CAPITOLO XVII. Cicerone, Catone, Orazio, Ovidio, Seneca, Lucano, Stazio.

Se noi ci facciamo ora a considerare alcuni altri fra i principali scrittori latini, troveremo essersi ripetuti per essi nel medio evo quei fatti medesimi che abbiamo già veduto prodursi per Virgilio; e cioè, raccostamento più o meno risoluto dello scrittore pagano al cristianesimo, con alcuni esempii di vera conversione, esagerazione del sapere, e qualche volta esagerazione sino al segno in cui il sapere diventa magia. Se non che le finzioni nate loro d'attorno, o per non aver essi avuto il necessario grado di celebrità, o per altra ragion che si sia, non acquistano la pienezza di concetto di cui altrimenti sarebbero state capaci, rimangono slegate, e non riescono a formare una vera e propria leggenda, come nel caso di Virgilio.

Il primo a farcisi innanzi è Cicerone, il quale godette di grandissima fama nel medio evo, come maestro insuperabile di una delle sette arti, la retorica. Già sino dai primi tempi della Chiesa il principe degli oratori latini, le opere del quale erano diligentemente studiato dagli apologeti desiderosi di rafforzare le ragioni della verità col sussidio dell'eloquenza, fu considerato come uno degli scrittori pagani le cui dottrine meno ripugnavano al cristianesimo; e non solo vi furono scrittori cristiani che in trattare argomenti della fede adottarono la forma di questa o quell'opera sua, ma ve ne furono ancora che delle sue stesse dottrine si giovarono. Cicerone affermò ripetutamente e con ardore la immortalità dell'anima, e Arnobio ricorda che molti gentili lo presero in odio, perchè giudicavano i suoi scritti essere favorevoli al cristianesimo, tanto che alcuni più zelanti chiesero al Senato di farli per questa ragione proibire[469]. Sant'Agostino confessa schiettamente di dovere all'Ortensio la sua conversione a Dio e alla vita spirituale[470]. Sant'Ambrogio compose il suo trattato De officiis ministrorum a imitazione del De officiis di Cicerone, accettandone la dottrina e solo piegandola al concetto cristiano ed ecclesiastico[471]. Stando così le cose, a molti certo dovette parere eccessivo il giudizio di riprovazione contenuto in quel sogno famoso, o visione che si voglia dire, di S. Gerolamo, a cui il giudice supremo rimproverò d'essere non un cristiano, ma un ciceroniano[472]. Nel medio evo, dovunque sono scuole di retorica, Cicerone è in grande onore. Beda fece una copiosa raccolta delle sentenze di lui, e sul De inventione compose Alcuino il suo trattato di retorica per la scuola palatina di Carlo Magno. Lupo di Ferrières paragonava fra loro con mente di critico varii codici delle epistole ciceroniane[473], e Pascasio Radberto confermava il giudizio dei secoli chiamando Cicerone il re dell'eloquenza[474]. A questa eloquenza si prestava quasi un carattere sacro. O quam Tullii venerabilis facundia summis desideriis est collocanda, si trova detto nel trattato De disciplina scholarium, falsamente attribuito a Boezio[475]. Parlando della Città di Retorica nel già citato scritto De animae exilio et patria, Onorio Augustodunense dice: In hac urbe Tullius itinerantes ornate loqui instruit, quatuor virtutibus scilicet prudentia, fortitudine, justitia, temperantia mores componit[476].

Cresceva intanto l'opinione che il sommo oratore avesse potuto partecipare al gran benefizio della Redenzione, egli che delle verità del cristianesimo aveva già avuto, prima che Cristo nascesse, qualche presentimento. Si pretendeva che egli avesse tradotto la famosa profezia della sibilla Eritrea, nella quale si annunzia la venuta del Redentore[477], e Lupo di Ferrières ricorda in una sua epistola[478] un tal Probo, che voleva ammessi tra i beati Cicerone, Virgilio, ceterosque opinione eius probatissimos viros. Qual gloria per la Chiesa poter strappare all'inferno un tant'uomo! e che dolore per coloro che si beavano nella lettura dei suoi libri immortali il pensare ch'egli era dannato per l'eternità! Il Petrarca si affliggeva di ciò ch'egli non fosse stato cristiano e il primo padre della Chiesa[479], ma in una sua prefazione alle Tusculane Erasmo sostiene ch'egli si salvò[480].

Durante tutto il medio evo Cicerone passa per il maestro massimo dell'eloquenza, alcuna volta anzi a dirittura per l'inventore di essa; e sotto questo aspetto si può dire che la sua riputazione fu maggiore allora che non nell'antichità. In piena barbarie letteraria, nel secolo IX, Almanno dice che a degnamente celebrare con la parola i fatti e la virtù di Sant'Elena ci sarebbe voluta più eloquenza che non ne avesse Cicerone; e parecchi secoli dopo, Alessandro Neckam, volendo fare un grande elogio di Sant'Agostino, lo pareggia per eloquenza a Cicerone, ma lo fa maggiore di animo[481]. Nel Tesoretto il Latini si contenta di ricordare quella grande eloquenza

Del buon Tullio Romano

Che fue 'n dir sovrano;

ma Fra Guidotto, o chi altri si sia il vero autore, afferma in principio del Fiore di Rettorica, che Cicerone fu maestro e trovatore della grande scienzia di Rettorica, e che fu d'arme maraviglioso cavaliere, franco del coraggio, armato di grande senno, fornito di scienzia e di grande discrezione, ritrovatore di tutte cose. Eccoci già all'onniscienza di Virgilio; un passo ancora, e di dietro all'oratore sarebbe cominciato a spuntare il taumaturgo.

Non è pertanto a meravigliare se di regola, nel medio evo, e poi anche dopo, a Rinascimento compiuto, Cicerone vien posto innanzi a Demostene. Il Petrarca, detto nel Trionfo della Fama[482], come all'apparir di Cicerone fiorisse l'erba, soggiunge:

Dopo venia Demostene, che fuori

È di speranza omai del primo loco.

Non ben contento de' secondi onori.

E questo era pensiero comune, espresso da molti, e tra gli altri anche da Alfonso de la Torre, scrittore spagnuolo che fiorì nella prima metà del XV secolo. Descrivendo egli in una sua curiosa composizione, intitolata Vision delectable, il palazzo della donzella Retorica, dice che in certa sala erano i ritratti dei retori più famosi, da una parte i greci, tra cui Gorgia, Ermagora e Demostene, primeros abuelos é habitadores de aquella tierra, e da un'altra i latini, fra' quali Cicerone, a cui la donzella da quelli e da questi discesa, somigliava più che a nessun altro; al qual paresçia la doncella más que a ninguno. Ma anche tra i filosofi teneva Cicerone onoratissimo seggio, e non mancò chi volle farlo primo tra questi, com'era già primo tra i retori[483]. Così fa Alars de Cambrai nel già citato Romans de tous les philosophes, dove a Salomone non concede che il secondo posto:

Tulles qui moult fu sages clers,

De totes clergies plus fers

Que tout autre maistre de pris,

Est premiers esleus et pris.

Apres est nomes Salemons

Qui tant sot, ce juge li mons,

C'om ne trouast nul plus sage home

Ent trestout l'empire de Rome.

Vero è che facendo due diverse persone di Tullio e di Cicerone, mentre a quello dà il primo posto, a questo dà solamente il settimo:

Li sepmes et nom Cicerons,

Cil n'estoit mie trop enbrons,

A meruelles estoit haities,

Prex et cortois et afaities.

Come potesse nascere un error di tal fatta trattandosi di un nome di tanta celebrità non è facile a spiegare, ma Alars non era il primo a commetterlo. Abbiam veduto come già v'incappasse Ermoldo Nigello[484], il quale forse nemmeno fu il primo, e dopo Alars v'incappò anche il Gower[485]. D'onde tragga origine la favola della grande inimicizia di Cicerone e di Sallustio narrata nel Fiore di filosofi (testo del Palermo) e anche altrove, non so immaginare[486].

Che anche intorno a Cicerone si sarebbe potuto formare, qualora non fossero mancate le condizioni favorevoli al suo nascimento, una leggenda meravigliosa simile a quella di Virgilio, è provato da quanto Giovanni Boccaccio racconta di certa fonte che scaturiva in prossimità di Pozzuoli, e conservava ancora al suo tempo il nome di fonte di Cicerone, le cui acque si stimavano efficaci contro il mal d'occhi[487]. Se il grand'oratore avesse avuto il sepolcro in alcuna città illustre, e se questo sepolcro fosse stato conosciuto e celebrato come la fama di tant'uomo chiedeva, gli è assai probabile che ancor egli avrebbe cominciato ad assumere nella fantasia popolare qualità di protettore e di taumaturgo, comechè poi, per far difetto certe altre condizioni, potesse la leggenda rimanersi chiusa entro limiti assai meno larghi che non sien quelli della leggenda di Virgilio[488].

Il medio evo, non solo narra degli scrittori latini molte favole, ma attribuisce anche la qualità di scrittore a chi non l'ebbe, come mostra l'esempio di Catone l'Uticense. Catone godette in quella età della più alta riputazione di virtù e di saviezza. Angilberto detto Omero, volendo fare un grand'elogio di Carlo Magno, dice:

Inclyta nam superat preclari dicta Catonis;

e infinite altre volte si vede Catone preso a termine di confronto parlandosi di uomini saggi e virtuosi[489]. In alcune redazioni del romanzo dei Sette Savii egli è uno di questi, e Guiraut de Borneil, in quella sua pazza poesia che comincia Un sonet fatz malvatz e bo, dice di sè stesso:

Detorn mi vai e deviro

Foudatz, e sai mais de Cato;

nei quali due versi, come anche negli altri di quella poesia, è da notare che il poeta si studia di venir affrontando fra di loro le cose più disparate e i concetti più antitetici che gli cadessero in fantasia, e che non si poteva immaginare un contrasto maggiore di quello che nasceva dal raffronto della pazzia con la proverbiale sapienza catoniana.

Catone si trova citato in iscritture d'ogni maniera, non solo insieme con gli altri autori pagani, ma ancora insieme coi libri sacri, coi profeti, con gli scrittori ecclesiastici, e sempre come autorità di prim'ordine[490]. Si esagera al solito il suo sapere, e si fa di lui l'uomo più dotto de' tempi suoi[491], e alla sua gran dottrina e alla sua gran virtù[492] si danno più lodi assai che non al suo valore guerriero[493]. La sua riputazione si fondava in parte su quanto di lui narravano le istorie, ma molto più si fondava su quei famosi distici morali, creduti universalmente opera sua.

Chi sia il vero autore di questi distici non è noto. Le varie attribuzioni che se ne fecero a Catone il Censore, a Cicerone, a Seneca, ad Ausonio, a un Dionisio Catone forse non mai esistito, sono tutte arbitrarie. Certo si è che dell'Uticense non sono, e che non fossero, già da qualcheduno si dubitava sino dal XII secolo[494]. Composti probabilmente nel IV[495], essi furono intitolati col nome di Catone, non perchè questo nome dovesse essere creduto da altri quel dell'autore, ma perchè esso parve titolo confacente all'argomento morale del libro, senza che si possa dire quale dei due Catoni più noti avesse in mente chi così lo intitolava. Scambiare il titolo pel nome dell'autore era errore assai facile nel medio evo, e poichè dei due Catoni, l'Uticense, ricordato nella Farsaglia, nelle istorie romanzesche di Giulio Cesare, nelle cronache, si conosceva assai più che non il Censore, era naturale che non a questo, ma a quello si attribuisse l'opera[496]. E a togliere di mezzo ogni dubbio, in parecchie delle traduzioni che se ne hanno in varie lingue volgari, si dà un cenno della vita del supposto autore, si dice come fosse rivale di Cesare, e come per non patire la costui tirannia si togliesse la vita[497].

Pochi libri ebbero nel medio evo, e anche dopo, la diffusione e la celebrità dei Distici. Lo provano anzi tutto gl'innumerevoli codici, alcuni dei quali dell'VIII, IX e X secolo, poi le infinite versioni che se ne fecero in tutte le lingue d'Europa. Si voltarono in versi latini rimati[498], si parafrasarono in greco[499]; Filippo da Bergamo vi fece sopra una moralizzazione intitolata Speculum regiminis, Erasmo li commentò. Già nell'XI secolo Notker ne faceva una traduzione tedesca. Da Isidoro di Siviglia[500] ad Alcuino[501], da Alcuino ad Abelardo[502], innumerevoli scrittori ne parlano, li citano, li lodano. Poi vengono le imitazioni, il Cato novus, il Cato interpolatus, l'Ethica Ludulphi, il Facetus, il Novus Catho moralisatus[503], i Chastimens francesi, il Winsbeke tedesco, ed altre simili scritture. I Distici, che il giullare doveva conoscere al paro dei poemi cavallereschi e delle belle canzoni d'amore[504], facevano testo in materia di morale, e godevano di molto favore nelle scuole[505], d'onde solamente nel passato secolo cominciarono ad essere banditi. Strano davvero che tal sorte dovesse toccare fra genti cristiane, e in tempi di massimo fervore religioso, al supposto libro di un pagano, il quale, per giunta, si era tolta di propria mano la vita[506].

Nel Livre du Chevalier de la Tour Landry[507], si narra in relazione coi Distici una curiosa storia, la quale tuttavia non mette conto di qui riferire minutamente. Catone «qui fut si saige qu'il gouverna toute la cité de Romme, et fist moult d'auctoritez, qui encore sont grans memoires de lui», è presso a morte. Egli aveva, già da tempo, composto pel figliuolo Cathonet il suo libro famoso di ammaestramenti morali, ma in quel punto volle dargli tre altri consigli molto importanti. Cathonet, benchè sapientissimo, e in tutto degno del padre, non osservò i primi due, e volendo provare il terzo, fa nascere parecchie avventure nelle quali è involto. Il tutto dimostra sempre più la saviezza di Catone[508].

Gli è curioso che nei romanzi dove si celebra sommamente Giulio Cesare anche di Catone si facciano moltissime lodi. A ciò forzava la Farsaglia, conosciutissima e tenuta in gran conto. Giovanni di Tuim in un luogo della sua Istoria dice che Pompeo, Marcello e Catone si opposero a Cesare per grande invidia che gli portavano[509], ma altrove usa tutt'altro linguaggio: «Catons, ki mout estoit de grant cuer et ki mout amoit a garder honour ne desous autrui ne deignoit iestre et haoit si Cesar pour le francisse des Rommains k'il voloit abatre et abatoit a son pooir»[510]. E narrata la morte di quel grande amico di libertà, riporta i lamenti che ne fecero i suoi seguaci e le lodi con che lo celebrarono[511].

Tuttavia, sebbene della fine di Catone si narrasse generalmente il vero, pure anche intorno ad essa corse qualche favola, di cui è difficile indicare la origine. Così nel Novellino[512] si riporta un lamento contro la Fortuna, il quale Catone fece stando in carcere, e ciò che lo stesso Catone disse parlando in nome di essa Fortuna. Nel Fiore di filosofi poi, riportate alcune massime di Catone, si dà questa veramente strana notizia: «Cato, pensando che l'anime sono perpetue, per rincrescimento di due quartane sè medesimo uccise per trovare migliore vita». D'onde l'autore del Fiore abbia tratto questa peregrina notizia non so, ma essa si legge anche in un trattato latino De vita et moribus philosophorum[513]: «Catho Marchus Portius stoicus philosophus et poeta latinus claruit Rome Virgilii tempore..... Hic animas esse perpetuas existimans tandem tedio duplicis quartane seipsum occidit ut meliorem vitam inveniret». Ranulfo Higden attribuisce il fatto al famoso retore Marco Porcio Latrone, maestro di Ovidio, e amico di Seneca[514].

Nei Distici morali Catone appar già quasi cristiano; ma per questo rispetto la trasformazione piena non avviene, come tutti sanno, se non nella Commedia di Dante, dove il filosofo pagano, violento contro a se stesso, è preposto alla guardia delle anime purganti, e serbato, dopo l'universale giudizio, alla gloria eterna del paradiso. Ogni qual volta parla di Catone Dante usa parole di massimo rispetto. Nel De Monarchia[515] loda il suo amore ardentissimo di libertà, che lo indusse a sottrarsi con la morte alla servitù; nel Convito lo pone fra coloro che ebbero alcuna luce della divina bontà, aggiunta sopra la loro buona natura[516], e prorompe in queste parole: E quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio che Catone? Certo nullo[517]. Queste ultime parole sono molto importanti, giacchè in esse non si fa nessuna eccezione nemmeno per i Padri della Chiesa e per i Santi. L'ammirazione di Dante era sorretta da quella di tutta l'antichità. Cicerone, Sallustio, Orazio, Seneca, Lucano, Floro, Valerio Massimo, Manilio, tributano a Catone le più gran lodi; Lattanzio lo considera come il capo della sapienza romana. Descrivendo nel l. VIII dell'Eneide lo scudo preparato da Vulcano per Enea, Virgilio dice che tra le molte figure che lo fregiavano vi si vedevano pure le anime dei giusti governate da Catone:

Secretosque pios; his dantem jura Catonem[518].

Le lodi degli antichi e l'esempio di Virgilio debbono certamente aver contribuito a far sì che Dante eleggesse Catone a così grave e nobile officio[519]; ma è da altra banda indubitato, che questi aveva per lui un valore essenzialmente simbolico, a cui l'antichità non poteva pensare. Catone che, per amore di libertà, rinunzia alla vita, simboleggiava assai bene l'anima, che per riacquistare la perduta innocenza, la quale è vera libertà di contro alla servitù del peccato, rinunzia al mondo, o penando si purga; e però non gli si disdiceva l'esser fatto custode del Purgatorio, dove appunto, con rientrare nella divina grazia, le anime riacquistano la libertà perduta[520]. Dante non dice in nessun luogo che Catone avesse presentito la verità del cristianesimo, e fosse stato cristiano in anticipazione come Rifeo, nè che fosse tornato in vita come Trajano per ricevere il battesimo. Virgilio quando prega l'austero custode di gradire la venuta del poeta peregrinante, non gli dice se non:

Libertà va cercando, ch'è sì cara,

Come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu il sai; che non ti fu per lei amara

In Utica la morte, ove lasciasti

La veste che al gran dì sarà sì chiara[521].

Una cosa pare non avvertisse Dante, ed è che, combattendo per la libertà, Catone faceva contro a quell'impero che la Provvidenza aveva contemplato e voluto.

Non meno di Catone fu celebre nel medio evo Seneca. Le sue Naturales Quaestiones, erano assai conosciute, e se ne giovavano quanti scrivevano di cose naturali; più conosciute ancora erano le opere sue di morale, e, in fatti, egli figura allora essenzialmente come moralista. Dante non lo chiama altrimenti che Seneca morale, e morall Senec lo chiama Giovanni Lydgate[522]. Alano de Insulis dice di lui nell'Anticlaudiano:

More suo Seneca mores ratione monetat

Optimus excultor morum, mentisque colonus[523].

Seneca è citato più spesso ancora di Cicerone e di Catone, e in certe scritture ricorre a ogni passo. Veggansi, per un esempio, il Giardino di Consolazione di Bono Giamboni, il Liber consolationis et consilii di Albertano da Brescia, la Summa de arte praedicatoria di Alano de Insulis. Ma già sino dall'anno 567 negli Atti del secondo Concilio di Tours si citava come di Seneca una sentenza che negli scritti suoi non si trova e che solo si rinviene in quel Liber de moribus falsamente a lui attribuito, e tanto caro all'età di mezzo, nel quale con molte massime tolte allo scrittore latino, molte ancora ne sono che non gli appartengono. Nel secolo XIV Landolfo, arcivescovo di Amalfi, cita, insieme coi Santi Padri e con gli scrittori ecclesiastici, anche Seneca nelle sue postille agli Evangeli[524]. Da molti egli era tenuto più gran filosofo che non Platone ed Aristotile, e ciò non solamente in Ispagna, dove tale opinione era suggerita in qualche modo dall'amor di patria[525], ma anche altrove. Il Petrarca, il quale indirizzò a Seneca una delle sue epistole famigliari[526], e affermò che Plutarco non aveva trovato nessuno da porgli a riscontro, non la pensava altrimenti. Le sentenze tratte da Seneca empiono quasi mezzo il libro intitolato Floresta de los philòsophos, che Fernan Perez de Guzman compose nella prima metà del XV secolo. Un poemetto provenzale di insegnamenti morali, composto probabilmente nella seconda metà del XIII, in un codice della Biblioteca dell'Arsenale in Parigi è intitolato: Aysso es le libre de Senequa[527]; e sotto il titolo di Seneca Leren va un dialogo olandese di 780 versi, nel quale un padre ammonisce ed ammaestra il figliuolo che si lamenta della propria sorte[528]. Seneca era dunque tenuto uno dei maggiori sapienti dell'antichità; in certa novella[529] si narra come i Romani commettessero a Seneca di rispondere agli ambasciatori dei Galli che cercavano di essere dispensati dal tributo, storia che abbiamo già veduto narrata di Socrate. A titolo di stranezza sia qui ricordato che Seneca è fatto contemporaneo di Avicenna, di Averroe e di Algazel nella Virgilii Cordubensis philosophia[530].

Gli scritti autentici di Seneca, nei quali si vede professata una filosofia tutt'altro che repugnante al cristianesimo, anzi molte volte con questo pienamente conciliabile, sarebbero forse bastati di per sè soli a far nascere nel medio evo la credenza che anche questo scrittore latino fosse stato cristiano, o almeno in intima relazione coi cristiani e informato delle loro dottrine, se già l'antichità non avesse immaginata una tal favola, e prodottine i documenti in una serie di epistole che si supposero scambiate fra il filosofo maestro di Nerone e l'apostolo delle genti San Paolo. In esse il filosofo e l'Apostolo apparivano legati dai vincoli di una sincera e salda amicizia, e quegli, se non faceva esplicita professione di fede cristiana, si mostrava grande ammiratore di questo, e molto benevolo ai seguaci di Cristo, e cristiano insomma nell'animo. Queste epistole esistevano già, ed erano anzi molto diffuse nel IV secolo, secondo prova la testimonianza di San Gerolamo, la più antica che intorno ad esse siaci pervenuta. San Gerolamo, non solo non dubita della loro autenticità, ma per esse solamente s'induce a introdurre nel suo catalogo degli scrittori e dei santi anche il filosofo di Cordova, al che l'opere certe di costui non l'avrebbero mosso[531]. Pochi anni dopo Sant'Agostino ricorda anch'egli quelle epistole, ma per incidente, e con notabile noncuranza[532]; e che egli le tenesse apocrife lascia intendere abbastanza un luogo del De Civitate Dei[533], dove Seneca è giudicato molto severamente. Se a queste due si aggiunge la testimonianza contenuta nella relazione apocrifa della morte dei santi Pietro e Paolo, la quale va sotto il nome di S. Lino papa, e che, almeno nella redazione in cui è sino a noi pervenuta, si palesa certamente posteriore a San Gerolamo, il novero delle testimonianze antiche concernenti il supposto carteggio di Seneca e di San Paolo, è interamente esaurito, e per più secoli non se ne trovano altre. In questa apocrifa scrittura si dice che l'institutore dell'imperatore (Seneca non si nomina per proprio nome) fu legato di amicizia con San Paolo, in cui vedeva essere scienza divina, e tanto aveva cara la conversazione di costui che quando non poteva altrimenti, conversava con esso per lettera, e si aggiunge che di alcuni scritti dell'apostolo diede lettura all'imperatore[534].

Come si vede, nell'antichità cristiana, del cristianesimo di Seneca e dell'autenticità delle epistole di costui o di San Paolo, non sono molti, nè molto fervidi sostenitori. Non più così nel medio evo, dove la favola improvvisamente riapparsa, dopo essere stata (così è forza credere) lungamente obliterata, acquista universale credenza e notorietà senza pari. Freculfo è il primo, per quanto le indagini hanno sinora mostrato, che nel IX secolo ne faccia novamente ricordo; ma poi essa si ritrova nella più parte dei cronisti e in infiniti altri scrittori, come, per citarne alcuni, in Onorio d'Autun, in Ottone di Frisinga, in Pietro Comestore, in Giovanni Sariberiense, in Tolomeo Lucense, in Luca di Tuda, in Vincenzo Bellovacense, in Martino Polono, in Sant'Antonino, in Pietro de Natalibus, in Gualtiero Burley[535]. E tanto più il medio evo doveva essere disposto ad ammetterla in quanto che si credeva che San Paolo avesse lungamente viaggiato per conoscere i più gran savi![536]. In sul limitare del Rinascimento il Boccaccio credeva ancora che Seneca fosse stato cristiano[537]; ma già il Petrarca, che pur giudicava autentiche le epistole, aveva espresso contraria opinione[538], e Dante, com'è noto, pone il filosofo tra i pagani illustri nel Limbo. Se non che questa era l'eccezione. Abelardo affermava Seneca aver confessato che il distributore di tutti i beni è lo Spirito Santo[539], e Giovanni Sarisberiense si sdegnava contro coloro che non veneravano Seneca nel debito modo[540]. Pietro di Cluny inseriva un passo del carteggio del filosofo e dell'apostolo nella sua lettera ad Petrobrusianos, e Giacomo di Magne ne trascriveva una parte nel suo Sophologium. Vi fu persino chi giunse a fare del maestro di Nerone uno dei settantadue discepoli. Così la favola, promossa dalla universale credenza, andava ingrossando.

Ma le epistole che noi possediamo, e che, prese in complesso, sono un'assai povera e sciatta cosa, sono esse quelle medesime di cui fanno ricordo San Gerolamo e Sant'Agostino?[541] e se sono, come si spiega che un uomo della levatura e del sapere di San Gerolamo le scambiasse per autentiche, mentre la falsità loro è per tal modo evidente che coloro stessi i quali tuttavia stimano di poter credere al cristianesimo di Seneca, e all'amicizia sua e di San Paolo, negano recisamente che esse sieno opera di questi due uomini? La questione fu molto dibattuta, e sino a questi ultimi tempi i critici che vi si cimentarono si divisero sistematicamente in due partiti, l'uno, di coloro che negavano le epistole sino a noi pervenute essere quelle stesse già divulgate nel IV secolo, l'altro, di coloro che affermavano invece essere quelle medesime appunto. Ma ultimamente un critico tedesco, Eugenio Westerburg, mostrò che tra queste due opinioni poteva aver luogo una terza, e provò, in modo da levare ogni dubbio (cosa che non s'intende come prima di lui non fosse già caduta in mente a qualcuno) che le quattordici epistole formanti il famoso carteggio non sono una produzione sola, ma bensì due diverse produzioni, separate da un intervallo di parecchi secoli[542].

Io non posso qui tener dietro alla sua discussione, e mi basterà di recarne in breve le conclusioni. Le quattordici epistole si sceverano in due gruppi, uno minore che comprende quelle segnate coi numeri X, XI, XII, l'altro maggiore, che comprende tutte le altre. Tra questi due gruppi appare grande diversità, così di sostanza come di forma. Nel primo (ep. XII) Seneca si mostra invelenito contro Nerone, il persecutor dei cristiani, l'incendiario di Roma, e, sebbene non lo nomini, lo dice destinato all'inferno; nel secondo Seneca è amico di Nerone, e questi ammira certe lettere di San Paolo, lettegli dal filosofo. Le epistole del primo gruppo sono datate ed esattamente datate, salvo un leggiero errore, che forse non è originale; quelle del secondo non sono, ad eccezione delle ultime due, dove è indicata una coppia consolare non mai esistita. Finalmente la latinità delle epistole formanti il primo gruppo, è assai migliore di quella delle epistole formanti il secondo. Le tre epistole del primo gruppo sono avanzo del carteggio primitivo, conosciuto da San Gerolamo e da Sant'Agostino, le undici del secondo sono un carteggio nuovo, e questo, trovandosi in esso (ep. IX) citato, col titolo di liber de verborum copia, la Formula vitae honestae di Martino Dumiense, morto il 580, deve essere stato composto non prima del VI secolo. Senonchè, notandosi che la favola non ricomparisce se non nel IX, gli è probabile che il carteggio sia stato composto solamente ai tempi di Carlo Magno.

Non una dunque, ma due falsificazioni letterarie si ebbero, alle quali porse argomento la presunta amicizia di Seneca e di San Paolo, la seconda provocata dalla prima, dopochè questa, per ragioni a noi ignote, fu mutilata della sua maggior parte e rimase lungamente, sembra, del tutto dimenticata. Ma quale la ragion prima, quale la fonte delle finzioni che si contengono in esse? Parlando della più recente il Westerburg mostra come assai probabilmente essa faccia capo, insieme con la Passio Petri et Pauli, ad uno scritto, o andato perduto, o non ancora disseppellito, in cui tendenze ebionitiche, avverse a San Paolo sarebbero state mitigate da uno spirito gnostico e conciliativo[543]. È noto chi fossero gli Ebioniti, e quale contegno ostile assumessero di fronte all'apostolo delle genti, il quale, mentre essi tenevansi stretti alla tradizione giudaica, da questa tradizione si scostava, e pareva voler procacciare una conciliazione della filosofìa coll'Evangelo, e della coltura etnica con le tendenze della nuova fede. In origine, il Simon Mago della leggenda altri non è che San Paolo, di cui si vuole sfatare il nome a fronte di San Pietro. Gli è pertanto assai ragionevole il credere che la favola dell'amicizia di Seneca e di San Paolo sia stata immaginata fra gli Ebioniti, per far nascere sospetto sulla fede e sulla onestà di costui, e in questa favola primitiva, non solo con Seneca, ma con Poppea ancora, e con lo stesso Nerone, l'apostolo doveva apparire strettamente legato. In essa certo si manifestava lo spirito ostile che l'aveva provocata. Nel carteggio più recente di tale spirito non è rimasto vestigio; ma San Paolo vi si mostra ancora famigliare ed amico dell'imperatrice, designata col nome di domina, e Nerone, se non più come suo protettore, vi figura almeno come suo ammiratore. L'ipotesi del Westerburg è dunque, per quanto concerne questo secondo carteggio, molto plausibile; ma io non credo si possa più dire altrettanto quando l'autore vuole applicarla pure al carteggio più antico, facendo anche questo di origine ebionitica. Anzi tutto il frammento che c'è n'è rimasto è troppo scarso perchè si possa fare sicuro giudizio dell'indole sua; in secondo luogo l'indole che in questo frammento ci si manifesta è, come ho notato, a dirittura contraria a quella che mostra il carteggio più recente. Quivi Seneca ha in odio Nerone, e San Paolo non si vede avere con la corte di costui sospette relazioni. Senza escludere dunque nemmeno in questo caso la possibilità di una remota origine ebionitica, meglio che non nell'altro dissimulata da una successiva elaborazione del tema tradizionale, si deve dire che nulla forza ad ammettere una origine così fatta, e lasciare aperto l'adito ad un'altra congettura, la quale facesse nascere la finzione da uno spirito non ostile in nessun modo a S. Paolo, e da quella generale tendenza, di cui abbiamo già veduto altri effetti, a convertire a dirittura, o a far inclinare al cristianesimo i pagani più illustri. Tertulliano e Lattanzio notarono negli scritti di Seneca non pochi pensieri e non poche massime che molto bene si accordano con la fede; era pertanto cosa naturalissima che qualcuno tentasse di raccostare vie maggiormente a questa fede il filosofo, e facesse nascere la opinione che il meglio della dottrina di costui, non era se non frutto degli ammaestramenti di un apostolo di Cristo. E può darsi ancora che le epistole sieno state immaginate e scritte con l'intenzione di mostrare tra il filosofo e l'apostolo un'amicizia di tutt'altro carattere che quella non fosse di cui andavano forse calunniosamente favoleggiando gli Ebioniti.

Non è da meravigliare se ad uno scrittore generalmente tenuto in conto di cristiano si volle nel medio evo attribuire qualche opera che, meglio di quelle da lui veramente composte, recasse l'impronta della dottrina cristiana. Così è che noi vediamo andare sotto il suo nome quel trattato delle quattro virtù cardinali, altrimenti detto Formula honestae vitae, che si conosce essere opera di Martino Dumiense. Brunetto Latini, Albertano da Brescia, lo stesso Boccaccio, altri moltissimi, ne lo tenevano autore[544], mentre altri gli attribuivano un trattato De documentis et doctrinis e una raccolta di proverbii dove sono in gran numero detti e sentenze tratti da scrittori cristiani.

La morte di Seneca è ricordata da tutti i cronisti, non senza favole, come si può di leggieri immaginare. Essa era uno dei maggiori delitti imputati a Nerone. Nel IX secolo il vescovo Modoino, ricordando in una lettera consolatoria a Teodulfo molti esempii d'illustri infelici, ricorda anche Seneca:

Vulnera saeva suo fertur sumpsisse tyranno

Seneca precipuus caede Neronis obiit[545].

La ragione che da parecchi si dava della sua morte è abbastanza curiosa. Nerone, diventato imperatore, ricordando le battiture ricevute da Seneca quand'era fanciullo, concepisce contro il maestro odio implacabile, e volendo di lui sbarazzarsi gli lascia solo la scelta della morte. Seneca si fa aprire le vene in un bagno. Così narrano Vincenzo Bellovacense[546], il Königshofen, altri. Hermann von Fritslar racconta invece che Nerone fece morir Seneca per invidia, essendo questi dalla gente stimato più savio di lui[547]. Nel Roman de la Rose, si legge una ragione molto più strana: Nerone fa morire il maestro perchè non vuole più fargli riverenza, e dal fargliela non può più trattenersi, tanta è, sino dalla infanzia, la forza dell'assuefazione[548]. L'autore dell'Aquila volante, dice che Seneca rimproverava continuamente a Nerone l'uccision della madre, «unde lo imperatore turbato contro Seneca lo fece anegare nel veneno». Nella Cronica degli imperatori romani si dice semplicemente[549]: «..... seneca de Cordubia pare de lucan poeta commandador de Neron, de vita e de scientia preclaro, per salassadura de vena per caxon de veneno per commandamento de Neron si morì». Altrove la storia si ha più complicata. Nerone dà facoltà a Seneca di scegliere l'albero a cui dev'essere impiccato, poi lo minaccia, o lo fa minacciare con una spada ignuda, finalmente gli concede la morte nel bagno. Così si narra nella Leggenda aurea[550] e nel Grosse Passional[551]; così ancora da Giovanni d'Outremeuse[552]: nell'Aquila volante anche questa versione è indicata. Enenkel racconta che Nerone, forzato che ebbe Seneca a morire, fece abbacinare il figliuolo di costui[553]. La morte del filosofo si trova narrata inoltre nel Novellino[554]. Giacomo da Voragine, il quale ha la smania delle etimologie, nota: «et sic quodam praesagio Seneca nomen habuit quasi se necans, quia quodammodo licet coactus manu propria se necavit». Non mancò finalmente chi anche nella morte del pagano filosofo volle avere le prove della cristianità di lui. Nella sua grande opera De scriptoribus latinis, inedita la più gran parte, Secco Polentone, racconta che Seneca, essendo nel bagno, invocò Cristo sotto il nome di Giove liberatore, si battezzò da se stesso, e compose pel suo sepolcro un epitafio che faceva chiara testimonianza della sua fede; Hans Sachs narra anch'egli di questo battesimo[555].

Volgiamoci ora a qualcuno dei poeti che, dopo Virgilio ebbero maggior fama nel medio evo.

Orazio parrebbe non aver dovuto molto gradire a quella età, e pure, non solo egli è assai conosciuto, ma è anche molto stimato, principalmente per le sentenze morali. Alcuino si fregiava del nome di Flacco. In un luogo della Vita di Sant'Adalardo, Pascasio Radberto afferma che Virgilio, uso a farsi bello dell'altrui, rubò un verso ad Orazio, il quale era molto di lui più antico. Nell'Ecbasis Captivi, composta nel X secolo, si hanno come ho già notato, più di 250 versi tolti di peso al Venosino. Uno scrittore di quel medesimo secolo, il quale probabilmente del poeta non conosceva altro che una raccolta dei soliti Flores, lo chiama con nome in vero assai strano, quasi monachus[556]. Eccoci già sulla via della conversione, o a dirittura della santificazione, via non facile a correre in compagnia dell'autore di certe odi e di certe satire. Ma lo stesso Giovanni Sarisberiense, che lo conosceva assai bene, lo chiama col nome di ethicus, col quale chiama anche Giovenale, e del resto si han le prove in mano che alcuna delle odi amorose del poeta fu cantata da monaci con accompagnamento di melodie sacre[557]. Abelardo pone Orazio tra i filosofi pagani citati dai dottori della Chiesa. I versi famosi del poeta dove è descritta la Morte, che indifferente picchia alla porla dei palazzi come a quella delle capanne, dovevano molto andare a genio a una età costantemente preoccupata del pensier della morte. Notker già li ricorda nel secolo IX:

ut cecinit sensu verax Horatius iste,

caetera vitandus lubricus atque vagus:

Pallida mors aequo pulsans pede sive tabernas

Aut regum turres, vivite, ait, venio![558]

Elinando li imita in quei Vers de la mort famosi nel medio evo, e ingiustamente attribuiti a Thibaut de Marly[559]:

Mors, tu abas a. I. seul ior

ainsi le roi dedens sa tor

com le poure dedens son toit[560].

Le satire e le epistole di Orazio erano molto lette nelle scuole del medio evo, e assai più che non le odi e gli epodi. Tra i manoscritti Harlejani del Museo Britannico si conserva un Orazio dove le odi sono omesse. Ugo di Trimberg, nel suo Registrum multorum auctorum, qualifica i primi di libri principales, e i secondi chiama minus usuales quos nostris temporibus credo valere parum; ma le odi e gli epodi imitava, narrando la vita, il martirio, la traslazione, i miracoli di San Quirino, Metello di Tegernsee nella prima parte dei suoi Quirinalia, composti nella seconda metà dell'XI secolo[561].

Uno degli annotatori della History of english poetry del Warton afferma che nel territorio di Palestrina il popolo ha tuttora Orazio in concetto di mago possente e benefico[562]. Non mi riuscì di accertarmi della cosa; ma alcune parole del Petrarca, rilevate dall'Hortis[563], provano che una tradizione intorno ad Orazio continuava n vivere nel medio evo. Nel trattato della vita solitaria[564] il Petrarca ricorda certo campo che, dopo tanto tempo, e tanti possessori mutati, conservava ancora il nome di Campo d'Orazio.

Dopo Virgilio il poeta latino più letto e più gustato nel medio evo fu certamente Ovidio, e che così avesse da essere s'intende di leggieri. Le Metamorfosi dovevan porgere pascolo assai gradito alla curiosità di tempi avidi di meraviglioso, e l'Arte amatoria e i Rimedii d'amore dovevano ottener molto credito in mezzo ad una società che dell'amore faceva quasi la principale occupazione della vita, e quando fioriva una poesia che non s'inspirava d'altro sentimento che dell'amore. Certo, per altra parte, le lascivie e le disonestà di cui riboccano i libri del Sulmonense, dovevano offendere il sentimento religioso, e provocare l'avversione degli spiriti timorati; ma noi abbiam già veduto, e vedremo ancor meglio fra poco, che con l'ajuto dell'allegoria si potevano coonestare molte cose, e ritrovare sotto la oscenità delle parole o delle immagini la moralità dei pensieri. Se non altro, l'allegoria era un velo, che, senza nasconderle, dissimulava alquanto le nudità, e permetteva ai ben pensanti di contemplarle senza rimanerne scandolezzati. Finalmente le stesse pitture troppo vive che abbondano nei versi del più facile fra i poeti latini, dovevano trovar molti ammiratori, e non tutti fra i laici:

Vivere Naso facit quando per ora jacit,

trovasi detto in una poesia dell'XI secolo, opera probabilmente di un canonico della cattedrale d'Ivrea, il quale non pare che avesse troppa inclinazione all'ascetismo[565]. Del resto, per dare alle cose il loro giusto valore, non bisogna dimenticare mai che gli uomini del medio evo spesso pare non abbiano nessuna facoltà di discernimento, e che quel loro spirito farraginoso e fantastico di nessuna contraddizione si offende, di nessuna mostruosità si spaura, ma le cose più disparate accozza insieme e confonde, senza addarsene nemmeno. Spesso nei bassorilievi che adornano le chiese del miglior tempo dell'arte gotica si veggono ritratti soggetti oscenissimi. La festa dell'asino celebravasi in chiesa. Un frate poteva passare la mattinata a trascrivere con amorosa sollecitudine sulla pergamena un'elegia di Catullo, e l'ore dopo il mezzodì a copiare il salterio. E che dire di uno che in diciott'ore d'ininterrotto lavoro copiava i Remedia amoris di Ovidio in onor della Vergine? Un frate sì fatto poteva ancora fiorire in pieno Rinascimento, nell'anno di grazia 1467, e lasciò il documento irrefragabile dell'opera sua[566].

Fra i dotti che frequentavano la corte di Carlo Magno Ovidio godeva di grandissima riputazione: parecchi lo imitavano; uno di essi andava superbo del nome di Nasone, per il quale soltanto è da noi conosciuto. Come più si va innanzi e più la sua fama cresce, e v'è chi si studia di scolparlo di certe accuse e di farlo parere migliore che veramente non fosse. In un manoscritto della Biblioteca di Zurigo, nel verso hoc est quod pueri tangar amore minus[567], il minus fu mutato in nihil, ed una mano pietosa notò in margine: «ex hoc nota quod Ovidius non fuerit sodomita[568]». Non è vero che Ovidio fosse uno scostumato. Vincenzo Bellovacense reca nel suo Speculum historiale[569], un'amplissima raccolta di flores morales tratti da tutte le opere di lui, e Alars de Cambrai, annoverandolo fra i filosofi, dice:

Ovides li tresime estoit

Qui molt noblement se vestoit

Et molt par fu de bones mors,

En ses liures parla d'amors.

Corrado di Megenberg gli attribuisce uno dei versi famosi della IV ecloga che avevano procacciato a Virgilio la dignità di profeta di Cristo[570]. Gli scrittori ecclesiastici non si fanno scrupolo di citarlo: Fra Paolino Minorita, parlando nel De regimine principum[571] della educazion dei figliuoli, a canto a una citazione dell'Ecclesiaste reca un esempio tratto da Ovidio. Al par di Virgilio il poeta degli amori poteva essere tolto a duce e a maestro: Brunello Latini, nel Tesoretto, si fa da lui liberare dalla tirannia dell'amore; nel Romam des trois pelerinages, composto da Guglielmo di Guilleville nella prima metà del secolo XIV, Ovidio ammaestra l'autore circa le maggiori verità della fede. Un altro po' e anche Ovidio diventava cristiano.

Della celebrità che Ovidio godeva più particolarmente come poeta non fa mestieri arrecar molte prove. Abbiam già veduto che il Gower dà a lui la gloria di aver condotto a perfezione la lingua latina. L'autore del Jüngere Titurel, volendo citare esempii celebri d'intelligenza, d'arte, di forza, cita Aristotile, Salomone, Ovidio, Ercole[572]. Ma Ovidio era anche annoverato tra i filosofi, e in una moralità olandese si parla di lui come se fosse un astronomo. Non sei tu, dice un personaggio allegorico all'uomo, stato creato col capo eretto per contemplare il corso del cielo che Ovidio ci fece comprendere?[573] nelle quali parole si trova facilmente la reminiscenza di un verso famoso del primo libro delle Metamorfosi.

Le favole intorno ad Ovidio sono assai scarse, quasichè le molte da lui narrate bastassero a far sazie le fantasie. Nel XIV secolo si mostravano in Roma gli orti e il palazzo di Ovidio[574], ma nessuna leggenda sembra esser nata loro d'attorno. Qualche solitaria fantasia solamente troviamo circa il nome e circa l'esiglio. In una breve poesia latina[575], dandosi un cenno della vita e delle opere del poeta, si dà anche ragione del nome: Publius indica la pubblica fama; Naso e Ovidius traggono origine dal naso e dal vedere[576]. Giovanni dei Bonsignori nelle sue Allegorie ed esposizioni delle Metamorfosi, scritte negli anni 1375-77, e più volte stampate, spiega altrimenti e con non meno libera fantasia: «Publio fu detto dal nome della sua chasa, che furono chiamati Publei, Ovidio fu detto dal suo proprio nome: tanto è a dire Ovidio quanto dicitore di tutte le chose del mondo intendono (sic) il mondo meritevolmente. Poi fu detto Nasone per ciò che si chome pello naso odoriamo ogni chosa, chosì Ovidio ogni chosa mondana volse odorare e sapere[577]».

Dell'esiglio del poeta si fa spesso ricordo, e non meno delle altre opere di lui erano conosciuti i Tristi. Teodulfo ed Ermoldo Nigello, essendo in disgrazia, li imitavano nelle loro elegie; nel secolo XIII Albertino Mussato ne traeva un centone. Modoino nel suo già citato rescriptum afferma che Ovidio fu relegato ingiustamente:

Pertulit an nescis quod longos Naso labores,

Insons est factus exul ob invidiam;

ma altri la pensavano altrimenti. Curioso a tale riguardo è il racconto che si legge in una delle continuazioni della cronaca di Rudolf von Ems. Ovidio era cancelliere e primo scrivano di un re. Scoperta la colpevole amicizia di lui e della regina, il re lo fa mettere in una nave, gli fa dare, richiestone, penna, inchiostro e pergamena, e lo abbandona solo in balìa delle onde. La nave, tratta dai venti, vaga pei mari; ma intanto Ovidio scrive il libro di Troja, e riuscito ad approdare lo manda al re che gli perdona. Questo libro si chiama Ovidius de Pontus; scritto da prima in lingua pagana, esso fu tradotto poi in latino e in tedesco. Qui non si tratta, come potrebbe a primo aspetto sembrare, di una semplice confusione: un libro di Troja si trova attribuito ad Ovidio anche nei Gesta Romanarum ed altrove. Esso è, per avventura, quello stesso che si crede composto da un Bernardo Floriacense, vissuto nel X secolo, e che è sino a noi pervenuto col titolo di Elegia de excidio Trojae. Brunetto Latini credette, pare, che Ovidio fosse stato, per ordine d'Augusto, rinchiuso in un carcere, giacchè, parlando dell'Ibis, così dice in un luogo del suo Tresor: «Et sachiez que Ovides li très bon poetes, quant li empereres le mist en prison fist .i. livre où il apeloit l'empereor par le non de celui oisel; car il ne savoit penser plus orde creature». Non so poi come Brunetto conciliasse questa supposta invettiva dell'Ibis con la sommessione servile espressa dal poeta nei Tristi e nelle Epistole dal Ponto, nè so del pari d'onde egli traesse quella curiosa notizia.

Ovidio non riuscì, come altri compagni suoi di poesia e di paganesimo, a entrare nel grembo della Chiesa, tuttochè Guglielmo di Guilleville lo facesse molto versato nelle dottrine cristiane. In certa novella latina[578] si racconta che due scolari si recarono una volta al sepolcro di lui per averne qualche ammaestramento, eo quod sapiens fuerat. Uno di essi domandò qual fosse il verso più efficace da esso poeta composto, e una voce gli rispose:

Virtus est licitis abstinuere bonis.

L'altro domandò quale fosse il verso peggiore, e gli fu risposto:

Omne juvans statuit Jupiter esse bonum.

Udite le risposte, i due scolari pensarono di pregare per l'anima del poeta; ma questi, essendo dannato, e conoscendo che a lui nulla giovavano le preghiere, gridò loro:

Nolo Pater Noster; carpe, viator, itor.

In questo racconto sono da notare due cose: la ragione dell'andata degli scolari al sepolcro, la quale presuppone non solo una grande scienza in Ovidio, ma ancora una certa potenza magica, a lui sopravissuta, e inerente in certo modo alle sue ossa, e il desiderio di riscattare dall'inferno l'anima del grande poeta. Anche qui ci si manifestano dunque le due principali tendenze con che la fantasia del medio evo si esercita intorno agli scrittori dell'antichità.

Non è proposito mio di discorrere qui partitamente della fortuna che Ovidio ebbe nel medio evo come scrittore, e di tener dietro alle vicende de' varii suoi libri. Altri attese già a tale studio importante con la erudizione e la diligenza che il soggetto richiede[579]: io mi terrò pago di alcuni rapidi cenni. Tutte le opere di Ovidio sono nel medio evo conosciute e citate, la più gran parte anche imitate e tradotte; il gran numero di quelle che a lui sono allora indebitamente attribuite fa testimonianza del molto favore onde gode il poeta[580]. I trovatori di Provenza, che della poesia latina avevano assai scarsa cognizione, citano Ovidio abbastanza spesso, e spessissimo lo citano i troveri francesi e i minnesinger tedeschi[581]: più di rado invece i lirici italiani del primo secolo. La sua celebrità viene principalmente dalle Metamorfosi e dai libri amatorii: egli è in pari tempo la fonte inesauribile delle favole e il gran maestro dell'amore. Peire de Corbiac dice nel suo Tezaur[582]:

Faulas d'auctors sai ieu a miliers et a cens,

mais c'anc non fes Ovidis ni Tales lo mentens.

Chi s'intendesse con questo Talete l'autore non so. Golia in quella curiosa visione da lui descritta nell'Apocalypsis, e già altrove ricordata, vede, fra molti altri antichi autori, anche Ovidio, lo spacciatore di favole,

Pascentem fabulis turbas Ovidium.

Ma contro il fabularium Sulmonensem Ovidium si scaglia Guido de Columna nella Historia destructionis Trojae. Giovanni Lydgate, nel suo poema intitolato The temple of glass, descrive un tempio di vetro sulle cui pareti sono istoriati i casi di Medea e Giasone, di Adone e Venere, di Piramo e Tisbe, di Teseo, di Dedalo, insieme con quelli di Enea e di Didone, di Penelope, di Alceste, di Griselda, di Tristano ed Isotta, e d'altri parecchi[583]. Nella prima parte del Pome del Bel Fioretto Domenico da Prato descrive una fonte di marmo istoriata. Accennate due di quelle storie il poeta soggiunge:

Molte più storie v'è ch'io non ho conte,

D'Ovidio e de' poeti intorno intorno[584].

Nel Roman de Flamenca sono ricordate le favole di Piramo e Tisbe, d'Ero e Leandro, di Cadmo, di Giasone, di Ercole, di Fillide e Demofoonte, di Narciso, di Orfeo ed Euridice, di Dedalo ed Icaro[585]: esse correvano per le bocche dei giullari.

Delle Metamorfosi, che andavano sotto il nome di Ovidius magnus, o major, in latino, di Ovidio maggiore in italiano[586], di Ovide le Grant in francese, si fecero assai per tempo versioni in francese, in tedesco, in italiano. Le Metamorfosi erano tenute libro capitale, e Alfonso X di Castiglia dice nella Grande e general historia[587] che esse erano pei gentili ciò che la Bibbia pei cristiani. Una vecchia traduzione francese, porta per titolo: La bible des poetes methamorphoze[588]. L'allegoria prestava compiacente il suo officio per dissimulare o attenuare l'impressione di quanto in esse poteva offendere gli animi onesti e morigerati. Già Teodulfo, vescovo di Orleans, uno degli uomini che più illustrarono la corte di Carlo Magno, credeva che in Ovidio, sotto le gaje e licenziose parvenze della favola, si nascondessero verità profonde, e Dante perseverava in tale credenza[589]. Moralizzare con l'ajuto dell'allegoria le Metamorfosi fu, nel medio evo, occupazione gradita di letterati. Roberto Holkot, Pietro Berchorio[590], Filippo di Vitry, o piuttosto Cristiano Legouays de Sainte-More[591], Guglielmo di Nangis in vario modo vi attesero[592]. In Italia Dionigi da Borgo San Sepolcro compose sulle Metamorfosi certe tropologie che da Clemente VIII furono condannate. Un Giovanni Virgilio, che non so se sia tutt'uno col Giovanni del Virgilio amico di Dante, fece delle Metamorfosi una esposizione allegorica[593], e una traduzione con allegorie ne dava Giovanni de' Bonsignori, più volte stampata[594]. Secondo quest'ultimo autore «Mettamorfoseos è nome grecho, e dicesi da meta, ch'è vochabol grecho, che viene a dire in gramaticha la scienza; morfoseo è anchora nome e vochabolo grecho, e viene a dire in gramaticha latina mutato; e chosì rilieva in tutto trasmutazione».

Ma non tutte le favole di Ovidio maggiore piacevano a un modo; ce n'erano alcune assai più dell'altre conosciute e gradite, per esempio quelle di Narciso e di Piramo e Tisbe. Pietro Cantor, che morì nel 1197, dice, parlando in un luogo del suo Verbum abbreviatum di certi preti che, recitata una messa, non ricevendo nessuna oblazione, tosto ne cominciano una seconda, e qualche volta una terza e una quarta: «Hi similes sunt cantantibus fabulas et gesta, qui videntes cantilenam de Landrico non placere auditoribus, statim incipiunt de Narcisso cantare: quod si nec placuerit, cantant de alio[595]». La favola di Narciso è ricordata da Guiraut de Cabreira, da Bernart de Ventadorn, da Peirol, nel Roman de Flamenca, nel Roman de la Rose, nei Carmina burana, dal Gower, dal Chaucer, dal tedesco Heinrich von Morungen ecc. ecc. Essa porge argomento a un racconto del Novellino, e ad una novella francese in versi[596]. In questa il soggetto è curiosamente accomodato al gusto romantico dei tempi: la mitologica Eco cede il luogo alla figliuola di un re, la bella Dana, che s'innamora del giovinetto Narciso, vedendolo un giorno tornar dalla caccia, a cavallo. Tutto lo svolgimento dell'azione è conforme alle tradizioni della letteratura amatoria e cavalleresca del tempo in cui scrisse l'autore[597].

La commovente storia di Piramo e Tisbe è ricordata da Guiraut de Cabreira, da Arnaut de Marueil, da Rambaut de Vaqueiras, da Elias de Barjois, da Peire Cardenal, da Arnaut de Carcasses, da Raimon de Durfort, nella tenzone di Rufian e Izarn, nel Roman de Flamenca, nel Roman de la Poire, nei Gesta Romanorum, da molti poeti epici e lirici francesi italiani, tedeschi, inglesi. Essa aveva, come esempio, una gran forza nelle cose d'amore, e i nomi di Piramo e Tisbe si citavano insieme con quelli dei più fedeli e più illustri amanti, Ero e Leandro, Lancilotto e Ginevra, Tristano ed Isotta. Quanti non espressero, in una od in altra forma, il pensiero da Pier delle Vigne significato alla sua donna in quei versi:

E direi come v'amai dolcemente

Più che Piramo Tisbe.

Due poeti latini del medio evo la rinarravano in nuovi versi, la rinarrava il Chaucer, la rinarrava Dirk Potter, la rinarravano gli autori sconosciuti di un poemetto francese, di uno olandese, di una novella italiana[598]. Onorevole ricordo dei due amanti infelici fa il Boccaccio nell'Amorosa Visione[599] e nel De claris mulieribus ne rinarra la storia. Persin nelle chiese s'istoriava il lacrimevole caso. Nella cattedrale di Basilea esso si vede scolpito sulle quattro facce di un capitello, opera del secolo XII[600]. Può darsi del resto che anche in esso si scoprisse un'allegoria, giacchè il leone nel simbolismo cristiano è spesso figura del diavolo[601].

Anche la favola di Orfeo ed Euridice, la quale, oltre che da Ovidio, era stata narrata da Virgilio nel IV delle Georgiche, fu molto conosciuta, e in parte per le medesime ragioni. Essa porse argomento a una novella francese in versi, a un poemetto inglese, a un poemetto popolare italiano molto volte stampato: l'Orfeo del Poliziano non cade qui in considerazione. Ma essa si prestava ancora meglio di molte altre alla interpretazione allegorica. Già Boezio, narrandola in fine del l. III De Consolatione, se ne giova come di una parabola atta a fare intendere che l'anima, la quale vuole darsi a Dio, deve rinunziare al mondo, e non più rivolgere ad esso il desiderio e lo sguardo. In una versione francese del trattato De consolatione, opera probabilmente di un italiano, e scritta nel secolo XIV, il racconto di Boezio è stranamente alterato, ma in modo da farlo più conforme ai gusti di allora. Orfeo passa la vita a piangere sulla tomba della sua diletta Euridice. Una notte un diavolo gli apparisce, ed egli tosto domanda di poter andare con lui all'Inferno, per rivedere la sposa. Il demonio acconsente, gli fa da guida, e quando Orfeo ritrova nel tenebroso regno la sua donna, tutta la famiglia dei diavoli si smascella dalle risa al vedere i segni della sua incomposta letizia. Orfeo chiede di poter ricondurre seco la sposa, e i diavoli, che meditano di fargli una strana burla, glielo concedono, a patto che egli, Orfeo, non si volti indietro per nessuna cosa che veda, o che oda. Orfeo si parte insieme con la sposa, e la sua felicità non ha pari; ma i diavoli non tardano a suscitargli dietro un così spaventoso fracasso, che egli, sgomentato, si volta, e perde novamente il suo amore. Così parimente succede a coloro che in compagnia della loro donna, la Verità, se ne vanno verso il Paradiso, e cammin facendo si lasciano vincere dalla tentazione di rivolgersi novamente al mondo[602].

Molte altre delle favole narrate nelle Metamorfosi si trovano ricordate qua e là, in iscritture di diversissima indole, a far testimonianza della riputazione del libro. Nei Gesta Romanorum si moralizza sulla favola di Argo[603]. Quella di Dedalo ed Icaro, che pure si prestava molto bene alla moralizzazione, è ricordata da Guiraut de Calanson, da Richart de Barbezil, da Bertran de Paris, nel Roman de Flamenca, nel Roman de la Rose. La storia romantica degli Argonauti doveva andar molto a genio all'uditorio dei giullari. Essa è ricordata spesso, e anche nel Fierabras, dove si fa del Colco un'isola:

l'ille de Corcoil, dont on a moult parlé,

Là ou Jason ala, là û fu endité,

Por l'ocoison d'or fin, ce dient li letré[604].

Benoit de Sainte-More la narra nel Roman de Troye. Una Historia di Giasone e Medea, poemetto popolare di 124 ottave, fu stampato la prima volta in Firenze nel 1557[605].

Ma la riputazione maggiore Ovidio la godeva come autore dei libri amatorii; egli era nelle cose d'amore autorità indiscutibile. Gli è per questo che Alano de Insulis lo chiama Amorigraphus[606]. Ovidio era il maestro a cui doveva ricorrere chiunque desiderasse d'intendere addentro le secrete arti d'amore. Già nei Disticha Catonis si dice:

Si quid amare libet vel discere amore legendo

Nasonem petito.

E questo consiglio si ripete naturalmente nelle traduzioni. Brunetto Latini nel Tesoretto mette in mostra anzitutto il poeta degli amori:

Vidi Ovidio maggiore,

Che gli atti dell'amore,

Che son così diversi,

Rassempra e mette in versi;

e Don Amor dice all'Arciprete di Hita[607]:

Si leyeres Ovidio el que fue mi criado,

En él fallaràs fablas, que le hobe yo mostrado,

Muchas buenas maneras para enamorado.

Francesco Imperial, in una poesia composta nel 1405 per la nascita dell'infante che poi fu Giovanni II re di Castiglia, augura tra l'altre cose al fanciullo di essere mas sabidor de amor que Nason[608].

Chi aveva letto i libri amatorii del Sulmonense non poteva essere ignorante della scienza d'amore; l'una cosa escludeva l'altra. Gli è per ciò che in certa poesia italiana, fatta tutta, ad imitazione di certe poesie provenzali, di concetti contraddittorii e di versi contrapposti, l'anonimo autore per dare ad intendere com'egli abbia il cervello a soqquadro, dice fra l'altro:

E de l'amore no' so dir ragione,

Ed aggio letto verso dell'Onvidio[609].

S'è visto che, per designare più particolarmente l'autore delle Metamorfosi, si diceva Ovidio maggiore. Quando si diceva Ovidio, senz'altro, pare s'intendesse più propriamente dell'autore dei libri amatorii. I versi testè citati danno di tale uso del nome un esempio, e Cino da Pistoja comincia un sonetto a Onesto Bolognese, dicendo:

Se mai legesti versi de l'Ovidi;

dove del nome di Ovidio si fa il medesimo uso.

L'Ars amandi fu tradotta in tutte le lingue. In Francia essa fu tradotta e imitata più volte[610], e primo a tradurla fu nel XII secolo Chrestien de Troies, che diede pure una versione dei Remedia amoris, secondochè si rileva dalla sua stessa testimonianza[611]. Una versione italiana dei Remedia fu fatta da Andrea Lancia nel secolo XIV[612], e di quel medesimo secolo forse è anche una versione anonima dell'Ars amandi, stampata la prima volta dal Riessinger in Napoli[613]. I Remedia si ritrovano, abbreviati, in un poema francese del secolo XIV, intitolato Les èchechs amoureux[614], e molti degli ammaestramenti amatorii del poeta metteva in una specie di fabliau un tal Guiart[615]. Le citazioni da tutti i libri amatorii sono innumerevoli. Veramente parrebbe che il medio evo, il quale escogitò quella sottilissima, e diciam pure fastidiosissima metafisica dell'amore che tutti sanno, non dovesse trovar troppo di suo gusto quei libri, fatti assai più in servigio della pratica che della teorica; e pure i corali amadori e le donne fine se ne beavano. In un poemetto olandese di Florio e Biancofiore, composto da Dideric van Assenede nel XIV secolo, si dice che i due giovani innamorati leggevano l'arte amatoria di Ovidio[616], e lo stesso si dice in una versione islandese in prosa di quella storia celeberrima[617], e nel Filocopo del Boccaccio.

Delle altre opere del poeta, tutte anch'esse molto conosciute, tralascio di parlare: noterò solo che nei Mirabilia i Fasti sono indicati col nome strano di Martyrologium Ovidii de Fastis.

Grande era dunque la riputazione di Ovidio; ma non poteva essere, da altra banda, che la molta disonestà dei suoi libri non desse argomento di avversione e di biasimo a parecchi. Sebbene più di un poeta cristiano dei primi secoli lo avesse, senza scrupoli, imitato quanto alla forma, la sostanza de' suoi versi repugnava troppo alla coscienza cristiana. Dice Sant'Isidoro nel trattato De summo bono che il poeta pagano che più si deve fuggire è Ovidio: vero è che nemmen egli si tiene dal citarlo spesso. Così Cristina di Pisan, che pure nella sua epistola au dieu d'amour si giova con frequenza dell'Arte amatoria[618], raccomanda al proprio figliuolo di non leggere nè il Roman de la Rose, nè quella:

Se bien veulx et chastement viure

De la Rose ne lis liure,

Ne Ouide de l'Art d'amer,

Dont l'exemple sert a blasmer.

Ma ben più innanzi era andata Maria di Francia, la quale nel Lai de Gugemer[619] descrive una pittura dove è rappresentata Venere in atto di dare alle fiamme il libro De arte amandi, e scomunicare chi lo legge, o ne segue gli ammaestramenti.

Vénus la dieuesse d'amur,

Fu très bien mis en la peinture,

Les traiz mustrez è la nature,

Cument hum deit amur tenir,

E léalement è bien servir.

Le livre Ovide ù il ensegne,

Coment cascun s'amour tesmegne,

En un fu ardent les jettout;

È tuz iceux escumengout,

Ki jamais cel livre liraient,

Et sun enseignement fereient.

Certo si è ad ogni modo che queste scomuniche di Venere fecero poco frutto.

Un poeta, ancor esso molto letto e molto amato nel medio evo, è Lucano. La Farsaglia è allora tra i libri classici più conosciuti, e tutte le storie romanzesche di Giulio Cesare ne dipendono. Come gli altri poemi dell'antichità, essa va soggetta a rifacimenti, i quali tuttavia presentano questo di particolare, che l'alterazione fantastica del modello è in essi assai minore che in altri. Bensì, come ebbi già occasione di avvertire, si muta lo spirito generale dell'opera, che di avverso a Cesare diviene favorevole. Giovanni di Tuim e Giacomo di Forez, de' quali ebbi già a parlare, si dichiarano, e sono veramente in sostanza, semplici traduttori e continuatori di Lucano; anzi nei loro racconti sparisce pressochè interamente il poco meraviglioso che nel poema latino si trova, cosa certo abbastanza singolare. Così il passaggio del Rubicone è da essi descritto con la più grande semplicità. Cesare è trattenuto alquanto da difficoltà puramente naturali, giacchè «par les flueves et par les plueves cele riviere estoit fors issue de son canal[620]»; la famosa prosopopea di Roma è soppressa di pianta[621]. Nel XIV secolo la Farsaglia si traduceva in catalano[622]; alcune opere, come i Faictz des Romains, e i Fatti di Cesare attingevano da essa e insieme da Sallustio, da Svetonio, da altri.

La celebrità del poema veniva essenzialmente dal soggetto in esso trattato; ma il medio evo non sarebbe poi stato in caso di avvedersi della inferiorità del suo autore di fronte ad altri poeti latini. Si sa che gli antichi non fecero grande stima di Lucano come poeta: Quintilliano disse di lui schietto schietto: «Oratoribus magis quam poetis annumerandus[623]». Tuttavia nel medio evo ci fu chi lo mise sopra Virgilio. Nel XIII secolo l'anonimo autore di una Vita di Sant'Osvaldo in versi latini, nomina, quali i tre principali poeti, Omero, Gualtiero di Chatillon e Lucano[624].

Il Benedettino Otlone, nato circa il 1013, morto nel 1072, o 1073, portava sempre, prima che prendesse in avversione gli studii profani, il suo Lucano con sè[625]. Onorio Augustodunense discerne quattro generi nella poesia, i quali sono Tragedia, Commedia, Satira e Lirica. Per tragedia intende, come comunemente s'intende nel medio evo, la poesia epica: Tragoediae sunt quae bella tractant; e volendo citare un esempio di questa poesia, cita Lucano[626]. Già altrove ho riportato il verso dell'Apocalypis Goliae:

Lucanum video ducem bellantium.

Eberardo Bituriéense si contenta di dire, paragonando Lucano e Stazio:

Lucanus clarae civilia bella lucernae

Imponit, metro lucidiore canit[627].

Alars de Cambrai pone Lucano pel quinto tra i filosofi:

Li quins est apeles Lucans

Qui sot de musique et de cans

Et a merveilles fu cortois,

Cil savoit bien totes les lois.

Anche Guiot de Provins lo pone nel novero dei filosofi, tra Virgilio e Stazio. Il Chaucer pare che lo consideri piuttosto come storico che come poeta, giacchè nella sua House of Fame lo mostra sopra una colonna di ferro, in compagnia di parecchi storici. Per Dante Lucano è l'ultimo dei grandi poeti che ritrova nel Limbo[628].

Stazio non ebbe minor fama nel medio evo, e fu per giunta annoverato tra i santi. Le Selve non si conobbero che assai tardi; ma la Tebaide fu travisata al solito nel Roman de Thèbes[629], e nella Story of Thebes di Giovanni Lydgate, e largamente usufruita per la composizione della Teseide dal Boccaccio e del Temple of Mars dal Chaucer. Konrad von Würzburg, nel suo grande poema della guerra di Troja, attinse non poco dall'Achilleide[630]. Nel Carmen de Ernesti Bavariae ducis fortuna, composto fra il 1206 e il 1233, Oddone dice che sullo scudo del duca Ernesto erano figurate le storie tebane[631].

Nel medio evo si credette comunemente che Stazio fosse nativo di Tolosa, cagionato l'errore dal confondersi il poeta col retore Stazio Surculo o Ursulo, come fa ancora il Boccaccio nella Vita del Petrarca. Dante e il Petrarca partecipano del comune errore. Nel già citato trattato manoscritto De vita et moribus philosophorum, quell'errore apparisce in buona compagnia, giacchè vi si legge: «Stacius autem Cecilius poeta socius et contemporaneus Ennii poetae, natione Gallus, Mediolani obiit. Huius est sententia ista, ut ait Agelius (Aulus Gellius?): Inimici pessimi sunt illari fronte et corde tristi. Hic duos filios habuit poetas metricos, scilicet Achimenidem (l. Achilleidem) et Thebaidem».

Tutti ricordano l'incontro di Dante con Stazio nel c. XXI del Purgatorio. Il poeta latino dice dell'esser suo, e narra poi nel canto seguente come dalla lettura della IV ecloga di Virgilio fosse tratto a credere in Cristo, e ricevesse il battesimo, benchè tenesse celata la sua fede. Si credette nel medio evo che, avendo voluto ammansare l'ira del gran persecutor di cristiani Domiziano, egli avesse pagato col martirio il suo zelo, ed era per questo annoverato tra i santi. Nella Tebaide si leggono due versi che dovevano molto andare a genio ai cristiani, e favorir l'opinione che il suo autore fosse nemico dell'idolatria:

Nulla autem effigies, nulli commissa metallo

Forma dei, mente habitare et pectore gaudet.

Dante è forse il solo che leghi ai versi famosi di Virgilio la conversione di Stazio; ma ciò facendo egli non seguitava una fantasia puramente arbitraria. Nella Image du monde[633] si accenna a conversioni operate appunto da que' versi:

Si ot de ceulx qui par lor sens

Prophetisierent le saint temps

De la venue Ihesucrist,

Si comme Virgiles qui dist,

Qui fu au temps Cesar de Romme,

Dont maint deuindrent puis preudomme,

Dist qu'une nouuelle lignie,

Etc.

Narra inoltre la leggenda che i tre pagani Secundiano, Marcellino e Veriano si convertirono al cristianesimo in virtù di que' versi famosi[634].