XXI.

Or se ne va 'l maestro

Per lo camino a destro;

Pensando drittamente

Intorno al convenente

Delle cose vedute:

E son maggiore essute,

Che non so divitare.

E ben si de' pensare,

Chi ha la mente sana

Od ha sale 'n dogana,

Che 'l fatto è ismutato:

E troppo gran peccato

Sarebbe a raccontare.

Or voglio 'ntralasciare

Tanto senno e savere,

Quanto fui a vedere;

Per contar mio viaggio:

Come 'n calen di maggio

Passati e valli e monti,

E boschi e selve e ponti,

I' giunsi 'n un bel prato

Fiorito d'ogne lato,

Lo più ricco del mondo.

Ma or mi parea tondo,

Or avìa quadratura;

Or avìa l'aria scura,

Or è chiara e lucente;

Or veggio molta gente,

Or non veggio persone;

Or veggio padiglione,

Or veggio casa e torre:

L'un giace e l'altro corre,

L'un fugge e l'altro caccia;

Chi sta e chi procaccia;

L'un gode e l'altro 'mpazza;

Chi piange e chi sollazza.

Così da ogne canto

Vedea sollazzo e pianto.

Però s'i' dubitai,

E mi maravigliai;

Ben lo de' uom savere

Que' che stanno a vedere.

Ma trovai quel suggello,

Che da ogne rubello

Mi fida e m'assicura,

Così sanza paura

Mi trassi più avanti;

E trovai quattro fanti

Ch'andavan trabattendo.

Ed i' ch'ogne ora attendo

A saper veritate

Delle cose passate,

Pregai per cortesia

Che sostasser la via,

Per dirne 'l convenente

Del luogo e della gente.

E l'un ch'era più saggio

E d'ogne cosa maggio,

Mi disse 'n breve detto;

Sappie mastro Brunetto

Che qui sta monsignore,

Cioè Iddio d'Amore.

E se tu non mi credi,

Pass'oltre e sì 'l ti vedi:

E più non mi toccare,

Ch'i' non posso parlare.

Così fur dispartiti

Ed in un poco giti;

Ch'i' non so dove e come,

Nè la 'nsegna nè 'l nome.

Ma i' m'assicurai,

E tanto 'nnanzi andai,

Che io vidi al postutto

E parte e mezzo e tutto:

E vidi molte genti

Chi liete e chi dolenti.

E davanti al signore

Parea che gran romore

Facesse un'altra schiera,

Ed una gran carriera.

I' vidi ritto stante

Ignudo un fresco fante,

Ch'avea l'arco e li strali,

Ed avea penne ed ali.

Ma neente vedea;

E sovente traea

Gran colpi di saette;

E là dove le mette,

Conven che fora paia

Chi che pericol n'aia.

E questi al buon ver dire

Avea nome Piacere.

E quando presso fui,

I' vidi presso a lui

Quattro donne valenti

Tener sopra le genti

Tutta la signoria.

E della lor balia

I' vidi quanto e come;

E sovvi dir lo nome:

È Amore, e Speranza,

Paura, e Disianza.

E ciascuna 'n disparte

Adopera sua arte,

E la forza e 'l savere,

Quant'ella può valere.

Che Disianza punge

La mente; e la compunge,

E forza malamente

D'aver presentemente

La cosa disiata:

Ed è sì disviata,

Che non cura d'onore,

Nè morte nè romore,

Nè pericol d'avvegna,

Nè cosa che sostegna.

Se non che la paura

La tira ciascun'ora

Sì che non osa gire,

Nè solo un motto dire,

Nè fare pur sembiante:

Però che 'l fine amante

Ritene a dismiura.

Ben ha la vita dura

Chi così si bilanza

Tra tema e disianza.

Ma fine amor sollena

Nel gran disio che mena;

E fa dolce parere,

E lieve a sostenere

Lo travaglio e l'affanno,

E la doglia e lo danno.

D'altra parte speranza

Adduce gran fidanza

Incontro alla paura;

E tuttor l'assicura

D'aver lo compimento

Del suo 'nnamoramento;

E questi quattro stati,

Che son di piacer nati

Con esso sì congiunti,

Che già ore nè punti

Non potresti trovare

Tra 'l loro 'ngenerare.

Che quand'uomo 'nnamora,

I' dico che quell'ora

Desia ed ha timore,

E speranza ed amore

Di persona piaciuta;

Che la saetta acuta

Che muove di piacere,

Lo sforza, e fa volere

Diletto corporale:

Tant'è l'amor corale.