LXXIX.

Ad un angolo del castello, la bruna muraglia sopportava un'alta torre coronata di merli e guernita di bertesche e vedette, com'era la moda di quel secolo, in cui anche una cosa di puro spasso doveva portare l'impronta della prepotenza che era nell'indole degli uomini.

Sul terrazzo eminente da cui si godeva una magnifica vista, e dove non arrivava sguardo indiscreto, solevano i due amanti recarsi ogni dì, e passare qualche ora, ricreandosi alla vista del cielo, dei monti lontani e dell'infinita pianura racchiusa tra quelli. Le parole loro erano il soverchio di quella interna commozione che il cuore non può capire. E benchè il senso di esse fosse già noto ad entrambi da lunga mano, pure il ripeterle e il riudirle era sempre una dolcezza nuova. Intanto il superfluo di quei gentili pleonasmi era portato via dall'aria, e si levava al cielo in un coi profumi del suolo e colle preci degli uomini. — In quel mare di felicità, il Visconti ricordava talvolta l'esser suo, ed additava alla sua amica le terre, i colli e le città che obedivano a lui; ma non insuperbiva della sua grandezza, bensì gustava la gioia di un padre che guarda i numerosi suoi figli. — Una volta, parodiando leggiadramente la crudele sentenza dell'imperatore romano, sclamò: “Oh perchè l'umanità non ha un sol capo, chè io vorrei baciarla in fronte, e coronarla di fiori come le antiche baccanti, perchè tutta fosse felice, come io lo sono.„ — E Agnese, la tenera, l'appassionata fanciulla, s'imparadisava a quegli accessi di carità come fossero opera sua; e rinvigoriva, se pur era possibile, il proposito d'amar sempre e sempre più quell'uomo, che doveva render felice e grande la sua patria.

Un dì, al tramonto, stavano entrambi sul terrazzo contemplando e ragionando come di consueto. Mano mano che la luce del giorno scemava, le parole si facevano più rade e più solenni; e gli sguardi, quasi avessero bevuto fino alla sazietà l'ebrezza dei mutui incontri, correvano dagli oggetti circostanti al lontano orizzonte, cercando il primo apparire d'una stella per darle un addio. La luna, pallida come una nuvoletta perduta negli immensi spazii, a poco a poco ripigliava il suo mite splendore, sì funesto ai tristi, sì caro ai buoni. — L'aspetto del mondo era mesto: ma la mestizia, che pioveva da quel cielo sì sgombro e da una natura sì calma, era dolce come il suono di un nome amato ripetuto dall'eco. — Seduti sullo stesso muricciuolo, col dorso appoggiato ad una comune spalliera, i due amanti tenevano le destre congiunte in una stretta piena di affetto e larga di promesse. Così, mentre il labro era muto, l'anima, con un linguaggio ancora più eloquente, parlava d'amore.

Ad un tratto, il conte fissò Agnese negli occhi, e s'accorse che la fanciulla tentava di nascondergli una lacrima.

“Perchè piangi?„ — disse il conte, stringendo con maggior tenerezza la mano della sua amante.

“Piango io forse? — rispose Agnese fingendo meraviglia, e sforzandosi di eludere l'inchiesta con un sorriso. — Ah no....; ma se ciò fosse, vicino a voi, io non piangerei che di gioia.„

“La menzogna è pietosa; ma è menzogna. Una lacrima posava poco fa sulle tue ciglia, come una goccia di rugiada sugli stami di un fiore. Una mia parola, un mio sguardo la scossero; io la vidi scorrere sulle tue vesti, io la sentii scendere sulle mie mani. — Le lacrime di gioia non abbruciano come la tua.„

“Perdonate, e non mi chiedete di più. Neghereste voi che il cielo è sereno, perchè un vapore diafano intorbidò in quest'istante il lume di una stella?„

“Se il cielo fosse mio, come tu la sei, vorrei chiedergli perchè quella nube osa intercettarmi il debole raggio che pur mi è dovuto. — Io sono avaro della mia felicità. Non cederei a un morente il più tiepido de' tuoi sguardi, fosse egli bastante a ridonargli la vita. — Rispondimi dunque, o Agnese, perchè quella lacrima?„

“Perdonate alla miseria del nostro sesso. — Quando noi vagheggiamo da lontano la felicità, abbiamo fede nel destino, e ci abbandoniamo ad esso con spensierata sicurezza. Ma quando la mente riposa nella piena sodisfazione de' suoi desiderii, oh allora incominciano nuovi dolori! Noi diventiamo gelose del bene che possediamo, noi preleviamo sul futuro una trista anticipazione di mali possibili. — Giovanni, quella lacrima che voi scopriste non è un'accusa, è una confessione. — Io sono felice, troppo felice, e piango talora perchè temo e sento di non essere degna di tanto. Alcuna volta la vostra nobile grandezza mi fa terrore. Quando il mio occhio si perde sulla ricca pianura che ne circonda, e dico tra me: questo suolo obedisce a colui che mi ama, la mia mente si perde, e la timida ancella vorrebbe tornare nella polvere, per non scontare col rossore la sua temerità.„

“Ingrata, interruppe amorosamente il conte, tu dunque dubiti dell'amor mio?„

“V'ha qualcosa al disopra di noi. Il destino è legge per tutti. Il mio signore può inalzarmi fino al trono e coprirmi colla stessa sua porpora, ma niuno potrà mai colmare l'abisso che divide la vassalla dal principe. — Lasciate ch'io vi dica tutto: il mio pianto, dopo essere stato la confessione d'un dubio, divenne una preghiera. Oh non deridere, o amico, la stranezza de' miei voti! Quella preghiera, fervida e pietosa quanto la parola di una madre che implora dal cielo la salute del suo bambolo, era vuota ed insensata.„

“Ma perchè parli con un linguaggio che io non comprendo? Perchè ti compiaci di mescere l'amaro nel calice di felicità che la providenza ci porge?„

“O Giovanni, perchè voi non nasceste tra il popolo, come io nacqui? Allora il mio amore, correndo sur una carriera piana, di pari passo col vostro, giungerebbe pieno ed integro sino a voi. — All'altezza di un trono gli affetti di una povera fanciulla arrivano assottigliati e dispersi, come salgono alle nubi i profumi dei fiori.„

“No, mia Agnese, non dir così. — Tu non devi esser confusa fra le donne a cui Dio affidò soltanto l'ignorato governo di una famiglia e il cuore d'uno sposo. Tu sarai, come la Beatrice del Poeta, il mio genio tutelare che, dopo avermi sollevato dagli immondi gironi, mi condurrà nel soggiorno beato della verità e della giustizia. Non rimpianger la fortuna altrui; non scongiurare il destino. — Ricorda le parole di tuo padre; pensa che la felicità compagna d'amore non deve essere la nostra meta, ma il luogo di riposo in cui riavremo lena per correre a più nobile scopo. — Ci si farà guerra: ebbene, prepariamoci ad essa colle alleanze; associamo le forze, e la vittoria sarà nostra. Io ebbi in te la virtù di Maffiolo; in me avrai tu il suo braccio. Quando avrò errato inutilmente cercando uno sguardo leale, un labro sincero, io mi specchierò nei tuoi occhi, o Agnese, interrogherò la tua voce, e tornerò a credere che la virtù non sia bandita dal mondo. Stanco talora, perduto d'animo, nauseato da tante ribalderie, non appena avrò posato la fronte sul tuo seno, troverò ristoro; e alle incalzanti pulsazioni di un cuor muliebre, rinascerò alla vita operosa e alla fiducia nella mia stella.„

Dire che le parole del conte fossero tanto efficaci da convincere lo spirito il più renitente, e offrirne a prova il fatto che esse calmarono le apprensioni di Agnese, sarebbe tradire la storica verità, e dar corpo ad ombre fuggevoli. L'ardore di chi voleva convincere era molto al disotto della docilità di chi bramava essere convinta. Le voglie imperiose, le fervide aspirazioni, i desiderj che hanno la forza di necessità, spesso si vestono ad arte di una diffidenza affatto superficiale, che dimanda spiegazioni per udirsi ripetere una cara verità; che crea degli ostacoli pel piacere di abbatterli. Con questo mezzo si ritorna a quelle usate parole, che tra gli amanti hanno sempre il prestigio di una novella improvisa e gradita. Così sott'altra forma si rischiarano i patti, si rinfrancano le promesse, si ripetono i giuramenti.

Ma quei giorni felici non sfuggivano alla inevitabile legge d'ogni cosa terrena: erano essi fugaci come, e più che il decorrere di una vita placida e consueta. Invano i due amanti, che vedevano con dolore abbreviarsi la misura del tempo accordato a tanta e sì dolce intimità, si studiavano di suddividerlo in ore e minuti per goderlo a bricioli, per bevere a sorsi la felicità. — Ma guai se ci sforziamo di trattenere il tempo che fugge! esso è, o ci sembra immobile, solo quando il desiderio, più rapido di esso, gli vola davanti.

Venne il dì, in cui il conte dovette partire per Pavia: quel dì già designato da lungo tempo, e che, finchè era lontano, pareva non dovesse arrivar mai. Ciascuno avrebbe voluto indugiare ad un dimani indefinito. — Ma pur troppo, spuntò l'oggi inesorabile, e bisognò dividersi: con quante promesse del conte, con quante lacrime d'Agnese, lo imagini il lettore.

Poveretta! ella rimaneva tutta sola; il desiderio di rivedere Canziana si faceva allora assai più urgente; e la delusa aspettativa più dolorosa.

Ma appena il conte fu di ritorno in città, provide a che gli addobbi del casolare, destinato alla dimora della fanciulla, fossero attivamente accelerati. I motivi di un tal mistero non hanno bisogno di spiegazione. Il Conte di Virtù non era uomo da soffrire che il nome della sua amata fosse confuso con quello d'altre, che attraversavano il peristilio del castello, occhieggiando questo o quel cavaliere, e che entrate povere e spoglie, escivano talvolta colla imponente rigidezza delle dame, gareggiando con esse pel lusso delle vesti o per l'arroganza del portamento. — Agnese non dimandò il motivo di questo allontanamento; lo comprese, e l'approvò; perchè anch'ella, sebbene ignara dei costumi della corte, sentiva il peso degli sguardi altrui e paventava i giudizj del mondo, ingegnoso troppo nel cercar pretesti a' suoi severi giudizj, credulo sempre, quando si tratta di prestare fede ad ogni meno onesta apparenza.

La scelta di una casa remota e abbandonata riesciva oltremodo opportuna. A coltivare le superstiziose credenze del vulgo, ordinò il conte che l'esterno dell'edificio conservasse il suo primiero squallore. — Intanto ferveano i lavori all'interno; e gli operai, che attendevano ad assettarla, erano chiamati da paesi lontani, perchè, estranei all'influenza delle superstizioni popolari, alla lor volta non tradissero il secreto dell'incumbenza.

Che fosse quella casipola, come distribuita, ed ornata, l'abbiamo già veduto nelle prime pagine. — Ma perchè fosse meglio allestita, il conte, malfidando ne' suoi gusti e bramando di prevenire quelli d'Agnese, volle rimettere la direzione degli apparecchi a persona amica della fanciulla. Quest'idea gli aperse la via a prepararle una sorpresa. Pensò di proposito a Canziana, spedì in traccia di lei, e la fece venire a Pavia annunciandole che vi avrebbe trovato l'amica sua.