XXIX.

Or vedi caro amico,

E 'ntendi ciò ch'i' dico;

Vedi quanti peccati

Io t'aggio contati:

E tutti son mortali.

E sai che c'è di tali,

Che ne curan ben poco.

Vedi che non è giuoco

Di cadere 'n peccato:

E però dal buon lato

Consiglio, che ti guardi

Che 'l mondo non t'imbardi.

Or a Dio t'accomando:

Ch'i' non so dove e quando

Ti debbia ritrovare.

I' credo pur tornare

La via, ch'i' m'era messo:

Che ciò m'era permesso

Di veder le sett'arti,

Ed altre molte parti.

I' le vo' pur vedere,

E cercare e savere,

Dopoi che del peccato

Mi son penitenziato;

E sonne ben confesso,

E prosciolto e dimesso.

I' metto poco cura

D'andare alla Ventura.

Così un dì di festa

Tornai alla foresta;

E tanto cavalcai,

Ched io mi ritrovai

Una doman per tempo

In su 'l monte * dell'Empo

Di sopra 'n su la cima.

E qui lascio la rima

Per dir più chiaramente

Ciò ch'i' vidi presente.

Ch'i' vidi tutto 'l mondo,

Sì com'egli è rotondo,

E tutta terra e mare,

E 'l foco sopra l'aire.

Ciò son quattro alimenti,

Che son sostenimenti

Di tutte le creature,

Secondo lor nature.

Or mi volsi di canto,

E vidi un bianco manto,

Così dalla finestra

Da una gran ginestra;

Ed i' guardai più fiso,

E vidi un bianco viso

Con una barba grande,

Che su 'l petto si spande;

Ond'i' m'assicurai

E 'nnanzi lui andai,

E feci uno saluto;

E fui ben ricevuto.

Ed i' presi baldanza,

E con dolce accontanza

Li domandai del nome;

E chi egli era, e come

Si stava sì soletto

Senza niun ricetto.

E tanto 'l domandai

. . . . . . . . .

Colà dove fue nato

Fu Tolomeo chiamato,

Mastro di strolomia,

E di filosofia:

Ed a Dio è piaciuto

Che sia tanto vivuto.

Qual che sia la cagione,

Io 'l misi a ragione

Di que' quattro alimenti;

E de' lor fondamenti;

E come son formati,

Ed insieme legati,

Ed ei con bella risa

Rispose in questa guisa.

XXX.[5]

Forse lo spron ti move

Che discritte ti prove

Di far difesa e scudo.

. . . . . . . . .

. . . . . . . . .

Ma sei del tutto sicuro,

Che tue difensione

. . . . . . . . .

E fallati drittura.

Una propria natura

Ha dritta benvoglienza;

Che riceve increscenza

D'amare ogne fiata,

E lunga dimorata:

Nè paese lontano

Di monte nè di piano

non mette oscuritade,

In verace amistade.

Dunqua pecca e disvia

Chi buon amico oblia.

E tra li buoni amici

Sono li dritti offici

Volere e non volere:

Ciascun è da tenere

Quello che l'altro vuole

In fatto ed in parole.

Quest'amistà è certa.

Ma della sua coverta

Va alcuno ammantato,

Come rame 'ndorato.

Così in molte guise

Son l'amistà divise,

Perchè la gente invizia

La verace amicizia.

S'amico ch'è maggiore

Vuol esser a tutt'ore

Per te come leone;

Amor bassa e dispone;

Perchè in fina amanza

Non cape maggioranza.

Dunque riceve 'nganno

Non certo sanza danno

Amico (ciò mi pare)

Ch'è di minor affare,

Ch'ama veracemente

E serve lungamente:

Donde si membra rado

Quelli, ch'è 'n alto grado.

Ben sono amici tali,

Che saettano strali;

E danno grande lode

Quando l'amico l'ode:

Ma null'altro piacere

Si può di loro avere.

Così fa l'usignuolo,

Che serve al verso solo:

Ma già d'altro mistero

Sai che non vale guero.