LXXV.
È bene, o lettore, prevenire un'osservazione che di leggieri potrebbe cangiarsi in accusa.
L'accidente che guidò il Conte di Virtù a Campomorto è molto, è troppo simile a quello che condusse Agnese Mantegazza al castello dei Visconti.
Il primo, perduto in una foresta, fu raccolto semivivo da una mano pietosa, che gli diede ospitalità, e lo richiamò alla vita. L'altra in uno stato non meno grave, in un luogo non meno deserto, è messa in salvo dal suo amante, e gli divien ospite nel suo castello. I due fatti si rassomigliano non solo, ma l'uno tien dietro all'altro sulla stessa carriera, come una linea prolungata col regolo. Il caso non si compiace di architettate simmetrie. Le creazioni della natura hanno un'impronta di varietà, che rifugge dalle linee combinate e regolari.
Tutto ciò è vero; e se l'autore della cronaca fosse poeta, o romanziere, avrebbe dovuto evitare un avvicinamento di fatti simili che tolgono al racconto la ingenua vaghezza della verità.
Non tacerò quindi che, in vista di tale inconveniente, fui tentato di pigliarmi una licenza, sostituendo ima pagina di mia invenzione al foglio sbiadito e polveroso della cronaca. Ma la tentazione non escì dal novero dei peccati di pensiero. — Dopo aver accompagnato il nostro vecchio narratore per un buon tratto di strada con una docilità pedissequa, mi parve scortesia lo sciogliermi da lui, e tentare un'altra via, per quanto mi potesse sembrare meno aspra. Pensai oltracciò che il proposito di vestire la roba altrui di forme più dilettevoli m'imponeva degli oblighi, che Dio sa se avrei saputo mantenere. — Dubitando di poter far meglio colla scorta della fantasia, ho dunque preferito di lasciare tutta la responsabilità della storia all'obliato cronista, cui quattro secoli di silenzio devono aver meritato un po' di rispetto. Nè ora nè poi, per essere dilettevole, vorrò divenire meno veritiero. Posto ciò, il lettore, che forse ci aveva preso entrambi in sospetto nel vederci condurre i due nostri protagonisti sur una sola via di sventure, si riconcilierà con noi, pensando che la natura, sempre varia e nuova nelle sue opere, si compiace talora, in via di eccezione, di sembrar piccola, stentata, simmetrica. Chiedete al pittore se non osservò mai il cielo posseduto da due nubi foggiate e colorite ad un sol modo; dimandategli se, gittando a caso un drappo sul suo modello di legno, non vide escirne pieghe appajate e simiglianti?