LI.

“Quale rumore è mai questo!„ — chiese Agnesina trasalendo ad una forte detonazione.

“Gesummaria! riprese l'altra, deve essere scoppiata la saetta; che Dio ne guardi.„ — E si strinse alle coltri, e fece il segno della croce.

“Una volta anch'io tremava dell'ira degli elementi.... Ora v'ha di peggio al mondo....„

“Figliuola mia, chi ha la coscienza netta come voi, non deve aver paura. Il Signore non vuol far male alle sue buone creature.„

“Canziana, tu parli da quella santa donna, che sei; ma o non mi comprendi, o per pietà di me non mi rispondi a tono — Solo alcuni giorni fa io era innamorata della vita, e tremava d'ogni nonnulla che la minacciasse. Ora il gran male, se Dio mi chiamasse.... Solo mi dorrebbe per te, mia buona amica....„

“Vergogna! alla vostra età... con ogni ben di Dio... Non vi fate sentir più a ripetere di tali spropositi; o ne andrò in collera.„

“No, hai troppo buon cuore per sentirti offesa di quanto ti ho detto — Se fossi padrona di scegliere tra il vivere con te o col mio povero padre, che mi consiglieresti tu di fare?„

“Di far la volontà di vostro padre, stando con me; — rispose francamente Canziana eludendo la dimanda con un bisticcio. — La gioventù non cura la vita: tocca a noi, che sappiamo cosa essa vale, a sconsigliare la colpevole noncuranza di questo dono del cielo. — Se la tempesta ha schiantato l'albero grosso, doppia ragione di tener custodito il rampollo che gli cresce vicino.„

“Dio mi perdonerà se non so apprezzare come si deve questo dono della vita. Comprendo che sono intolerante de' miei dolori, e che non so ricevere la sventura come una prova della predilezione del cielo. Io piango anche su me; perchè non so essere rassegnata: io dispero, o amica, di veder restaurato il culto de' miei domestici affetti. Imploro solo la forza per soffrire; imploro nuove lacrime da versare. — Quando era bambina tu m'hai insegnato che i felici del mondo ignorano quale sarà il dimani. Fatale privilegio degli sventurati! essi lo sanno. Sì; è facile che d'improviso la fortuna ne volga le spalle e cangi le gioje in pianto; è impossibile che ella ci ridoni d'un tratto co' suoi favori il perduto sorriso. — Dimani, diman l'altro, fra un mese od un anno, io sarò sempre l'orfana d'oggi; nessuna cosa al mondo avrà occupato il posto vuoto del mio cuore; nemmeno la potenza celeste mi renderà le carezze di mio padre, il conforto delle sue parole, la guida de' suoi consigli. — Tu già ti prepari a dirmi, che il tempo è rimedio a grandi mali. E che vuol dir questo? forse che il mio male cesserà d'essere grande per ciò? o non piuttosto che le mie forze cadranno esauste sotto il suo peso, e che le fonti delle lacrime saranno inaridite?„

“O Agnesina, proruppe la governante con un accento di angoscia inesprimibile, o figliuola mia, non parlare così. Quel che voi dite sarà vero, perchè l'avrete letto ne' libri; ma, credetelo in nome di Dio, che il vostro dolore è ancora più forte della vostra disgrazia. — Doletevi, piangete, pregate; ma non rinunciate alla speranza. — Io sono una povera donna; ma ho del cuore, e quello che esso mi detta mi pare giusto come le parole scritte nei libri. — O Agnesina, il cuore non dice a voi, come a me, che gli antichi affetti vivono ancora? piangete la morte di vostro padre, perchè non vi è dato di vederlo, di ascoltarlo; ma non sperate voi di sentirlo, o meglio non lo sentite voi già nel fondo dell'anima vostra, come più volte udiste la voce di quell'anima santa di vostra madre? non avete voi fede, o Agnesina? Ebbene: ogni volta che il cuore vi inspirerà una buona azione, voi avrete udita la parola di lui: ogni volta che la manderete a compimento, potrete dire d'aver seguito i suoi consigli. Se i nostri cari ci abbandonano morendo, noi possiamo seguirli colla fede e colla preghiera. V'ha dei santi, non è vero, che vegliano alla salute dell'anima nostra? chi ci ha amato tanto quaggiù, potrà obliarci nel seno di Dio?...„

Questi detti, pronunciati con un accento amorevole, produssero sull'animo di chi li ascoltava il desiderato effetto. Agnesina avrebbe voluto rispondere, ma la commozione le toglieva la parola; levò lo sguardo, e fissò la donna con occhio non fosco ed asciutto come poco prima; una lacrima le spuntava sul ciglio, e la fronte, senza far onta al giusto dolore, s'era alquanto rasserenata. — Canziana, con un trasporto di tenerezza materna, v'impresse un bacio; e, scorgendo che le sue parole erano state efficaci, pensò d'insistere nell'uso del rimedio, associando alla potenza de' suoi affetti, l'autorità dell'altrui dottrina. Interpretò il tacere della fanciulla come un invito a parlare; e si valse di esso per ripeterle un racconto, che aveva udito in altri tempi, e della cui sapienza aveva fatta la prova in simili occasioni.

“Avrò sempre in mente finchè vivo, ripigliò ella, le parole di Fra Paolozzo da Rimini. Quel santo, (ne avrete ben sentito a parlare anche voi?) che passava l'intera quaresima predicando, senza toccar cibo di sorta, e non nutrendosi che d'acqua e di orazioni[19].„

Agnesina fè cenno col capo di sapere di che si trattasse.

“Era il dì dei morti di non so quale anno; io aveva di recente perduto un fratello, al quale volli ogni ben mio; povero Arrigo, egli era una perla. Il caso o, per dir più giusto, la providenza, mi fece capitare in una moltitudine, che cogli occhi rivolti in su e colle labra spenzolate, tutta mesta e compunta, ascoltava la parola del Signore dispensata da Fra Paolozzo salito sul pulpito. — Quelle parole, che allora e poi nei molti travagli della vita furono la mia consolazione, s'attagliano mirabilmente al caso nostro. È una parabola sì chiara, che ognuno la comprende di volo. — Due prigionieri, diceva il frate con un linguaggio più acconcio del mio e avvalorato da testi latini che io non seppi ritenere a memoria, vivevano insieme in un carcere comune. La storia non dice perchè vi si trovassero, dice solo che un bel dì il principe, ricordandosi di quei due infelici, pensò di far grazia ad uno e lo fece porre tosto in libertà. Credereste? il prigioniero scarcerato abbandonò a malincuore le sue catene, dolendosi di lasciarvi il suo compagno. Figuratevi l'altro! — Costui, rimasto solo, sentì raddoppiarsi il peso de' suoi ceppi; la pena gli divenne d'improviso insopportabile; ei piangeva, piangeva giorno e notte, negando a sè ogni conforto ed ogni speranza. Ma la cosa non andò sempre ad un modo; in capo a pochi dì, lo sgraziato s'avvide, che il libero amico non lo aveva posto in oblío, e che la libertà di lui gli tornava assai più utile che la sua compagnia. Infatti per opera sua penetrarono nel carcere i mezzi di menar meno stentata la vita; ebbe per lui di che far schermo ai bisogni, e trarre conforto nella solitudine; finchè venne il dì, e quel dì non fu lontano, che per intercessione dell'amico si vide ridonato alla libertà, e franco da ogni pena. — Ora comprendete voi il significato di quest'esempio? La prigione è la vita umana; il prigioniero scarcerato è l'uomo che muore; quel che rimane e piange, è l'imagine del superstite. I conforti che gli vengono portati in carcere sono le sante ispirazioni e il patrocinio dei poveri morti; e la libertà acquistata per intercessione dell'amico è il dono del cielo di morire nel Signore.„

Per una povera donna come Canziana, che seguiva la corrente dei pregiudizii, e che non sempre era felice nel riconoscere la verità in mezzo al guazzabuglio di errori di quel vulgo e di quell'epoca, uno squarcio sì bene appropriato era una prova di fino accorgimento: molto più che ella non sapeva, come sappiam noi, che il male d'Agnesina non veniva tutto da una sola cagione. Ma siccome avviene talora, che un rimedio impropriamente applicato alla guarigione di male ignoto, pur giova all'infermo, mettendo in evidenza la causa secreta dei suoi dolori e la via più acconcia a calmarli; così quelle parole, benchè rispondessero imperfettamente ai bisogni d'Agnesina, destarono in lei, coll'antica fede, il coraggio tutto nuovo dì essere schietta, e le offrirono l'unico mezzo di riconoscere meglio il suo male e di applicarvi il vero ed efficace rimedio.