LXXX.
Dopo la catastrofe, l'infelice governante era ritornata a Campomorto. Non v'è parola che valga a dipingere convenientemente il dolore in che era immersa. La sua pietà però non era sterile: alla preghiera e al pianto cedeva quelle ore che le sopravanzavano ad una continua operosità; nè questa, fino ad un certo punto, fu scompagnata dalla fiducia di salvare la sommersa. Ma ogni ora ed ogni minuto seppellivano una speranza. I primi tentativi erano stati vani. Più tardi, ancorchè ormai si disperasse della vita d'Agnese, continuarono le indagini, consigliate da una pietà non del tutto scevra di conforto. A quest'effetto, Canziana prometteva un generoso premio a chi scoprisse la salma della sventurata. — I contadini di Campomorto, che s'ingegnavano di fare il possibile pel meglio della amata padrona e della sua amica, ramingarono più giorni nelle terre che fiancheggiano l'Olona, frugando ogni bosco ed ogni cespuglio, interrogando i mandriani e i boscajuoli, battendo alla porta delle case e delle capanne. — Ma ogni ricerca era sempre vana; gli interrogati si stringevano nelle spalle, e gli esploratori se ne ritornavano la sera, più che stanchi, scorati; e presentandosi a chi li aveva spediti, rispondevano con un crollar del capo, che non aveva bisogno di spiegazioni.
Alla povera donna non rimanevano più nè consolazioni nè speranze. — Piangeva dirottamente pensando che l'amata fanciulla era morta, e morta a quel modo, abbandonata da tutti; senza che alcuno de' suoi cari le fosse vicino a raccoglierne l'estremo respiro. — Dolevasi di non averle prodigato le ultime cure, e spingeva il dolore alla disperazione, pensando che tutti questi fatti erano stati in sua mano; e che ella stessa, co' suoi consigli, aveva data occasione ed impulso a tanta sventura. Scorreva con impazienza il campo delle ipotesi per scegliere la meno crudele, e la più acconcia, a giustificare il misterioso smarrimento. — Forse la sommersa era sepolta nel fondo di un gorgo; e in questo caso non era sperabile il ritrovarla che al ritorno della magra estiva. Forse, giunta fino alla foce dell'Olona, era travolta nel Po e trascinata, Dio sa dove. Forse, gittata sur una riva deserta, era divenuta preda di qualche belva. — Il pensiero che quella, cara spoglia fosse insepolta ed oltraggiata, era peggio che un coltello nel cuore per la desolatissima donna. Nelle ore interminabili dell'aspettativa, nelle due notti vegliate per istudiare nuove pratiche ed intavolare altre ricerche, oh come l'infelice si rammaricava al pensiero, che le sue stesse parole erano state la causa, o l'occasione, di sì grande disgrazia! E intanto, mentre si facevano languide le ricerche, divenivano più pungenti le cure; il cessare delle speranze non la guidava punto alla rassegnazione. — In due soli giorni la povera Canziana si era fatta sparuta, scarna, tabida, come l'infermo che si rialza dal letto, non guarito ma stanco di un disperare inerte. E al par di costui, in preda ad una inquietudine febrile, correva le deserte sale del castello, evocando da ogni oggetto le memorie del passato, per rendere ancor più tetro e spaventevole la realtà del momento. Pareva che si compiacesse di porre la mano sulla piaga, non per difenderla, ma per istraziarla sempre più. I mezzi consigliati dalla ragione erano tutti esauriti: ad una ad una le speranze erano tornate vane; e la povera donna s'infliggeva intanto l'inutile martirio di riandare il passato, per maledire ciò che ella aveva fatto inscientemente, per deplorare quello che avrebbe potuto fare, e non fece. La mente, logorata nelle ricerche, sembrava riposare in questa crudele tortura, come se l'accusare sè stessa di complicità col destino, fosse ormai l'ultimo e l'unico affare che le rimanesse.
In questa sublimazione del dolore, le lacrime dell'infelice s'asciugarono; gli occhi divennero arsi e sgranati come quelli d'un delirante: la febre le prestava una forza fittizia e bugiarda; e, condensando nel suo cervello una vitalità anormale, minacciava di toglierle il senno. — Dopo d'avere errato con tanta incertezza fra mille pensieri, e non aver raccolto che delusioni, ricorse alle più vaghe idee; e, scelta a caso la meno saggia, fissò in essa la mente, e affaticò su di essa quel poco di ragione che il dolore le aveva lasciato. — Povera donna! un giorno ancora simile ai due precedenti, ed avrebbe impazzito.
Noi sappiamo già che Agnese, in mezzo alla sua felicità, non aveva scordato la buona governante. Non imaginando per certo che il suo dolore potesse farsi tanto minaccioso, pensò nondimeno ad affrettarle la consolazione di saperla viva e salva. — Fortuite circostanze obligarono il messo a ritardare la sua spedizione. Ma per buona sorte ei giunse ancora in tempo. — Canziana, sentendo che la sua diletta Agnese era salva, e ricevendo un secreto avviso del conte che le ingiungeva di apparecchiarsi a rivederla fra pochi giorni, fu ad un punto di morir dalla gioja.
Quei dì, che passarono come un lampo per Agnese, furono una vera eternità per Canziana. — A questa però riescirono utili per ristorare alquanto le forze, le quali, al cessar del delirio, erano scomparse del tutto. Ella abbandonò Campomorto con una gioja che non si può descrivere. Giunta a Pavia, s'installò nell'abitazione destinata ad Agnese; e, assecondando le istruzioni del conte, attese a che fosse proveduta di quanto potesse renderla più gradita alla sua nuova abitatrice.
Pensi il lettore come dovesse riescire l'incontro delle due donne. Per verità, ciò che fu ascoltato o detto da ciascuna di essa, a confronto di tanto amore e di tanta ansietà, potè in quel momento sembrar languido e freddo. — Le frasi sonore, le smanie e le strida, soverchiano quasi sempre la passione; ma quando questa è, come nel caso presente, sì valida e sublime da essere àrbitra della vita di chi la nutre, non v'ha parola od atto che sappia esserne interprete fedele. — Perciò appunto le due amiche, al primo rivedersi, rimasero mute; soltanto dopo uno scoppio di pianto, interrotto da abbracciamenti e da esclamazioni, escì libera la parola a chiedere ed a raccontare, a benedir Dio e gli uomini. Canziana narrò le sue pene, Agnese le sue gioje. Le parole dell'una facevano sèguito alla storia dell'altra.
Alle narrazioni tennero dietro i commenti; e in ciò, l'età e l'affezione accordavano a Canziana il diritto d'essere la prima ad interrogare, e di spingere le sue dimande fin dove avrebbe potuto giungere una madre. — La buona donna fu discreta; e con un tuono, che prometteva amorevole indulgenza, toccò i più scabrosi argomenti di modo, che la fanciulla potè rispondere senz'essere tradita dall'infido linguaggio del rossore. Agnese narrò come e quanto fosse amata dal conte; e non nascose di riamarlo con tutte le forze dell'animo. Ma ciò ella diceva con quel candore che, accennando alla gravità del pericolo, offre certa testimonianza della salvezza. Canziana se ne rallegrava di tutto cuore; e benediceva dentro di sè alla providenza, che aveva vegliato sull'innocente. — La inconsapevolezza del male, caparra di una virtù illibata, era per lei una severa ammonizione sul grave cómpito che le spettava da quel momento in poi. Accoglieva però di buon grado l'incarico di vegliare sulla sua cara fanciulla; e si proponeva di trovare in una prima occasione il momento e il coraggio per indurre il conte a porre la virtù di Agnese sotto la salvaguardia di un legame benedetto.
Dall'arrivo di Canziana al momento in cui lasciammo Agnese alquanto melanconica ed abbattuta, trascorsero sei mesi, epoca che vorremmo saltar di piè pari, non perchè sia vuota d'interesse, ma perchè una storia d'amore sarà meglio indovinata da un cuore sensibile, che non esposta dal più diligente raccontatore. Preveniamo soltanto una doppia dimanda, che ci pare inevitabile. — Agnese era dessa ancora la pura donzella di Campomorto? Canziana aveva mantenute le sue promesse, e poteva andar superba della sua vigilanza?
Nella storia s'incontrano inevitabilmente delle scene assai poco maneggevoli. Esse ne ricordano certe vedute pittoresche a cui l'artista s'avvicina coll'occhio appassionato, e davanti alle quali spiega tutto l'apparato dell'arte sua col proposito di trarne un magnifico quadro; ma che poscia, sottoposte a più minuto esame, diventano nelle singole parti meno belle e meno attraenti; onde il primo entusiasmo scema, e nasce la tentazione d'abbandonare o di correggere l'opera della natura, sostituendovi qualcosa del proprio, a rischio di sembrare infedele ed ammanierato. — Anche il novellatore, quando la storia tace, o non giova a' suoi fini, può lanciarsi liberamente nel vasto campo del verosimile, ed ivi raccogliere a discrezione imaginose avventure, che allettano e commovono come i fatti veri e naturali. — Ma il cronista ha la via e la meta segnata; nè può escirne per questa scappatoja. Sincero espositore dei fatti, egli deve narrarli quali sono: tutt'al più, imitando chi copia, potrà lasciar nell'ombra, come obliati, quegli accessorii, che per interessi ben più urgenti di quelli dell'arte, meglio è nascondere. Il disegno generale della scena apparirà, malgrado ciò, nella sua interezza; e per chi vuole aver nozioni sui particolari di essa, rimarrà aperto l'adito ad interpretare ciò appunto che, a bella posta, si è solo leggermente accennato.