CAPITOLO XV. Gli autori latini nel medio evo.
Se gl'imperatori, buoni o tristi, che avevan governato il mondo, combattuta o favorita la Chiesa, empiuta Roma dei monumenti del loro fasto e della loro potenza, dovevano, in una età essenzialmente fantastica, porgere argomento alle numerose leggende che siam venuti esaminando sin qui; ad altre, non men numerose, lo dovevan porgere gli autori latini; quegli autori, nelle cui pagine immortali pareva che vivesse ancora e fremesse, insieme con la lingua, la grand'anima di Roma, e i cui libri dispersi nella barbarie, quasi assi galleggianti di nave sfasciata, furono pressochè unico mezzo e strumento di salvezza alla naufragata coltura. Gli edifizii sontuosi innalzati dai Cesari, o giacevano nella polvere, o ingombravano di moli rovinose la devastata città; ma i libri dettati dai poeti e dagli storici, dai retori e dai filosofi, serbavano intatto il primitivo splendore, e soli ormai potevano fare piena e sicura testimonianza di quel glorioso passato di cui il tempo veniva più sempre cancellando i vestigi e accrescendo la nominanza. Essi erano la voce viva e imperitura di Roma; per essi i tardi nepoti venivano a conoscere le proprie origini e favellavano con l'antichissima progenitrice.
Una storia della varia fortuna delle lettere classiche, e più particolarmente delle latine, nella età di mezzo, dalle invasioni barbariche sino al Rinascimento, si desidera già da gran tempo, e tornerebbe di massimo giovamento agli studii medievali; ma sinora non altro s'è fatto in questa parte che illustrare alcuni speciali argomenti, e raccogliere materiali per chi sia da tanto di mettere insieme, e condurre a termine l'edifizio. Lungi da me il pensiero di volere in queste pagine sopperire comechessia al difetto, o anche di voler recare a quello studio un copioso contributo di notizie al tutto nuove. Non sarebbe questo il luogo da ciò, e il mio intendimento dev'essere, non tanto di dir cose nuove, quanto di raccogliere insieme quelle, note o ignote che sieno, che meglio valgano a dare una idea generale del modo onde nel medio evo furono studiati e giudicati gli scrittori romani, e servano come di fondo alle trattazioni speciali di cui verrò formando i capitoli che seguono.
Consideriamo prima di tutto le condizioni del fatto sotto l'aspetto più generale. Roma, come potenza politica ed intellettuale, o non esiste più, o esiste trasformata profondamente: i libri degli scrittori suoi, salvo le alterazioni più o meno gravi che possono avervi prodotte l'incuria e l'ignoranza dei copisti, o la temerità ingenua degl'interpolatori, sono rimasti tali e quali. Essi continuano a vivere, ma in un mondo che non è più il loro: figli della coltura pagana, essi trovansi smarriti in un mondo rimbarbarito, e per giunta cristiano. Ciò è quanto dire che la loro fortuna non può più essere quella stessa di prima, e che i giudizii recati sopra di essi debbono necessariamente risentirsi della mutata condizione della civiltà e delle credenze. Tra gli scrittori latini e pagani da una parte, e la barbarie e il cristianesimo dall'altra c'è opposizione e incompatibilità. La barbarie, che in questo caso è più particolarmente ignoranza, dà luogo agli errori di giudizio e alle pazze immaginazioni; il cristianesimo, costituito nella Chiesa, personificato negli scrittori ecclesiastici, sollecito della estirpazione delle false credenze, dà luogo alla riprovazione morale. I libri e gli scrittori pagani sono frantesi, travisati nella leggenda, dannati. Pur tuttavia un sentimento d'invincibile e quasi inconscia ammirazione sussiste per essi, e l'ignoranza non giunge in tutto a sformarli, e la fede non riesce ad ucciderli.
Giudicare equamente la politica che la Chiesa tenne di fronte alla coltura pagana non è cosa agevole, e i più si lasciano in così fatto argomento traviare dalla passione. Voler sostenere che la Chiesa non nocque a quella coltura è tanto assurdo quanto il non voler riconoscere che la Chiesa doveva per sua propria istituzione combatterla. Lo spirito del paganesimo era tutto nei poeti ch'esso aveva inspirati, nelle arti che aveva suscitate e nodrite; e l'attrattiva dell'errore, per se stessa quasi irresistibile all'uomo decaduto e nato nella colpa, era fatta maggiore del pericoloso lenocinio della bellezza. San Paolino di Nola in una epistola ad Ausonio pone in rilievo il contrasto ch'è tra la fede cristiana e il culto della poesia dei gentili; e quanti altri, prima e dopo di lui, non sentirono e non espressero quel contrasto medesimo! A rigor di logica non si poteva essere buon cristiano e compiacersi in pari tempo della lettura di Virgilio o di Ovidio. Ciò nullameno, e mentre durava ancora la lotta fra la Chiesa crescente e il decadente paganesimo, e dopo, quando la Chiesa potè posare in sicura vittoria, sempre si trovò chi attese allo studio delle lettere classiche, e chi quello studio venne commendando altrui. Gli apologeti vi attesero per una imperiosa necessità del loro ufficio: San Basilio, San Gregorio di Nazianzo, San Girolamo, Sant'Agostino, consigliarono, con varie cautele e restrizioni, la lettura degli scrittori pagani. Ma a questi, altri esempii di contraria natura, e in gran numero, si possono contrapporre; Teofilo, il celebro vescovo di Alessandria, distruggeva quanti libri gli venivano alle mani, Gregorio Magno faceva guerra sino alla grammatica[287].
Questa incertezza del sentimento cristiano di fronte all'antica coltura ed ai suoi monumenti si perpetuò nel medio evo, così che riesce molto difficile dire quanto la Chiesa abbia in quella età nociuto, quanto abbia giovato alle lettere classiche. Che le ragioni della decadenza erano, in parte, anteriori ai tempi in cui la Chiesa cominciò ad operare con qualche efficacia in mezzo alla società pagana, è riconosciuto da chiunque sia in grado di recare in tale argomento un imparziale giudizio; e da altra banda si vuol considerare che tutto, o quasi tutto quanto pervenne sino a noi delle lettere latine fu conservato per la diligenza dei chierici[288]. Si ammiravano le bellezze immortali di cui ridevano le pagine di quegl'insigni antichi artefici del pensiero e della parola, ma se ne temevano le dolci lusinghe. Lo spirito maligno, che nel sorriso di una bella donna, in una coppa di vin generoso, nel profumo di un fiore, sapeva preparare formidabili insidie, poteva bene servirsi di un esametro di Virgilio, o di un coriambo d'Orazio per invescare le anime. Molti allora, di fronte agli autori della classica antichità, si trovarono nella condizione stessa di spirito di un amante timorato, combattuto fra il desiderio della passione e l'orror del peccato. Pietro Damiano (988-1072), il gran restauratore della monastica disciplina, dice in un suo sermone[289]: «Olim mihi Tullius dulcescebat, blandiebantur carmina poetarum, philosophi verbis aureis insplendebant, et Sirenes usque in exilium dulces meum incantaverunt intellectum»; nelle quali parole par che trepidi ancora un dolce ricordo e un rimpianto di gaudii perduti. In altri l'abito dell'ascetica austerità, l'indole cupa e morosa, l'angoscioso pensiero dell'eterna dannazione, mettevano sospetti più gravi e più tristi paure, che si esprimevano con parole di contumelia e di esecrazione. Nel VII secolo Sant'Andoeno chiama scelerati Omero e Virgilio[290]; nel X, Leone, abate di San Bonifacio e legato apostolico, rispondendo alle accuse d'ignoranza che i vescovi della Gallia avevano nel sinodo di Reims mosso agli ecclesiastici romani, dichiara in una epistola ai re Ugo e Roberto di Francia che i vicarii e i discepoli di San Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio e gli altri del filosofico bestiame[291]. Ranulfo Glaber racconta nella sua Cronaca la storia di un grammatico di Ravenna, per nome Vilgardo, molto studioso e sollecito degli antichi autori, al quale una notte apparvero alcuni diavoli sotto le spoglie di Virgilio, di Orazio e di Giovenale, e lo ringraziarono della diligenza ch'egli adoperava intorno ai loro scritti, e gli promisero di farlo, dopo morto, partecipe della propria lor gloria. Invanito per tali promesse, egli cominciò a dire molte cose in pregiudizio della vera fede, tanto che fu dannato per eretico[292]. Allo stesso modo assumeva il diavolo la figura ora di questa, ora di quella antica divinità. Il fatto sarebbe avvenuto ai tempi della dominazione longobardica; e se da una parte dimostra quali sensi di esecrazione gli scrittori pagani inspirassero nei più credenti, dimostra dall'altra come qualcuno ancora vi fosse che, innamorato dell'opere loro, ne sognava la gloria. Sant'Odone, abate di Cluny, fu trattenuto dal leggere le poesie di Virgilio da certa visione che ebbe, in cui gli parve vedere un vaso bellissimo di fuori e dentro pieno di serpenti, i quali uscitine presero a circuirlo. Egli intese che i serpenti erano le false dottrine dei poeti, e il vaso il libro di Virgilio[293]. Di Ugo Augustodunense, a mezzo dell'XI secolo abate di Cluny, racconta Elinando[294] che un giorno, dormendo, sognò d'avere sotto il capo una gran moltitudine di serpi. Destatosi, sollevò il capezzale, e trovò che v'era sotto un antico volume di Virgilio, gettato il quale, potè riposare tranquillamente.
Alcuni più tolleranti consideravano lo studio delle lettere come affatto inutile a chi aveva nelle Sacre Carte, e nei dogmi della Chiesa la certa e inconcutibile verità; altri lo giudicavano invece dannoso al buon costume e alla fede. Nello Speculum exemplorum si racconta[295] che San Francesco lanciò una formidabile maledizione contro un suo discepolo, che, senz'avergliene chiesto licenza, ordinò uno studio in Bologna. Tu vuoi, diss'egli al colpevole, distruggere l'ordine mio. Io desiderava e voleva che ad esempio del mio Signore i miei fratelli pregassero più che non leggessero. Il povero maledetto incontanente infermò, e stando nel letto fu miracolosamente privato della vita da una gocciola ignea e sulfurea piovuta dal cielo, la quale perforò il suo corpo e il letto insieme. Il diavolo ne portò via l'anima. Nella Satira X Jacopone da Todi prorompe in queste parole:
Tal è, qual è, tal è:
Non c'è religione.
Mal vedemmo Parisi,
Che n'ha destrutto Ascisi;
Con la lor lettoria
L'han messo in mala via[296].
I Domenicani, a dir vero, a dispetto della propria regola, la pensavano diversamente, e Jacopo Passavanti era da' suoi superiori mandato a studiare a Parigi. De' suoi studii profani fanno copiosa testimonianza gli esempii tratti dalle storie e dalle favole antiche e introdotti nello Specchio della vera penitenza, sovrattutto nella redazione latina.
Se le regole di alcuni ordini monastici vietavano la lettura degli scrittori pagani[297], le regole di altri ordini, non solo la permettevano, ma della trascrizione dei codici facevano un obbligo espresso[298]. Gli è a questo modo che i monaci del X, XI e XII secolo resero alla coltura servigi indimenticabili[299]. Se non fossero state le grandi abazie, dove si tenevano scuole di grammatica, e si custodivano gelosamente quanti libri si potevano avere, non uno forse degli scrittori latini sarebbe giunto insino a noi[300]. Invece di biasimare i monaci perchè non considerarono gli scrittori pagani a quel modo stesso che possiamo considerarli noi, bisogna lodarli d'aver saputo conciliare in qualche misura l'amor delle lettere col sentimento religioso, contraddicendo alcuna volta, nonchè allo spirito, alla lettera stessa delle regole monastiche, e vedere in questo fatto una prova della grande attrattiva che gli antichi volumi serbavano nel medio evo, e dell'attitudine che gli uomini di quella età avevano ancora a gustarne le profane bellezze. Non mancò mai chi apertamente consigliasse la lettura dei classici, e molti che palesemente la biasimavano e la sconsigliavano altrui, se ne giovavano poi per proprio conto, e andavan superbi di potere ostentare negli scritti la erudizione e l'eleganze attinte negli antichi volumi. Più d'uno fu mosso a scrivere dall'esempio e dalla riputazione di questo o di quell'antico[301]. I poeti, gli storici, i filosofi si trovano continuamente ricordati, e le sentenze e le opinioni loro citate e commentate; e ciò non solo in opere di argomento profano, ma ancora, ed anzi più, in quello di argomento religioso, e di spirito più particolarmente ecclesiastico, nei trattati teologici ed ascetici, nei libri di educazione, negli scritti polemici. E non è una delle cose meno curiose in tali opere trovare appunto citati gli scrittori pagani insieme coi Padri, i libri loro insieme con la Bibbia. Veggansi, per un esempio tra mille, gli Ammaestramenti degli Antichi di Bartolomeo da San Concordio, frate predicatore. Delle loro sentenze morali si facevan raccolte, che sotto il nome di Flores o Flosculi s'inserivano poi dove venivano in taglio, come, per non moltiplicare nemmeno qui gli esempii, si può vedere nello Speculum historiale di Vincenzo Bellovacense. Seneca, Cicerone, Giovenale, persino Orazio, si citano col nome onorato di ethici; spesso si trovano riportate le loro sentenze senza nessuna indicazione di nome, ma accompagnate semplicemente dalle parole: Ethicus ait. Nel Liber moralizationum historiarum dell'Holkoth, su quarantasette moralità che lo compongono moltissime traggono l'argomento da scrittori pagani, e più particolarmente da Cicerone, Seneca, Tito Livio, Ovidio, Giovenale, Plinio, Solino, Valerio Massimo. Certo, molto spesso chi cita non conosce del suo scrittore altro che il nome, o qualche detto ricevuto di seconda, o di terza mano; ma spessissimo ancora le citazioni sono tratte direttamente dai testi. Ad ogni modo il fatto che più importa qui si è, non la molta o poca, esatta od inesatta conoscenza degli scrittori classici, ma il grande rispetto e la grande ammirazione che si ha e si dimostra per essi. La loro riputazione di sapienza e di veridicità è universale. Guglielmo d'Hirschau (m. 1091) riferisce la opinione di alcuni che fondavano tutta la dottrina dei quattro elementi sopra un verso di Giovenale[302], di quel Giovenale a cui lo stesso Dante non osava contraddire senza scusarsene. Tale essendo la riputazione degli scrittori latini, molti, per acquistar credito all'opere loro, dovevano porre innanzi e fingere fonti latine; specie chi scrisse allora di cose naturali ebbe in costume di spacciare sotto i nomi di Plinio, di Solino, di Eliano, le favole più stravaganti. Verrà un tempo in cui poeti cristiani, come Brunetto Latini, Dante, Fazio degli Uberti, prenderanno a guida di simbolici viaggi scrittori pagani, e con la scorta loro ammaestreranno, narreranno, descriveranno fondo a tutto l'universo. Alcuni di questi saranno già entrati nel regno dei cieli; altri, che non ebber battesmo, ma furono senza peccato, si sottrarranno all'inferno e si porranno in luogo distinto, scevri da pena e onorati[303]. Onorio Augustodunense, il quale fiorì nella prima metà del XII secolo, e fu uomo di chiesa, come tutti quasi i dotti d'allora, dice nel suo trattato De animæ exilio et patria, sive de artibus[304], che l'esiglio dell'anima altro non è se non l'ignoranza, la patria, per contro, il sapere. Dall'esiglio si ritorna in patria per una via lungo la quale sono dieci città: Grammatica, Retorica, Dialettica, Aritmetica, Musica, Geometria, Astronomia, Fisica, Meccanica, Economia. Nella prima insegnano Donato e Prisciano, nella seconda Cicerone, nella terza Aristotile, nella quarta Boezio, nella quinta discepoli di costui, nella sesta Arato, nella settima Igino e Giulio Cesare, nella ottava Ippocrate; nella nona e nella decima non appare nessun particolare maestro.
Quale che potesse essere la naturale ostilità della Chiesa contro agli scrittori pagani, il sentimento di ammirazione da questi inspirato empieva gli animi, e non permetteva che certe condanne passassero interamente dal concetto alla pratica. In uno dei suoi scritti dice San Bernardo[305]: «Omnes placuerunt Deo in vita sua, vitæ meritis, non scientiæ. Petrus, et Andreas et filii Zebedæi, ceterique condiscipuli omnes, non de schola rhetorum philosophorumque assunti sunt». Ma poi soggiunge: «Videar forsitan nimius in suggillatione scientiæ, et quasi reprehendere doctos, ac prohibere studia literarum. Absit». Non si dimentichi inoltre che una certa tradizione classica e pagana, assai difficile a distruggere in tutto, sopravviveva, dove più, dove meno, nelle province d'Europa soggette un tempo alla dominazione di Roma. Essa ricompariva qua e là nella letteratura popolare, si perpetuava in certe credenze e costumanze, si manifestava in certe propensioni dello spirito, e, senza che altri se ne avvedesse, riusciva a mitigare certi contrasti, faceva parere l'antico mondo, qual era rappresentato negli scrittori, meno estraneo, meno disforme. Ciò avveniva più che altrove in Italia, dove, meglio che altrove, s'era conservato l'antico spirito latino, tanto che Ottone di Frisinga si meravigliava di trovare in Lombardia la lingua, la urbanità, la sapienza dei Romani[306], e dove in rozzissimi canti popolari del XI e del XII secolo abbondano le reminiscenze di Roma, delle sue glorie, delle sue divinità[307]. Questo persistere di una tradizione più viva e più gelosamente custodita lascia intendere in parte perchè il Rinascimento avesse principio in Italia, e dall'Italia si diffondesse nella rimanente Europa. Le scuole di grammatica e di retorica non cessarono mai interamente, nè qui, nè fuori, e, benchè molto mutate, pure per diritta filiazione si legavano, risalendo di secolo in secolo, alle antiche scuole dell'impero. Ma il vincolo più forte e più efficace tra l'antica e la nuova età, tra il mondo pagano e il mondo cristiano, era quella bella e vigorosa e trionfale lingua latina, che non fu meno operosa nella conquista delle terre e dei popoli di quello fossero state le armi dei legionarii, e che la Chiesa aveva consacrata, affidandole il solenne deposito delle verità della fede, e facendola strumento augusto della preghiera. Per lungo tempo essa disputa ai volgari nascenti e formantisi il mal certo dominio; poi, quando questi hanno digià ottenuta la vittoria, non si ritrae dal popolo se non a rilento, e non muore, ma si lega sempre più intimamente a tutto il pensiero dei tempi, e, segno massimo della vita nei linguaggi, seguita ad alterarsi e a variare, docilmente piegandosi a tutte le necessità, procedendo con la storia di pari passo. In latino si scrive, in latino si prega, in latino si predica; rozzi canti latini corrono tra il popolo. Strano a dire, la lingua latina non diventa veramente lingua morta se non quando comincia il Rinascimento. La Chiesa parla lo stesso linguaggio degli antichi poeti, i metri che avevano servito a celebrare Giove e Venere, servono ancora a celebrare Cristo e Maria[308]. Come l'unità della lingua, che è vincolo atto a tener moralmente congiunte per secoli più parti di un popolo disgregato politicamente, non avrebbe anche in questo caso, a dispetto di ogni altro contrasto, fatta palese la sua efficacia, e ajutato a raccostare il lettore cristiano allo scrittore pagano, e agevolata la conciliazione dell'antico e del nuovo spirito? La lingua latina era, insieme con gli scrittori latini, quanto di meglio sopravvanzava del dissipato retaggio di Roma: leggendo, parlando, scrivendo il latino, l'uomo del medio evo poteva sentirsi cristiano e romano ad un tempo. Ciò spiega perchè in quella età siasi data tanta importanza agli studii grammaticali. Nè qui è da considerare la sola lingua latina. Quanto nel medio evo potesse far meglio e più profondamente sentire la partecipazione alla vita dell'antica Roma, e vie più stringere i legami tra i nepoti e gli antenati, doveva tornare in beneficio degli scrittori pagani, con abbreviare in certo qual modo le distanze, promuovere le simpatie, levare i sospetti. Il diritto romano, almeno in Italia, non era mai caduto in dimenticanza; anzi sembra che nella tradizione e nella pratica di esso non siavi stata interruzione mai[309]. Nella prima metà dell'XI secolo, Vipone, cappellano di Corrado II e di Enrico III imperatori, lodava l'usanza che si aveva in Italia di fare istudiare ai giovani il giure[310]. Chi invocava e praticava la legge romana doveva considerare come illustri concittadini suoi gli scrittori di Roma, e compiacersi in loro.
Questo stesso Vipone dice in uno dei suoi Proverbia:
Notitia literarum lux est animarum;
parole che certamente pajono strane in bocca di un ecclesiastico, il quale non avrebbe dovuto ammettere che ci fosse altra luce dell'anime fuor di quella della parola divina che raggia dalla Sacre Carte. Ma è indubitato che quelle parole esprimevano un sentimento comune a molti, comprovato da altre testimonianze infinite. Pietro di Blois scriveva verso il 1170 a un professore dell'Università di Parigi: «Priscianus et Tullius, Lucanus et Persius, isti sunt dii vestri[311]». Ben più strano del resto deve parere che la cognizione degli scrittori classici, posseduta da un uomo di chiesa, potesse porgere argomento di grandissima lode ad altri, lui morto. Nell'epitafio di certo ecclesiastico italiano per nome Guido, morto probabilmente nel 1095, si leggono, tra gli altri, anche i seguenti versi[312]:
Leto Widonis moriuntur dicta Platonis,
Leto Widonis doletur opus Ciceronis,
Leto Widonis tacuerunt facta Maronis,
Leto Widonis cessavit musa Nasonis.
Pitagoras, Socrates, Plato, Tullius et Maro vates
Quicquid senserunt, quicquid cuncti docuerunt,
Hauserat hic totum, placet ergo fundere votum:
Liber ab inferno regnet cum rege superno.
Non perchè cristiano, non perchè ministro della Chiesa, non perchè giusto osservatore della legge divina, sembra qui questo Guido meritevole del regno dei cieli all'anonimo epigrafista, ma perchè copioso di poetica vena, ma perchè eloquente, ma perchè erudito nell'antica sapienza.
In ogni tempo del medio evo gli ecclesiastici più riputati studiarono nei classici, e chi volesse moltiplicare gli esempii potrebbe facilmente riempierne un volume. Sant'Aldelmo, nato verso il 640, conosceva molto bene gli autori latini, come del resto chiaramente appare dai suoi scritti; e il suo biografo Faricio dice di lui: Latinæ quoque scientiæ valde potatus rivulis. Degli ecclesiastici della corte di Carlo Magno non è mestieri fare particolareggiato ricordo. Nel secolo X Raterio, vescovo di Verona, leggeva con amore i poeti; intorno al 1061 Benzone vescovo di Alba, nel Panegyricus ritmicus dedicato a Enrico III imperatore, nomina Virgilio, Lucano, Stazio, Pindaro, Omero, Orazio (noster Horatius)[313], Quintiliano, Terenzio, molto compiacendosi nella ostentazione del proprio sapere. Gonzone da Novara (sec. X), accusato e deriso dai monaci di San Gallo per avere usato un accusativo dove ci voleva un ablativo, scrive per difendersi una lunga epistola ai monaci di Reichenau, nella quale fa pompa di tutta la sua erudizione. In quel medesimo secolo, Vulgario, prete napoletano, usa metri insoliti, sparge di grecismi, infarcisce di classiche reminiscenze le sue poesie latine[314]. Nella scuola claustrale di Paderborn si leggevano Virgilio, Lucano, Stazio, l'Iliade compendiata da Pindaro Tebano. Gerberto spiegava ai suoi discepoli Virgilio, Lucano, Terenzio, Giovenale, Stazio, Persio[315]. A tutti questi chierici, e ad altri molti che si potrebbero ricordare, la poesia classica doveva sembrare, come ad Alcuino, un vino inebbriante, d'altro sapore certo, ma non men gradito al palato che il miele delle Sacre Scritture[316]. In generale, nei secoli IX e X, che, del resto, sono giustamente considerati come i più tenebrosi di tutto il medio evo, l'antichità fu amata e studiata e conosciuta assai più di quanto comunemente si creda. Ratieri da Verona dichiarava di non voler promuovere ai sacri ordini nessuno che non avesse qualche letteraria coltura[317]. Nel secolo seguente, e negli altri che precedono il Rinascimento, lo studio delle lettere classiche va mano mano crescendo.
Ma i classici non solamente si studiavano, si imitavano ancora; e gli epici antichi servivano di modello agli epici nuovi, e i lirici ai lirici, alcuna volta con danno grave del sentimento cristiano così camuffato di vesti non sue. Come imitassero i dotti della corte di Carlo Magno è noto abbastanza. Nella seconda metà del IX secolo il Franco Otfrid, educato, come si crede, nella scuola celebre di Fulda, e discepolo di Rabano Mauro, era mosso a scrivere il suo poema di Cristo, oltre che dall'esempio di Giovenco, di Aratore, di Prudenzio, da quello ancora di Ovidio, di Lucano, di Virgilio. L'autore del Waltharius imitava Virgilio in argomento profano, ma altri facevano lo stesso in argomento sacro; Hrotsvitha imitava Terenzio. Più tardi Bernardo di Chartres imiterà Lucrezio, presso che ignoto al medio evo[318], Giovanni Sarisberiense imiterà Ovidio, altri, senza numero, imiteranno quando l'uno, quando l'altro degli antichi scrittori, e spesso ancora parecchi insieme. Non di rado l'imitazione passa il segno, e persevera quando dovrebbe cessare, introducendo in soggetti sacri nomi, epiteti, immagini sconvenientissimi. Questa usanza era del resto assai antica. Circa il mezzo del IV secolo, Aquilino Giovenco chiama Cristo proles veneranda Tonantis. Alcuino chiama i santi cives Olympi, gens diva Tonantis; nella Vita Caroli Magni del Poeta Sassone si trova nominata la musa, Febo è detto initium mundi totius et anni, e il l. V comincia col verso:
Pangite iam lacerae carmen lugubre Camenae.
Altri così fatti esempii, come pure di emistichi, di versi, d'intere sentenze, tolti da' poeti latini e introdotti in iscritture, sia di argomento sacro, sia di profano, sono a dirittura innumerevoli. Le favole e i miti classici sono conosciuti universalmente, e gli scrittori non si lasciano fuggir l'occasione di ricordarli, di adoperarli anche, come esempii, a proposito di qualche ammaestramento morale. Alcuni fra i più reputati, come Alano de Insulis, Giovanni d'Hauteville, Alessandro Neckam, Giovanni Sarisberiense, ecc., hanno della favola antica cognizione amplissima e veramente meravigliosa. In un poemetto latino del X secolo pubblicato dal Niebuhr[319] son nominati Venere, le Parche, Nettuno: in un altro del secolo XII, conservato in un codice Vaticano, Ganimede ed Elena contendono della loro bellezza[320]. Nelle Geste dei Pisani a Majorca di Lorenzo da Verona[321] (XII sec.), e nell'Eulistea di Bonifacio, da Verona ancor esso[322] (XIII sec.), si trovano parecchie reminiscenze di mitologia classica. Dei Goliardi non fa d'uopo discorrere.
Se alcuna storia famosa dell'antichità, per esempio quella di Edipo, con la quale riscontra in tante parti la nota leggenda di Gregorio Magno, si fosse conservata, variando più o meno, anche tradizionalmente, è dubbio[323]; ma non è d'uopo ricordare come durante tutto il medio evo si rifacessero in lingue volgari le storie di Troja, d'Alessandro Magno, di Ercole, di Giasone, l'Eneide, la Farsaglia, la Tebaide[324]. L'ignoto Romolo, Galfredo, Ugobardo Sulmonense, Maria di Francia, altri, rimettevano in circolazione le vecchie favole di Esopo e di Fedro[325]. In pari tempo le traduzioni si moltiplicavano: nel XIII secolo Riccardo d'Annebaut in Francia giungeva sino a mettere in versi le istituzioni di Giustiniano[326].
Ci furono nel medio evo uomini che possedettero dell'antichità classica una conoscenza veramente meravigliosa, come Giovanni di Salisbury, il primo fra tutti[327], Giuseppe Iscano, Guntero, autore del Ligurinus, Bernardo Silvestro, Alano de Insulis, Vincenzo Bellovacense, nel cui solo Speculum Naturale si citano trecentocinquanta autori. Ma oltre che la conoscenza loro è, per dir così, tutta esteriore, e si ferma alla lettera, e non penetra lo spirito dell'antichità, non ve n'ha quasi nessuno che, parlando degli scrittori classici, non cada in errori gravissimi, e alcuna volta a dirittura ridicoli. Giovanni Sarisberiense fa due distinte persone di Svetonio e di Tranquillo[328], e Vincenzo Bellovacense divide similmente in due Sofocle, confonde in un solo i due Seneca, fa di Cicerone un capitano d'eserciti, scrive Scalpurnus invece di Calpurnius[329]. Altri, meno eruditi, incappavano in ispropositi ancor più solenni. Alard de Cambray, autore del Traité sur les moralités des philosophes, credeva che Tullio e Cicerone, Virgilio e Marone fossero persone diverse[330]; e, quanto a Cicerone, lo stesso errore aveva già commesso Ermoldo Nigello[331]. Ranulfo Higden chiamava Plauto rhetor et doctor[332].
Dove tali errori erano possibili, la fantasia, che volentieri si esercita intorno alle cose di cui l'uomo non ha cognizione retta e sicura, aveva buon giuoco. I grandi scrittori dell'antichità, presenti sempre alla memoria del medio evo, non potevano sottrarsi al suo potere. Si avevano i libri loro, ma s'ignoravano molte particolarità della loro vita, e quanto maggiore era l'ammirazione che si professava per essi, tanto più irresistibile doveva essere la tentazione di supplire con la finzione al vero che s'ignorava. Spesso ancora una immaginazione popolare, un concetto morale espresso in forma di parabola, o altrimenti, si legava al nome di alcuno di quegli illustri, senz'altro motivo che il desiderio di procacciare alla immaginazione o al concetto, mediante quel connubio, più larga diffusione e maggior credito. Gli è a questo modo che Socrate, Platone, Ippocrate, Aristotile, Virgilio, ed altri, di cui farò parola a suo luogo, entrarono in leggende, più o meno, secondo i casi, confacenti al loro carattere, e non è a stupire se tra le fantasie che si spacciarono, alcune se ne trovano assai stravaganti. Omero passa generalmente per un mentitore, il quale, o non conobbe a dovere, o travisò i fatti della guerra trojana[333]. Socrate in greco vuol dire osservatore di giustizia[334]. Le due mogli che egli aveva lo picchiarono un giorno per modo che poco mancò non ci lasciasse la vita. Allora riparò con alcuni discepoli in un luogo campestre, e quivi scrisse di molti libri[335]. Nella novella 61 del Novellino (testo Gualteruzzi) Socrate è fatto di Roma, e il consiglio della città commette a lui di rispondere a certi ambasciatori di Grecia che domandavano dispensa dal tributo[336]. Nei Gesta Romanorum[337] e altrove, si racconta che l'imperatore Claudio diede la propria figliuola in isposa a Socrate, a condizione che se quella fosse poi morta, egli, Socrate, si sarebbe tolta la vita. Alcun tempo dopo la celebrazione del matrimonio, la figliuola di Claudio inferma gravemente; ma, seguendo i consigli di un vecchio, Socrate la guarisce, ed è dall'imperatore colmato di ricchezze e di onori. Platone, il cui nome vuol dire compito, si piaceva molto nei luoghi deserti, e quando piangeva la sua voce si udiva due miglia lontano. Egli fu uno degli otto maggiori medici dell'antichità[338]. Era ricchissimo. Diogene andò un giorno alla casa di lui, e trovativi letti sfarzosi, cominciò coi piedi imbrattati di fango a insudiciarne le coltrici di porpora; poscia, partendosi, disse a Platone: Così la tua superbia è abbattuta da un'altra superbia. Allora Platone si ritrasse insieme coi suoi discepoli in un luogo deserto e pestilenziale, «acciò che l'asprità del luogo rompesse la volontà della lussuria della carne»[339]. Morì, secondo alcuni, per non aver saputo risolvere certo enigma che gli era stato proposto[340]. Aristotile vuol dire perfetto in bontà[341]. Da alcuni Aristotile fu creduto figlio del diavolo, ma egli non fece contro alla teologia: morendo volle fossero seppelliti con lui i suoi libri, dei quali si servirà l'Anticristo. Alcuno diceva che egli fosse morto per non aver potuto intendere il fenomeno del flusso e del riflusso del mare: giacchè, diss'egli, io non posso comprendere te, tu comprendi me; e si gettò nell'acqua[342]. Non fa mestieri di ricordare qui la famosa storia di Aristotile innamorato[343], nè la leggenda parimente notissima d'Ippocrate. Tolomeo il Cosmografo è creduto un re, errore di cui facilmente si scopre la causa[344].
Degli scrittori latini sarà parlato nei capitoli seguenti: qui basterà riportare qualcuna delle stranezze che si spacciarono intorno ai meno celebri. Sallustio era un gran signore non meno ricco che sapiente e valoroso[345]. Cornelio Nepote, poco noto del resto nel medio evo, sapeva tutti i linguaggi[346]. Macrobio, del cui sepolcro andava superba la città di Parma[347], notissimo nel medio evo pel suo commento al Somnium Scipionis, vestì sempre di bianco[348], ecc. Tanto del resto i filosofi, quanto i poeti pagani, erano generalmente tenuti in conto di astrologi[349], e non pochi passarono per maghi. Che a qualcuno dei libri loro si attribuissero virtù meravigliose, non deve parere troppo strano: nella Eneide si ricercarono oracoli; Enea Silvio Piccolomini racconta che la lettura di Quinto Curzio guarì Alfonso di Aragona re di Napoli da una grave malattia[350].
Un'altra fantasia la quale merita d'essere qui ricordata, era quella che consisteva nell'attribuire qualità di cristiano al tale o tale altro antico scrittore. Di questa vedremo in seguito alcuni esempii assai notabili. Essa, oltre che soddisfaceva un sentimento assai naturale in chi non poteva cessar di ammirare i pagani illustri, riusciva praticamente assai utile, spuntando l'avversione della Chiesa, e togliendo gli scrupoli alle coscienze timorate. La Chiesa non poteva più ragionevolmente vietare, nè i credenti dovevano più temere, la lettura di uno scrittore antico, quando questo scrittore passava per cristiano. Le leggende in cui tale fantasia si figurava erano di leggieri credute, nè la Chiesa aveva poi grande interesse a sbugiardarle, chè anzi a lei doveva tornare gradito che fra i pagani più celebri si moltiplicassero i testimoni della verità. In ogni tempo insigni scrittori ecclesiastici ammisero che, assai prima della venuta di Cristo, alcuni pagani eletti poterono, per divina grazia, avere come un presentimento della redenzione, e una anticipata conoscenza delle maggiori verità della fede. Giustino Martire, nell'Apologia prima, rappresenta Socrate, Platone ed altri filosofi dell'antichità quali cultori e seguaci dell'unica verità[351]. Sant'Ambrogio, Sant'Agostino, San Giovanni Crisostomo pensarono che Socrate fosse salvo. San Tommaso ammetteva che parecchi tra i filosofi pagani avessero avuto la fede implicita. Chi più si avvantaggiava di questi sentimenti era Platone, verso le dottrine del quale tanti Padri si sentirono istintivamente attirati. Sant'Agostino ribatte in un luogo del trattato De Civitate Dei[352], la opinione di coloro che credevano Platone avesse conosciuto Geremia, o lette le scritture dei profeti, la quale opinione aveva egli stesso precedentemente seguitata[353]; ma dice che il filosofo greco divinò la Trinità[354]. Una divinazione così fatta fu poi ammessa anche per Aristotile. Pietro di Blois credeva ancora che Platone avesse studiato le scritture, e attintane la verità che nella dottrina di lui si ritrova[355]. Nelle Quaestiones pubblicate dal Gretser sotto il nome di Anastasio Sinaita si dice, con riferimento alla visione di certo Scolastico, che Platone fu salvo[356], e così ancora si disse di Aristotile. Anche Abelardo ammetteva che molte verità del cristianesimo fossero state note in anticipazione ai filosofi antichi[357]. In un poema di Pietro di Vernon (XII sec.), intitolato dal Roquefort Les enseignements d'Aristote, il filosofo di Stagira ammaestra Alessandro Magno nella fede cristiana[358]. Nel Dit d'Aristotle di Rutebeuf, Aristotile ammaestra Alessandro Magno invocando la Vergine[359]. Di Socrate non si fa un cristiano a dirittura, ma si dice che morì perchè non voleva adorare gl'idoli[360]. Cristiano invece fu fatto Giuseppe Flavio, e cristiani Virgilio, Seneca, Lucano, Stazio, Plinio il Giovane, Silio Italico, come per alcuni vedremo più particolareggiatamente in seguito. Claudiano fu fatto cristiano da Sant'Agostino e da Orosio. La dottrina cristiana si trova in Macrobio secondo Abelardo[361]. In un Mistero francese Tiberio tiene consiglio sulla questione della divinità di Cristo, in favore del quale parlano Terenzio, Boccaccio, Giovenale[362]. Molti antichi avevano annunziato l'incarnazione del Verbo e la nascita del Redentore[363].
Ma anche chi non credeva alla ortodossia degli antichi scrittori aveva modo di scusare, ed anzi di rendere plausibile la lettura dei libri loro, immaginando che in questi fossero nascoste, sotto il velo delle favole e sotto i poetici ornamenti, profonde ed ottime verità morali. Il pensiero e il sentimento cristiano inclinano spontaneamente all'allegoria e al simbolo. Sin dalle origini, l'arte delle catacombe è tutta simbolica; la liturgia ecclesiastica è un complicato sistema di allegorie e di simboli. Assai presto nelle Scritture si distinsero due sensi, il letterale ed il mistico, suddiviso quest'ultimo in anagogico, allegorico, morale. Secondo Occam gli Evangeli avevano quattro sensi, istorico, allegorico, tropologico ed anagogico[364]. Esagerandosi sempre più questa tendenza, si finì con interpretare allegoricamente tutta la storia e tutta la natura, concepite oramai non altrimenti che come un immenso sistema di segni e di simboli del soprassensibile. Allora la poesia fu considerata anzi tutto come un linguaggio più sottile e più nobile, il cui principale ufficio consisteva in velare di acconce forme le auguste verità teologiche e morali. Per Alano de Insulis la poesia è una verità recondita celata sotto una corteccia di menzogna[365]. Sul limitare del Rinascimento Dante e il Petrarca credono ancora che lo spirito della poesia stia essenzialmente nell'allegoria. L'alto concetto che universalmente si aveva della sapienza dei pagani, doveva indurre a credere che nei versi loro fossero chiuse le più sublimi dottrine[366]. Di tale credenza vedremo alcuni esempii più oltre: qui basterà ricordare che Dante e il Petrarca e il Boccaccio intendevano nella Eneide anche un senso allegorico, e che Dionigi da Borgo San Sepolcro, monaco agostiniano, volgeva a senso tropologico parecchi scrittori pagani, tra gli altri Virgilio, Ovidio, Seneca.
I poeti, cui si attribuiva tanta recondita sapienza, ragionevolmente non si sarebbero più dovuti distinguere dai filosofi, e in fatto molto spesso incontra che sotto il nome comune di filosofi, si trovino compresi tutti gli scrittori pagani. Nel Romans de tous les philosophes, Alars de Cambray pone tra i filosofi Terenzio, Lucano, Persio, Orazio, Giovenale, Ovidio, Sallustio, Virgilio, Macrobio[367], e in simile modo si trovano mescolati coi filosofi i poeti e gli storici, in molti di quei numerosissimi trattati del medio evo, dove si pretende di dare il fiore dell'antica sapienza[368]. In altri per contro si nota una certa tendenza a raccogliere solamente i detti e gli esempii di quelli che più precisamente possono addimandarsi filosofi[369]. Chi non era troppo inclinato a scorgere per entro ai versi dei poeti una risposta allegorica, non poteva, specie se di sentimento religioso un po' austero, non fare una certa differenza tra poeti e filosofi, e porre questi sopra quelli in dignità. Non accade esaminare ora quale contegno la Chiesa tenesse di fronte alla filosofia antica: esso non fu sempre di una maniera; ma ciò che si può dire in generale si è che la prova filosofica ripugna all'indole del cristianesimo, ch'è tutto fondato sulla fede. Sant'Agostino, che fu da prima molto infervorato per la filosofia, finì che vi rinunziò, e dichiarò i filosofi greci essere assai più meritevoli di riso che di confutazione, e disse che la sola vera filosofia era la vera fede. Atanasio il Grande confessava che, come più egli si sforzava di speculare sulla divinità di Cristo, meno la intendeva, e ammoniva di credere senza cercar le prove. Nel 1228 Gregorio IX rimproverava ai dottori della Università di Parigi di essere piuttosto teofanti che teologi, e li esortava a non adulterare il verbo divino con le finzioni dei filosofi. San Bernardo chiama i filosofi vani e curiosi, e cent'altri li giudicano nel medesimo modo e anche peggio. A voler far troppo il loico si correva pericolo di perder l'anima, come prova la storia di quello scolare che, dopo morto, apparve al suo maestro con una cappa tutta coperta di sofismi indosso, storia francese narrata anche dal Passavanti. Ma, da altra banda, era già stato riconosciuto sino dai primi apologeti, che la filosofia pagana conteneva parecchi germi di verità, ed è indubitato che il pitagoreismo, il platonismo, lo stoicismo hanno col cristianesimo qualche notabile relazione. Abelardo poteva giungere a dire che il cristianesimo altro non è che un volgarizzamento delle dottrine esoteriche dei filosofi antichi. Platone e Aristotile pagani governano il pensiero cristiano, e di loro, e degli altri antichi sapienti si parla con la più profonda ammirazione[370]: non di rado si trovano ad essi attribuite sentenze tratte dalle Sacre Scritture[371]. Nel XII e nel XIII secolo la riputazione dei filosofi, e più specialmente di Aristotile, cresciuta oltremisura, offusca quella dei poeti; i Cornificiani, contro di cui Giovanni Sarisberiense scrisse il Metalogicus, disprezzavano i classici, e ogni altro studio che non fosse di logica e di dialettica. Nella Bataille de septs arts di Enrico d'Andely la Grammatica, raccolti i suoi campioni, Omero, Claudiano, Donato, Persio, Prisciano, e altri poeti, va a combattere contro la Logica e Aristotile[372].
Ma ciò che più monta qui di notare si è una certa distinzione di carattere morale fatta tra i filosofi e i poeti, tra coloro che avevano divinato qualche parte della verità rivelata e coloro che avevano rivestito di tutte le seduzioni dell'arte gli errori del gentilesimo. Abelardo, così largo verso i filosofi, era severissimo contro i poeti[373]. Una delle miniature che nel manoscritto originale accompagnavano l'Hortus deliciarum della Badessa Herrad di Landsperg (XII secolo) era, a tale proposito, molto istruttiva: e dico era, giacchè quel manoscritto credo sia andato distrutto nell'incendio della Biblioteca di Strasburgo, dove si conservava. In quella miniatura erano rappresentate, tra due cerchi concentrici, da sette donne, contraddistinte da opportuni emblemi, le sette arti. Dentro al cerchio minore una figura sedente in trono e coronata rappresentava lo Spirito Santo, tra le mani del quale un breve con la scritta: Omnis sapientia a Deo est. Soli quod desiderant facere possunt sapientes. La corona, sopra la quale tre teste figuravano l'Etica, la Logica, la Fisica, recava l'iscrizione Philosophia. Alla destra dello Spirito Santo si leggeva: Septem fontes sapientie fluunt de philosophia qui dicuntur liberales artes; alla sinistra: Spiritus sanctus inventor est septem liberalium artium que sunt grammatica, rethorica, dialectica, musica, arithmetica, geometria, astronomia. Sott'esso erano figurati Socrate e Platone con la seguente scritta: Naturam universe rei queri docuit Philosophia; Philosophi primum ethicam, postea phisicam, deinde rethoricam docuerunt; Philosophi sapientes mundi et gentium clerici fuerunt. Fuori dei due cerchi che rappresentavano il dominio delle sette arti quattro figure erano designate quali Poete vel magi spirito immundo instincti. A ciascuno parlava nell'orecchio un corvo, figura del demonio, inspiratore di perverse dottrine. Li accompagnava la scritta: Isti immundis spiritibus inspirati scribunt artem magicam et poetriam idest fabulosa commenta[374]. Ma questi ed altri tali giudizii, i quali movevano da una fede troppo angusta ed ombrosa, non potevano prevalere contro il sentimento dei più, contro l'uso e la tradizione. Le favole dei poeti serbavano tanta attrattiva che, da sè sola avrebbe potuto vincere ogni ripugnanza religiosa e morale; ma la ingegnosa leggenda veniva in ajuto, e con pietose menzogne procacciava la conciliazione dei poeti e della Chiesa, ed apriva ai pagani le porte del cielo.