LXXVII.
Al rumore prodotto dallo stridere dei chiavacci e dalle pedate di chi s'avvicinava, si scossero i prigionieri, e levarono la testa greve per guardare chi fosse: incerti, se dovessero rallegrarsi di quella comparsa o dolersene, essendo egualmente lecito sperare l'arrivo di un liberatore, e temere quello dell'aguzzino, o peggio.
Quando poniamo la sorte capricciosa tra le morse di un dilemma, non è infrequente il caso, che essa uccida la logica dei nostri ragionamenti, svignando per una scappatoja secreta. Così avvenne questa volta. — L'arrivato non era nè il liberatore, nè il bargello; ma l'ospite il meno aspettato.
“Oh ve'! — disse uno di quei bravacci inarcando le ciglia dalla sorpresa, — Medicina, il nostro capitano, egli pure alle bujose!„
“Oh oh! per dinci!.. lui!.. qui!.. con noi!.. cosa strana, singolare!..„ risposero in coro i compagni, squadrando da capo a piedi il nuovo arrivato.
Chiusa la porta dietro lui, egli andò a pigliare il posto, che i suoi gli avevano fatto serrandosi rispettosamente. — Tutti tacevano; egli il primo ruppe il silenzio.
“Così avete voi eseguito i miei ordini? Vi ho messi qui padroni assoluti del castello, e voi vi lasciaste aggratigliare da quattro tangheri? Vigliacconi! Che avete voi fatto? Perchè portate una spada al fianco ed una picca tra le mani? Codardi, soldati da chiocciole! Tanto vale per voi il pregar Dio che vi faccia morir qui, poichè v'attenderebbe a Milano il maestro delle cavezze; mi capite?..„ e, con un gesto assai significativo, rischiarò la frase.
“Davvero!.. per pietà!.. misericordia!.. Ho moglie e figli!.. Dio ci scampi....„ soggiunsero ad una voce i disgraziati.
“Parli uno alla volta, — interruppe Medicina, che in quella ondata d'interjezioni non comprendeva una parola. — Voglio sentire le vostre discolpe. Parli Golasecca, e ci racconti l'accaduto.„
L'interrogato, che era ebro cotto d'abitudine, come l'indicava il suo nome, alzò il capo sonnacchioso, e con una faccia da tulipano sbucciato mormorò tra i denti: — “Io? non so nulla, io. Messere ne diè in consegna il castello, coll'appendice della cantina. Carta bianca a tutti, purchè si mettesse a soqquadro. Io nuotai nella vernaccia come un papero finchè n'ebbi alla gola; di là chiusi un occhiolino, e non l'ho riaperto che a sole alto, in questo pollajo. — Ci deve esser stato di mezzo qualche affar grosso: ma che fu...? indovinalo grillo.„ — Dopo tali parole accosciatosi di nuovo e rimesso il capo tra le mani, e le mani sulle ginocchia, ripigliò il filo de' suoi sogni dorati, russando come un mantice fesso.
Un altro si pigliò il carico di riferire la cosa a Medicina; e se egli no'l fece con ordine, e con parole acconcie, diede almeno indizio al suo capo d'essere perfettamente in cervello.
“Ecco, — prese egli a dire; — voi ci avete lasciato a Campomorto coll'ordine di spogliare il castello, d'ammucchiare il meglio che vi si trovasse, e di tenere in soggezione quei pochi sornioni che ci facevano il viso accigliato. Noi abbiamo eseguito appuntino i vostri ordini; ed eravamo così contenti dei fatti nostri, che trovammo tempo e cuore per far baldoria a spese dei signori e del comune. — Dirò di più che quei visi lunghi si spianarono a segno, che ci avrebbero dato dei fichi fiori per renderci sodisfatti. Nel pian terreno del castello surgevano mucchii di bellissime robe raccolte per voi e per noi, che v'aspettavamo da un momento all'altro. Dopo il lavoro vien pe' suoi piedi il bisogno di alzare il fianco, per poi mettersi al riposo. La giornata era stata greve: cominciando da quella corsa per arrivar qui, che abbiam fatto di volo, cariche le spalle e colla pancia asciutta. — Un sacco vuoto, lo sapete anche voi, non sa stare ritto. — Fu dunque convenuto di fare un sontuoso pasto. Ogni massaro del villaggio ci pagò un tributo di polli e d'oche; due enormi pentole sostenute da pali bollivano in mezzo alla corte, mentre vi scoppiettava sotto una fiamma allegra, nutrita collo sfasciume di questa gran topaja. A suo tempo ognuno di noi s'unse il mostaccio in quel sugo. Circolavano nel campo scodelle di zuppa cogli occhioni dorati, che avrebbero fatto gola a un frate: poi ebbimo pollame e carni salse, cacio pecorino e frutta; infine più che il bisognevole per immollare il becco. Oltre i fiaschetti di vernaccia e di vin santo, che ciascuno aveva conquistato per sè, e cui faceva l'amore in disparte, v'erano tre grandi tinozze, alle quali s'andava a spillar del buono, per ammorzar l'incendio della sete e delle parole. Era di quello che schizza agli occhi, e caccia all'aria i fastidj: un vinello, che a Milano non si beverebbe per una manata di terzuoli al sorso. — Da principio eravamo tutti muti, come in un refettorio: poi si sciolsero i scilinguagnoli, e toccò via una parlantina generale, che pareva un mercato. Era una gara a chi le diceva più marchiane: sempre però col dovuto rispetto al signor Barnabò ed a voi, alla cui salute abbiam trincato non so quante volte. — Così dalle parole alle grida, da queste alle canzoni, ci tenemmo desti fino alla tarda ora. La corte pareva un campo di battaglia; ossa, carcami, reliquie d'ogni commestibile, e il suolo molle anch'esso da rivi di vino; poichè i beoni, credendo di aver proveduto alla sete d'un mese, non si curavano di turar gli spilli. — In mezzo a quella baldoria, io non tralasciai di predicare a' miei compagni: stiamo in gamba, figliuoli: non è casa nostra codesta: non per lo spreco; che m'importa a me della roba altrui? ma non vorrei che ci andasse di mezzo l'affar nostro: giudizio, che può capitar ancora un serra serra. — Ma era voce al deserto: eccezion fatta di alcuni pochi, tutti erano come colui là (e additava Golasecca) ebri più che una monna. Intanto s'era fatto bujo del tutto; spirava un'aria fresca, e s'aveva bisogno di dormire. Levate le mense, quelli che avevano gambe a reggersi entrarono nei vestiboli del castello, e cercavano riposo sulla fresca paglia che s'era distribuita in doppia fila lungo i muri degli androni. Mezz'ora più tardi, un russare generale attestava che tutti erano addormentati.
“Siate buono, o messere, e non ridete di quel che sto per narrarvi. Dite che la è cosa strana, prodigiosa, e che pare incredíbile: ma credetela, affè di Dio, perchè essa è vera. De' miei compagni ve n'è qui ancora un buon numero; essi aggiungeranno fede alle mie parole. I fatti sono fatti, e senza una ben grave cagione non saremmo col muso alla grata; chè il sangue l'abbiamo anche noi nelle vene, e...„
“Avanti, avanti„ — interruppe Medicina, cui quelle proteste sì discordi dalle opere gli mettevano un razzolio interno tutt'altro che piacevole.
“Scusate, messere, torno alla pesta. Io non so quanto tempo durasse la calma tra noi; ma non erro asserendo che doveva esser molto inoltrata la notte, quando il silenzio fu turbato da uno strido di uno dei nostri, che riposava nel fondo dell'androne, presso una finestra rivolta alla corte. — Non fu però il grido che destò gli altri; la stessa causa che operò sul primo diffuse, colla rapidità del lampo, lo sgomento in tutti quanti. E lo sgomento, ve lo giuro, fu orribile; tanto che il tranquillo dormitorio parve divenuto uno di quei gironi d'inferno descritti da quel messer di Firenze, che deve esservi andato per saper raccontar tante paure. — Chi gridava a piena gola, chi gemeva sommesso, chi sospirava. V'erano di quelli a cui la voce, era tolta in un col respiro; e che per riaverla spalancavano le fauci, e contorcevano la bocca, senz'altro sprigionar che un rantolo simile a quello d'uno che affoga. Era un'oppressura, un affanno, un morir d'ogni istante. Alcuni pochi avevano potuto levarsi in piedi di colpo; altri, raccogliendo tutte le forze, erano riesciti a balzare a mezza vita dal loro strame. I più o giacevano inerti, o lottavano cogli spasimi di una convulsione e parevano indemoniati... — Ah messere, non era e non poteva essere altro che il demonio la funesta cagione di quel malanno! Dite che io sono un pazzo, ma interrogate tutti quanti i miei compagni; questi che son qui, quelli altri che incontrerete dappoi: tutti ad una voce vi ripeteranno quel che ora io vi narro.
“La finestra posta in fondo all'androne si era spalancata, come scossa da un soffio di vento gagliardo. I cardini delle imposte mandarono uno stridío acuto; e le muraglie e la volta tremavano. Sulla soglia della finestra comparve un grosso animale col pelo irto e bruno, gli occhi di fuoco, la golaccia svivagnata, guernita di zanne candide ed orribili. — Tutto quanto il camerone era immerso nelle tenebre le più fitte; intorno a quel fantasma splendeva una luce fosca, che si moveva con lui, e pareva uscire da' suoi peli. Io non so dirvi a quale specie appartenesse quella laida creatura; era qual cosa come un mastino od un lupo. — Il certo si è che il primo grido si levò quand'esso, balzando dalla soglia, si gittò d'un salto sul petto di colui che gli era sdrajato più vicino. Lo strido fu acuto ed evidentemente involontario. Il mostro non si arrestò: corse dall'uno all'altro giaciglio pestando e soffocando allo stesso modo, l'un dopo l'altro, quanti v'erano distesi. Ma il più strano si è, che la sorpresa e il soffocamento, i gemiti e le strida si manifestarono in un sol punto per tutto il camerotto. L'orribile spauracchio era dapertutto; scorreva da cima in fondo, per assidersi sul petto d'ogni uomo. Uno d'aspetto, ei si moltiplicava quante erano le vittime, per tormentarle tutte ad un modo e in un'istante.
“I miei compagni erano scompigliati: i capi avevano perduto la scrima. Tutti volevano e tentavano sottrarsi fuggendo. — Oh l'orribile tormento il volere e non poter fuggire! le membra aggranchite non obedivano alla volontà; l'ansia della fuga andava crescendo quanto erano scemate le forze necessarie per togliersi dal posto. Finalmente, il riescirvi di alcuni pochi più pronti e meno oppressi, fu d'esempio ai più. Quelli si precipitarono alla porta; questi si rialzarono; i peggio conciati cominciarono a dimenarsi con minor spasimo. Alla porta era uno stivamento indescrivibile: nessuno pensava alla roba, tutti a mettere in salvo la vita. Si obliarono armi, mantelli, bisacce: — Fuori, fuori, gridavano taluni a cui era concesso pronunciar parola — largo, largo, un po' d'aria, ahimè, io affogo, io crepo, — sclamavano gli altri, cercando farsi strada tra la pressa colle pugna e coi gomiti.
“Una parte dei nostri era già fuori, e sentiva ristorarsi all'aria fresca. Io e quei poveretti che erano meco, collocati nella parte più lontana dall'uscita, eravamo gli ultimi a trovar salvezza. L'orrendo spettro vagolava ancora dinanzi ai nostri occhi; ma le sue forme s'andavano leggermente scomponendo, come certi nuvoloni neri travagliati dal vento. — Intanto bisognava vedere come la davano a gambe i fuggitivi. Invano tentò rattenerli la guardia della porta; si sarebbero gittati sulla punta dell'aste piuttosto che dar indietro. E alle spalle di costoro, gli altri, che non avevano albergato con noi, ed ignoravano d'onde nascesse lo sgomento, cedevano alla spinta nascosta, e senza interrogare nè i compagni nè sè stessi, fuggivano, senza sapere dove o perchè.
“Ecco come fu abbandonato il campo. Rimproverate, se vi basta l'animo, a quei pochi, rimasi soli e senza mezzi di difesa, sfiniti dallo spavento e dal male, il non aver ripreso l'armi, e conservata la posizione. I terrieri, che forse conoscevano quel brutto gioco del demonio, che assai probabilmente fidavano in lui, non appena videro le nostre file scompaginate, cominciarono a imporla tropp'alto e a far da padroni. — D'armi non avevano difetto: v'erano le nostre. Noi eravamo sì pochi, e quei pochi erano stremi di forze a segno, che donne e bimbi avrebbero potuto compire la nostra disfatta. — Eccovi, messer Capitano, la brutta storia dei casi nostri. Abbiamo perduto un bel bottino e offuscata la nostra riputazione; ma la colpa, credete, non è nostra. Ove ci mette mano il demonio, sfido tutte le armi della Signoria a tener sodo[26]„.
Medicina, pel solito incredulo di tutto, piegò la fronte davanti all'ineluttabile potenza dell'inferno, ed assolse i suoi soldati da ogni imputazione, preparandosi a dividere con essi la mala fortuna del carcere. Ma di dentro arrovellava al pensiero di tornarsene a casa a mani vuote, dopo d'aver avute in pugno un tesero, “Tornare? — ei chiedeva a sè medesimo — quando e come tornerò? come finirà questo negozio? che penseranno fare i soldati del Conte di Virtù? che dirà il signor di Milano?„ Così da un dubio passava all'altro, da questo a quel cruccio, e si sentiva rimescolare la bile, e se la pigliava con tutto il mondo, non osando e non potendo pigliarsela coll'invincibile autore di quella ciurmeria. — Il solo tesoro che portò seco da Campomorto, quando il giorno dopo venne posto in libertà, fu un cumulo d'ire, che nutrì e coltivò perchè portasse frutto a suo tempo.