LII.

“Io dunque, proruppe Agnesina con uno slancio di devoto affetto, io pregherò il mio santo protettore, che m'ottenga il perdono del passato, e vegli su me per l'avvenire. Farò ciecamente quanto esso mi inspira; nulla mi sembrerà grave, quando mi venga consigliato da lui. In lui troverò i mezzi a raggiungere il più difficile intento.... E quando pure mi si chiedesse d'obliare.... ciò che ora vive ed arde nel mio cuore, io saprò farlo, se egli mi ajuta....„

“Voi parlate di perdono, chiese meravigliata Canziana, ma perdono di che?... Che mai avete voi a fervi perdonare?„

“M'amerai tu ancora e sempre?„ ripigliò Agnese con un accento, ancor più del solito, amorevole.

“Voi mi fate paura... Dubitate forse del mio affetto?„

“No, Canziana, no.... questo è impossibile.„

“Ma in nome di Dio...„

Uno scoppio di pianto aperse il cuore ed il labro di Agnesina ad una schietta rivelazione di tutto ciò che aveva nell'animo. E quanto ella era stata timida nel tentare la prima confidenza, altretanto divenne poi sicura e fiduciosa nel procedere in esse. Il suo cuore non avrebbe mai adottato una mezza misura. — O inghiottir tutta e tacere; o far partecipe di tutto l'amica e parlar schiettamente. Raccontò, come noi e meglio di noi, tutta la storia de' suoi affetti. Dall'istante in cui richiamò i sensi smarriti del conte e ne udì la prima volta la voce, scendendo mano mano a quello in cui ricevette il suo addio, tutto disse, tutto svelò con una purezza di linguaggio, ed un abbandono di cuore, che invano avremmo noi tentato d'infundere nelle nostre parole.

Canziana, nel disporsi ad ascoltarla, provò quel vago terrore, quella penosa incertezza, che risentiamo nell'aprire una lettera suggellata a lutto. L'alta stima che ella nutriva della mente e del cuore d'Agnesina era una valida ragione per consolarsi: ma quell'esordio l'aveva mal disposta. Teneva quindi dietro al racconto col desiderio d'essere presto alla fine, quasi fosse trascinata sur una via malsicura, dove ad ogni piè sospinto temesse agguati ed insidie. E intanto ascoltava; e ad ogni fatto riposto nel novero delle cose innocenti, metteva un respiro più libero. Così, fra il timore e l'incertezza, giunse alla fine, senza incontrarvi alcuno dei sospettati scioglimenti; e come prima aveva moderato le apprensioni, frenò poscia la contentezza; perocchè il mostrarsi troppo lieta del suo inganno era quanto dire: io pensava meno bene di te, figliuola mia.

Il male (se pure v'era male) non si palesava dunque dalla natura dei fatti per sè innocentissimi, ma dal modo di narrarli; poichè le parole d'Agnese tradivano la passione. Canziana il comprese; e nel mentre si rallegrò al veder ridotta in salvo la virtù della fanciulla, dovette deplorare la pace di lei conturbata, e quella consapevolezza del male, che è un primo e lieve offuscamento dell'innocenza. — Ma tenne anche questo pensiero dentro di sè; concludendo che male proprio non c'era; o che se ci fosse, abbondavano i mezzi per guarirlo. E l'unico sovrano rimedio anche per ciò doveva essere, secondo lei, il tempo.

“Comprendi ora la mia situazione, — ripigliò poco dopo Agnesina, — e mi compiangi. Colui che io amo e posso amare mi abbandona; rimane quegli che io debbo cancellar dal mio cuore. Non ho io ragione di pregar il Signore che mi faccia tener dietro a mio padre?„

Canziana ebbe il buon senso di non procedere con zelo soverchio nel suo officio di consolatrice, propinando alla desolata, malgrado suo, il balsamo indigesto delle frasi ordinarie, che si usano in simili occasioni. Il primo, il più gradito conforto che possiam dare a chi soffre, è l'assicurarlo che comprendiamo i suoi mali, e ci associamo a lui nel dolore. Solo quando l'animo è più riposato, riesce opportuno il dar mano a quei rimedj che lo rassodano nella toleranza, e gli crescono forza per lottare contro l'avversità. — Era notte avanzata, e le due donne discutevano ancora su tale argomento. La fanciulla provava un senso di dolore non scevro da qualche diletto. E quel diletto, diciamolo, non nasceva soltanto dallo spontaneo obedire all'impero del cuore, i cui sentimenti per una forza espansiva loro propria cercano l'equilibrio nei cuori omogenei, ma veniva cresciuto dalla necessità di ripetere un nome caro, e di richiamare su di esso il rispetto e l'amore della compagna. Questa, nel concederle tale sfogo, aveva di mira di procurarle un sensibile alleviamento; e più ancora di accaparrare per sè e per l'avvenire l'intera sua fiducia.

La buona donna non rassomigliava a coloro che, nello scorrere un libro, succhiano la sapienza da quel foglio soltanto, che hanno dinanzi agli occhi. Canziana tornava indietro sovente nel leggere quel libro che si chiama la vita; ed evocava la sua stessa gioventù, per ricordarne i piccoli travagli, e con essi le gradite consolazioni delle amiche, e sopratutto l'indulgente pietà della madre. — Nell'amare Agnesina, ella non rinunciava al vanto di meritare questo nome dolcissimo.