XIV.
La comitiva dileguossi a briglia sciolta pe' campi. I più abili cavalieri facevano prodezze sulle loro cavalcature, ora reprimendone i salti e le corvette colle trinciate, ora lanciandoli, colla voce e collo sprone, a saltar fossi e sbarre, ed a raggiungere pei primi e di tutta carriera una meta fissa. — Più tranquilli dietro loro procedevano in ragione d'anni e di prudenza i personaggi gravi e i vecchi cortigiani. Montati su mansuete chinee, e più o meno bene seduti in arcione, si tenevano all'ambio, e s'avanzavano di conserva ragionando fra loro del tempo e dei tempi, plaudendo alle nobili gare della gioventù, deplorando la mancanza delle dame, e facendo eco alle parole del principe ogni qual volta accorreva in mezzo a loro, e risvegliava le morose cavalcature collo scalpitare del suo destriero. — Non s'era mai veduto Giangaleazzo tanto ilare come in quel dì. La sua fronte era spianata; aveva il sorriso sulle labra; motti e cortesie per tutti.
Giunto il principe nel luogo più opportuno alla caccia, si suonò a raccolta; ed i drappelli dispersi risposero alla chiamata in un istante. — Scavalcarono i più, affidando le briglie a' scudieri, poi ruppero in brigatelle, camminando per ischiere lungo la campagna. — Tolti i guinzagli ai cani, si distribuirono i falchi. Se vi fossero state dame, nulla di più cortese e di più conforme all'uso dei tempi che il presentare ad esso i migliori. Tra' cavalieri, ognuno a caso o secondo il proprio gusto scieglievasi il suo. Que' di Norvegia bianchi come colombe, ed adorni di giojelli al collo ed agli sproni, erano serbati pei personaggi più distinti: gli spennacchiati e dormigliosi, poco più destri degli allocchi, si regalavano ai giovialoni, per farne argomento di risa. — I superbi animali ergevano la testa, sparnazzando e battendo il becco di sotto al cappuccio, che si faceva scender loro sugli occhi onde renderli più avidi di luce e di preda. — Chi voleva dar prova d'intendersi di caccia, pigliava il falco sull'indice della destra, e lo rivolgeva contro il corso dell'aria; se esso, rialzandosi forte sul petto, sapeva star saldo al posto, v'era ogni ragione per crederlo ottimo predatore.
I cani erravano qua e là pel piano, per le fratte, cercando, frugando, seguendo al fiuto le peste del selvaggiume. Quando s'arrestavano d'improviso coll'occhio fisso, e coll'orecchio teso dando indizio di vicina preda, “in guardia, — sclamavano i più vicini — Atteone punta, Diana dimena la coda, mira come que' bravi distendono il corpo, come fissano ed accennano il covo„. Allora era un leva leva tra' cacciatori; il dar comando ai cani di scovar la preda, il togliere cappuccio e correggiuolo a un falco, erano un punto solo. Questo, in men che io nol dica, pigliava il volo, raggiungeva il selvaggiume, e ghermitolo piombava, o cadeva con esso a terra, “Bravo, bene, che superbo colpo!„ gridavasi da ogni parte, se il predatore era stato pronto a ghermire ed a rendere la preda, e sopratutto se la cedeva intatta. Quando, compito il dover suo, ritornava alla mano del padrone, e rassegnavasi al cappuccio ed al geto, lo si regalava d'una imbeccata; se era stato indocile o vorace, lo si puniva, con un tuffo nell'acqua fredda.
Tali vicende, con un corredo di mille episodi serii e burlevoli, durarono tutto il mattino. I carnajuoli dei cacciatori erano il più bel trofeo della giornata. Di tratto in tratto si vuotavano per appendere su di un carro costrutto all'uopo starne, beccacce, gallinelle, pernici, lepri e lontre ed altri animali, che favoriti dalla legge e dalla natura del suolo, non emigravano dai nostri paesi come oggidì.
Ma la lena de' cacciatori pel caldo e pel lungo camminare erasi rallentata non poco. I cani marciavano raccolti, col muso basso, colle lingue arse e penzoloni; qua e là i cacciatori, ove appena lo permettesse l'ordine della marcia, sedevano all'ombra, ad aspettare i compagni.
Al varcar la proda di un bosco, tornò gradito a tutti il vedere levata in mezzo ai campi una tenda, sotto cui era imbandita una sontuosa mensa. I paggi destinarono i posti, e diedero l'acqua odorosa alle mani de' cavalieri; questi poi s'affrettarono a far onore alla tavola, sparecchiando. — Il rapido succedersi di ghiottornie, d'intingoli, di frutti d'ogni paese, d'ogni genere, la vaghezza delle vivande o sparse di sapori colorati o ricoperte di foglie d'oro e d'argento, e più ch'altro la copia e la generosità de' vini, che, con frase consacrata, potevano chiamarsi topazi o rubini fusi in coppe di cristallo, ridonarono ben presto ai commensali la perduta vigoria, e ristabilirono il primiero buon umore.
Intanto i valletti ed i cacciatori, ritirati i falchi ed appajate le mute stanche, apprestavano cani ed armi proprie ad altra caccia più importante. Era ordine del Conte, che il dì inanzi si aprisse lo steccato delle fiere, e si mettessero in libertà i due più grossi e feroci cinghiali. — I boscajuoli armati di puntoni dovevano aizzarli, e metterli in fuga; studiarne poscia le peste e riferire al mattino, dove press'a poco, si fossero annidati.
Ciò fu eseguito appuntino — Tolte le mense, ogni cavaliere riprese la propria cavalcatura, al cui pettorale era stato affibbiato un mantello svolazzante, cautela di uso onde difenderne le gambe dai morsi della fiera. I cani destinati a scovarle ed a metterle al corso, fossero segugi o bracchi da séguito, portavano collare a sonagli; gli alani, istrutti ad arrestarla ed a combatterla, l'avevano ferrato e guernito di punte acute.
“Da qual parte?„ — chiesero i cavalieri poichè furono in sella ed ebbero impugnato un'asta colla cocca di finissimo acciajo.
“Dal lato della fornace,„ — rispondevano i valletti, segnandone colla mano la direzione. — I più esperti sfilavano di trotto; i prudenti si dimenavano in sella cercandovi l'appiombo, e pigliando pretesto d'ogni cosa per lasciare ad altri il vanto ed i pericoli dell'antiguardo.
“I signori si tengano vicini gli uni agli altri; disse loro il capo della caccia, — perchè i vecchi scaltri fanno talora il sornione, se ne stanno appiattati, e rimontano cheti cheti la via.„
All'apparato, alle armi, alle parole de' cacciatori, che vantando le gesta del mestiere non ne dissimulavano i pericoli e le difficoltà, alcuno tra que' signori, quelli precisamente che avevano spiegato il maggior valore a tavola, sentirono inagrirsi sullo stomaco le delizie di essa.
Partirono essi pure per ischiera, ma alla retroguardia; solo uno, il più prudente, uno di coloro che nella folla de' cortigiani sogliono essere tollerati quando giovano a riempire una lacuna, chiamato a sè un cacciatore, quello che gli aveva mostrato un poco di pietà nell'ajutarlo a salire in sella, gli disse:
“Informatemi ben bene di quanto è a fare, perchè io di simili cose, non m'intendo... e, a quel che pare, non è affar tanto netto... cotesto.„
“Non temete, o messere, quando sappiate maneggiar l'arma da quel cavaliero che siete, Egeone ed Atalanta...
“Egeone ed Atalanta?„ interruppe l'altro, meravigliato all'udire questi nomi.
“Sono costoro i due più badiali, i due più feroci grugni del serraglio: ma non temete, vi replico: avranno di grazia il chinar la gnucca sotto la punta del vostro spiedo — Un tantino di destrezza, un poco di sangue freddo, occhio al ceffo dell'animale, e poi a tempo giusto... taffe, una stoccata solenne sul ceppo delle corna e buona notte.„ L'istruttore stava per andarsene, parendogli d'aver svelato tutti i misteri dell'arte sua; ma poi, fatto accorto di aver dimenticato un salutare avviso, ripigliò:
“Sopratutto badate, o Messere, a non ferir mai un cinghiale da quella parte ove siete voi stesso. — La fiera volta il grugno dove sente il dolore, e se non può morder l'assalitore, strazia e morde ogni cosa vicina. — Ecco dunque che cosa vi convien fare; date di sprone al cavallo, o sciogliete la briglia perchè non s'impenni; poi, supposto che abbiate la fiera a sinistra, appoggiate tutto il corpo sulla staffa manca, e stendetevi tanto all'infuori che possiate percuoterla pure alla sua sinistra parte. Vibrato il colpo, rilevate l'asta e avanti; l'animale non vi seguirà, ne do parola; cercherà chi lo ha ferito al lato opposto, dove voi non siete, e digrignerà invano il dente. — I cani faranno il resto, se pur non vi garba d'avere tutto il vanto della vittoria, e di ritornare alle prese. — Il cinghiale ferito soffia e grugnisce a far paura; se non può fuggire, si difende colle zampe, si getta a terra, si vòltola nella polvere, si rialza, e spicca salti come un capriuolo. — Giù da cavallo, date di piglio al coltello pugnale, e fatelo finito con un colpo nel collo o tra le costole; e se si avventa contro di voi, tanto meglio, ei vi mostrerà una golaccia svivagnata; vibrate il pugnale là dentro piegando l'arma all'insù. Ferito al cielo della bocca, egli è bello e spacciato.„
La lezione era semplice e presto compresa, ma racchiudeva una evidente petizione di principio; perchè infin de' conti voleva dire: abbiate coraggio, e la vostra paura si dileguerà. — È dunque ben naturale che colui se ne restasse indietro a coglier pratelline.