LXXVI.
Sulla bassa ora di quello stesso giorno capitò al castello un altro individuo di nostra conoscenza, e cadde in mezzo a quella turba di volti imbronciati come un tizzone acceso fra le stoppie secche. Era costui Medicina, partito da Milano per avviare un'impresa ordinata da Barnabò Visconti, e giunto al castello del signor di Pavia per compierne un'altra di suo privato interesse. In un giorno quel furfante aveva vestito tre assise, e militato sotto altretante bandiere. Lasciò la città quale sgherro dei Visconti, giunse a Campomorto come un avventuriero che piglia a cóttimo le vendette di un potente, ed ora toccava l'ultima meta in questo castello, quale umile servo di un altro padrone.
Quel uomo, per solito odioso ai famigliari del conte, quasi fosse un parassita che faceva cotenna a spese loro, ebbe questa volta un'accoglienza festosa; perchè la brigata, che dimagrava dalla curiosità, credette d'avere in lui il mezzo a toglier un émbrice, come si suol dire, e veder chiaro nelle stanze secrete del conte.
Medicina, condotto súbito al cospetto del suo signore, ripetè quello che costui già in parte sapeva dalla stessa fanciulla: colla sola differenza che il sospetto di una violenza diveniva, nella bocca del ciurmatore e con data più recente, la certezza di una vendetta compiuta.
Il conte non volle udir altro; impose silenzio al suo esploratore, che stava spacciando notizie sul conto de' suoi nemici; e, postosi a sedere, si mise a scrivere, per ordinare al castellano di Pavia che venissero, nel più breve termine possibile, allestite una mano di fanti e più barbute, da spedirsi a Campomorto onde tenere in rispetto le armi del signor di Milano, che avevano violato i confini.
Il ciurmatore, entrando nelle stanze del conte, guardando sottocchi attraverso la folta siepe delle sue ciglia, aveva veduto quanto bastasse per conoscere che l'ospite misterioso era una donna; da altre circostanze comprese, o meglio indovinò, chi ella fosse.
L'avido servidorame, che aspettava ritorno dì Medicina per scapricciarsi, dovette ancora tener chiusa in cuore la sua matta voglia; poichè il ciurmatore, riposto lo scritto del conte, escì inosservato per una porta secreta. Egli non era uomo da vendere le cose sue a chi non sapesse pagarle a lira e soldo, Consegnato l'ordine al castellano di Pavia, tornava alle sue tende, ridendo in cuor suo del tardo provedimento, da lui suscitato pel solo motivo di crescer fede al suo zelo. Pensava che i compagni carichi di bottino dovevano essere già in ordine di partenza, e che i soldati del conte non avrebbero nemmanco il tempo di portar acqua alla casa arsa. Certo del fatto proprio, egli divorava la via colle sue lunghe gambe, e lasciava errare la mente fra un mondo di liete follíe. Ei si chiamava l'uomo a cui nulla è impossibile: amico di tutti per trarne denaro e protezione, a tutti nemico per combattere, vincere e far bottino.
Ma quale fu la sua sorpresa allorchè, vicino al conquiso villaggio, invece di trovarvi i suoi, vide un mascalzone del contado, che armato di picca simile a quella de' suoi bravacci, stava facendo la sentinella a capo della via? La meraviglia diventò stupore all'accorgersi, che colui l'ammiccava, aspettandolo al varco per far cadere su lui il rigore della consegna. Infine credette sognare, quando una voce alta e franca, prova indubia di una risolutezza che non scende a patti, gli intimò volgesse a dritta per la strada maestra, senza metter piede nel villaggio.
Alla prima ingiunzione, rispose egli col far spallucce e con una bestemmia: e tirò avanti. — Ad una seconda, più viva ed imperiosa, credette opporre una di quelle risposte che non ammettono replica; snudò la spada, e fece arco di tutto il suo corpo, per spingersi avanti e dare una lezione a quel marrano.
Era costui di quelli che sanno mostrare il viso all'occasione, e che volentieri cercano un pretesto per torsi il prurito dalle mani; per cui, senza dire all'arrivato “sta in guardia„ capovolse la picca, gli misurò il troncone sulle spalle e sul capo fuor d'ogni regola di buona guerra, e si arrestò solo quando lo vide in tale posizione da essergli impossibile il cader più al basso. Urlò Medicina all'insulto; egli avrebbe in quel momento venduta l'anima, per avere un mezzo qualunque a ripigliare la lotta. — Ma l'astuto combattente, che leggeva il progetto sulla fronte illividita del rivale, lo teneva d'occhi, e gli appuntava il ferro alle coste, facendo árbitro della vita o della morte di lui il suo più lieve atto d'insubordinazione.
Medicina si credè spacciato; girò lo sguardo bieco intorno a sè per vedere se mai vi fosse uno scampo, o se alcuno arrivasse. — Trovandosi solo, e sperando di poter seppellire nel secreto la sua viltà, chiese per grazia la vita; e si mise a discrezione del vincitore.
“T'abbiamo conciato noi per le feste, — sclamò il villano, — non temere, gigante di stoppa; non voglio dar sì tristo arnese al diavolo.„
“Grazia,„ — ripetè il vinto con un rantolo, che più sapeva di disperazione che d'obedienza.
“Vuoi grazia?... ebbene sappi meritarla. Ti conosco al fiuto; tu sei un ladro. Quando un tuo pari vuol metter giudizio, prima d'altro restituisce ciò che non è suo. Fuori dunque quei sonajuoli che hai sgraffignato al castello de' Mantegazzi. Fuori!...„ e accompagnò la parola con tal gesto che gli faceva sentire il freddo dell'arma sulla nuda pelle.
Medicina, che avrebbe speso volontieri de' suoi per trarsi da quell'impaccio, sentì un grande accoramento all'atto di staccarsi da quei ducati, frutto delle sue fatiche, che gli avevano fatto buona compagnia nella lunga corsa. — Pronunciò quindi qualche parola per ingannare l'inchiesta; ma vedendo, o meglio sentendo sul suo corpo, che l'altro non se ne mostrava pago, rinversò le tasche delle brache sul terreno, e fe' piover fuori gli spiccioli che v'erano celati.
“Alzati adesso, riprese il vincitore; e quando sarai a Milano fa dir del bene a' tuoi morti; che è merito loro se non ti mando a piè di Dio.„
Surse Medicina più snello, e credette potersene andare. Ma le leggi di difesa, improvisate da quei contadini dopo la patita violenza, non gli permettevano di sbiettare senza aver dato conto di sè ad un consesso di padri, che faceva l'officio di direttorio in quella republica improvisata. Gli fu d'uopo pertanto entrare nel villaggio come prigioniero di guerra, e scendere nel fondo di un sotterraneo del castello, ov'era raccolta una dozzina de' suoi, colti e puniti alla stessa maniera.
Ivi potè finalmente conoscere la storia della sua sconfitta; e questa ci pare sì strana e bisbetica, che vogliamo lasciare a chi v'ebbe parte il carico di raccontarla.