XV.
Dopo tre ore di un errare affannoso ed incerto, dopo aver cento volte data la traccia ai cacciatori, ed altretante avergliela fatta smarrire, Atalanta scovata ed inseguita da un subisso di cani, cadde in un gruppo di armati, che le si precipitarono a dosso e l'uccisero. Ognuno di quei prodi, che ritrasse il ferro sanguinoso e lardato, credette avere il merito dell'impresa: ma i colpi erano troppi, l'onore della vittoria, divisa fra tanti ed ottenuta a troppo tenue prezzo, riducevasi ad una gloriuzza di niun conto.
Ben più diede a pensare Egeone. — All'estremo settentrionale del parco esisteva un bosco di querce vetuste fasciate di musco e di edera, i cui rami consociati gittavano un'ombra fitta sur una grillaja soda ed arsiccia, lasciando tra fusto e fusto lo spazio sufficiente a potervi circolare uomini e cavalli. Ivi si fece alto, e si suonò a raccolta: quella doveva essere l'ultima prova, non potendosi credere, che la fiera uscisse di là, stretta per un lato dai cacciatori, per l'altra dal ricinto.
La foresta era attraversata da un fosso, che serviva di scolatojo alla vicina campagna. Nella stagione piovosa travolgeva esso fuori del parco, per un ampio squarcio protetto da una grata di ferro, la piena delle acque; ne' mesi asciutti mostrava il suo alveo brecciato di bigi ciottoloni, interrotto di tratto in tratto da pozze verdognole e da fanghiglia. Le sponde ora erte e ristrette, ora espanse e corrose, qua e là guernite di pruni e scopeti, offrivano alla fiera inseguita un momentaneo nascondiglio, un punto di difesa e di resistenza.
Il conte erasi collocato sulla riva destra di quel rigagnolo: gli altri distribuiti a' suoi fianchi in una schiera semicircolare, discosti tra loro non più che un mezzo trarre di balestra, dovevano ad un segnale convenuto avanzarsi, battendo la via diritta e stringendosi gli uni agli altri fino all'angolo del ricinto, ove il bosco era più folto, ed il rigagnolo usciva dal parco. I cani intanto guidati da boscajuoli avrebbero stanata la fiera, cercando di ridurla al centro della selva ed all'agguato.
Un frastuono indescrivibile prodotto dal succedersi di pedate sorde e concitate, che pestavano fruscoli e foglie, dal latrare o dal guajre de' cani, dal rantolo asmatico del cinghiale, pose in avviso la brigata; e rapido come un lampo fu il commuoversi de' cacciatori, l'accorrere de' boscajuoli, l'apprestar l'armi e il battere de' cuori. — Ma chi l'avrebbe mai preveduto? Egeone, dopo aver stancato i cani con un correre vago, tortuoso e talora perfino retrogrado, scese nel cavo, e percorrendolo in tutta la sua lunghezza con una celerità prodigiosa, si lanciò, con quanta era la forza del suo grugno, contro l'inferriata, la fracassò ed usci all'aperta; intanto che i cacciatori, vedendo allontanarsi troppo i cani e credendoli sbandati, davano il segnale del richiamo.
La maggior parte rispose al comando, e si raccolse; tre soli meno docili o più coraggiosi, correndo sulle orme della fiera, uscirono fuori con essa. Il cinghiale, fatto accorto del vantaggio ottenuto, riprese lena, e, volgendosi ai pochi che l'inseguivano, col sangue freddo di un gigante che castiga una mano di ragazzacci temerarii, fe' capitombolare il primo con un colpo di zanne, diè un morso all'altro, e soffocò sotto il peso delle sue enormi zampe il terzo più avventato, che osò porre il dente nelle sue carni. — Libero dai nemici, cercò con più calma un nascondiglio.
Ma il guajolare prolungato degli alani porse avviso dell'accaduto; e il conte, licenziando chi non avesse animo di seguirlo, ripigliò la marcia, risoluto d'escire dal parco, di scorrere i campi e di non arrestarsi finchè avesse rintracciata ed uccisa la fiera.
Una parte della comitiva accettò di buon grado la proposta, e si rimase; l'altra, punta dal desiderio di vedere la fine della partita ed animata dall'esempio del principe, mosse con lui alla più vicina escita del parco, e di là si sparse nella campagna. I valletti intanto colla voce rabbonivano i cani; ed i capi della caccia meditavano un nuovo piano di attacco.
Dall'uno all'altro campo, da questa a quella foresta corse la comitiva per molte miglia, lasciando dietro a sè casali, borghi, castella, senza venir a capo di nulla, finchè toccò la terra di Campomorto, nel luogo, ove, come si è detto, fu veduta dalla bella castellana.
La cavalcata, docile da principio ai comandi nella speranza di un incontro, e nell'interesse di un buon esito, percorreva poscia quelle vaste e verdeggianti praterie sciolta, sbandata, divisa per gruppi a due a tre, che ragionavano di tutt'altro, che di caccia. Discorsi leggieri e piccanti, su questo o su quel argomento, tenevano luogo dei frustrati diletti: ma non andò molto che frasi languide e comunali, un dialogare frammezzato da lunghi silenzii, o meglio un silenzio assoluto appena interrotto da parole insignificanti, davano a vedere, che la lena era sfiancata, e che in sua vece andava crescendo la noja del correre senza scopo e senza frutto.
Anche le grida de' canattieri e l'abbajare de' cani, e i lazzi buffoneschi del servidorame, cedevano una seconda volta al generale silenzio: l'unica protesta possibile a quella turba; perocchè nessuno avrebbe in altro modo osato dire al suo signore essere tempo di smettere un'impresa, ormai riconosciuta vana. — Ed anche tale protesta veniva sfruttata dalla momentanea lontananza del conte, che a caso o ad arte, per capriccio o per dimenticanza di sè, errava chi sa dove, lontano da' suoi, in balía de' suoi pensieri e dell'instancabile suo leardo.
“E il conte? dove è il conte?.... è avanti? è rimasto indietro? se n'è ito? ci ha piantato?„. — Tali erano le parole che corsero sulle labra di tutti, appena fu avvertita la mancanza di lui. Era questa per taluni una semplice interrogazione, per altri un logico argomento a conchiudere, non esservi più nulla a tare, e potersene ognuno ritornare pe' fatti proprii.
“Sarebbe bella, prese a dire un tale, a cui la docilità cortigianesca non aveva fatto dimenticare l'abitudine tanto accarezzata degli agi consueti: sarebbe bella che, dopo aver corso invano sulle peste del selvaggiume, ora dovessimo affannarci a cercare i cacciatori.„
“Sua Signoria, soggiunse un altro, ponendo prontamente un correttivo su quelle parole, che racchiudevano un confronto poco rispettoso, non può essere lontana da noi: e la fosse, è dover nostro di stargli ai fianchi.„
“Si suoni a raccolta, interruppe il primo per tagliar la questione; Sua Signoria ritroverà sùbito il cammino smarrito.„
“Che Dio ci guardi da una simile sconvenienza! volete che egli si disturbi a cercare de' suoi servi? tocca a noi ad andargli incontro. Non più indugi, che l'ora è già tarda. — Voi (ed indicava un gruppo di cacciatori) pigliate la destra; voi (e ne accennava un altro) battete a manca: il rimanente pel bosco; animo, messeri, si tratta del principe.„
E la comitiva, scomposta a brigatelle, s'avviò senza aggiungere parola, sulle vie designate.
Il cortigiano poltrone trovò il da fare anche per se: “È necessario, osservò egli, che qualcuno s'arresti sul luogo, caso mai, il principe passasse di qua.„ Ed egli e qualche altro fannullone pari suo si tolsero il difficile incarico di rimaner al rezzo, aspettando l'occasione poco probabile d'avere qualcosa a fare.
“Vedete, cavalier mio, soggiunse uno de' cortigiani al suo vicino, correndogli sulle orme e pronunciando a spizzico le parole come lo comandava il sussulto dell'ambiadura, quel messer Santagio se ne sta colle mani in mano; e poi gli udremo dire, che senza di lui...„
“Pur troppo, ripetè l'altro non senza un po' di stizza, sempre il primo a farsi avanti per accattare; sempre l'ultimo quando vien l'ora di snighittirsi...„
“Dio gli perdoni la sua sfacciata poltroneria: quel che mi rode è il vedere come egli giunga a farsi credere il più zelante, il più destro tra noi — egli, che quando ha il corpo satollo, ha l'anima consolata. — Oh vorrei vederlo pentito d'essere rimasto colà! — Spenderei un occhio, perchè mentre noi andiamo in traccia del conte, il cinghiale venisse a cercar di lui.„
“Ah, ah, interruppe l'altro gavazzando, che bel spettacolo il vederlo, messer Santagio, appollajato su un albero!.. „
Ma non appena ebbe dette queste parole, egli si pentì di godere del male altrui. Represse quella risata come una bestemmia escitagli in fallo, e soffermandosi di colpo, fissando in viso il compagno, riprese con un tuono sommesso e piagnoloso:
“Ma se quel brutto incontro toccasse invece a noi: a noi sì scarsi e sì sprovisti....„
“Impossibile....„
“Impossibile! non vi comprendo.„
“Il conte ci precede, n'è vero? state certo che fin dove si spinge il conte non vi è, nè vi può essere nemmanco il più lontano sospetto di un pericolo.„
“Manco male, conchiuse l'altro rasserenandosi. Il conte è uomo prudente „ — ed, appoggiando sulla parola, amiccò il compagno con un fare, che voleva dire: se egli non ha paura la dobbiamo aver noi?
Queste parole insulse scambiate fra due insulsi individui, non dovevano sfuggirci, perchè feconde di una doppia osservazione.
La prima affatto generale ci fa conoscere, che la greggia de' parassiti, cresciuta all'ombra delle sommità sociali, fu, è, e probabilmente sarà in ogni tempo, eguale a sè stessa. — Mansueta fino alla pecoraggine in faccia ad un padrone, ha artigli e zanne per dilaniare un suo pari. — Vile dicontro al pericolo, trova nel fondo dell'anima tutto il coraggio del livore e dell'odio nei momenti di tregua. — Trista ed astiosa, essa fa guerra agli inferiori colla superbia, agli eguali colla maldicenza, a chi le sta al di sopra coll'ingratitudine.
L'altra tutta speciale al caso nostro ci guida a conchiudere che Giangaleazzo era riescito a meraviglia a trarre in inganno sul suo conto coloro che lo spiavano da vicino. Il giudizio sfavorevole pronunciato da quelli stessi, che strisciando nella polvere gli giuravano sul viso ossequio, per poi metterlo in canzone dietro le spalle, varcava indiscretamente le soglie della corte, e addormentava i prìncipi emuli o rivali nella placida confidenza, che nulla avevasi a paventare da lui, tutto da lui si poteva ottenere.