LXX.

Varcato il rivellino e le poche opere che fronteggiavano il castello, costrutto a delizia non a difesa dei signori Visconti, escì sulla spianata che in allora non meritava nome di piazza, giacchè scarse ed irregolarmente collocate erano le casipole, che la circondavano. Dicontro alla porta principale si apriva la strada maestra diretta a Corte Olona: via serpeggiante, ineguale, vallicosa, come lo erano tutte a quei dì. Per breve tratto essa soverchiava la campagna, poi correva sepolta fra immense siepi, protette da piante, che sembravano aver comandato per un secolo al passaggero le più stravaganti deviazioni. L'intemperie dei giorni antecedenti l'aveva malconcia ancor più del solito: in certi punti, profondi avvallamenti ricolmi d'acqua la cangiavano in uno stagno impraticabile: ivi le pedate dei viandanti, pel ricorrente bisogno d'aprirsi un cammino fuori della pozzánghera, tracciavano sul ciglio della siepe una viuzza alta e sgombra, che si ricongiungeva alla strada maestra, appena questa tornava meno disagiata.

Il conte entrò di buon passo per quella strada e, mano mano che s'avanzava, si sentì crescere la voglia d'andare. — Senza che l'animo suo rientrasse in quell'ordine di idee che nella notte l'avevano inondato di tanta dolcezza, ne provava i benefici effetti in una calma dello spirito ed in un crescente ben essere del corpo, come se giungesse dall'aver fatto un'opera buona, e s'avviasse a riceverne la ricompensa. Camminò sulla strada superandone tutte le difficoltà, e seguendone i giri capricciosi, fin quando vide sulla siepe a manca aprirsi l'ingresso ad un sentiero, che immetteva nei campi. V'entrò a caso; e, postosi sur un arginello elevato ed asciutto, ripigliò il passo colla sua solita lena.

Ma fin qui egli non mirava ad alcuno scopo. Un incompreso desiderio l'aveva tratto fuori dal suo soggiorno, facendogli superare la tirannica legge delle consuetudini; ora, trovatosi all'aperto, rivolse gli occhi a quella parte del cielo, da cui si effundevano i primi albori del giorno.

Le stelle erano scomparse: solo una brillava a levante di una luce tremula e vivissima sur un fondo d'aria leggermente cerulea, davanti alla quale si diradavano le tenebre, ed a cui succedevano zone degradate di una tinta simile al color della perla, poi un leggiero incarnato, e un roseo intenso; infine un color d'oro ed un croceo vivacissimo, temperato da screzii porporini coll'orlo di fuoco.

Sotto l'influenza di quella luce ancora debole e sparsa, già tutto il creato ripigliava vita e calore. — Le piante cominciavano a verdeggiare; le frondi acquistavano varietà e rilievo. Qua la campagna si tingeva del verde scuro dei prati; là dell'arso colore delle stoppie: dove appariva inculta e grigiastra, dove bruna e solcata di fresco. — Tugurj e capanne, disseminate con apparente capriccio, mostravano da lungi la loro pittoresca miseria. Sporgevano fra pianta e pianta i tetti acuminati delle ville lontane, coperti di paglia. o di tegoli, ricoperti da una muffa rinverdita dalle piogge recenti.

Il sole non era comparso; e già da un'ora il braccio dell'uomo svolgeva la terra onde prepararla a ravvivarsi sotto i suoi raggi. — La tridua procella, interrompendo i lavori della campagna, aveva costretto il contadino alla più ingrata delle sue fatiche: l'ozio. In quel dì, per riguadagnare in parte il tempo perduto, usufruttavasi perfino la luce delle stelle. Prima dell'alba erano aggiogati i buoi, allestiti gli utensili, divisi i lavori. Uomini, donne e fanciulli, erano inoltrati nel lavoro, quando apparve il sole. I primi raggi non ebbero a riscaldare le membra di quelle creature già trafelate dalla fatica.

Il conte poneva a confronto il rude travaglio e il tenue compenso del contadino; e da quell'esame sentiva muoversi il cuore a pietà. Ma quei buoni lavoratori, ignari che un'anima compassionevole pensasse a loro in quel momento, gli diedero inavvertitamente una solenne smentita; perchè da varj punti della campagna risposero con allegre canzoni alla tacita inchiesta di quel pietoso, che in fondo al cuore esclamava — “oh poveretti, come devono essere infelici!„

Accostandosi ad un gruppo di contadini, e costringendoli colla sua improvisa apparizione a levar gli occhi dalla gleba ed a rialzare il dorso curvo sulla marra, lesse loro sulla faccia le ingiurie della povertà, non l'abbattimento degli spiriti. Su quei tratti arsi dal sole, invecchiati dagli stenti, emaciati da una temperanza eccessiva, brillava ancora un non so che d'ilare e di vivace, che non offendeva la severa precocità delle rughe. — I cenci e le canzoni, il lavoro e le celie, la miseria e la contentezza, costituivano la più nuova, la più meravigliosa antitesi. — Per avere il diritto di contemplar meglio quella scena, e di studiarne l'importanza, il conte, che andava in traccia di emozioni, s'arrestò: e, per giustificare la sua fermata, si rivolse ad uno dei più vicini col pretesto di chiedergli dove conducesse il sentiero su cui egli camminava.

Gli fu risposto con parole acconce e con un lusso di gesti atti a chiarire nel miglior modo le varie località, cui quella strada metteva capo.

“Messere, va forse a Genzone? — chiese il villano con ingenua curiosità.

“Sì„ — rispose il conte, cui quel nome e quel luogo eran noti, ma che finse di non conoscer bene per avere argomento d'interrogare.

“Dritto dunque fino a quella cascina, — rispose l'altro, accennandola colla mano, — poi a destra pel bosco; fuor d'esso a manca sulla costa alberata, finchè vedrete una torre.... La conoscete la torre di Genzone?... No!... Essa porta bandiera guelfa: non c'è pencolo d'ingannarsi... Un momento, — ripigliò dopo breve pausa, mentre stava per chinarsi di nuovo sul suo arnese. — Avrete a passar l'Olona, ed oggi e per qualche giorno non è possibile sfiorarla sul colmo di ciottoli, come facciam noi nella state. V'ha una piena furiosa, che fece gran danno all'alto. Fate di trovare un batello; l'avrete mezzo miglio al di sopra, camminando sull'argine ove il terreno è sodo. Cercate conto di Ranuccio; egli è nato pel servigio del prossimo, e si chiamerà contento di condurvi dove piaccia a voi.„

“Come va l'annata?„ — interruppe il conte, che più di quegli inutili indizii desiderava scoprire il secreto di accoppiare la miseria alla contentezza.

“Come Dio vuole, — rispose il contadino, velando sotto la frase rassegnata la sua poca sodisfazione. — Se avremo pane per quattro mesi sarà un miracolo. Ma che volete? un carro di fastidj non paga un terzuolino di debito.„

“E il restante dell'anno?„

“Eh... al resto ci penserà quel di lassù...„

“Non vi accorate per ciò?... Le vostre donne e i figli cantano allegramente, come se il granajo sfondasse sotto il peso della messe.„

“Ah Messere, questi canti sono la nostra preghiera del mattino. — È già un gran dono del Signore se possiam vederci qui tutti riuniti al travaglio, e s'abbiam braccia a durarla. Quando non si merita nulla, anche il poco è un di più. Eh, Messer mio... v'ha dei più poveri di noi. Se noi dubitiamo del nostro avvenire al di là di quattro mesi, taluni dubitano d'aver pane pel dimani; e v'ha pur troppo di quelli che hanno la disperata certezza di non aver oggi di che sfamare i loro bimbi. Io sono per costoro quello che voi, Messere, siete per me. Del resto, il pensar tanto all'avvenire non sta bene a noi poveri villani; perchè troppo spesso avremmo fatto il conto senza l'oste. Quando il solco ci piglia la semente, non ci promette mai di restituircela. Talvolta la madre terra ce la fa vedere moltiplicata, e noi facciam conto d'aver cambiato i pugni di grano in staja colme: e poi?.... e poi una nuvoletta, in pochi minuti, ci affonda le moggia nel terreno, come fossero erbaccia di scioverso.„

Da tali parole il conte imparò, meglio che dai libri, alcune importanti verità. Apprese che costoro, la cui sorte meschina desta il nostro compianto, tante volte a più buon dritto meriterebbero la nostra invidia, perchè sanno opporre agli insulti della fortuna un'incrollabile fermezza ed una fiducia non meno soda. — Apprese ancora, che la felicità, o ciò che vi assomiglia, come la più comune delle piante, attecchisce meglio all'aria libera e nei bassi ordini sociali: chi ne vuol forzare il rigoglio col rinchiuderla nei serragli, riscaldati dal fermento artificiale dei desiderii, delle passioni, delle fittizie necessità, corre rischio di soffocarla in quel medesimo elemento da cui, a suo credere, dovrebbe trarre vita e sviluppo. Ma non concluse per ciò che si debba abbandonare chi lotta contro l'avversa fortuna alle sagge lezioni della innata sua filosofia. — Trovò che una bella parte era serbata anche a lui: la parte della providenza, cui il poverello affida le sorti del suo avvenire.

Si fece perciò dichiarare il nome di quei meschini, e volle sapere quello del suo interlocutore, per dare ai primi un pronto soccorso, per non lasciar mancare pane a quest'ultimo dopo i quattro mesi assicurati dal magro ricolto.

Lieto di una tale risoluzione, che lo faceva certo di non avere speso male i suoi passi, fu ad un punto di retrocedere; ma il cuore, senza additargli una nuova meta, le invitava a continuare nel suo cammino, e il conte, docile agli avvisi del suo consigliero che fin qui lo aveva guidato a bene, andò avanti.

Poco oltre, succedeva alla campagna ben coltivata, una landa sterile e selvaggia; lavoro delle acque, che avevano roso il glutine fecondo del suolo, mettendo a nudo l'argilla. Ivi, non più traccia di solchi. In alcune parti il terreno sembrava il letto di un'antica alluvione; in altre, dove le acque avevano trascinato la terra sativa, sorgevano mucchi deformi, sui lati dei quali verdeggiavano copiose ceppate d'erbe grasse.

Un vecchio mandriano, pratico di quella grillaja, spingeva davanti a sè col bastone una greggia scarsa e macilenta che, dopo d'avere errato lungamente, sembrava protestare belando contro l'intolerabile fastidio di un nutrimento, a cui il pecorajo avrebbe voluto accomodarla. — E infatti, dove era raccolta la terra atta alla vegetazione, stagnavano pure i rigagnoli; e dal fondo paludoso sorgevano verdure acri e nauseabonde, anche pel più sobrio palato.

S'invogliò il conte di conoscere se quell'improviso mutamento era dovuto alla natura perversa del suolo, oppure all'abbandono degli uomini. Chiamò quindi a sè il pecorajo, e lo interrogò.

“Trent'anni fa, soggiunse costui, quando io scendeva dai monti d'Oltrepò per trovar foraggi alla mia mandra, che era tutt'altra cosa da quello che vedete qui, queste erano le più belle, le più fertili campagne del contado. Se ne vantava il massaro di Genzone, e, sprezzando i suoi vicini e la lor roba, soleva dire che nessuno al mondo sapeva condurre un aratro, nè concimare un solco, nè tampoco distinguere il loglio dalla biada. — Egli andava tronfio e pettoruto come se tutti dovessero chinarglisi dinanzi. E infatti pareva che la messe d'ogni anno si pigliasse carico di farlo divenire ancor più superbo. — Il suo granajo era sempre colmo. — Ma venne il disgraziato anno della pestilenza; e la famiglia del massaro per giustizia divina fu la prima ad esserne colpita. — In questi solchi, di cui menava gran vanto, il superbo, che Dio gli perdoni, riposa con quattro figliuoli ed altretante nuore. Da quell'epoca la sua terra rimase deserta e maledetta: non v'ha chi osi seminarvi un sol granello d'erba fienaruola. È roba di tutti, e perciò nessun la vuole. — Io solo visito ogni anno questa povera campagna, e dico requie a' suoi antichi coltivatori. Ma anche le mie pecore par che sentano il malanno ogni volta che sono costrette a piegar il muso su questi magri brùscoli.„

Anche di ciò prese nota il conte; e stabilì dentro sè di provedere con miglior agio a ridonare a quella terra l'antica sua floridezza; poichè, se a quella mancavano le braccia, v'erano delle braccia cui veniva meno il lavoro.