LXIX.

Le dottrine cosmiche, che noi abbiamo attribuito al nostro eroe, erano sue applicazioni: non però del momento, a cui è rivolta la nostra attenzione. Il conte non vide per minuto quanto qui venne toccato di volo; meno ancora s'arrestò a farne oggetto di studii o considerazioni. Quella scena scosse i suoi sensi, e li attraversò per giungere al cuore e sollevarlo in un nuovo mondo, che gli apparecchiava un delizioso delirio. Fu verso il mattino che egli riprese la conoscenza dell'esser suo; e allora si trovò stanco, sbattuto, aggranchito dal freddo e dall'insonnia.

All'escire da quel paradiso di belle inspirazioni, ripigliò i sensi, che ve lo avevano sospinto, e li trovò guariti da ogni ebrezza, anzi calmi e torpidi, come nei momenti meno poetici della sua vita. Gli occhi, vogliosi ormai di riposare nell'ombra delle cose prossime, si compiacevano di fissarsi nei vapori mattutini; poi scendevano a mirare le creste dei boschi disegnate sull'orizzonte, e i casolari e gli alberi che escivano a poco a poco dal caos notturno, assumendo forma e colore. L'orecchio, sordo dianzi ad ogni chiamata terrena, cominciò ad udire distintamente il sibilo armonioso della brezza, cui faceva eco il rombo lontano dei rigagnoli e dei fiumi ingrossati dalle piogge; indi l'abbaiare dei cani, lo strido sinistro dei gufi che rientravano nei loro nidi, e il passo misurato delle scolte.

Ma, tornando egli dalla sua corsa fantastica, non doveva perderne tutti i vantaggi e tornar l'uomo di prima. Di quell'incanto portava le tracce profondamente scolpite nell'animo, a quel modo che ci restano nella memoria le sembianze e le parole di persona cara dopo esserci congedati da lei. Anzi, se prima i pensieri erravano senza freno in balía della mente agitata, ora, sottoposti al giudizio della ragione, ne divenivano il linguaggio. Quei pensieri adunque andavano guadagnando ordine, consistenza, efficacia appunto perchè avevano perduto il brioso colore d'un sogno. Da quell'istante non sentì altro bisogno fuor quello di lasciare corso agli effetti della misteriosa lezione, che il cielo gli aveva dato. Abbandonò il balcone e rientrò nella camera; diè un'occhiata di pietà al suo letto, e risolse di non spendere l'ultima ora della notte dove aveva sì infelicemente passate le prime. — Un brivido invincibile gli correva per le ossa e gli faceva battere i denti. Staccò dalla parete uno spadone, e s'accinse a manovrarlo a due braccia. Ma quell'esercizio gli interrompeva il filo delle idee. Rimise l'arma; e, pensando che l'aurora doveva essere vicina, si propose d'escire a vederla, e di correre un buon tratto di strada per dar corso al sangue e cacciare il freddo. — Sodisfatto di questo pensiero, si dispose a mandarlo ad effetto; indossò abiti più convenienti, cinse la spada, si coperse di un mantello bruno, e ravvolse la testa in un capuccio cremisino; poi escì dalle sue stanze e, attraversati gli androni del vasto palazzo, scese inosservato nella corte d'onore. Quivi si arrestò un momento, per assicurarsi che regnava intorno a lui la più profonda quiete. Tutti gli abitatori del castello dormivano. Dormiva anche Esculapio che, dopo avere interrogato le stelle e il codice di Guido Bonatto, credette di doverne attendere la risposta in sogno. — S'addormentò il valentuomo col libro fatidico stretto al cuore; ed ebbe infatti più assai che non s'aspettava, spettri ed apparizioni in folla. Peccato che la mattina seguente, nel tentare di rinvergare il bandolo a tanta copia di rivelazioni, non venne a capo di trovar altro fuorchè il ricordo della sua matta paura.

Escire dal castello senza essere veduto, non era cosa possibile. Le mura ai quattro lati erano cinte da una fossa, in quel dì torbida e colma dalle continue pioggie. Le porte erano munite di un ponte levatoio, che sulla sera veniva alzato; ed a ciascuna porta vegliava un alabardiere con ordini precisi di non dare entrata a persona, e di non permettere l'escita se non a chi ne giustificasse il motivo. — Il principe questa volta si trovò impacciato in quella stessa rete di precauzioni, che erano scrupolosamente mantenute per la sicurezza e il decoro della sua persona.

“Impossibile fare un passo senza aver cent'occhi a dosso, sclamò egli tra sè con dispetto; dimani cotesti oziosi non parleranno che della mia escita mattutina; e Dio sa, quante e quali spiegazioni sull'insolito avvenimento!„

Egli era tornato l'uomo cauto e circospetto di prima. Nondimeno s'avviò di buon passo verso la porta di levante, che era la principale del castello. Per buon tratto marciò ravvolto nella penombra di un alabardiere che passeggiava in su e in giù pel vestibolo, coprendo la lampada appesa alla imposta interna del portone. — Ma quando il soldato s'accorse d'alcuno che gli si avvicinava, fe' un passo di fianco, e lasciò che i raggi dianzi interrotti arrivassero all'incognito. Ma non avendolo ancora riconosciuto, gli diresse a voce alta e in modo deciso un chi va là? Il conte non si arrestò, nè rispose: con una mano rovesciò alquanto il capuccio che gli scendeva sulla fronte; coll'altra fe' cenno di tacere, ponendosi l'indice attraverso alle labra. Dietro quest'atto udì tosto lo scricchiolare delle catene, che scorrevano sulle puleggie onde abbassare il ponte, e vide aprirsi la porta di soccorso. Passato oltre e giunto a mezzo del ponte, girò lo sguardo indietro, ed ammiccò la guardia con un'aria ancora più solenne che voleva dire: “guai a te se parli„. Il soldato ritto al suo posto, appoggiando verticalmente l'alabarda allato della persona, accennò d'aver inteso, e ripetè in cuore suo “silenzio ora e sempre„. Chiuse indi la porta, e ritornò a misurare il lastrico co' suoi passi lenti e sonori.