Germania. D'entiesce il copista avrà fatto antioche.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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